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Posts Tagged ‘voto’

rivolta quotidianaL’attesissima posizione del sottoscritto sulle ultime distrazioni elettorali: di traverso.

“(…) il pragmatismo, anche di sinistra, si rivela sempre più inefficace nella sua adorazione del “reale”. (…) l’utopia, al centro della politica, diventa ogni giorno più necessaria.” (Serge Quadruppani – Un dettaglio francese, da Il cinema, il Maggio e l’utopia)

Impegnato come sono con trazioni e piegamenti, rischiavo di perdermi l’ennesimo gioco delle parti dei dominati e dei dominanti, uniti nella lotta comune a ladri di pattume ed ambulanti.
Mossa da mezz’uomini e quaquaraquà, ha dunque vinto la propaganda contro zingari, lavavetri, centri sociali e vù cumprà – minestrone dell’intolleranza alla genovese -, origini evidenti di tutti i peggiori mali del paese; mentre per combatterli è stata democraticamente scelta da una minoranza d’umanità in disfacimento un’ammucchiata di furfanti dalla faccia perbene, impegnati a tempo pieno a sfottere chi è costretto a modo proprio a lavorare, e sospettati d’andarsene ai monti e al mare con denaro che non gli appartiene. Sembra infatti che certi privilegi a qualcuno piaccia prenderseli – come e più di quanto occupanti, questuanti e venditori abusivi fanno coi diritti, ma con la differenza della necessità -, se verranno confermate le accuse che vedono lorsignori leghisti impegnati in scorribande di piacere nei weekend fra Limone, Aosta e Cormaiore: il tutto a spese nostre, ma senza alcun diffuso malcontento nella pubblica opinione, nè speranza che gli sbirri li trattino in caso di arresto come trattano i migranti nel gestirne l’espulsione.
Non sono però un fan di queste battaglie legalitarie à la Travaglio, per cui rinnovo il più efficace invito a giocar d’anticipo e a non votar nessuno mai, che è sempre meglio. Anche per evitare di confondersi coi “cittadini semplici”, poveri ma illusi, e con “l’elettore conservatore” cosciente delle proprie scelte: macchiette che in realtà si sovrappongono, giacchè è quella che rende l’uomo comune estremista da bar ed il fascismo normalità l’illusione più semplice e credibile, e chissenefrega se essa sostiene un sistema mafioso ed aiuta a vivere nell’ignoranza. Per quanto ce la possano raccontare, non è certo il voto a fare la democrazia: i giochi sono fatti già in un’altra stanza. Il paradosso democratico ormai non riesce più a nascondersi, resiste in ogni secondo che ancora sopportiamo la sensazione di star seduti a forza dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti, ahimè, sono occupati – e ci son quelli rimasti in piedi, quelli in cella, e quelli già affogati.
Non è chiaro infine per quale motivo la presunzione d’innocenza si dovrebbe riconoscere ai soli italianissimi politicanti, mentre i migranti possono essere accusati gratuitamente del pericolosissimo reato di diversità: essi “che nulla sanno di democrazia e Civiltà Occidentale”, come sentenzia uno sparlatore di merda di professione, arrivando ad inventarsi il ridicolissimo complotto d’una invasione negra programmata ad arte in quanto utile ai rossi (essi sì in emergenza) a risollevar le proprie sorti elettorali. Il rischio insomma è che un eventuale voto della nuova classe miserabile possa andare ad incidere su quello dei ricchi patrioti: ciò sarebbe veramente intollerabile, saremmo idioti.
D’accordo che alle primarie del Pd hanno fatto votare anche i cinesi, ma penso che solo sui social possano attecchir panzane di simile grandezza…o forse no, visto che il débat public risulta tendere sempre più sostanzialmente alla monnezza, fino al santanchèvole livello del “metteteveli in casa vostra” gridato da indignados-schifados ben attenti per mestiere a rimanere sempre in mostra.

Il livello medio – di cosa? Di tutto, scalata inclusa – si sta abbassando, e mentre c’è chi dalla crisi vien distrutto, chi governa non può che essere contento; lo conferma anche il destino di Pareti, che una volta il giornalaio credeva essere rivista specializzata sull’arredamento: “Sappiate che le vendite si sono impennate quando abbiamo deciso di tagliare i testi e ingigantire le foto”, avverte scoraggiato il direttore, il quale probabilmente sente avanzare il vuoto e immagina lettori mezzi morti. Cacciatori d’emozioni forti, ben altri scenari delle quattro mura di casa noialtri scalatori ricerchiamo; tant’è, saranno anche ampi gli spazi esterni, ma di nuovi scenari col cervello oltre alle quattro tacche, quattro chiodi o quattro tiri in sequenza proprio non ne riusciamo a immaginare. Il mondo è qua, è quello che è ed ormai ci basta. Con la salita in tasca ritorniamo soddisfatti dai nostri altopiani per scoprire con ritardo che lo scettro del Potere giù in città ha cambiato mani.
Poco male, quelle di prima non erano migliori, e a tutte sembra piaccia puntare il dito sulle mani che arrivano da fuori; tanto da elevare il gesto a simbolo di battaglia per la moralità e legalità, in grado di buttar giù, dopo il castello di carte della Regione, anche quello meno solido ancora del Comune. A dimostrazione che sulla pelle degli ultimi si sta giocando una lotta politica ben più bassa, di interessi e riposizionamenti comodi per restare a galla qualunque treno passa. Ma non è piacevole lo stesso sentirsi così estromessi dalle pur perverse logiche sociali, sguardi luminosi e brucianti (G. P. Motti) contro occhi turati, mani nude confuse con altre mani nude, la priorità ipocrita del gioco su quella del bisogno; richiamati soltanto più ai valori o disvalori del degrado e del decoro, e all’ordine del divertimento e del consumo irresponsabili, o quasi, che dan loro: alla movida senza vetro in centro si risponde ai margini col succo di frutta verde periferico, ogni argomento è trasformato in esposizione tragicomica, in paura irrazionale, in spot elettorale. E come se non fossero bastati quelli allestiti per le elezioni, sotto forma di gazebo s’impone il modello di vita comunitaria manicomiale: il negozio oggi ci insegue biecamente anche in falesia, dove l’acquisto è occasione di festa, simpatica agevolazione che nessuno teme. Peccato che poi tocchi comunque a te tirare fuori il portafogli, che la scarpetta provata sia la sinistra o sia la destra: in ogni caso hai da acquistarle assieme.

(photo by Mon Trésor)

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pula democraticaLa porta è aperta alle primarie iperdemocratiche: andateli a votare, se riuscite.
Quanto a noi, non è alle banche che facciamo le nostre scalate preferite.
Terremo dunque gli occhi aperti, dopo l’autunno tiepido, sul vertiginoso inverno che ci aspetta piuttosto che il naso tappato in una fetida latrina esposta al ludibrio pubblico d’una politica in vetrina, show senza più interesse nè scaletta.

Insomma, se per voi è o primarie o morte!, buon per voi; ma sappiate che nella Banana Republic anche con quelle hai stessa sorte. Noi che nel weekend senza pudore con l’ultimo passaggio ci giochiamo, come voi non prestiamo attenzione a certe secondarie Cineserie buone giusto per la marcetta, silenziosa e tardiva più dell’estrema unzione. A fronte di tante bassezze accumulate, verso l’alto e più distante del solito sentiamo di dover andare, testimoni d’un rifiuto inteso quale modo più di tutti responsabile di partecipare.
Domenica saremo quindi altrove – magari a Chinatown – in precario ma cocciuto equilibrio sul domani, sperduti fra altipiani e orizzonti veri o immaginari. A chi per scarsa preparazione o fantasia non fosse in grado di seguirci lasciamo qualche suggerimento sul quale ragionare. A chi non fosse d’accordo, tranquilli: abbaio ma non mordo.

“La tragedia del 1 dicembre (…) altro non è che il frutto maturo di un modello neoliberista feroce edificato negli anni dal centrosinistra. (…) Una Renziland già operativa da un trentennio, un incubo ad egemonia Pd nonostante che a Prato il comune sia maggioranza centrodestra. Con assessori che ordinano perquisizioni a negozi di extracomunitari fatte con l’elicottero e gli agenti calati dall’alto. Ma a tanto rigore spettacolarizzato corrisponde la deregolazione totale del territorio: basta che arrivino capitali, che qualcuno venda la propria forza lavoro a costi asiatici e tutto è possibile a Prato. Culla del modello della ‘crescita’ caro ai Renzi, ai Letta nel silenzio-assenso più clamoroso da parte della Cgil.”

“La vergogna della Giunta e della sua maggioranza di centrosinistra è massima. Le dichiarazioni di questi giorni contro i lavoratori e i sindacalisti «irresponsabili», definiti «eversivi» dal PD e addirittura «squadristi» in un’allucinante presa di posizione di SEL, la consigliera della Lista Doria che critica il Prefetto (!?!) per non aver fatto sgomberare l’aula del Consiglio comunale occupata dai lavoratori, tutto ciò certifica la distanza ormai abissale del centrosinistra dalle ragioni e dai bisogni dei lavoratori.”

“Il Partito Democratico è il partito organico al processo europeista centrato sul liberismo mercatista e sul monetarismo quale ideologia dominante. Si è andato trasformando (…) nella struttura di raccordo dell’apparato istituzionale italiano, il partito che esprime la classe politica dello Stato. Pensare anche solo lontanamente di ammiccare elettoralmente a questo pezzo determinante dell’apparato statale è perciò operazione destinata ad alimentare le ragioni della sconfitta storica delle sinistre di classe in questo paese. Non è infatti possibile alcuna convergenza, neanche sui temi elementari quali l’antifascismo, con un apparato che dovrebbe costituire il principale nemico politico per i compagni di ogni latitudine.”

“Poi si ascolta Renzi (basta qualche scampolo) e si può pesare non solo la pochezza del politico, delle sue proposte, ma anche la sciocca vanità dell’uomo. Lui e gli altri suoi finti contendenti politici, in definitiva sono una nuova leva di politicanti sorteggiati allo scopo di gestire esattamente il seguito del presente. E miserabili sono quelli che gli danno retta e si rendono complici di questa mediocrità.”

“Non so come altro definire delle persone che si ostinano, dopo oltre sessant’anni di prese per il culo (dunque: da generazioni), a credere di poter contare qualcosa, d’indirizzare in qualche modo la politica e le sue scelte (ma quali?). Proprio in questi giorni ho avuto altre innumerevoli conferme della confusione dei ruoli tra servitori e servi, tra miserie quotidiane e rivendicazioni di una superiore funzione di questo e quell’altro, della politica e delle istituzioni borghesi. I nostri comportamenti finiscono così per obbedire «naturalmente» alle costanti del dominio economico (…).
È lo stesso pantano in cui si rotola da sempre lo schiavo, dove più in basso non può cadere. Anzi, sì, più in basso si può, andando a votare dei finti candidati che parlano tra loro la stessissima lingua dei padroni.”

“Alla fine, anche la presunta ala sinistra del PD, Ciwati e i ciwawa, ha finito per allinearsi al resto del partito (…).
I ciwawa l’hanno fatto brontolando, mugugnando, trascinando i piedi, ma ovviamente l’hanno fatto, esattamente come Renzi che, da vincitore annunciato delle primarie, ci ha aggiunto la berlusconiana promessa che con lui al comando certe cose non succederanno più. Per adesso però bisogna tapparsi il naso per il bene del paese: su questo il PD è un coro unanime. Quanto durerà questo adesso?
Per sempre.”

(foto tratta da Repubblica)

***

18 dicembre 2013
Di ritorno da Domusnovas aggiungo alcune altre dichiarazioni di vuoto precedenti, con le primarie e coll’arrampicata in verità poco attinenti. Il mio vuoto è più vuoto: ci vivo, ci nuoto, non è mancanza ma presenza materiale, roccia da prendere, acqua in cui tuffarsi, aria da respirare. Il vuoto cui qui s’accenna è invece la colpevole assenza (meglio direi: smaterializzazione) d’un riferimento politico e culturale, che sarei curioso di sapere se gli stessi autori abbiano oggi voluto ancora una volta tentar di colmare (a pagamento, per giunta: come se a pagare – tutto, e caro – non dovesse esser finalmente qualcun altro!). Quel che so è che c’è un particolare, che individuerete facilmente, a collegare questi sfoghi non troppo distanti da noi nel tempo e fra di loro nel concetto.

“Certo che voterò (…). Ebbene io sono stufo, stufo”

“Ho sempre votato. (…) andrò probabilmente a votare, ma non so ancora chi.”

“(…) è con questo spirito che io voterò.”

Ebbene, preferisco forse chi resta in amara, poetica attesa, osservando stupito i ciechi vaganti nel deserto della tanto democratica quanto disumana modernità, come Les Aveugles ripresi nei ’90 in Adrénaline dai Fiori di Baudelaire; perlomeno a me risulta chiaro chi sia meno vedente fra chi supporta e chi sopporta, ragion per cui comprendo e non confondo con sonnambuli o manichini chi capisce d’aver perso dopo aver davvero tutto sopportato, trattenuto da congenita politica scoliosi, fino all’“apoteosi dell’Isola dei Famosi” (Luxuria docet).
Incalzato dal vuoto che avanza ho per fortuna un altro vuoto strapiombante cui aggrapparmi; ho già scelto fra i due quale sia il meno angosciante. E tuttavia la fuga è come sempre inutile, almeno sinchè non resta senza rimpatrio, giacchè non dissimile dalla morte in vita è la vana condizione dell’uomo-massa rampicante: ragionerò su ciò appena potrò, perciò seduta stante.

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Et voilà, l’analisi antisociale (sul voto mancante) che mancava.

“(…) è chiaro che il “primo partito” di queste elezioni amministrative è il “partito dell’astensione”. Il numero di votanti ha subito un crollo verticale: ha votato soltanto il 39% degli aventi diritto.”

“L’astensione a Genova è la più alta d’Italia o giù di lì, sei genovesi su dieci al secondo turno hanno disertato le urne.”

“A Genova, un sindaco eletto da poco più di centomila persone ne governerà quasi ottocentomila: culmine della farsa, o culmine della democrazia? (…)
Il voto però è solo un piccolo mattoncino del consenso. Se le illusioni e la fiducia nella Politica vengono meno, questo non significa ancora che essa venga rifiutata. I potenti hanno bisogno di noi, del mantenimento dei nostri ruoli sociali, hanno bisogno che rimaniamo al nostro posto. Ma noi non abbiamo bisogno di loro.”

“A Genova su 504.110 elettori il numero dei votanti si è fermato a 263.849. Un’astensione non distante dal 50%. (…)
Se, come ricorda Lenin, perché un processo rivoluzionario si ponga realisticamente all’ordine del giorno occorre che due fattori si sommino: il rifiuto da parte delle masse di continuare a essere governate da una determinata classe dirigente, ovvero la sua obiettiva delegittimazione; l’impossibilità da parte delle classi dominanti di continuare a governare, oggi sembra realistico affermare che, almeno la prima delle due condizioni, è in via di realizzo.”

“Che vergogna averli sostenuti e votati.”

L’altra sera la schiera di fotografi e giornalisti al seguito di Marco Doria ci ha quasi investiti in Piazza delle Fontane Marose.
C’era un codazzo di giovani fans con cappelli e sciarpine che parevano usciti da una vetrina d’abbigliamento alla moda finto-trasandato; e dice che non son snob radical chic, questi della rivoluzione arancione…che poi son mode superate: ci aveva provato anche Biasotti, meglio conciato forse, ma pure lui col don di turno – ora defunto, cioè in pensione.
Avanzavano urlanti con lunghi bastoni camuffati da aste di microfono, per rispetto del dover di cronaca ci avrebbero calpestati. Eroicamente ho detto: non mi sposto mica, non mi sposto! Ma son stato trascinato via da mano amorevole e salvato.
Dichiarazioni da me non ne han volute, son scappati altrove. Peccato, che cose da dir loro ne avrei avute.
A partire dall’errore principale, che è il pensare di star dalla stessa parte – solo perchè quel che vien considerato, con calcistica visione, il “nemico” (almeno quello più appariscente) dall’altra sostiene di stare.
Non è così semplice la Storia, e i tempi prossimi – se il passato non basta – lo chiariranno.
D’altronde è stato già sufficientemente chiaro il maturo supporter del PD che venerdì a Matteotti dalla sua finestra griffata Doria, purtroppo per lui senza balcone, avvertiva noi giovani, “incivilissimi” (Telese dixit) e irresponsabili contestatori, con sfoggio di paternale simpatia, che avremmo dovuto ringraziar gli sbirri poichè stavano lì a difenderci dall’ira dei piddini, e non il contrario: questi son dunque gli stati d’animo e gli schieramenti in campo. Guardano i vittoriosi socialisti francesi, mica il crollo di quelli greci. Si guardano i piedi, insomma; ma lo shoegaze in politica ha poco di sognante e molto di distorto.
Preferiscono non vedere, come il giornalista diciamo d’inchiesta Marco Preve, che, manifestamente schierato sulle posizioni centrosinistre del proprio giornale, si guarda bene di rispondermi su fatti che considera a seconda della convenienza elementi-chiave o inutili dettagli. Gli ho ricordato infatti sul suo blog il fatterello che “a sorreggere Doria è il PD del berlusconiano D’Alema”. Mi risponde subito secco: “Vorrei però ricordarle che l’unico appuntamento saltato da Doria in questa campagna è stato l’unico comizio di D’Alema a Genova. Assenza, quella di Doria sottolineata da tutti gli organi di informazione, ufficiali e alternativi”. Pensa un po’ che comunistone abbiam davanti. Gli dico: ok, ci faccia sapere allora se salterà pure l’appuntamento finale con Bersani… Indovina indovinello: non lo ha saltato. Non avrebbe potuto. E’ intuibile che “snobbare il segretario del primo partito che ti sostiene è complicato”! Quindi? Quindi soffiamo sul gossip del primo salto, silenzio stampa sul salto mancato.
Nessuno ha volontà di dir le cose come stanno, di comprenderle criticamente. Si ha voglia solo di fare il tifo, data per buona l’immutabile necessità della competizione elettorale, e non invece “l’astensione attiva di più di un terzo dell’elettorato” che fa tremar la Grecia. Da questa gara c’è infatti chi si autoesclude od a partecipar per finta si ritrova; il confronto con certi entusiasmi dipinge le due facce d’una sinistra che ha davvero poco da ridere e che dovrebbe ringraziar per le vittorie proprie l’orrendevolezza del “nemico”.
Democrazia è dunque oggi lo sfizio di voler credere di contar qualcosa cedendo all’omologazione, restando con la crisi che dicevano stesse per finire, l’incubo-ricatto della Grecia, e senza diritto di sciopero o ferie, figuriamoci il premio di produzione.
Altra sinistra s’è buttata a destra, fra le braccia del pifferaio populista che ruba i voti al candidato buono, poveretto. Non passa l’antico vizio riformista, ripetuto sempre più spesso, partito dalla Valsusa ribelle col “Teorema Bresso”. L’autocritica è pratica da evitare, Per Dio (PD). Per fortuna ci sta il secondo turno, così essi “saranno riportati per le orecchie alle urne finché non avranno imparato a votare come si deve”.
Risulta chiaro come non sia tanto necessario far di tutto pur di sconfigger nelle urne la destra, quanto far di tutto per cambiar nel cervello la sinistra. Sta in questo rifiuto scortese del meno peggio la differenza abissale fra la mia erre moscia e questo maggio assai poco francese, che mi porterà a non votare al ballottaggio.

Dati sensibili:

Schede bianche 4.813 1,72 %
Schede nulle 10.975 3,92 %
SEGA NORD 8.777 3,80 %

MOVIMENTO 5 STELLE BEPPEGRILLO.IT 32.516 14,08 %
LISTA CIVICA – MARCO DORIA 26.784 11,60 %

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“Nel seggio di Piazzale Adriatico, in una delle zone più alluvionate della città, hanno votato solo 63 persone.”

“gli indecisi e chi si astiene sono il primo partito con il 42 per cento.”

Pensateci bene: la successione nel tempo dei voti basati sulla strategia sinistra del meno peggio molto somiglia alla successione nello spazio delle pisciate fuori dal vaso nei cessi pubblici.
Non fate caso all’involontario accostamento del seggio elettorale alla latrina, motivabile peraltro con molteplici ragioni: il nascondimento tipico d’entrambe le situazioni, ad esempio. Badate al sodo.
Mano a mano che i signori la fanno fuori, il prossimo è costretto ad arretrare la propria posizione, elevando così il rischio di farla fuori e proseguendo un ciclo che è un circolo vizioso negativo, dal momento che prima o poi il bagno s’allagherà divenendo impraticabile. Allo stesso modo, ogni rassegnato cedimento alla cosiddetta scelta del meno peggio genera la pericolosa ciclica tolleranza d’un peggioramento continuo nei fatti, per cui ogni meno peggio, sempre meno delimitato e controllato, sarà sempre peggio del precedente…ma la goccia è ormai un lago ed indietro, se non lavando via energicamente tutto quanto, non si può più tornare.
D’altronde, “Come possiamo scegliere quando ci viene tolta la libertà di scelta?” Come potremmo usufruire d’un cesso sporcato dappertutto, puzzolente, insozzato, vomitato?
E’ inevitabile: costretti alla logica del meno peggio, non si può che finir sempre di male in peggio. Finiremo a pisciare dall’esterno del w.c., a porte aperte, a lanciare il voto a caso da distante, senza poter guardare; continuando forse, ostinati, ad indignarci per la più o meno sofferta decisione di chi da tempo si rifiuta d’entrare. Quando avremmo potuto e anzi dovuto per tempo comprenderci ed unirci, assumere una ferma (op)posizione invece di piegarci ad inaccettabili voleri, formare una forza, un blocco, una catena.
O, quantomeno, una catenella.

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