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Posts Tagged ‘velocità’

esche_gambero_1Se son riusciti ad inventarsi il retrorunning, ci dev’esser posto anche per il downclimbing; e che diventi disciplina olimpica, accidenti!

“Down climbing is an essential skill to have as a climber.”

“Staying balance-neutral (and in control) on the return to Earth”

“Camminare come i gamberi, ossia all’indietro, pare renda di più in termini di fitness che non il camminare in avanti.”

Quello di tornar sui propri passi dev’essere il percorso ginnico intrapreso da un intero paese.
Scrivevo che “i salitori di ieri mi sembran diventati oggi piuttosto…discensori. Quanto in basso s’intenda arrivare è materia d’analisi verticale che lascio approfondire ai prossimi ricercatori”: provocavo sapendo bene di provocare, ma altresì sperando di poter sbagliare. In montagna oggi si corre, anche all’indietro proporrei, e a chi prende il crepaccio od il burrone…100 punti! Ci s’inventano ragioni irragionevoli pur di poter campare sull’ultimo trend che tira, e tutti dietro a far la fila, ad accodarsi come pecore con la pettorina. Io che le pecore pensavo si contassero per addormentarsi gradirei risvegliarmi senza più business, senza più morti od incidenti, senza più autogiustificazioni e gare da portare avanti. Contemporaneamente s’abbassa il livello medio della cultura e della consapevolezza media dei praticanti: salgono perchè, per cosa tutti quanti?
Sostiene Messner che “la cultura urbana si è allargata sulle montagne, si è spinta sempre più in alto, sempre più in profondità”.
Perchè anche la montagna debba seguir la logica della produttività non mi è per niente chiaro. Se in gioventù m’allenavo con un certo entusiasmo, iniziai poi a trattare allenatori ed allenati con sarcasmo. Dal voler vincere su qualcun altro al voler vincere una continua sfida con se stessi c’è un passaggio che prescinde dalla paura del confronto: è proprio il senso della sfida a cambiare, l’obiettivo del corridore. Arrivare prima degli altri non implica per forza il migliorarsi, il conoscersi a fondo. Quanto alle gare di velocità: trattasi di forme evolutive strane, di curiosi ma inutili esperimenti svolti su cavie umane prestatesi alla moderna fretta del mondo. Escludendo le vie lunghe, dove il tempo è una variabile importante, chi scala un monotiro non ha urgenza, a meno che non debba sfuggire all’acciaio o terminar prima del buio il giro buono. Quindi perchè correre, perchè inseguire gratificazioni imposte o suggerite? Già son le nostre vite quotidiane a trattenerci in vincoli sempre più inevitabili, cosicchè il tempo libero residuo finisce per trasformarsi in un momento di riposo – mai in una pausa di riflessione – o in un ulteriore impegno sempre più forzato e assiduo; e alla cosa si dà, per di più, maggior valore: pensa un po’, Tizio lavora giorno e notte…eppure fa l’8b+! E quindi? Forse dovrei prenderlo ad esempio in luogo del ciccione (Caio) che indossa la maglia dello sportivo con accanto il figlio Sempronio, altrettanto panzone, a sventolar la bandierina; ma oggettivamente, quale valore sociale mi dovrebbero dimostrare questo e quell’altro caso umano? Il calcolo dell’energia profusa in senso verticale non mi ha mai interessato, ed è rasserenante sapere che non c’è attività come questa che si possa praticar liberamente, come ti pare e piace; forse la corsa, o il nuoto. Al contempo, però, i media veicolano determinate idee che i più tendono a far proprie, cogliendone come sempre i lati più evidenti e superficiali: la trasmissione del vuoto. Non siamo tutti uguali ed è giusto che sia data degna sepoltura anche al boulderista che per guadagnar pochi centimetri sotto al suo blocco ha scavato la fossa. Ma quel che mi domando è se la nostra sia davvero una scalata volontaria, consapevole, da noi stessi riconosciuta; o se invece a vincere siano sempre e solo l’istinto e la passione, splendidi in sè stessi ma sopraffatti ormai dal business della ricostruzione d’un amore svenduto alla competizione e al gossip, all’illusione dello sport per tutti, all’omologazione.
Io dico che non voglio più ottenere niente o quasi; voglio invece rinunciare a fare ciò che mi vien detto dovrei fare per ottenere cose che non ho mai inteso perseguire: numeri, obiettivi, sponsor, schemi e tabelle, grafici, statistiche, proiezioni. Quanti buffoni ho visto cincischiar sull’8a scendendone a metà, ma gridando alla valle il loro ipotetico potere? Sapranno mai costoro cosa sia il vero godere, sapranno mai abbinare il volere al potere senza per forza sentirsi costretti ad un qualche dovere? Se mai l’arrampicata oggi può ancora essere, per noi comuni mortali non professionisti, stile di vita e non hobby saltuario o semplice piacere del weekend, dev’essere una scelta che vada oltre la scoperta iniziale appassionante e l’equilibrio raggiunto tramite pratica e esperienza; dev’essere la volontà d’abbassarsi a capire anzichè innalzarsi laddove non si può, il coraggio dell’umiltà in luogo dell’ardimento, la capacità d’intravvedere il senso più profondo di un’azione contestualizzandolo. Cosa sto dicendo? In sostanza che arrampicare non è lavorare, ma un gioco impegnativo che se mi rende più che vivo può e deve evitare di finir nel calderone delle scorecard, nell’imbuto del risultato che si spiega ma anche s’annulla da sè nella miriade di sforzi e di passioni tutte diverse eppure tutte uguali; un gioco che può e deve invece verificare il proprio contenuto confrontandosi con la realtà circostante, adattandosi o no ad essa a seconda delle circostanze, della sensibilità e della cultura del singolo e della comunità, agevolando la comprensione di cosa significhi scalare in questo posto, qui ed ora, anzichè altrove.
Sarà l’età, come ho già detto, o che non sogno più un pannello artificiale quando piove.

(immagine tratta da Bit di Pensieri in Libertà)

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nuova_sala_di_arrampicataDalla passione gratuita all’arrampicata compensativa.
La nuova palestra di arrampicata che ci stanno preparando a Genova si chiama Terzo Valico: i suoi effetti sono già evidenti ed intaccano luoghi cari all’alpinista uso a scalar per gioco.

“I contadini di queste valli, anche senza aver mai raggiunto alcuna vetta, erano portatori dei medesimi valori, basati sul rispetto della natura e sulla imprescindibile simbiosi tra essa e l’uomo che vi vive, che da sempre hanno permeato gli alpinisti.
Pertanto, arrampicare su queste palestre, su queste falesie, ci porterà inevitabilmente a ripercorrere i sentieri tracciati dalla civiltà contadina, ricollegandoci, almeno idealmente, a quel mondo, a quella cultura.
E così facendo, (…) quelle vallate, quelle montagne non saranno completamente abbandonate e dimenticate.” (dalla Introduzione ad Alpinismo per gioco, 1987)

“Bisogna riscoprire la bellezza dei nostri territori e sviluppare un certo amor proprio per le nostre valli che vanno difese da quello scempio in atto che stanno portando i cantieri del Terzo Valico.”

“se lì ci passerà il Terzo Valico questi topic ce li possiamo scordare”

Dicono che sia il progresso, e che la civiltà contadina debba ormai lasciargli il passo. Il capriolo ha qualche dubbio; quanto al climber?
Non mi dilungherò con noiose e nostalgiche riflessioni sul contrasto fra i ritmi naturali e la presunta, discutibile necessità della velocità; riflessioni che comunque meriterebbero una certa attenzione, dal momento che vi si son spesi, fra gli altri, personaggi autorevoli del mondo della montagna: concentrandosi sia sul valore dell’alpinismo quale antidoto agli obbrobri della civiltà moderna, sia sulla direzione che lo stesso alpinismo sta prendendo, proprio in quanto succube anch’esso dell’influenza della società dei consumi e delle esigenze del mercato.
Non divago su questo anche perchè di alpinismo vero e proprio qui non si tratta, date fra l’altro le modeste altezze, bensì di quel che di lì a poco sarebbe divenuto il gioco-arrampicata, ed oggi è un business basato (quando va bene) su un silenzio-assenso entusiasta e sorridente.
Mi spingo invece a vagar fra quelle antiche falesie quasi urbane per riscoprirne un valore che, a prescindere dall’interesse oggettivo delle singole strutture e dall’affetto che ad esse mi lega, non credo d’essere il solo a giudicare pressochè immutato. Un volume di recente pubblicazione (Onde di Pietra, del 2012: l’Oltrefinale levantina) ha fatto sì che alcuni luoghi siano stati riscoperti o rivalutati, non a caso facendo gli autori appunto cenno al contrasto fra la pace di quei luoghi e le logiche assurde alle quali siamo ormai abituati, e proponendosi col libro “di fare qualche cosa di concreto per migliorare il piccolo mondo che si ha intorno”.
Qualcuno sarà tanto limitato da individuar l’incongruenza di posizioni all’apparenza conservatrici: paradosso già a suo tempo ben spiegato da Pasolini; qualcun altro avrà il coraggio di obiettare che dalle falesie qui citate l’opera neppure si nota: è questa l’ipocrisia utilissima al sistema del perfetto idiota, che meriterebbe di subir nuove disposizioni d’un divieto di scalata generalizzato, se non addirittura la distruzione del giochino, come altrove già avvenuto.
Io le chiamo ormai: le falesie del Terzo Valico (alpinismo ancor per poco).

“Cravasco è un bel paesino dell’alta val Polcevera nell’immediato entroterra Genovese ancora incontaminato, tranne per una immensa cava…”

“Per il Cociv, il consorzio incaricato di progettare e costruire il Terzo Valico, non c’è nulla da temere: a sorvegliare sui lavori ci sono il Ministero dell’Ambiente e le Regioni Liguria e Piemonte.
Non la pensano così gli abitanti di Isoverde, dove le scritte “No Tav” firmano i cassonetti della spazzatura, le pensiline degli autobus e le lenzuola appese alle finestre. Nella montagna dietro al paese, a Cravasco, si scava una delle quattro gallerie di servizio del Valico.”

“Cravasco non è pregiudizialmente contro il Terzo Valico. E’ contro il progetto presentato dal Cociv, che non tiene assolutamente conto del catastrofico impatto ambientale su tutta la Valle Verde, a partire da Campora per Isoverde, fino a Cravasco.
(…) non si può proporre un’opera la cui realizzazione produca più danni che utilità.”

“Non fate che tra vent’anni la Valpolcevera debba diventare famosa come oggi purtroppo sono gli abitanti di Marghera, Caserta o Taranto.”

Ha perduto molto la piccola Grande di Cravasco, quasi un simbolo dell’arrampicata ligure, dove nacquero i Cravasards e dove in tempi più recenti ho conosciuto una discendente dell’autore dello storico volumetto sulle Palestre di arrampicamento genovesi (1962): il contadino come talvolta accade si è stancato (scelta legittima, curioso però che gli scalatori riescano a infastidire più dei cavatori) e ne ha chiuso la metà al sole; resta qualche inusuale placca che dicono facile sul retro ed il Fungo con i suoi boulderosi strapiombetti.
Benchè la sommità sia raggiungibile anche a piedi e la magia di quei tempi sia passata, ancor oggi balzare fuori in cima al sole e al vento dà sempre una gran bella emozione. A poca distanza però si trovano le cave, delle quali una viene assediata notte e giorno dai NoTav.

Poi c’è l’altra ‘grande’, la Pria Grande: un masso più piccolo e nero, infossato ed umido, ma non per questo poi così sfigato, dove “si è cimentato il fior fiore dell’alpinismo genovese e non solo”, mio papà compreso! Anche qui c’è del facile e del 7, e vi si corre volentieri l’estate dopo il lavoro a riprendersi un pezzetto di giornata.

Superiamo a nord il confine regionale passando per la strada della Bocchetta o per la Castagnola. A Voltaggio c’era una falesia moderna che per quanto ne so oggi risulta chiusa. Ma chiuso è stato anche il cantiere, fra le proteste degli operai e dei sindacati, in quanto privo di certificazione antimafia. Alta è stata la tensione sino alla controversa riapertura. Se pure la presenza di mafie o amianto fosse dubbia, una cosa è certa: l’inquinamento c’è già, vista la presenza di rifiuti sotterrati in quantità.
Quanto alla Placca Elena alla cava di Voltaggio, pare che le sue vecchie vie non esistano ormai più; eppure non molto tempo fa circolavano voci addirittura di un romantico progetto di richiodatura.

Siamo già in provincia di Alessandria, perciò procediamo.
Alle nebbie di Gavi sopravvivono alcune falesie sabbiose ma originali, fra le quali una piuttosto nota e frequentata, posta nella conca verde appena dietro al forte, che Bessone prudentemente consigliava “a chi ha dita blindate”.
A sopravvivere, in una zona definita a rischio archeologico alto, sono anche i resti dell’antica civiltà romana, dopo Libarna riesumati pure a Radimero: faran la fine della Maddalena di Chiomonte?
Dice d’aver “Gavi nel cuore” (nome della lista civica) il suo sindaco Nicoletta Albano, che però nel cuore – viste le frequentazioni – deve aver piuttosto Berlusconi. Sul Terzo Valico è blindata da tempo in un silenzio sospetto: forse perchè la interessa una questioncina privata, quale la signora ritiene che sia il destino degli espropriati…dalla sua stessa azienda.

Corriere di SestriTornando infine a bomba e sul territorio genovese, l’ultima (seppur non recentissima) notizia grottesca nel merito – chiaramente non approfondita da alcuno, almeno che io sappia – risale all’anno scorso e riguarda l’arrampicata proposta quale “opera compensativa” per il Terzo Valico: sembra in sostanza che ben presto scaleremo al Monte Gazzo grazie alla lista Doria (e col voto sofferto dei compagni di Sel)! Proposta riciclata, giacchè se ne parla da decenni, ma oggi utile secondo lorsignori a far meglio ingoiare ai cittadini la delibera sulle cave del Chiaravagna (alla faccia del recupero ambientale della zona, da lungo tempo atteso dagli abitanti), oltre al voltafaccia di convenienza d’un sindaco fino a ieri nemico delle cosiddette grandi opere, per bocca sua o dei suoi.
Peraltro, a quale possibile “sito di arrampicata” precisamente ci si riferisca non è chiaro. Speriamo almeno che la falesia con cui ci compenserebbero sia quella esposta a sud, già sognata da molti e inutilmente corteggiata, visibile dall’autostrada… Temo invece che si tratterà del fronte di cava a gradoni esposto ad ovest, se non dei quattro risalti muschiosi già attrezzati a suo tempo dal buon ‘Thomas’: in quest’ultimo caso ci avrebbero promesso quindi una cosa non soltanto di scarso interesse, ma che esiste già.
Il leghistalpinista Rixi, sostenitore dell’opera, era forse anch’egli in dubbio su quale parete si trattasse, cosicchè al momento del voto si è astenuto.

(foto tratta da Repubblica)

 

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