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piloni_THTAl di là delle linee…di arrampicata. Dopo Chiomonte, Brianzone; dopo l’alta velocità, l’altissima tensione.

“Il progetto di linee ad altissima tensione avanza poco a poco. Un moderno pilone ad Argentière, la dichiarazione di pubblica utilità firmata da ministri e prefettura (…)
Lo Stato e la società elettrica pensano di aver vinto la partita e di poter rovinare una piccola valle, ma senza fare i conti con gli abitanti della valle stessa e delle vicinanze, i loro amici e tutti coloro che non vogliono che questo progetto venga realizzato e che distruggeranno il loro “bel pilone di design”.
(…) non lo lasceremo costruire né in Haute Durance, né altrove.”

Très haute tension dans la haute vallée de la Durance: come vi suona? A me, dico la verità, e non per il francese rabberciato, stona. Eppure quasi non ne parla nè se ne interessa alcuno, NoTav ed ecologisti oltranzisti esclusi, come se a pochi dovesse importare della vergognosa offesa ad una valle di montagna che vive di turismo e che mostra ad oggi appena qualche primo timido segnale di difesa. La valle coinvolta non è la val di Susa, ma quella che si raggiunge subito dopo, svalicando il Monginevro; la quale da Briancon discende dolcemente fino a Gap in un riquadro verde e azzurro pressochè perfetto, cui solo le condotte forzate fanno danno, con spazio e attività open air per tutti e non so più quanti giorni di sole vantati all’anno.
A vent’anni iniziavamo proprio qui a provare i primi 6b e 6c, su rocce che hanno fatto a loro modo storia (La Roche de Rame, Saint Crépin); qualcuna invece è stata nel tempo dimenticata (Panacelle, Barachin), qualcuna bandita, e qualcun’altra credo sia perfino sparita, inghiottita dalle cave. Altre ancora resistono orgogliosamente fra le nuove creazioni, e mi piace pensar che qualcosa ricordino anch’esse delle mie migliori stagioni.
Oggi, a distanza di decenni, ritorno a L’Argentière nello stesso campeggio in cui vivevamo i nostri primi sogni giovanili per scoprire che l’elettricità farà il percorso stesso nostro, passando da Briancon fin giù al lago di Serre-Ponçon non senza impatto: per cui si parla già fra i valligiani di un probabile ecomostro. Come sempre, invece, con gran tatto chi ha interesse a costruire presenta l’opera come un’architettura geniale, oltre che una fantastica opportunità di conservazione ambientale…vincendo il plauso e la firmetta di chi si occupa della biodiversità nella riserva naturale. Se anche la verità stesse nel mezzo, qui la questione come altrove si riduce al sì od al no, e all’uso della forza di Stato che non ammette alcun però.
Però, un però lo dico io. Perchè i nomi dei luoghi interessati a me son noti, ma dicono tutt’altro: le falesie innanzitutto, e poi fiumi e torrenti, laghetti e campeggi, serate danzanti, i fuochi a S.Lorenzo, le cene con amici e fidanzate, i progetti personali risolti e quelli eterni. Dovrà lasciare il posto questa magia estiva ogni anno riproducibile a nuovi inevitabili e prolungati inverni? Come conviveranno free climbers e free booters, l’energia che sale e quella che discende? A parer mio la valle è troppo piccola per tutti e due. Ma è più facile che gli uni non s’accorgano degli altri, se non a cose (male) fatte: occhi coperti da bende o accecati da prebende.
Le proteste come al solito son limitate, sembra che o sei anarco-insurrezionalista o sennò quel che succede, anche se ti passa sopra come l’asfalto sul terreno, ti stia sempre bene. Eppure, proprio perchè legato al territorio, a valori anche concreti, materiali, dovresti predisporti culturalmente e fisicamente ad un “insorgere d’accordo” (Federigo Tozzi, da Con gli occhi chiusi). Su qualche muro son comparse scritte NO THT, evidenti abusi che la solerte amministrazione ha fatto presto cancellare; mentre già svetta a monito il primo doppio palo bianco, un monumento al nulla in mezzo al mare. Mi sento sempre più invecchiato e stanco. L’orrore del business è che non guarda in faccia a nulla e nessuno, si mostra sfacciato, e figurarsi se si preoccupa del mio nostalgico passato. Dovremmo piuttosto essere noi a prenderci cura del nostro futuro, al fine di evitarci nostalgie molto più amare: come quella celebre e contestatissima delle ciminiere savonesi per Gramellini – che a dire il vero nel lontano 1994 le cantava agli altri (a meno che il cronista avesse solo il nome uguale), prima d’arrivare alla prima pagina passando per la rubrica della posta sentimentale. C’è altrimenti il rischio di non sapere più distinguere ciò che davvero sia progresso dal deserto, di rovinare tutto uniformando all’utile il bello e pure il brutto, di trasformare coste e valli verdi in un cesso a cielo aperto, per poi arrivare col solito colpevole italianissimo ritardo a ‘scoprire’ che il progresso era devastazione ambientale o disastro colposo, ed il progetto fascinoso presentato un grande azzardo. Ci nasconderemo allora nella gola del Rif d’Oriol non solamente per sfuggire alla calura, ma anche per evitare di vedere lo sfacelo tutt’attorno, il delitto commesso a danno di madre natura; dopodichè, distesi a bordo strada su un francobollo di prato, rimugineremo di un territorio d’alta quota saccheggiato.

***

Una nuova manifestazione popolare è prevista per domenica 20 settembre 2015 con partenza da Eygliers, ai piedi delle rocce di Mont-Dauphin.

Plus d’info:
En Haute Durance et ailleurs contre la THT, le nucléaire et son monde
Stop-THT
Assemblée anti-THT

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chiomonte chiusura permanente“SI AVVISANO TUTTI GLI UTENTI CHE: IL SITO ARCHEOLOGICO UTILIZZATO DAGLI APPASSIONATI DI QUESTA PRATICA SPORTIVA E’ MOMENTANEAMENTE CHIUSO E INACCESSIBILE!
CI SCUSIAMO PER IL DISAGIO.”

“Si sono piazzati lì, senza neppure chiedere il permesso. E intanto tutta l’area della Maddalena sta subendo una devastazione vergognosa.”

“anche con lo sport si prosegue l’assedio e la pressione alle reti”

“A Chiomonte si scala, anzi. Bisogna tornare a scalare per riprendersi i propri spazi.”

Col caldo africano alle porte, sono in pochi a partir dal mare per dirigersi in bassa val di Susa. Ma la valle sa riservar sorprese non da poco, e noi a scoprirle andiamo. Le strade son deserte, perciò si viaggia lenti e bene, e la barriera di Avigliana questa volta la saltiamo, più per via delle guardie che per risparmiar denaro: così risparmiamo almeno del nervoso, ch’esser trattati da delinquenti dai segugi dell’antiterrorismo non è divertente.
Serpeggiando per le statali raggiungiamo Giaglione, Dzalhoun o Jalyon a scelta fra il francoprovenzale o l’arpitano: dalla radice arp – dal preindoeuropeo kar-pe = «sotto le rocce» – e tan = «abitante». E qui son strette di mani e pacche sulle spalle, e birra artigianale od acqua fresca di montagna, e polvere e sudore nonostante la breve camminata. Il percorso è il medesimo della passeggiata notturna; ma stavolta alle reti del cantiere, che nel frattempo si è parecchio esteso, neppure ci fanno arrivare. Chi non ne approfitta per un bagno refrigerante e strafottente nelle pozze avanzate ai jersey prosegue per bei sentieri, costeggiando però qua e là file di omini neri pesantemente bardati e a scudo in mano, che manco puoi ritirarti un attimo tranquillo per pisciare. Noi banda di rozzi climbers preferiamo per un tratto risalire, a mo’ di scorciatoia, una ripida scarpata; scopro così riemergendo dal dirupo la famosa area boulder di Chiomonte, sito valutato “sicuramente il più vario del Piemonte per bellezza e difficoltà dei passaggi”: un luogo magico e ancestrale, nascosto nel bosco in una zona di interesse archeologico che i lavori han depredato o quantomeno occluso. Appena pochi mesi fa qualche appassionato ricordava per l’appunto che “è ancora possibile raggiungere l’area boulder di Chiomonte passando da Giaglione”, magari cercando di strusciar furtivi fra i massi, anche se immagino difficile celarsi dietro agli alberi armati di crash pad.
Forse che gl’invasori non debbano aver nulla da temere dall’avanzar degli arrampicatori?
In tempi lontanissimi, quando ancora mi crogiolavo nella mia bolla spazio-temporale verticale, già ebbi da discutere su questo argomento, nell’occasione di un raduno coraggioso che, mescolando assieme politica e arrampicata, nonostante la facile ironia dello slogan (“Meglio l’alta difficoltà…che l’alta velocità!”), rischiava di risultare ostico per molti e perfino fastidioso per alcuni.
Ma l’innegabile stato delle cose attuale è che “In Valle Susa sinora sono stati abbattuti oltre 5000 alberi, molti secolari”, in uno scempio di cui chiunque potrebbe ed anzi dovrebbe personalmente prendere visione; come ha fatto Cremaschi, finendo per collegamenti col descrivere quell’area chiusa al mondo come una nuova zona rossa, “un altro di quei buchi neri che da Genova in poi ingoiano la nostra democrazia”. Non sono paroloni: è evidente anche ai foresti che questa parte di valle sia stata trasformata nel presunto interesse generale “da verde giardino in un cratere lunare”; e i lavori vanno avanti. Ma noi pure, ed un saggio procedere implica il tornar sui propri passi: così, l’evento coi (pardon, sui) sassi è stato ripetuto un anno fa. Sulla pietra son rimaste ben poche tracce di magnesite, in compenso è nata qualche scritta incazzata od ingiuriosa: poca roba rispetto al danno causato dai rappresentanti dello Stato all’area archeologica della Maddalena, “dove ai tempi della Libera Repubblica No Tav si entrava con le pattine e stando attenti a non rovinare l’erba”, e che ora, post-occupazione, “è diventata un parcheggio per camionette e cingolati: nemmeno i cinghiali si comportano così”, commenta commosso chi si ritrovi a muovercisi attorno, con la curiosa e diffusa sensazione però che in gabbia in verità ci siano loro.
Buffo, oltre che inquietante, è il dover sottolineare come anche in questo caso sia tornato utile il fantastico capro espiatorio del black bloc pur di coprire certe nefandezze. Chi volesse saper qualcosa in più del “più importante sito archeologico e museale del Piemonte” (nonchè “tra i tre più importanti siti neolitici dell’Europa occidentale”, definito dai giornali addirittura come “la Pompei del Nord”), troverà a questo e a quest’altro link interessanti informazioni frammiste a note colme d’amarezza, oltre ad una ricostruzione da sbellicarsi dell’inganno che le istituzioni tentano di piazzare pur d’inventarsi la solita montatura dei cattivi che avrebbero “tirato le pietre della necropoli”, laddove “l’area archeologica non solo è recintata, e quindi inaccessibile, ma è il punto in cui le forze dell’ordine hanno organizzato il loro fortino. Inoltre, è impossibile che un uomo riesca a tirare massi di simili dimensioni”. Seppur con l’uso del condizionale, non è difficile dedurre che “I danni sarebbero quindi stati compiuti proprio dalle forze dell’ordine”. Si attendono smentite più credibili rispetto a quella dell’assessore regionale alla Cultura del PdL, il quale dopo un sopralluogo fra intimi ha dichiarato che la necropoli sta benone, che al massimo i danni li hanno fatti i NoTav, e che anzi essa “è stata ulteriormente protetta (…) nell’attesa che si possa procedere alla valorizzazione e alla promozione turistica del parco (…) grazie al progetto finanziato da Arcus-Mibac per 800 mila euro”. Del destino appunto di tale “pioggia di denaro pubblico”, concesso già nel 2010 al comune di Chiomonte per il rilancio del sito, chiese conto due anni fa qualche rompicoglioni d’archeologo; costretto ora, parrebbe, all’attesa paziente della conclusione dei lavori.
Con lo stesso metodo, i soliti democristiani riciclati mai esausti han provato ad addebitare ai manifestanti violenti il problema del turismo, “l’industria più importante dell’Alta Valle”, che secondo un ex sottosegretario del governo Berlusconi starebbe “perdendo il 30% a causa dell’incertezza per chi vuole raggiungere Bardonecchia e gli altri Comuni della Valle”: ci vuol del coraggio a rilasciare fantasie di questo tipo in merito a gente che ha saputo aprire case e baite per dimostrare l’“Ospitalità NoTav”. Ma la massa perloppiù suppone di saper ascoltare e blatera senza sapere, e così crede pure alle invenzioni: bisogna invece andarci in valle, magari un week end lungo, ad arrampicare, camminare, sentire, vivere, vedere cosa intendano per ‘crescita sostenibile’. Almeno al fine di accorgersi che “L’area intorno al cantiere, dove si trovano alcuni dei ripari sotto roccia più belli, è ancora accessibile sebbene più difficilmente e arrivando da Giaglione. Ma il rischio di essere fermati da qualche militare o poliziotto è costante. Lungo le sponde del torrente Clarea le ruspe scavando hanno divelto alberi secolari e tutto l’ambiente circostante è stato massacrato dal cemento”.

E nel frattempo che cammino turbato fra i vitigni e grappoli di sbirri guardo in su, cercando quasi involontariamente d’individuare la falesia dove poi ci recheremo il giorno dopo. Prima però c’è la cena con gli amici, tanto buona da essere a rischio perquisizione: armi non ne han trovate, speriamo solo che non si siano confiscati i funghi.

Il giorno seguente oltre che dalla calura è afflitto dall’afa, ma nuvole nere sparse minacciose ci convincono a non spostarci nè ad alzarci troppo. Non contenti della visita turistica di ieri, dal campeggio di Venaus saliamo alla frazione Santa Chiara per vedere che anche laggiù sotto le rocce c’è il cantiere.
Siamo infatti di nuovo a un passo dalla Val Clarea, curiosamente placidi ed assieme spiritati. Un cartello a bordo strada nel silenzio di boschi e prati spiega la parete della Gran Rotsa, la storia del canale di Maria Bona“un’opera di archeologia eroica” d’epoca medievale – e le suggestive leggende del precipizio che rende il climber equilibrista anche dopo la discesa.
La struttura, soleggiata ma versatile, ci permette di scalare fra le nubi: una brezza gentile tiene al fresco noi e lontane loro. Esposta e (pure troppo) panoramica, essa propone vie lunghe, tecniche ed eleganti su una roccia dura come il granito, ma con le forme sinuose e morbide del calcare. Alla base ha l’armonioso scorrer d’acqua dello storico acquedotto, il quale costringe ad inventarsi curiosi stratagemmi per partir su certe vie, oltre a garantir la corda bagnata dopo ogni salita. Ma queste piccole difficoltà sono un gioco nel gioco che ci rende affascinante il sito e indimenticabile la giornata. A preoccupare è semmai il pensiero delle piccole grandi opere che s’aggiungono a quella enormemente assurda: come le vasche antincendio delle gallerie SITAF dell’autostrada del Frejus, il cui peso non è minimo dal momento che sinora ha generato problemi di approvvigionamento idrico a Giaglione oltre al rischio assurdo, beffardo d’inquinamento del canale. Nel mio piccolo, faccio umilmente notare alla società della Torino-Bardonecchia che sui suoi cartelli autostradali sono tuttora indicati il museo e l’area archeologica di Chiomonte: si fan beffe del turista loro prima di chiunque altro. E noi, per quanto possiamo, i signori dell’autostrada cerchiam di non pagarli. Se il girovagar per la Valsusa ha comunque poco di ecologico, maggiore è il danno causato da chi dimentica l’esistenza di pezzi di valle sotto attacco alla faccia d’una degna pretesa, quel “buon diritto al suolo” che rivendica per tutti Erri De Luca nello sforzo di diffonder la consapevolezza che “l’avvenire sta nelle mani di chi protegge la propria terra”, a costo di doversele sporcare; anche se una volta, con giudizio sprezzante, lo si sarebbe liquidato fin troppo facilmente con l’acronimo NIMBY.
Che sia dunque un conservatore da cortile l’alpinista che vorrebbe “riportare interesse per un luogo affascinante e perso di vista dal mondo dell’alpinismo moderno, ridestare interesse per un territorio ricco di falesie e vie ferrate nel fondovalle colmo di fascino storico e con possibilità di rivisitazioni alpinistiche in quota”? Tutt’altro: “Non è un ricordo nostalgico del passato ma un indirizzo chiaro per il futuro”. Da dove iniziare? Si potrebbero seguir le indicazioni del ministro: “Iniziamo a scalare la montagna”. Buona idea. Ma il signor Lupi che ne sa di dove sta il Rocciamelone? Dietro l’inciucio fra i partiti nemiciamici c’è il tornaconto comune loro, mica il nostro; e oltre agli slogan e alle frasi fatte c’è solamente l’appiglio culturale fortunoso d’un Jovanotti segnalato dalla figlia e penosamente strumentalizzato per giustificare la solita goffa retorica del fare.
A volte mi chiedo dove sia sparito il popolo della montagna, quella vera, e se ne esista uno. Un popolo minoritario, ma consapevole per esperienza radiosamente eversiva, come un’alba rivelatrice, che essa “ha sempre qualcosa da insegnarci”; un popolo in grado di vedere nelle mani di lorsignori sulla montagna una vera e propria “guerra al territorio”, di cui la Tav è solo un esempio simbolico; un popolo che in tempi di tristi svendite al mercato, tragiche spettacolarizzazioni, strumentalizzazioni politiche e svilimenti identitari, invece di adeguarsi allo stato marcio delle cose, sapesse recuperare l’ambiente ed il senso della propria passione.
A chi suona eccessivo il paragone partigiano oggi un poco abusato spero piacerà, in alternativa, il ruolo volontario di moderni custodi d’un bene materiale e culturale nostro e assieme collettivo. Se è vero che “I contadini di queste valli, anche senza aver mai raggiunto alcuna vetta”, furono “portatori dei medesimi valori, basati sul rispetto della natura e sulla imprescindibile simbiosi tra essa e l’uomo che vi vive, che da sempre hanno permeato gli alpinisti” (dalla Introduzione ad Alpinismo per gioco, 1987), allora è a noi che andiamo su queste falesie e per questi sentieri che spettano la difesa indomita, la conoscenza ed il rispetto del territorio; ad altri l’appropriazione arrogante, violenta e indebita.

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