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Posts Tagged ‘successo’

Due righe, o poco più, per meglio spiegare il proposito e lo scontento dello scrivere quale alternativa sovversiva consapevolmente fallimentare – come amare a vuoto, come fra mille grida sussurrare – alla fuga isterica e divertita dall’incubo esistenziale.

Seguono alcune robe mie; per l’occhialuto Bill vorrete cortesemente pazientare fino in fondo.

Autonomia poetica

Il riconoscimento
me lo darò da solo

La strada per il successo

Se a giudicarmi fosse il pubblico, non avrò fans.
Se a giudicarmi fossi io, non mi dò chances.

Vana testimonianza

Non aspetterò di morire
per avere il vostro plauso

Qualunque artista non riconosciuto tale
s’inchina comunque rispettoso al proprio pubblico immaginario

Indisposizione volontaria

Il termine artista m’indispone:
voglio un altro cognome.

Sulla poesia al tempo di internet c’è da riflettere. Qualcuno lo ha già fatto, ed assai bene:

“Questa è un’epoca che ha deciso di rinunciare alla poesia per il semplice motivo che la poesia è il più grande nemico del binomio produzione-consumo in cui abbiamo calato ogni esistenza, compresa quella del pianeta. La poesia è un tentativo d’intensità e come tale è un tentativo losco in un momento in cui la vita somiglia sempre più ai farmaci omeopatici: sostanza diluita fino all’inesistenza.” (Franco Arminio, da Il primo amore)

Se la vita è vuota come un farmaco omeopatico e l’arrampicata “uno Xanax”, “una droga che serve per placare il dolore e il disagio della civiltà” (Jolly Lamberti, da Aumentare il rendimento) e quindi della vita stessa, come alternative per una sopravvivenza dignitosa non restano altro che l’amplesso liberatorio – droga naturale e contropotere idealizzata da Orwell in 1984 (“«Quando fai all’amore, spendi energia; e dopo ti senti felice e non te ne frega più di niente. Loro non possono tollerare che ci si senta in questo modo.»”) – e la scappatoia della poesia, orgasmico “tentativo d’intensità” che per di più non passa, ma resta nero su bianco o nella testa.
Al tempo in cui pensavo di partecipare anch’io umilmente a questo “tentativo losco”, non avrei potuto non tenere conto che dalla medesima riflessione scaturissero determinati problemi:

“La circolazione delle poesie in rete o via Mail in realtà è molto pericolosa. Uno ha la sensazione di raggiungere più velocemente gli altri, di emozionarli col proprio dolore e invece non succede niente. Giusto uno sguardo ai tuoi testi e via, perché tutti sono impegnati a mostrare i loro.
La poesia al tempo dell’autismo corale è destinata a circolare senza suscitare domande. (…) L’autismo corale è il colpo di grazia alla poesia.”

Il libero esibizionismo in versi lanciato nella rete ha un’ulteriore controindicazione, ovvero che “nessuno più legge. O, più precisamente, nessuno è più in grado di leggere” (Andrea Cortellessa, da Doppiozero).
Senza considerare che c’è qualcosa di perverso, di sbagliato nel “piacere che si prova a condividere tutto di sé” con moltitudini di sconosciuti. Vengo letto, quindi sono (capito)? “Viviamo in una società-confessionale che ha promosso l’auto esposizione al rango di prova prima e più facilmente disponibile dell’esistenza sociale”, sostiene Bauman. Ma, nell’espormi, oltre a rendermi più facilmente sorvegliabile, almeno agli altri comunico qualcosa? Preferiamo buttarla in gossip ed in caciara sotto l’occhio indiscreto del Potere, o vogliamo riaffermare – con John Fitzgerald Kennedy – che “Quando il potere corrompe, la poesia purifica”?
Avevo dunque timori forti di gettarmi in una sorta di iperdemocratico calderone, sfogatoio informatico per PC (Personali Congetture), mostra frettolosa di residui di WC. Ma è pur vero che senz’apparire, oggi, non si esiste neppure. E che la tela del ragno è splendida dopo la pioggia, addobbata come la si ritrova di graziose goccioline. Così vedo la rete, non perchè ami i temporali (sono anzi meteoropatico), ma per una ormai certificata adorazione per la casualità, anche digitale, che incrocia i destini elevando allo status di fortuna ogni fulminea, formidabile coincidenza.

Poesia alla Poesia

Poesia,
sei un campo elettrico,
magico–come lo spazio
fra le braccia protese di un sonnambulo!

(Bill Knott, tratta da PoemHunter. Traduzione mia)

Ho scoperto diversi anni fa l’americano Bill Knott grazie ad una impolverata raccolta di poesie intitolata Giovani poeti americani (Einaudi, 1973). L’ho fin da subito adorato. Ci ha provato prima di me col web e gli è andata storta; almeno secondo lui. Io ci ho guadagnato invece un modello da seguire, tradurre, diffondere e far apprezzare; già cantato da Richard Hell, celebre idolo punk (Television, Heartbreakers), e poi trasformatosi in pittore, Knott è stato un outsider della poesia, “lirico ma politico, allo stesso tempo tragico e comico”, complicato e tortuoso o ermeticamente suggestivo, adorabile.
Pur essendo di vanità egli stesso reo confesso, ha scritto lapidario questo ribelle in rime purificatrici: “Escludendo me stesso; escludendo me stesso, crescerò.”
Di seguito riporto (con traduzione mia, che credo purtroppo inadeguata) due suoi interventi tra il serio ed il faceto riguardo all’argomento qui considerato.
Se è vero che “Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese”, Knott l’aveva già esplicato, chiarito ed esteso senza mostrar stupore e decretando che “Tutte le società esistono per un solo scopo: uccidere i poeti”.

“Ho aperto il mio blog per la vanità di pubblicare le mie poesie, e per offrire file scaricabili di libri vanitosi, che fino ad ora avevo stampato e distribuito io stesso. Ma sono stanco dei costi da sostenere per farlo.
Niente che abbia a che fare con l’ipocrisia o l’establishment della poesia…
Il mio fallimento come poeta è solo mio, non dò la colpa a nessun altro.”
(da Memorious)

Bill Knott su poesia e fallimento

Masochisti, depressi maniacali, suicidi, tutti i poeti sono nevrotici della pulsione di morte, perdenti e falliti che abbracciano la miseria del loro miserabile lavoro, che sguazzano nella sua aura servile di diminuzione e di squallore – la sua pratica meschina.

Ma fra i poeti, quei tristi pasticcioni sconfitti e codardi abituati a mordere dietro l’angolo attratti da vili Virgilio nell’abisso dei versi, pochi fortunati riescono ad occupare i più alti cieli, i suoi gironi più elevati –

Persino fra i dannati ci sono divisioni…ci sono anche (ed è quasi incredibile che possano esistere) alcuni poeti che vogliono avere successo! Che vogliono che le loro poesie vengano lette! Che provano davvero a scrivere una poesia che sia accessibile e possa raggiungere un pubblico! –

Quali traditori son questi della loro classe – (Cavolo, se non volevano essere dei falliti, perché son diventati poeti?!)

(da HTMLGIANT)

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Ripubblicato da Livellozero, maggio 2012 (sito non più esistente, se non per i vecchi articoli; qui un piccolo ricordo), con tanto di ufficiale pubblica presentazione

“39. Usiamo il termine “attività sostitutiva” per designare un’attività diretta verso un obiettivo artificiale che le persone si prefiggono semplicemente per avere un obiettivo da raggiungere o, lasciateci dire, semplicemente per la soddisfazione che ricavano dall’inseguire un obiettivo. (…)
63. Così sono stati creati dei bisogni artificiali che (…) garantiscono la dipendenza dal processo del potere. (…) L’uomo moderno deve soddisfare il suo bisogno del processo di potere in gran parte attraverso la ricerca di bisogni artificiali creati dalla pubblicità e dall’industria del marketing, e attraverso attività sostitutive. (…)
66. Oggi la gente vive più in virtù di quello che il sistema fa per loro o a loro che per quello che riescono a fare loro stessi. E quel che fanno per loro è fatto sempre di più dentro canali costruiti dal sistema. Le opportunità tendono a essere quelle che il sistema concede, e ad essere sfruttate in accordo con le regole e i regolamenti, e perché vi sia una possibilità di successo devono essere seguite le tecniche prescritte dagli esperti.
67. Così il processo del potere, nella nostra società, è spezzato attraverso una mancanza di scopi reali e una mancanza di autonomia nel seguire gli obiettivi. (…)
84. (…) un’attività sostitutiva è diretta verso un obiettivo artificiale; l’individuo la pratica per l’interesse verso il processo di “conseguimento” che ne ricava, non perché ha bisogno di soddisfare quello scopo specifico. Per esempio non vi è un motivo pratico per costruirsi enormi muscoli, inviare una piccola palla dentro una buca o acquisire una serie completa di francobolli postali. Tuttavia molte persone nella nostra società si dedicano con passione al body-building, al golf o a collezionare francobolli.”

“Non vi è un vero traguardo: la marcia si conclude quando rimane un unico partecipante, ovvero quando tutti gli altri 99 sono stati eliminati.
Al vincitore viene assegnato tutto ciò che desidera per il resto della sua vita. Questo premio a prima vista potrebbe sembrare il vero motivo che spinge ogni anno 100 ragazzi a rischiare la vita, ma è solo il pretesto che serve a giustificare nella mente di ogni giovanissimo partecipante un disagio interiore, una mancanza di scopi reali nella vita. La Marcia diventa lo scopo, un obiettivo facile da desiderare, ma una volta in gara tutto si rivelerà per quello che è: una lotta per la vita, per non essere eliminati, la voglia di non essere uccisi sotto gli occhi del pubblico in delirio.”

L’anno passato m’han premiato la presunta abilità da parete assieme ad un alpinista politico di professione, stimato fino a ieri al sei per cento (ed ora in caduta libera senza controllo) in vista del comando o della sua rappresentazione. Rappresentiamo spinte contrarie, su diversi terreni ci spingiamo. Talvolta è capitato di scontrarsi via email, di sfiorarsi per strada, d’adocchiarsi in palestra: è l’inutile bellezza della democrazia moderna, che ogni barlume di conflitto smorza e svilisce, ogni genuina speranza di cambiamento spegne ed umilia; “esasperata”“morbosa” (Ortega y Gasset) è un’eguaglianza conformante che non consideri una questione di qualità, tollerando ogni sprofondamento culturale, costringendo ogni spirito critico alla clandestinità. Sul materassone blu dello scimmiodromo di plastica cade ogni argomentazione, non ogni maschera; e tutti portiam la stessa con la stessa anonima, pallida soddisfazione. Non mi avrete mai, insisto bambinescamente, ma nell’arena già ci sono e procedo a giocare senza crescere. Che sia davvero possibile esserci diversamente, orgogliosamente modesto, diversamente instabile? O che debba infine sperare nell’intervento di Unaclimber, sperando altresì che sia affidabile?
Alla premiazione mi son presentato assieme all’invecchiamento attivo dei miei, ma separato. Fra la diffusa anzianità non v’era traccia d’Unaclimber, come invece avrei auspicato. L’incomprensione intergenerazionale è totale e generalizzata, ma egualmente ci si stringe le mani a tempo indeterminato per darsi un contegno, l’altra mano tenuta in tasca magari per strizzarsi le palle. I più vecchi han tanto salito in gioventù da non riuscire oggi a scendere un gradino. Siete voi due i migliori, han sentenziato dopo le rievocazioni di rito, fra sorrisi orgogliosi o imbarazzati; quello di lui raggiante, il mio un po’ più stranito. Migliore è l’arrampicatore che in faccia a giudici e pubblico fa una risata: voi non sapete di che parlo e di che vivo, ovvero perchè scalo. Come potete giudicarmi, se neppur sapevo d’essere in gara? Prestatemi un testo per farmi celebrare al microfono quel che volete, altrimenti biascicherò un grazie a mamma, a papà pensando quando m’accompagnava per bricchi sconosciuti o dimenticati, comunque mai più da alcuno frequentati, abbandonati al romantico ricordo di pochi ed all’ombra che meritano certe memorie delle quali quasi ci si vergogna, foto da cassetto senza più sogni, chiuso a chiave.
Non so perchè salivo: se fosse l’adrenalina delle vacanze estive, un desiderio infantile d’emulazione, un’energia altrimenti frustrata che avevo da domare (l’amore irrisolto per la panettiera), una sete da lunga camminata da placare, cui la camminata più non sarebbe bastata; o forse la semplice, naturale fiducia nella mano paterna, che sfogliava Montale Eugenio e Montagna Euro – suo lo storico libretto Palestre di arrampicamento genovesi del 1963 – con la medesima devotissima emozione e portava per rocce e per scogli me sperando che un giorno avrei forse io portato lui. Entrambi abbiamo avuto compagni col caschetto da affiancare e giornate con compagne di cordata da immortalare.
Ma son passati decenni e non son più bravo di prima se non ad evitar per quanto posso le più inutili fatiche e ad indignarmi più intensamente per ciò che non va e che mai più m’aspetto di veder andare. Vittorio Pescia del CAI Sezione Ligure, giunto a nobile età, sulla Rivista che mi fotografa scrive adirato “S’i’ fosse foco…” e come Cecco chissà cosa farebbe: smonterebbe monti sfigurati ed alpinisti montati suppongo, invece di distribuire premi a profusione.
Tant’è, mi presto alla carnevalata; come disegnava il mitico cartoonist Jules Feiffer i propri antieroi disponibili e rassegnati dinanzi alla “voce dell’uniformità” (“se noi, che siamo i più equilibrati, non facciamo qualche concessione…”), dagli altri ben poca comprensione potremmo aspettarci: la nostra ci tocca offrire. Sedotti dal processo del potere tutti son pronti a farsi vincitori, dal primo che si vanta all’ultimo che arranca. Ad unire i senza dio è la soddisfazione del proprio io. Ma non è La lunga marcia di Bachman questa: giochiam coi numeri sì, ma al bar dopo l’arrampicata, fra rutti e sonnecchi; non c’è suspence, nè vertigine nè orrore, nè tantomeno disperazione; mancano l’ardore, l’ansia, la solitudine, l’eliminazione, il pathos della lotteria. Eppure, sull’ormai impolverato Punto Rosso vent’anni fa un ironico Andrea Gallo già immaginava inquietanti, crudeli, grottesche “competizioni slegati, magari sopra una vasca con i coccodrilli al ritmo dell’house music”… In Spagna, di recente, con la prima gara in assoluto di deep water ci s’è andati vicino: i tempi son dunque maturi e scanzonati, non resta che imbarbarirli ancora un poco. Resisterei se fossi io L’uomo in fuga? Sopravviverei agli Hunger Games? Scalerei più a lungo, più forte, più in alto per non cedere e morire? In maggior numero sarebbero tifosi e cacciatori, solo e al proprio destino abbandonato il climber-giustiziere nemico dello Stato.

Il numero è estratto, ma ad assistere non ci sono più persone. Lo speaker tace. La gara s’è conclusa all’improvviso, a striature rosso sangue il colore delle prese del blocco di finale. Lo schianto è avvenuto alla sede della Federazione. E’ il richiamo tentatore di Unaclimber che t’assale.

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