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Posts Tagged ‘scalatori’

rivolta quotidianaL’attesissima posizione del sottoscritto sulle ultime distrazioni elettorali: di traverso.

“(…) il pragmatismo, anche di sinistra, si rivela sempre più inefficace nella sua adorazione del “reale”. (…) l’utopia, al centro della politica, diventa ogni giorno più necessaria.” (Serge Quadruppani – Un dettaglio francese, da Il cinema, il Maggio e l’utopia)

Impegnato come sono con trazioni e piegamenti, rischiavo di perdermi l’ennesimo gioco delle parti dei dominati e dei dominanti, uniti nella lotta comune a ladri di pattume ed ambulanti.
Mossa da mezz’uomini e quaquaraquà, ha dunque vinto la propaganda contro zingari, lavavetri, centri sociali e vù cumprà – minestrone dell’intolleranza alla genovese -, origini evidenti di tutti i peggiori mali del paese; mentre per combatterli è stata democraticamente scelta da una minoranza d’umanità in disfacimento un’ammucchiata di furfanti dalla faccia perbene, impegnati a tempo pieno a sfottere chi è costretto a modo proprio a lavorare, e sospettati d’andarsene ai monti e al mare con denaro che non gli appartiene. Sembra infatti che certi privilegi a qualcuno piaccia prenderseli – come e più di quanto occupanti, questuanti e venditori abusivi fanno coi diritti, ma con la differenza della necessità -, se verranno confermate le accuse che vedono lorsignori leghisti impegnati in scorribande di piacere nei weekend fra Limone, Aosta e Cormaiore: il tutto a spese nostre, ma senza alcun diffuso malcontento nella pubblica opinione, nè speranza che gli sbirri li trattino in caso di arresto come trattano i migranti nel gestirne l’espulsione.
Non sono però un fan di queste battaglie legalitarie à la Travaglio, per cui rinnovo il più efficace invito a giocar d’anticipo e a non votar nessuno mai, che è sempre meglio. Anche per evitare di confondersi coi “cittadini semplici”, poveri ma illusi, e con “l’elettore conservatore” cosciente delle proprie scelte: macchiette che in realtà si sovrappongono, giacchè è quella che rende l’uomo comune estremista da bar ed il fascismo normalità l’illusione più semplice e credibile, e chissenefrega se essa sostiene un sistema mafioso ed aiuta a vivere nell’ignoranza. Per quanto ce la possano raccontare, non è certo il voto a fare la democrazia: i giochi sono fatti già in un’altra stanza. Il paradosso democratico ormai non riesce più a nascondersi, resiste in ogni secondo che ancora sopportiamo la sensazione di star seduti a forza dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti, ahimè, sono occupati – e ci son quelli rimasti in piedi, quelli in cella, e quelli già affogati.
Non è chiaro infine per quale motivo la presunzione d’innocenza si dovrebbe riconoscere ai soli italianissimi politicanti, mentre i migranti possono essere accusati gratuitamente del pericolosissimo reato di diversità: essi “che nulla sanno di democrazia e Civiltà Occidentale”, come sentenzia uno sparlatore di merda di professione, arrivando ad inventarsi il ridicolissimo complotto d’una invasione negra programmata ad arte in quanto utile ai rossi (essi sì in emergenza) a risollevar le proprie sorti elettorali. Il rischio insomma è che un eventuale voto della nuova classe miserabile possa andare ad incidere su quello dei ricchi patrioti: ciò sarebbe veramente intollerabile, saremmo idioti.
D’accordo che alle primarie del Pd hanno fatto votare anche i cinesi, ma penso che solo sui social possano attecchir panzane di simile grandezza…o forse no, visto che il débat public risulta tendere sempre più sostanzialmente alla monnezza, fino al santanchèvole livello del “metteteveli in casa vostra” gridato da indignados-schifados ben attenti per mestiere a rimanere sempre in mostra.

Il livello medio – di cosa? Di tutto, scalata inclusa – si sta abbassando, e mentre c’è chi dalla crisi vien distrutto, chi governa non può che essere contento; lo conferma anche il destino di Pareti, che una volta il giornalaio credeva essere rivista specializzata sull’arredamento: “Sappiate che le vendite si sono impennate quando abbiamo deciso di tagliare i testi e ingigantire le foto”, avverte scoraggiato il direttore, il quale probabilmente sente avanzare il vuoto e immagina lettori mezzi morti. Cacciatori d’emozioni forti, ben altri scenari delle quattro mura di casa noialtri scalatori ricerchiamo; tant’è, saranno anche ampi gli spazi esterni, ma di nuovi scenari col cervello oltre alle quattro tacche, quattro chiodi o quattro tiri in sequenza proprio non ne riusciamo a immaginare. Il mondo è qua, è quello che è ed ormai ci basta. Con la salita in tasca ritorniamo soddisfatti dai nostri altopiani per scoprire con ritardo che lo scettro del Potere giù in città ha cambiato mani.
Poco male, quelle di prima non erano migliori, e a tutte sembra piaccia puntare il dito sulle mani che arrivano da fuori; tanto da elevare il gesto a simbolo di battaglia per la moralità e legalità, in grado di buttar giù, dopo il castello di carte della Regione, anche quello meno solido ancora del Comune. A dimostrazione che sulla pelle degli ultimi si sta giocando una lotta politica ben più bassa, di interessi e riposizionamenti comodi per restare a galla qualunque treno passa. Ma non è piacevole lo stesso sentirsi così estromessi dalle pur perverse logiche sociali, sguardi luminosi e brucianti (G. P. Motti) contro occhi turati, mani nude confuse con altre mani nude, la priorità ipocrita del gioco su quella del bisogno; richiamati soltanto più ai valori o disvalori del degrado e del decoro, e all’ordine del divertimento e del consumo irresponsabili, o quasi, che dan loro: alla movida senza vetro in centro si risponde ai margini col succo di frutta verde periferico, ogni argomento è trasformato in esposizione tragicomica, in paura irrazionale, in spot elettorale. E come se non fossero bastati quelli allestiti per le elezioni, sotto forma di gazebo s’impone il modello di vita comunitaria manicomiale: il negozio oggi ci insegue biecamente anche in falesia, dove l’acquisto è occasione di festa, simpatica agevolazione che nessuno teme. Peccato che poi tocchi comunque a te tirare fuori il portafogli, che la scarpetta provata sia la sinistra o sia la destra: in ogni caso hai da acquistarle assieme.

(photo by Mon Trésor)

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rixi_climberDi leggi sagaci e politici rapaci.

“Divieti di arrampicata per nidificazione sulle falesie liguri. SIAMO ALLA FOLLIA!” (Edoardo Rixi)

Presentarsi in politica da paladino degli scalatori sembra non porti fortuna.
Eppure Edoardo Rixi, già dai suoi riconosciuto coraggioso al limite della follia (“è un folle visionario. Ma un folle da slegare” scrisse di lui Il Giornale, così augurandogli una carriera alpinistica piuttosto breve), ci ha provato; finendo a malincuore coll’esser bidonato.
Peccato, perchè nel vertiginoso esporsi aveva approfittato per ergersi (senza richiesta: valore aggiunto) a nostro ardito difensore, combattendo a mani nude un divieto regionale irragionevole, ai limiti dell’impossibile.
Così, quando pensi d’essere il solo a mescolar confusamente politica ed arrampicata, scopri che c’è chi riesce a fare addirittura un’arte del prepararne una frittata.
Brevissima cronologia d’una commedia degli equivoci italiota tutta verticale: laddove ci s’attacca al nido del fringuello per piazzar cartelli e paletti, e ad abboccare è primo il corvo che chiede al merlo: ohibò, dove li metti?!

21 ottobre 2014
“La polisportiva dell’Outdoor del Finale, in collaborazione con la Provincia di Savona e il WWF, ha verificato sul territorio Finalese la presenza dei cartelli indicanti le aree di divieto arrampicata. I cartelli mancanti sono stati rimessi al fine di indicare in modo chiaro ai rocciatori le pareti sottoposte al divieto. Le zone di divieto di arrampicata sono il frutto di un accordo raggiunto negli anni passati tra ambientalisti e rocciatori al fine di salvaguardare gli ultimi potenziali siti di nidificazione di importanti rapaci rupicoli, come il gufo reale e il falco pellegrino.”

25 novembre 2014
“Ma perchè tanti divieti su attività comunemente praticate in montagna, e diventate motore dello sviluppo turistico in tante zone d’Italia? Pare si tratti di un’imposizione della Regione Liguria con provvedimenti di Valutazione di Impatto Ambientale.”

16 dicembre 2014
“L’Amministrazione Comunale di Triora, in provincia di Imperia, ha emesso ieri una nuova Ordinanza Sindacale n° 95 del 15 dicembre 2014 con la quale si revoca la precedente ordinanza n.° 77/2014 pubblicata a seguito dei pareri del Comitato Tecnico di Valutazione di Impatto Ambientale della Regione Liguria.”

26 marzo 2015
“«Con questa modifica al testo di legge, di concerto anche con le associazioni ambientaliste, verranno individuati i periodi in cui non si potrà arrampicare e quelli in cui la pratica sportiva sarà permessa. Il divieto a prescindere era un paletto assurdo che ostacolava la promozione del nostro territorio sulla pratica degli sport outdoor».”

27 marzo 2015
“«Con l’approvazione di questo emendamento cade l’assurdo vincolo implicito che vietava agli appassionati di arrampicata sportiva di poter praticare questa attività sulle pareti di roccia perché “luoghi di nidificazione di rapaci rupicoli” (…) Penso che l’emendamento approvato oggi sia un atto di buon senso»”

Dall’accordo al concerto in pochi mesi, dunque: un vero prodigio delle note (diplomatiche). Nonché un dotato attore: abituato alle sceneggiate sui ponteggi (leggermente meno audace d’un Alain Robert, e privo della dignità di Luca Abbà), ed abile in particolar modo a recitar la parte della vittima del complotto (“E’ chiaro che tutti i poteri forti si scatenano contro di noi”), il leghistalpinista – sfidando in questo caso gli eccessi ambientalisti – s’è lanciato da spaventosa altezza in nostro aiuto, ed io qui lo ringrazio personalmente. Per la cronaca, però, da libero climber vorrei render noto che rappresentanze politiche ufficiali ad oggi non ne abbiamo, e aggiungo che non si sta male per niente, anzi: in caso di necessità, ce la caviamo benissimo da soli.
Se poi qualsivoglia autorità, ritenendola pericolosa o antisociale, intendesse vietar di nuovo la passione proibita verticale…faccia pure, e provi a presentarsi in parete con le transenne e il metro: si farà male, rizzerà le antenne, e finalmente più nessuno per secondo le andrà dietro.

Molti aspetti dell’arrampicata odierna sarebbero da rivedere, e quasi tutti hanno a che fare con la consapevolezza al tempo stesso individuale e collettiva di tale pratica: con il cosa, il come ed il perchè; anche rispetto a quel che ci circonda. Ma nel paese della legalità presunta e del certo nonsenso si sta invece sempre fermi all’io sì e tu no, al chi può e chi non può, alle ragioni ed alle concessioni dei più vari poteri od organismi semiseri.
Lo shock da divieto assurdo ed improvviso è comprensibile, ma ha tanto a che veder con la follia quanto lo ha la sicurezza del dar sempre la libertà verticale per scontata. Nessuna libertà lo è: bisogna combattere per conquistar la propria, badando di non sconfinare in quella altrui. Peccato che a certuni piaccia intendere la questione come un affare di confini, di filo spinato, di frontiere, di muri e sbarramenti ad evitar brutti rapporti coi vicini.
Laddove non c’è naturalmente rispetto reciproco spunta purtroppo il divieto, e più ottusi degli schiavi d’una passione son soltanto i servi di un sistema di potere che si propone di regolare le passioni per garantirsi l’autoconservazione.
La posizione della Lega Nord sull’argomento qui trattato è peraltro assai parziale, dal momento che il partito difende platealmente la lobby dei cacciatori.
Ora, che pure fra gli arrampicatori abbondino le teste di cazzo è cosa nota, ma piuttosto che rischiar di ritrovarmi a far parte d’una comunità che si fa parare il culo da una banda composta da simili figuri – amanti della caccia indistinta a volatili, zingari, migranti e lavavetri – preferisco mettermi direttamente dalla parte degli uccelli, quelli veri: che vivono in libertà senza doverla comprendere e normare, mentre noi corriamo dietro ai folli, agli allocchi ed all’arrampicata da emendare.
Insomma, se già non ci piaceva la scalata odierna dei furbetti, delegata ad avvocati e giudici…figuriamoci quella regolata dai politici!
Ma poi, Dio lo volesse che qualcuno finalmente mettesse l’arrampicata fuorilegge: allora, col divieto, si vedrebbe chi scala dentro e chi fuori dal gregge.

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Hunter Stockton ThompsonSull’inciviltà dell’arrampicatore del nuovo millennio.
Ancora ho da iniziare a scriver d’emozioni e d’entusiasmi verticali, e già da tempo mi concentro sulla cacca e sulla spazzatura. Sarà anche una bella vita quella del climber, ma è pur sempre una vita dura (e se sei stitico, una discreta fregatura).

“Ognuno deve essere lo spazzino di se stesso. (…) Sin dalla nostra prima infanzia dovremmo avere impressa nelle nostre menti l’idea che siamo tutti spazzini.” (Mahatma Gandhi)

“gli arrampicatori sono cambiati. Non hanno più il rispetto della natura e poco rispetto per il territorio.”

“centuplicano i praticanti, ed aumentano statisticamente i fessi”

“Purtroppo le falesie attirano anche quel pubblico che si porta dietro la città anche in montagna”

“prima eravamo quattro gatti, oggi siamo in tantissimi e non ci rendiamo conto dell’impatto ambientale che abbiamo. In alcuni posti arrivi alla falesia tra le bucce di banana e le cagate all’aria aperta.”

Non passa weekend che non s’abbia da ripulire una falesia: pensavo quasi d’inventarmi una nuova figura professionale.
In due puntate successive alla falesia invernale del Silenzio Alto, i resti (dis)umani abbandonati alla base della parete, e da noi raccolti con ostinata precisione d’ossessionata massaia, puntualmente si son ricreati: là dove mercoledì c’era del nastro per le dita, bianco come il fiocco di neve, oggi giace una cartaccia di caramella o uno scontrino del bar. Là dietro al meraviglioso cespuglio dove pensavi di far pipì, giusto al bordo del sentiero, fa bella mostra di sè una enorme cagata sormontata da un candido fazzolettino. L’altopiano finalese è una riserva di tesori, di testimonianze e di sorprese. M’aspetto più soltanto l’escremento dal valore artistico, pittorescamente piazzato in una delle pozze scavate nel calcare del Ciappo delle Conche, che all’occhio del critico d’arte contemporanea potrebbe trovare ancor più controversa interpretazione, diventando un’astronomica cagata.
Lì di presso, l’Arma dei Buoi finora mi pare sia stata risparmiata da una sottoforma d’umana pietà tipica dell’escursionista, ma è anch’essa struttura a rischio per la rassomiglianza coll’appartato e confortevole w.c.; d’altronde, pur sempre di bestie che cercano riparo si tratta.
Altra valle altro mistero, alla falesia segretamente frequentata di Erli s’era appesa una bottiglia di plastica da riempir delle odiose cicche arancioni e d’altre minuscole schifezze, che poi i climber stessi avrebbero auspicabilmente buttato e sostituito: pareva un grazioso, utopistico inizio di diffusione del buon senso. Debbo dire d’aver veduto in città gente in grado di buttar rumenta nelle aiuole persino col bidone della spazzatura lì di fronte; ma quello è un luogo quasi interamente nonluogo ormai, estensione del centro commerciale, proprietà privata della maleducazione e dell’indifferenza tipiche della società contemporanea. La falesia dovrebbe esser considerata invece luogo sacro, tempio pagano da frequentare a piedi scalzi senza timore di ferirsi con tappi di birra e cocci di bottiglia, come già avviene in spiaggia al calar del sole e dei gabbiani. In falesia dovremmo passare senza lasciar traccia, già inquinando abbastanza con il viaggio necessario per raggiungere i nostri amati dirupi, già abbastanza antropizzati da catenelle e chiodi. Non venga questo recepito come un tentativo di riaccendere polemiche del tipo spit sì/spit no, qui la questione è ben più elementare; e la spiega assai bene il futilista Bill Knott, seppur non credo scali…

Futilista

C’è ancora un solo centimetro–
un millimetro quadrato
sulla faccia del nostro pianeta
sul quale qualche animale
umano od altro
non abbia cagato?

C’è poi da qualche parte almeno un
poro di terreno–
di suolo che non sia mai stato
(non una sola volta nei suoi eoni)
coperto da un qualche
Golgota di sterco?

Se esiste un posto simile,
voglio andarci
e stare lì
in quel luogo
in quel posto, precisamente
e puramente per un istante.

(traduzione mia, da PoemHunter)

Ed invece ci ostiniamo a farci notare, per la gioia del contadino oltre che del prossimo tuo, che così tanto simile a te a questo punto più non si ritiene.
Per via d’una maledetta mania di persecuzione, inizio a pensare che i bastardi forse lo facciano apposta, che sappiano chi sono e conoscano il mio ruolo d’ecologista insostenibile, di uomo timorato. Dev’essere così: cattiveria pura e diretta con precisione all’obiettivo, altrimenti non avrebbe senso; o forse sono io che parlo e scrivo in ostrogoto? Quel che so è che non sono il solo a prenderla sul personale: certi chiodatori son ben più incazzati, tanto da arrivare a schiodar le proprie falesie per l’indignazione; eccesso certamente discutibile, ma significativo. Se la falesia non è da considerarsi proprietà di chi l’attrezza (di quest’argomento forse più in là riparleremo), non è neppure la discarica di chi si prende iperdemocraticamente il diritto di frequentarla senz’accollarsi una benchè minima responsabilità.
Se l’Italia sta diventando il regno dell’arroganza e della stupidità, i colpevoli non van cercati solamente in Parlamento, qualunquismo questo buono per tutte le stagioni. Idealizzare l’“icona anticonformista” di turno, specie post mortem, serve solo a giustificare la nostra comune fallibilità, l’orgogliosa rassegnazione che finisce per omologarci al resto della popolare dementia – altro che “straripante proposta di stile di vita”
Si sarà capito che son contrario alla democraticizzazione spinta di questo sport, che preferivo quando si vagava per sentieri poco battuti col rumore delle foglie secche, in mezzo ai cinghiali e ai cacciatori. Romanticismo, elitarismo o conservatorismo?, condannate pure interpretando come preferite! Il punto è che lo ‘sport per tutti’ corre il rischio della perdita del proprio senso originario, e con esso dei propri valori. L’attività villana che ne deriva è allora una mistificazione di quella originaria, una brutta copia, un’illusione decaduta. Poco romantico è dover pestare merde di climber non seppellite, dover raccogliere rifiuti a sacchettate, nei casi peggiori non poter neppure arrampicare – di solito ai facili, poco interessanti margini della falesia – o non potersi permettere d’oltrepassare il confine fra il sentiero e il bosco; e non penso sia atteggiamento conservatore pretendere che progresso e sviluppo e cambiamenti in genere significhino anche rispetto non di regole od imposizioni, figurarsi!, bensì di un’etica e di una sensibilità che andrebbero aggiornate e diffuse più dell’invito a partecipare all’ennesima festa della birra e della presa colorata. Altrimenti il diritto democratico ad infilarsi un paio di scarpette sottintende la delega ad uno sfigato volontario il quale oltre alle scarpette infila i guanti e con essi i tuoi fazzoletti di merda in un cestino che in falesia non esiste ancora, e personalmente mai vorrei vedere (sebbene, per la verità, la soluzione ironica per cui “chi attrezza le falesie dovrebbe anche metterci un cestino della spazzatura” non sia altro che quella adottata, come si diceva, lassù ad Erli).
La soluzione è autonoma, individuale ed assieme collettiva, dovendosi infine estendere ad atteggiamento dipendente da una consapevolezza generale.
Oppure sarà violenta e spettacolare, à la Climb Fiction.
Dunque, esaminiamo la situazione: normalmente le vostre budella si ritroverebbero sparpagliate per la falesia, ma per caso mi avete trovato in un periodo di transizione, perciò non voglio uccidervi, voglio aiutarvi… Tu levati pure il nastro dalle dita e gettalo nell’erba, se ti fa contento; della bottiglia m’occupo io, e conto fino a cento: ti lascio il tempo di scappare e m’auguro che tu conosca i luoghi, altrimenti del tuo passaggio su questa terra resterà soltanto un doloroso lamento. Ma ci sto provando, ragazzi, ci sto provando, con grande fatica, a diventare il pastore.

***

Alcuni miei umilissimi interventi, gentilmente ospitati:

Iperrealismo falesistico
Idiotismi (Iperrealismo falesistico / 2)
Se la magia di Kalymnos finisse – Cinque domande alla comunità rampicante
If Kalymnos magic was over – Five questions to the climbing community
Nuova falesia a Toirano: il Defecometro
Nuove falesie a Toirano: Defecometro e Belcagare

Schiodature, liberazioni, apparizioni e sparizioni (si accettano delazioni e segnalazioni):

13 giugno 2017
“Ci sarà anche una squadra di volenterosi che provvederà a fare (…) la raccolta dei rifiuti che purtroppo continuano a lordare le falesie a causa della maleducazione e del poco rispetto che purtroppo ancora certi climbers hanno verso il prossimo.”
30 maggio 2017
“Finale, settore: Italsider – Un Domani.
Ennesimo stato di degrado civile che purtroppo si manifesta tramite l’estrema maleducazione insita in molti arrampicatori e fruitori dell’ambiente naturale unico che uno spot come Finale offre a noi umani.
Espletare i propri bisogni fisiologici all’interno di una grotta alla base di belle vie su cui potersi confrontare e su cui corrono inoltre linee boulder (firmate Cristian Core) è un gesto idiota.
Ricordiamoci che gli animali defecano negli angoli… questi ‘uomini’ in mezzo ad un sito di passaggio.”
(dalla pagina Fb Urban Climb Savona)
31 agosto 2015
“Capisco che quando scappa, scappa! Ma se continuiamo a farla lì sotto, dove la pioggia non arriva, questo antro diventerà una vera latrina con residui di bisogni umani, carta igenica e fazzolettini da tutte le parti. Insomma un vero schifo”
7 ottobre 2014
“molto spesso mi capita di portare via della spazzatura dai posti che ho chiodato, o trovare bisogni addirittura sotto alle vie”
3 giugno 2014
“Gli scalatori sono dei maiali”
7 maggio 2014
“Restiamo nel ristretto orticello dell’arrampicata, va! Ce n’è comunque abbastanza per comprendere come un piccolo ‘non sport’, ‘di nicchia’ direbbe Balasso, l’arrampicata, rappresenti con dovizia di particolari ed ampia visuale il declino morale e culturale del vecchio stivale. (…)
Consola sempre meno sbirciare nell’orticello altrui, alle scontate enormità dei tifosi degli sport “nazionali”. A volte anche dei praticanti. (…)
Abbiamo quindi due elementi di assoluta singolarità: la vicinanza alla parete (anche pochi metri) e la mancanza della cacca.
Il cerchio si restringe: chi usa i fazzoletti anche se non deve fare quella grossa? Vedete un po’ voi… (…)
Allora io mi chiedo: perchè così vicino? Esibizionismo? Marcatura del territorio?”

23 novembre 2013
“Non si parla di discariche a cielo aperto, ma certo è che lungo i cammini che portano alle falesie si affastellano rifiuti di vario genere che da anni i volontari rimuovono con azioni dimostrative”
30 ottobre 2013
“eccovi un bel ritrattino di monnezza lasciata abbandonata nei pressi del settore Salto della Strega.”
2 aprile 2013
“Riceviamo (…) una foto che testimonia ancora una volta lo spirito con cui certa gente va a scalare. Alla base del tiro “Il Ramingo” alla Parete Stoppani, una cavità della parete è stata riempita di rifiuti, soprattutto nastri per le dita. (…) Non si conoscono gli autori di questi gesti, sarebbe interessante saperlo… La nostra più sincera speranza è che la smettano una volta per tutte di frequentare le falesie.”
26 marzo 2013
“nel grottino all’estrema destra della cengia trovate una bella raccolta di cacche ricoperte di carta igienica…non è una bella immagine!
Per non essere uguali a quegli stronzi che le hanno fatte, se proprio vi scappa, almeno sotterratela e portatevi a casa la carta.”

26 febbraio 2013
“I’ve noticed this last year that excrements can be found closer and closer to the crag foot.”
9 febbraio 2013
“fin dagli ultimi metri del sentiero che attraversa il prato prima della parete, sono ben evidenti le tracce degli umani, molto meno discreti e ironici di corvi e lucertole: una distesa di fazzoletti usati come carta igienica spicca sullo sfondo dell’Amariana e del Monte Festa.
Su quanto caghino gli scalatori e che livello “on sight” o “rotpunkt” di educazione abbiano, ci siamo già confrontati un anno fa (…). Non è mia intenzione deragliare verso un altro predicozzo morale/ista. Quel che mi sono chiesto ieri, intento nello stesso atto fisiologico, accucciato a poca distanza dalle voci dei miei due compagni di scalata, è stato: “ma non dà esteticamente fastidio la presenza di tutta ‘sta carta sparpagliata?”. Anche l’occhio, non solo il culo, vuole la sua parte!”

30 dicembre 2012
“Segnaliamo che la Falesia del Masone sopra Barzio – Valsassina è inagibile in via definitiva, in quanto i chiodatori stanno smantellando i tiri. (…)
A Masone erano già successi episodi molto spiacevoli, come (…) resti di fuochi (assolutamente vietati) e tanta sporcizia sotto la parete. Poi sono comparsi scavi e migliorie ad appigli e appoggi: si è passati così dalla maleducazione al vero e proprio vandalismo. Non contenti, questi inqualificabili personaggi (che purtroppo sono degli scalatori) hanno pensato bene di disboscare numerose piante (…). E qui siamo al limite del reato.”

24 dicembre 2012
“Una delle più belle falesie del lecchese, di riferimento e frequentazione anche internazionale oggi non esiste più.”
14 dicembre 2012
“proprio in questo periodo, l’accesso a queste pareti è alquanto delicato per le solite ragioni: macchine parcheggiate un po’ ovunque, campeggio selvaggio e spazzatura abbandonata in falesia.”
25 novembre 2012
“Poco dopo la falesia, continuando verso la Grattugia, troviamo un bel “cesso” a cielo aperto, carta igienica ovunque e stronzi a far bella mostra di sè a bordo sentiero.
Possibile che questi “Stronzi” cacatori non abbiano ancora capito che basta portarsi un sacchetto di plastica dove mettere la carta dopo essersi puliti il culo?”

11 novembre 2012
“mi chiedo perchè non si possa cominciare a imitare l’editorialista di Grimper, affrontando direttamente (…) chi in falesia fa gli affaracci suoi, pisciando vicino agli zaini, dipingendo le vie di segni bianchi o decorando la base dei tiri con resti di nastro e cicche.”
13 ottobre 2012
“I always go around collecting garbage but the next week i am at the crag it is more or less the same.”
17 agosto 2012
“Il nostro spirito anarchico e poco incline a farsi imbrigliare ci spinge troppo spesso a ignorare le regole, anche quelle dettate dal buon senso. (…) La sostenibilità del rapporto fra l’homo rampicans e la natura è il fattore chiave per mantenere intatto il fascino dell’arrampicata.” (n.b.: sorvolo sul travisamento dello spirito anarchico eseguito banalmente dall’autrice…)
13 agosto 2012
“Ora lasciamo da parte le performances e lo show business per parlare della cacca dei nostri amici arrampicatori. Un po’ di buon senso, non CAGATE sotto ai blocchi (…), e seppellite la carta igienica! Vi risparmierò le fotografie per questa volta. Per l’odore, basta passare sul luogo.”
5 maggio 2012
“Spesso i cani scorrazzano liberi e gli uomini sono legati. (…) I primi non ti accorgi neppure di dove depositino le loro scorie, mentre i nostri simili le lasciano in bella evidenza, infiocchettate con la carta igienica o sotto forma di cicche, nastro adesivo, magnesio…”
23 aprile 2012
“1) Se siete abituati a vivere in un letamaio, le falesie non lo sono, e perciò vanno lasciate pulite come si trovano.
2) Noi, come locals, chiodatori, ecc, non siamo i vostri schiavetti per quanto riguarda il pulire l’immondizia che lasciate.”

15 marzo 2012
“Carta igienica ovunque, cicche nei buchi della roccia, segni sulle prese, chiodatura di luoghi protetti, chiodatura sconsiderata, maleducazione nei confronti di chi attrezza, etc…”
13 marzo 2012
“Tu sporchi? Non hai rispetto? Te ne freghi di chi ha chiodato? E io smantello…”
13 marzo 2012
“La questione più urgente (…) è quella dell’approccio culturale alle falesie: lo testimoniano la spazzatura alla base di molte pareti, le prese mai spazzolate o, peggio, segnate in modo ossessivo, il chiasso inutile (cellulari compresi), gli itinerari “occupati” per ore e ore.
Senza voler fare il sociologo, non è difficile capire che queste situazioni sono figlie dell’abitudine al consumo più ottuso: pago-pretendo. Solo che qui manca la prima parte, ma a questa gente importa poco. (…) il quadro è desolante. La crescita della frequentazione ha determinato infatti un proporzionale aumento di persone incivili che farebbero meglio a starsene a casa propria.”

7 marzo 2012
La Provincia – Intervista a Delfino Formenti
21 dicembre 2011
“la solita maleducazione di alcuni climber. Questo sta diventando un problema serio.”
14 dicembre 2011
“Non si tratta né di vandalismi né di precauzione per supposti pericoli oggettivi. Semplicemente Delfino Formenti (chiodatore di diverse falesie del Lecchese, tutte a sue spese) ha verificato lo stato di eccessivo degrado, cartacce, mozziconi, rottura dei gradoni da lui costruiti per migliorare la base della falesia.”
11 dicembre 2011
“lo scalatore si distingue anche per questo, per non essere capace di riportare a casa non dico la cacca nei sacchettini che si usano per i cani, ma neppure le cicche o il nastro per le dita (sporco di cacca, mi auguro!).”
9 dicembre 2011
“Sosteniamo Delfino con amicizia e stima, condividendo il malessere che si prova spesso in falesia nel constatare l’assoluta mancanza di educazione e l’arroganza di una minoranza di climbers, che non conoscono purtroppo le più elementari regole di educazione.”
9 dicembre 2011
Delfino Formenti – Segnali di malcontento
30 novembre 2011
“I climbers fanno casino, disturbano e sporcano.”
29 novembre 2011
“Il fatto, sicuramente non “volutamente” vandalico, è stato commesso da arrampicatori che credendo di far bene o di fare non si sa cosa hanno tagliato rami di ulivi e quant’altro. L’episodio in sé rimediabile ha in realtà avuto una conseguenza radicale ma totalmente capibile da parte del padrone, ovvero la CHIUSURA del campo e ovviamente DELLA FALESIA e così l’impossibilità da ora in poi di accedere, PER TUTTI alla bella falesia in questione”
24 settembre 2011
“noi ci portiamo sempre un sacchetto per fazzoletti usati e altra rumenta, possibile che non ci riesca nessun altro?”
4 luglio 2011
“La scorsa settimana sono andato a mettere a posto un po’ di vie in un settore nel quale non ero più andato da un paio di stagioni.
Ho trovato alcuni itinerari con la scarlattina (decine e decine di bolli di magnesite fatti su tutte le prese), un moschettone rubato da un rinvio fisso (penzola solo più la fettuccia attaccata al maillon), bottiglie di plastica per terra, tappi di bottiglie di birra, fazzolettini sparsi ovunque, nastri per le dita buttati dappertutto… Sconsolante.”

5 maggio 2011
“Sembra impossibile e assurdo doverlo rimarcare, ma purtroppo siamo qui a parlarne: alcune falesie stanno diventando una discarica…abbiamo trovato di tutto, per non parlare di assorbenti ed escrementi vari in bella vista. Oltre a farci il mazzo a chiodare le vie, ci dobbiamo portare via borsate di rumenta per senso civico e per pudore…non aggiungiamo altro in attesa di cogliere gli artefici sul fatto.”
23 febbraio 2011
“In questa bellissima falesia invernale molto frequentata, ci sono, sulla destra, i resti di una vecchia costruzione in muratura di sassi, quella che noi chiamiamo casetta, costruita in epoche non recenti sfruttando il tetto naturale offerto dalla falesia. E’ un piccolo luogo sempre asciutto ed all’ombra, indi per cui è altamente improbabile che la pioggia e le intemperie lavino via gli escrementi che alcuni GENI hanno furbescamente depositato lasciando per giunta i fazzolettini imbrattati che hanno usato per ripulire il loro “popò”.
Evitiamo che la cosa si ripeta, sono sicuro che i lettori della presente bacheca siano più astuti dei sopracitati soggetti!! …. ai quali mi auguro, per la loro prossima visita, che li colga una fulminante stitichezza.”

8 ottobre 2010
“portiamo via i nostri rifiuti, le cicche, ecc., e cerchiamo di nascondere il più possibile l’organico che non riusciamo a trattenere (compresi i fazzolettini…magari sotterrando il tutto?)”
2 ottobre 2010
“cari climber i mozziconi delle sigarette portateli via dalla base, lì non passa lo spazzino, in più a venti metri dalla falesia c’è un cestino per l’immondizia.”
28 febbraio 2010
“E’ tanto bello arrampicare, è tanto bello vivere all’aria aperta e in simbiosi con la natura, è così bello che ci vivremmo sempre, tutti i giorni e tutto il giorno, sì, proprio così ma per poter vivere all’aria aperta e in mezzo alla natura che ci ospita bisogna saperci vivere con la natura. Con questa riflessione vorremmo far pensare le persone che tutte le volte che vanno ad arrampicare gettano cicche di sigarette, carte, rifiuti o ancora coloro che accendono fuochi in luoghi privati, mah, magari i proprietari accettano che si vada ad arrampicare, punto, non che si facciano grigliate e sagre della tacchetta, magari che si taglino pure i rami degli alberi per questo. E’ successo a Trombacco, ci scrivono i chiodatori”
12 maggio 2009
“devo purtroppo segnalare che sto notando un netto aumento di pattume in alcune delle falesie più frequentate del lecchese. Non si tratta di un vero e proprio degrado, tuttavia ce n’è a sufficienza per sentire un certo fastidio…. Se divulgare delle belle falesie significa farle frequentare da persone incivili, allora c’è da chiedersi se ne vale la pena.
Alla base di Erna Sorprese, Lariosauro, Campelli e Galbiate (solo per citarne alcune) mi è capitato di fare una discreta raccolta di: cerotti per bendare le dita, fazzoletti di carta da naso (ed altro), cartacce varie e assortite, un telo (…), cicche di sigaretta…
Delfino Formenti a sua volta ci segnala che alla base della Discoteca, la sua ultima fatica in zona Orsa Maggiore al Lago, la situazione è ancora peggiore, probabilmente a causa della smodata frequentazione che sta subendo questa falesia. Qui sono state rinvenute anche calze (spaiate), un tappetino, pannolini (!), più tutto quanto catalogato sopra.
Non vale la pena di cavarne una morale, visto che si sta parlando dell’ABC della civile convivenza, però la cosa rimane assolutamente spiacevole. Se consideriamo anche che siamo più o meno ad inizio stagione, chissà cosa ci toccherà calpestare il prossimo autunno.
Non si può che segnalare la cosa, stimolando tutti (me compreso) a vigilare e, perchè no, a dotarsi di sacchetto per ramazzare la monnezza che incontriamo.”

2 agosto 2007
“Voci di corridoio davano il proprietario stanco di raccogliere la merda fatta sotto i suoi olivi.”
19 giugno 2007
“Non dico di portare a casa la carta igienica, ma seppellirla! Il nastro poi come è arrivato da casa, così ci può tornare… (…)
Arrampicatori, almeno voi svegliatevi, se pensate di amare la natura cercate di rispettarla e se così non fosse domandatevi perché scalate.”

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“Personalmente prima guardo al valore dell’uomo, poi viene quello dell’alpinista.”

“Poi ci sono quelli che tentano, tentano di scalare il muro. (…)
Maledizione, c’è un altro muro!
Eh già, c’è un altro muro, certo. Diverso da quello di prima ma c’è un altro muro da abbattere. E poi ci sono i muri dentro, i muri fuori, muri dappertutto, tanti, tanti muri da abbattere…”

Guardare l’orizzonte oltre la falesia e mettere scalate e scalatori a confronto. Non solo fra di loro e per gioco, ma con se stessi e con il mondo circostante, per cambiarlo; in particolare quando è stato circoscritto, delimitato, occluso, riempito d’odio e recintato. Ci stanno muri o reti dappertutto: dalla insanguinata terra di Palestina ai territori occupati militarmente della Val di Susa. E ci sta gente che li assedia, li circonda, li sfida. Salire il muro, mani sul cemento, sfidando l’oppressione, diventa allora metafora della fuga dalla gabbia in cui ci siamo ritrovati: qualcosa di più d’uno street boulder che bene può far solo agli sponsor e forse all’animo impoverito di qualche presunto ‘alternativo’ wannabe.
Per carità, voglio loro bene, e il bene comune voglio. D’estate dopo la pietra trazionavamo sui balconi, e usava più il tout le monde… che il gioco della bottiglia. Solo, non m’attira più un certo anticonformismo esibizionista, la stravaganza trendy che rende questa incontrollabile passione misurata stramberia, sghiribizzo, ciuffo fuori posto, piercing da ostentare.
Non appena, superata l’involontaria goffaggine delle evoluzioni con lo skate, iniziai a sentire dentro di me la voglia e la paura d’arrampicare e solo potevo sognare le rocce dolomitiche che m’avevano cresciuto fra storie di reticolati, m’attaccavo io per primo dappertutto: dagli scogli sospesi sull’acqua ai muretti a secco. E’ il fondo di verità nascosto sotto ad ogni garetta street: non sport di strada da fighetti modaioli è lo scalare, quello è puro disperato inarrestabile desiderio. Non ho la materia? Me la invento, la ricavo: adattando il corpo alla realtà metropolitana, ed essa allo scopo. Di lì a poco sarebbero arrivati anche per me il mitico muro genovese di Puntavagno (storica la foto in tuta rossa col Micheli, impegnati dopo scuola a bloccar duro su sfondo marchiato “Autonomia operaia”), quello più elitario di Quarto, gli spit marci e la scogliera viscida dei Cica, e con essi l’arte tutta anni ’80 di produrre artificialmente fantasie gestuali urbane vista mare, ravvivate da tossici, pedofili, granchi e bolli colorati; e ancora, il monolito piantato sulla spiaggetta di Quinto ed altri chiodi corrosi ancora su quella più distante di Vesima, attaccati ad un piccolo ma enigmatico tetto Berhault.
Di cool c’era poco o niente, fra l’imbarazzo avvertito o provocato; ma era e resta tutto sommato divertente godersi certe scene di stupore incuriosito da parte di bagnanti, passanti, cittadini medi perbene. Era però all’epoca una diversità genuina, priva di marchio registrato.
Quando, ad esempio, da bambino cercavo di stare aggrappato al muraglione del giardino sotto casa, un signore un giorno mi chiese – non saprei con quanta ironia – se fossi intenzionato a salire per rubare. Avrei dovuto rispondergli di sì: salire per rubare alla monotonia d’una esistenza anonima e annoiata la possibilità d’una visione nuova, forse ancora sfocata a quell’epoca, ma percepita ardente come fuoco. Aggrappato ad un sogno avrei voluto scavalcare le imposizioni d’una società che i sogni sopprime reprimendo le esigenze di chi a qualcos’altro, oltre ad un dignitoso sopravvivere, ambirebbe. Di più: costringe le ambizioni e livella le libertà individuando un obiettivo comune per tutti, tant’è che denari e ricchezze da bimbo, preso per zingaro furtivo, incollato a quel muretto avrei cercato! Credo mi colse allora la vergogna, nell’incapacità d’una valida spiegazione razionale; ma appena il signore se ne fu andato, ricominciai un gioco che in segretezza tornava lecito, e della cui irregolarità mi compiacevo. Non avendo in realtà nessuna meta: era già naturalmente chiaro a quel tempo il concetto dell’arrampicarsi per l’arrampicarsi, a sostegno dell’istinto leggiucchiavo la rubrica Cronaca della libera di Manolo. Così ripresi sulle dita la mia personale traversata, intuendo forse già allora di volere ingenuamente trasformare un pezzetto d’esistenza da una strada che oggi han chiuso con sbarra, in nome della proprietà privata, per far stare quel signore più sicuro.

Blocchi, confini, legàmi:
“lo Street Boulder è finalmente un marchio registrato (r)”
“Ali, durante la sua scalata del muro della vergogna”
“David Rizzi e Dario Franchetti, due cooperanti italiani con la passione per l’arrampicata che si sono incontrati in Palestina e hanno deciso di scalare questo assurdo muro”
“La “cultura” dei muri è all’apice della sua storia…”
“La costruzione di un muro è sempre la più grande delle sconfitte.”

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“Adesso stacco che sta salendo un rocciatore, devo attrezzarmi per difendermi”

“esemplare è l’immagine di quei poliziotti-scalatori che alla baita di Clarea, armati di corde scalano, implacabili, il traliccio indifferenti al rischio e alle parole di Luca Abbà, finché la tragedia non si compie.”

“un inseguimento assurdo, condotto da un rambo da strapazzo”

“tutti si dovranno rendere conto che la montagna non è una risorsa infinita.”

“C’è qualcosa di peggio dell’avere un’anima perversa: è avere un’anima di tutti i giorni.” (Charles Péguy)

“in me il patto civile con lo Stato sta andando in frantumi (…) Con molta amarezza rifletto dunque se sia utile impegnarsi per la difesa dei beni comuni o se sia meglio spendere la propria esistenza in occupazioni più divertenti.”

“L’importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile può diventare possibile. (…) Non credo che essere riusciti a condurre una azione come la nostra sia una vittoria definitiva. L’importante è un’altra cosa, è sapere ciò che si può fare. E’ quello che ho già detto mille volte: noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo vincere. E’ il potere che vince sempre; noi possiamo al massimo convincere. Nel momento in cui convinciamo, noi vinciamo, cioè determiniamo una situazione di trasformazione difficile da recuperare.” (Franco Basaglia)

Io non sono un rocciatore. Desidero prendere le distanze dalla categoria.
Se arrampicare consistesse nel solo arrampicare, più non arrampicherei.
Io arrampico per muovermi, per stare bene, e intanto per smuovere qualcosa, anche se può far stare male.
A salvar me stesso salgo.
La roccia mi è d’aiuto dopo esser stata a lungo ossessione, l’abitudine facilitazione tecnica e assieme, talvolta, intralcio motivazionale. Ma ogni sforzo o rinuncia, progetto o scelta si fa proprio per difender dagli attacchi interni ed esterni la passione.
Io non arrampico per difendere nessun Potere, nessuna cricca, nessun affare: difendo questa scelta, se ancora mi è permesso. Altrimenti, lo farò lo stesso.
Io non son pagato per arrampicare. Ho la possibilità di scegliere di non farlo.
Se la rinuncia ha un valore pieno di dignità in alpinismo, non vedo perchè non possa godere di questa possibilità la sua figliola prediletta.
Non sarà una giornata di sole, che un tempo appannando il vetro della finestra avrei detto perduta, ad affossarmi tecnica e motivazione; anche se è vero che alle volte, ancora dopo vent’anni, al primo tiro dopo qualche settimana appena di stop ci si riscopre principianti, neppure troppo portati.

C’era un vento di primavera sabato a far danzare le bandiere: diffondeva una rabbia ragionevole, piuttosto che dogmi di Stato o retorica arrangiata.
La valle ci dà confidenza e si fa bella per l’accoglienza, una sfilata di montagne la protegge ed incorona.
C’erano pure in Val di Susa rocciatori aggrappati alla pietra calda: li abbiamo visti sculettare da lontano, nel salire nostro contemporaneo al loro. Per una volta non sono riuscito ad invidiarli; poichè ce n’erano altrettanti, e anche di più, a camminare sul nero asfalto sventolando bandiere bianche di guerra, sfoggiando qualcuno timide magliette ammiccanti all’arte di scivolare verso l’alto. A dire: sono qui, ed anche sono altro. A scegliere di non essere uno scalatore come tanti altri, di non essere un arrampicatore di tutti i giorni, con un’anima e un cervello di tutti i giorni. A preferire al comfort del senso di appartenenza animalesco un’idealistica partigianeria. A rendere il salire un’esperienza più complessa, più completa: una metafora esistenziale che travalichi il puro ludico piacere dello sgambettare per racimolare fama e punteggi od intime soddisfazioni; uno spostamento fisico che si esprima in un passaggio tecnico ardito eppure comprensibile, provocando tutt’assieme uno spostamento d’opinioni.

Mi giunge eppure alle orecchie l’indignato, schifiltoso borbottio dell’omuncolo medio italiota, quello che gli fa orrore il blocco che sia book o black, quello che invece d’alzare i piedi blocca sempre basso: furbo sempre lui, bravo ad obbedire sorridere tollerare; scemo sempre l’altro, chi glielo fa fare? Chi te lo fa fare a te di vivere una vita da pregiudicante nato, sempre puntando in basso, votando ed assolvendo lassù sempre un nuovo pregiudicato? Commenta tronfio a suon di cazzate la notizia in prima od il tuo gossip preferito quando sul trespolo bevi al bar o comodo siedi dal barbiere, stabilendo il bene in base al male che ancora non sei riuscito a (far) fare…ma se il barista o il barbiere sono io, attento alla gola.

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