Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘scalatore’

Che cosa significa, anche nel nostro piccolo, green economy? E’ presto detto: “la caca en el monte”.

Il supertop climber Dani Andrada, accucciato con paletta, ripone diligentemente nella vaschetta il proprio miglior prodotto. Chi se l’aspetta che uno scalatore da 8 possa esprimersi tanto bene anche in tale frangente!

Tutti a fare i complimenti per la buona idea ed il bell’esempio…e nessuno che s’accorga che si tratta di pubblicità. Pubblicità-progresso forse – eticamente corretta, certo -, ma pur sempre pubblicità.
Dal circuito di produzione e consumo non si esce: viviamo per mangiare, scalare e defecare, per produrre e consumare; senza mai ragionare con la nostra testa, ma obbedienti a ogni dettame: educati a sprecare, a vendere e a comprare.

Eppure, se vuoi vivere verde senza disseminare merde ed insozzare le falesie coi tuoi maledetti fazzoletti, puoi farcela senza spendere una lira, ad esempio recuperando i sacchetti compostabili dal fruttarolo od al supermercato. Potrai così riportare comodamente a casa il tuo, ed assieme la sporcizia altrui, se necessario. Non è difficile nè pensarci nè riuscirci, tant’è resta impegno snob riservato a pochi eletti (o matti), situazione questa che non saranno l’ennesimo prodotto rivoluzionario nè il suo testimonial d’eccezione a far mutare; specialmente valutando che il secondo sport preferito dai climber sembra continuare ad essere il lancio furtivo nel bosco del cerotto appallottolato, e perciò certificando che di rivoluzionario nel marketing nulla c’è mai stato, se non l’intento di fregare.
Coscienza ecologica? Genio imprenditoriale? Di sicuro qui c’è solo l’intenzione di guadagnar due spiccioli dal nostro sforzo, perfino nello spingerci a cagare.

Annunci

Read Full Post »

belpaesedimerdaChissà se anche quest’anno farà cagare come il precedente.

“When I get mad and I get pissed / I grab my pen and I write out a list / of all you assholes who won’t be missed: / you’ve made my shitlist” (L7 – Shitlist)

Non credo che vi sia sfuggita, cari lettori, l’attenzione che ripongo al momento più caro a tutti gli arrampicatori: quello dell’evacuazione.
C’è una bella e stimolante differenza tra il farla comodamente a casa, meno comodamente al bar, oppure in mezzo alla natura; ma sui gusti individuali non discuto. Ciò che mai m’è piaciuto è – credo sia ormai noto – la cocciutaggine con cui lo sforzo si va a fare a pochi metri da dove si scala, se non proprio sotto. Me ne fotto se hai l’urgenza: te ne devi andare più lontano, laddove la vista non mi sia sgradita ed il puzzo non pregiudichi l’aria, l’atmosfera, l’aderenza. Ed invece ho sempre più spesso visto sceglier quale cesso il limite estremo della parete, là proprio sotto la partenza della via più facile e meno interessante. Qualche esempio: al Cineplex albenghese ci s’accuccia sotto ai quinti gradi posti all’estrema destra; a La Bruza (Vallée de la Clarée, Briançonnais) qualcuno s’è accovacciato alla base del 5c prima via da sinistra (Mattéo); alla Pietra di Bismantova l’han fatta grossa ben nascosti nel cunicolo da cui partiva il mio 6b (Vampirello). Ma se in quest’ultimo caso si può pensar sia stato un passeggiatore domenicale, negli altri son di certo scalatori che forse quei gradi li han già fatti o non li considerano neppure, e ciò la dice lunga in proposito alla loro intelligenza, cultura, disposizione verso il prossimo e senso etico-morale.
Il climber, al netto delle nostre idealizzazioni, non è in realtà che un animale schiavo delle proprie più basse pulsioni, che tira e spinge mettendoci lo stesso impegno e solo raramente utilizza la facoltà che più lo aiuterebbe nella scelta dell’appiglio da stringere e del cacatoio da utilizzare.

Mi adopererò dunque personalmente per stanare i cacatori seriali più evidenti, quelli da azione fraudolenta, da gogna pubblica, da (e)missione sotto copertura. Stilerò una lista, una scorecard, una shitlist nella quale ben presto vi ritroverete, e rimpiangerete di non aver fatto colazione a casa, vi tornerà in mente il cappuccino maledetto che entrò in rotta di collisione con la spremuta ordinata fuori stagione causandovi il danno e spingendovi in posizione: meglio, fra le prime posizioni.

Sulla pila di pietre posta a copertura del misfatto vorrei spendere ancora qualche parola. Essa si erge imprescindibile nei boschi, appena a lato del sentiero, e come un ometto guida l’esploratore, alla rovescia però: egli non deve seguirne la traccia bensì evitarla, starne alla larga, circumnavigarla. L’ometto di pietre coprimerda è il totem dello scalatore incontinente, un manufatto che in futuro verrà forse studiato per decifrare quale preciso messaggio il climber del 2000 volesse inviare ai posteri suoi simili, ovvero assai probabilmente: sono una merda. Nell’attesa che il ricordo della sua inettitudine verticale si disperda, vogliamo ricordarlo così, con la sepoltura della sua opera migliore. Resta la consapevolezza che dovunque vada l’arrampicatore, là resta innanzitutto il suo fetore.

***

Ulteriori contributi stimola(n)ti:
DOTTOR FIX – CLIMBING JUKE BOX 10 – Storie di M
Calcarea – Se «L’Uomo è ciò che mangia» allora «il Climber….» ?
Liguria Verticale – FINALE – Cengia degli Androidi

Read Full Post »

controcorrente_ExilsL’aria a Masouri s’è fatta quasi irrespirabile. Possibile che l’alternativa all’esilio siam davvero noi?

“Ormai il via vai è continuo giù al porto di Pothia. Da ogni angolo del mondo continuano ad arrivare a Kalymnos le barche cariche di climbers”

“This island, along with the rest of Greece, has been faced with an economic crisis. Thanks to climbers, Kalymnos has stayed afloat (so-to-speak). Many locals have been able to avoid unemployment by catering to the needs of tourists – most of whom are climbers.
This island appears tough from the outside, but once you’re living there its amazingly plush in a number of ways. The warmth of the locals with their cozy accommodations, the delicious restaurants, the snuggly cats around every corner…heck – even the climbing grades are soft.”

“Ma fammi capire… State dicendo che un posto con 60mt di 8a fattibili da qualunque scimmia che fa il 6c plastificato, è un paradiso dell’arrampicata?”

Kalymnos è l’esempio di come la bellezza possa confondere e dividere: da chi la osteggia in quanto parco giochi simbolo malefico del grado facile a chi la usa per poi gettarla volentieri sulla scorecard di 8a.nu. Insomma, ci si va o non ci si va pei gradi; andar per gradi in un percorso di conoscenza, invece, è assai più raro. Ma essendo la bellezza dappertutto non puoi rifuggirla, te la ritrovi davanti in ogni angolo: è, chiaramente, l’apparenza, che la più vera e genuina bellezza in realtà ancora nasconde. “Ooooh!” fa in coro il pullman scollinando a Kamari, ma quel che han davvero visto è ancora niente. Ma la voce si diffonde e continua ad arrivare gente.
Così, leggo ogni volta con piacere dell’ennesima vacanza, ma ravviso che a mancare è, come sempre nelle descrizioni comprensibilmente entusiastiche dell’isola (specie al primo approdo), l’aspetto critico. L’occhio che gode e che descrive rimane quello del turista; ma il climber è davvero solo un villeggiante godereccio, spiaggiato e sciabattante come tutti gli altri? Cosa desidera, e da cosa fugge? Perchè a casa propria riesce a giustificare un omicidio a partir dal fatto che “erano in tre sul motorino”, se poi non vede l’ora di correre in tre sul motorino e senza casco lui per primo una volta sbarcato? Sarà la libertà che più temiamo e più inseguiamo e viceversa, fino a condannarla, o almeno quel più vago e fugace senso di libertà che lì si respira.
Ciò che di più bello resta a Kalymnos però è quel che si sta perdendo: il suo carattere selvaggio, quell’atmosfera indimenticabile che non dipende direttamente dal fatto d’essere ormai diventata l’isola dei climbers.
Benchè sia ancora possibile perdersi qua e là per tracce di capre, infatti, l’arrampicatore medio è oggi in grado di smarrirsi coi piedi ancora fermi sull’asfalto, la guida a prova d’idiota in mano e la parete in fronte al naso; e sul sentimento della scoperta avventurosa d’un mondo altro vince il più confortevole senso di appartenenza alla categoria dei turisti verticali: che piacere, anche qui son tutti come me vestiti uguali! E tutti fanno le stesse identiche cose, tutti scalano negli stessi identici posti, persino il bagno lo fanno nella stessa identica spiaggia, come se non ce ne fossero decine d’altre da scoprire, e le stradine di Masouri nell’ottobre festivaliero sono intasate d’auto e motorini e tanto trafficate da dar difficoltà al passaggio dell’autobus. Quando mai fino ad ora s’era visto qualcuno costretto ad alzarsi dal tavolo per andare a spostar la macchina d’intralcio? Va bene l’hype, ma questo mica è calcio!
Se per chi sull’isola vive di turismo è buona cosa ritrovarsi all’improvviso ben quattro negozi di articoli per l’arrampicare (come ad Arco o a Finale), e per cenare nei ristoranti più in voga è diventato necessario prenotare, l’altra faccia della medaglia è un’abitudine miope al consumo ammantata di valori benefici che sa quasi di moderno colonialismo, simboleggiato se si vuole dal solito logo della North Face sparato nottetempo contro la Grande Grotta, o se preferite dal beach party con DJ venuto apposta da Ibiza. Perchè allora, di ritorno a Bergamo, nel confonderti coi passeggeri provenienti da Eivissa cerchi altezzoso di valutar le differenze fra te e quei fricchettoni?
Del resto, si fa presto a smascherar l’ipocrisia: bastano le parole di Mr.8a.nu Jens Larssen, il quale, nel rallegrarsi dei gradi soft e dell’ulteriore calo del costo della vita, ritiene simpatico l’aiuto che diamo a Kalymnos. Ma se davvero volessimo soccorrere un paese moribondo, tanto per cominciare non ci voleremmo con Ryanair…e anzichè rallegrarci di prezzi bassi e sconti, faremmo in modo che il trade fosse più fair. Ecco perchè quest’elemosina è una scusa utile sostanzialmente a giustificar lo status quo: il nostro benessere e la loro agonia.
Anche se tutti battono fidenti su questo stesso tasto (dimenticando le ore di stra-lavoro, le pensioni azzerate, l’assalto dei grandi supermercati, la scelta di certi hotel d’importare il pescato da fuori, ecc.), aiutare un’economia in crisi divertendoci non implica il superamento della crisi: rischia semmai, sotto sotto, di giustificarla, facendola perdurare col vanto beffardo della carità. Il commerciante greco che serve il turista tedesco lo sa e gli sorride, ma lo vorrebbe morto. Il nostro maggior torto è quello di non volerci accorgere che lo spirito dello scalatore non fu mai quello del turismo mordi e fuggi, paga e pretendi; senza sottovalutare il rischio tipico del drogato d’adattarsi sin troppo facilmente ai peggiori caratteri della dipendenza, facendo eco alle voci critiche ma sceme sui gradi “farlocchi” che ci gonfiano l’ego (tanto i gradi quanto le critiche), ma nulla sapendo delle notizie drammatiche in merito alle barche cariche di disperati che vagando in mare in fuga dalla guerra proprio a Kalymnos sbarcano, attendendo la morte prima e l’arresto poi. Ma che ci frega a noi? Noi siamo climbers, siamo altra cosa. Appunto, e che cosa? Siam burattini buoni a ripeterci in gesti ed in commenti, autocostretti al selfie o ad altri esibizionismi imbarazzanti; io stesso nel passeggiar sull’affollato lungomare inizio a sentirmi muovere a scatti, come guidato dall’alto, eterodiretto, scoordinato: che sia la retsina, oppure come tutti gli altri sto per esser trasformato?!
A darci l’addio a Pothia è una zingarella che tende la mano agli ospiti in partenza. E’ per noi solo un arrivederci, almeno sino al giorno in cui la nostra confusionaria presenza renderà necessario inaugurare il primo semaforo dell’isola, magari all’incrocio fra il bar di Fatolitis e gli studios Kokkinidis; laddove qualche local inizia a farti notare che nel venir da Melitsahas sei “wrong way”. L’incanto si potrà dire allora definitivamente spezzato, e non so per evitarlo che farei.

Chiedo scusa per le ferie vergognosamente serie.

Read Full Post »

“Adesso stacco che sta salendo un rocciatore, devo attrezzarmi per difendermi”

“esemplare è l’immagine di quei poliziotti-scalatori che alla baita di Clarea, armati di corde scalano, implacabili, il traliccio indifferenti al rischio e alle parole di Luca Abbà, finché la tragedia non si compie.”

“un inseguimento assurdo, condotto da un rambo da strapazzo”

“tutti si dovranno rendere conto che la montagna non è una risorsa infinita.”

“C’è qualcosa di peggio dell’avere un’anima perversa: è avere un’anima di tutti i giorni.” (Charles Péguy)

“in me il patto civile con lo Stato sta andando in frantumi (…) Con molta amarezza rifletto dunque se sia utile impegnarsi per la difesa dei beni comuni o se sia meglio spendere la propria esistenza in occupazioni più divertenti.”

“L’importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile può diventare possibile. (…) Non credo che essere riusciti a condurre una azione come la nostra sia una vittoria definitiva. L’importante è un’altra cosa, è sapere ciò che si può fare. E’ quello che ho già detto mille volte: noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo vincere. E’ il potere che vince sempre; noi possiamo al massimo convincere. Nel momento in cui convinciamo, noi vinciamo, cioè determiniamo una situazione di trasformazione difficile da recuperare.” (Franco Basaglia)

Io non sono un rocciatore. Desidero prendere le distanze dalla categoria.
Se arrampicare consistesse nel solo arrampicare, più non arrampicherei.
Io arrampico per muovermi, per stare bene, e intanto per smuovere qualcosa, anche se può far stare male.
A salvar me stesso salgo.
La roccia mi è d’aiuto dopo esser stata a lungo ossessione, l’abitudine facilitazione tecnica e assieme, talvolta, intralcio motivazionale. Ma ogni sforzo o rinuncia, progetto o scelta si fa proprio per difender dagli attacchi interni ed esterni la passione.
Io non arrampico per difendere nessun Potere, nessuna cricca, nessun affare: difendo questa scelta, se ancora mi è permesso. Altrimenti, lo farò lo stesso.
Io non son pagato per arrampicare. Ho la possibilità di scegliere di non farlo.
Se la rinuncia ha un valore pieno di dignità in alpinismo, non vedo perchè non possa godere di questa possibilità la sua figliola prediletta.
Non sarà una giornata di sole, che un tempo appannando il vetro della finestra avrei detto perduta, ad affossarmi tecnica e motivazione; anche se è vero che alle volte, ancora dopo vent’anni, al primo tiro dopo qualche settimana appena di stop ci si riscopre principianti, neppure troppo portati.

C’era un vento di primavera sabato a far danzare le bandiere: diffondeva una rabbia ragionevole, piuttosto che dogmi di Stato o retorica arrangiata.
La valle ci dà confidenza e si fa bella per l’accoglienza, una sfilata di montagne la protegge ed incorona.
C’erano pure in Val di Susa rocciatori aggrappati alla pietra calda: li abbiamo visti sculettare da lontano, nel salire nostro contemporaneo al loro. Per una volta non sono riuscito ad invidiarli; poichè ce n’erano altrettanti, e anche di più, a camminare sul nero asfalto sventolando bandiere bianche di guerra, sfoggiando qualcuno timide magliette ammiccanti all’arte di scivolare verso l’alto. A dire: sono qui, ed anche sono altro. A scegliere di non essere uno scalatore come tanti altri, di non essere un arrampicatore di tutti i giorni, con un’anima e un cervello di tutti i giorni. A preferire al comfort del senso di appartenenza animalesco un’idealistica partigianeria. A rendere il salire un’esperienza più complessa, più completa: una metafora esistenziale che travalichi il puro ludico piacere dello sgambettare per racimolare fama e punteggi od intime soddisfazioni; uno spostamento fisico che si esprima in un passaggio tecnico ardito eppure comprensibile, provocando tutt’assieme uno spostamento d’opinioni.

Mi giunge eppure alle orecchie l’indignato, schifiltoso borbottio dell’omuncolo medio italiota, quello che gli fa orrore il blocco che sia book o black, quello che invece d’alzare i piedi blocca sempre basso: furbo sempre lui, bravo ad obbedire sorridere tollerare; scemo sempre l’altro, chi glielo fa fare? Chi te lo fa fare a te di vivere una vita da pregiudicante nato, sempre puntando in basso, votando ed assolvendo lassù sempre un nuovo pregiudicato? Commenta tronfio a suon di cazzate la notizia in prima od il tuo gossip preferito quando sul trespolo bevi al bar o comodo siedi dal barbiere, stabilendo il bene in base al male che ancora non sei riuscito a (far) fare…ma se il barista o il barbiere sono io, attento alla gola.

Read Full Post »

«Quando piove sui climber piovono pietre.» (proverbio inglese parafrasato, ben sapendo comunque che i climber tanto poveri non sono, se non di spirito e di cultura)

Quanto segue è da considerarsi un annuncio ufficiale.

La situazione sta degenerando: mentre, come baluardi d’un tempo dai più dimenticato o peggio sconosciuto (per forza, se le levi dalle guide…), le vecchie pareti brillano nel cupo oblìo della luce riflessa dai chiodi ivi infissi in epoche dorate d’irrecuperabili passioni ed entusiasmi, le nuove falesie che crollano dalle nostre parti rivelano l’ansia da consumo d’una umanità in misera decadenza, strapiombante sul declino. Al parcheggio ora c’è l’area parcheggio (e a Cornei il cubo di Rubik), domani il parchimetro (o parcometro, che più s’addice al parco giochi), dopodomani il pass che mi escluderà. Ci muoviamo sui sentieri ciondolando rumorosi come vacche, inseguendoci come pecore, scrutandoci come cani; non ci annusiamo, ma leccheremmo volentieri la tipa di quello lì, che fra l’altro lo conosco e non si tiene un cazzo. A lato d’ogni sentiero si colgono bianchi fiori che crescono a sprazzi, spruzzati di colore: un artistico cimitero di materia organica cui manca solo la targa, la firma d’ogni autore… Merda di climber. In falesia gli alberi non crescono più, infastidiscono come i dannati operai a passeggio per l’autostrada, che chissà chi ce li abbandona; un tempo udivi i cinguettii, almeno prima degli spari dei cacciatori, adesso speri che non t’aggrediscano i cinghiali perchè ti riconosci non più ospite, bensì invasore. Piovono talvolta pallini di ricaduta sul nostro egocentrico orgoglio, ma pioverà mai tanto da cancellare il nostro esibizionismo intestinale? Di certo piovono pallini, pietre – onore ai chiodatori, che più d’ognuno di noi rischiano per primi – e ultimamente perfino pitons sul povero climber del duemila. Dal Finalese alla valle di Albenga passando per Toirano è tutto un muover di fittoni, un girare di coglioni, una sfida tra Soloni: ci s’interroga sui motivi e sui rischi, ci si scanna reciprocamente, e spesso a slogan, fra bande di utenti (roba da rievocar Frankie Hi-NRG e la sua Fight Da Faida) sulle responsabilità dei pochi eppur tanti chiodautori, s’abbandonano gli hot spot à la mode dell’anno prima e si raschia il fondo del barile scalando dove di incidenti ancora non s’è mai parlato, ci s’affida ognuno al proprio santo e s’affrontan le pareti col terrore, a braghe larghe e magliettina fashion, ma sentendosi legati a corda di canapa girata in vita coi pantaloni alla zuava. A colpi di martello chiodavamo, a colpi di martello ora si schioda. E’ un ritorno al futuro rovinoso poichè inatteso, un viaggio moderno a ritroso nella storia alla riscoperta d’emozioni superate per sport, per una presunzione di fallibilità: so già che cadrò, perciò metto la rete. Vittorio Arrigoni escluso, non son tempi da eroi. Saran contenti gli ultraortodossi del chiodo da roccia dall’etica pura, che non è un lasciapassare buono dappertutto ma tutto sommato dopo decine d’anni forse tiene. Eliminato a colpi di resina il forse, e talvolta anche il magari, ci accorgiamo tutt’a un tratto di non tenere abbastanza, ma di temere un sacco. Saggiamo con pollice ed indice ogni chiodo come se stessimo a leggere fondi di caffè, per forza poi oltre alla paura un po’ di nervoso ti viene. Il destino ci si mostra ad ogni passo in tutta la sua fatalità, ed esso è infallibile senz’altro, sbagliare non sbaglia mai. La vendetta del chiodo è implacabile e basata sulla legge del contrappasso: lo stress sotto carico che subì oggi viene subìto dallo scalatore sotto forma di stress da chiodo in libera uscita. Ma l’Inferno, signori, può ancora attendere: la falesia rappresenta pur sempre il nostro terrestre Paradiso, non resta che dimostrare a noi stessi d’essercelo meritato.

Per verificare se i fittoni resinati muovano solo in Liguria è stata nominata un’apposita commissione, della quale mi vanto di far parte.
Per voi andremo e cascheremo.

***

Maggiori informazioni sullo stato dell’arte delle falesie liguri…
Liguria Verticale
Linee di Marco Pukli
Arrampicate
Forum Quotazero – RESTYLING FALESIE ALBENGA
Forum Quotazero – Problemi sui resinati
…e non solo:
PlanetMountain – Sicurezza dei fix per l’arrampicata in ambiente marino

Read Full Post »