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Posts Tagged ‘scalate’

pula democraticaLa porta è aperta alle primarie iperdemocratiche: andateli a votare, se riuscite.
Quanto a noi, non è alle banche che facciamo le nostre scalate preferite.
Terremo dunque gli occhi aperti, dopo l’autunno tiepido, sul vertiginoso inverno che ci aspetta piuttosto che il naso tappato in una fetida latrina esposta al ludibrio pubblico d’una politica in vetrina, show senza più interesse nè scaletta.

Insomma, se per voi è o primarie o morte!, buon per voi; ma sappiate che nella Banana Republic anche con quelle hai stessa sorte. Noi che nel weekend senza pudore con l’ultimo passaggio ci giochiamo, come voi non prestiamo attenzione a certe secondarie Cineserie buone giusto per la marcetta, silenziosa e tardiva più dell’estrema unzione. A fronte di tante bassezze accumulate, verso l’alto e più distante del solito sentiamo di dover andare, testimoni d’un rifiuto inteso quale modo più di tutti responsabile di partecipare.
Domenica saremo quindi altrove – magari a Chinatown – in precario ma cocciuto equilibrio sul domani, sperduti fra altipiani e orizzonti veri o immaginari. A chi per scarsa preparazione o fantasia non fosse in grado di seguirci lasciamo qualche suggerimento sul quale ragionare. A chi non fosse d’accordo, tranquilli: abbaio ma non mordo.

“La tragedia del 1 dicembre (…) altro non è che il frutto maturo di un modello neoliberista feroce edificato negli anni dal centrosinistra. (…) Una Renziland già operativa da un trentennio, un incubo ad egemonia Pd nonostante che a Prato il comune sia maggioranza centrodestra. Con assessori che ordinano perquisizioni a negozi di extracomunitari fatte con l’elicottero e gli agenti calati dall’alto. Ma a tanto rigore spettacolarizzato corrisponde la deregolazione totale del territorio: basta che arrivino capitali, che qualcuno venda la propria forza lavoro a costi asiatici e tutto è possibile a Prato. Culla del modello della ‘crescita’ caro ai Renzi, ai Letta nel silenzio-assenso più clamoroso da parte della Cgil.”

“La vergogna della Giunta e della sua maggioranza di centrosinistra è massima. Le dichiarazioni di questi giorni contro i lavoratori e i sindacalisti «irresponsabili», definiti «eversivi» dal PD e addirittura «squadristi» in un’allucinante presa di posizione di SEL, la consigliera della Lista Doria che critica il Prefetto (!?!) per non aver fatto sgomberare l’aula del Consiglio comunale occupata dai lavoratori, tutto ciò certifica la distanza ormai abissale del centrosinistra dalle ragioni e dai bisogni dei lavoratori.”

“Il Partito Democratico è il partito organico al processo europeista centrato sul liberismo mercatista e sul monetarismo quale ideologia dominante. Si è andato trasformando (…) nella struttura di raccordo dell’apparato istituzionale italiano, il partito che esprime la classe politica dello Stato. Pensare anche solo lontanamente di ammiccare elettoralmente a questo pezzo determinante dell’apparato statale è perciò operazione destinata ad alimentare le ragioni della sconfitta storica delle sinistre di classe in questo paese. Non è infatti possibile alcuna convergenza, neanche sui temi elementari quali l’antifascismo, con un apparato che dovrebbe costituire il principale nemico politico per i compagni di ogni latitudine.”

“Poi si ascolta Renzi (basta qualche scampolo) e si può pesare non solo la pochezza del politico, delle sue proposte, ma anche la sciocca vanità dell’uomo. Lui e gli altri suoi finti contendenti politici, in definitiva sono una nuova leva di politicanti sorteggiati allo scopo di gestire esattamente il seguito del presente. E miserabili sono quelli che gli danno retta e si rendono complici di questa mediocrità.”

“Non so come altro definire delle persone che si ostinano, dopo oltre sessant’anni di prese per il culo (dunque: da generazioni), a credere di poter contare qualcosa, d’indirizzare in qualche modo la politica e le sue scelte (ma quali?). Proprio in questi giorni ho avuto altre innumerevoli conferme della confusione dei ruoli tra servitori e servi, tra miserie quotidiane e rivendicazioni di una superiore funzione di questo e quell’altro, della politica e delle istituzioni borghesi. I nostri comportamenti finiscono così per obbedire «naturalmente» alle costanti del dominio economico (…).
È lo stesso pantano in cui si rotola da sempre lo schiavo, dove più in basso non può cadere. Anzi, sì, più in basso si può, andando a votare dei finti candidati che parlano tra loro la stessissima lingua dei padroni.”

“Alla fine, anche la presunta ala sinistra del PD, Ciwati e i ciwawa, ha finito per allinearsi al resto del partito (…).
I ciwawa l’hanno fatto brontolando, mugugnando, trascinando i piedi, ma ovviamente l’hanno fatto, esattamente come Renzi che, da vincitore annunciato delle primarie, ci ha aggiunto la berlusconiana promessa che con lui al comando certe cose non succederanno più. Per adesso però bisogna tapparsi il naso per il bene del paese: su questo il PD è un coro unanime. Quanto durerà questo adesso?
Per sempre.”

(foto tratta da Repubblica)

***

18 dicembre 2013
Di ritorno da Domusnovas aggiungo alcune altre dichiarazioni di vuoto precedenti, con le primarie e coll’arrampicata in verità poco attinenti. Il mio vuoto è più vuoto: ci vivo, ci nuoto, non è mancanza ma presenza materiale, roccia da prendere, acqua in cui tuffarsi, aria da respirare. Il vuoto cui qui s’accenna è invece la colpevole assenza (meglio direi: smaterializzazione) d’un riferimento politico e culturale, che sarei curioso di sapere se gli stessi autori abbiano oggi voluto ancora una volta tentar di colmare (a pagamento, per giunta: come se a pagare – tutto, e caro – non dovesse esser finalmente qualcun altro!). Quel che so è che c’è un particolare, che individuerete facilmente, a collegare questi sfoghi non troppo distanti da noi nel tempo e fra di loro nel concetto.

“Certo che voterò (…). Ebbene io sono stufo, stufo”

“Ho sempre votato. (…) andrò probabilmente a votare, ma non so ancora chi.”

“(…) è con questo spirito che io voterò.”

Ebbene, preferisco forse chi resta in amara, poetica attesa, osservando stupito i ciechi vaganti nel deserto della tanto democratica quanto disumana modernità, come Les Aveugles ripresi nei ’90 in Adrénaline dai Fiori di Baudelaire; perlomeno a me risulta chiaro chi sia meno vedente fra chi supporta e chi sopporta, ragion per cui comprendo e non confondo con sonnambuli o manichini chi capisce d’aver perso dopo aver davvero tutto sopportato, trattenuto da congenita politica scoliosi, fino all’“apoteosi dell’Isola dei Famosi” (Luxuria docet).
Incalzato dal vuoto che avanza ho per fortuna un altro vuoto strapiombante cui aggrapparmi; ho già scelto fra i due quale sia il meno angosciante. E tuttavia la fuga è come sempre inutile, almeno sinchè non resta senza rimpatrio, giacchè non dissimile dalla morte in vita è la vana condizione dell’uomo-massa rampicante: ragionerò su ciò appena potrò, perciò seduta stante.

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“Personalmente prima guardo al valore dell’uomo, poi viene quello dell’alpinista.”

“Poi ci sono quelli che tentano, tentano di scalare il muro. (…)
Maledizione, c’è un altro muro!
Eh già, c’è un altro muro, certo. Diverso da quello di prima ma c’è un altro muro da abbattere. E poi ci sono i muri dentro, i muri fuori, muri dappertutto, tanti, tanti muri da abbattere…”

Guardare l’orizzonte oltre la falesia e mettere scalate e scalatori a confronto. Non solo fra di loro e per gioco, ma con se stessi e con il mondo circostante, per cambiarlo; in particolare quando è stato circoscritto, delimitato, occluso, riempito d’odio e recintato. Ci stanno muri o reti dappertutto: dalla insanguinata terra di Palestina ai territori occupati militarmente della Val di Susa. E ci sta gente che li assedia, li circonda, li sfida. Salire il muro, mani sul cemento, sfidando l’oppressione, diventa allora metafora della fuga dalla gabbia in cui ci siamo ritrovati: qualcosa di più d’uno street boulder che bene può far solo agli sponsor e forse all’animo impoverito di qualche presunto ‘alternativo’ wannabe.
Per carità, voglio loro bene, e il bene comune voglio. D’estate dopo la pietra trazionavamo sui balconi, e usava più il tout le monde… che il gioco della bottiglia. Solo, non m’attira più un certo anticonformismo esibizionista, la stravaganza trendy che rende questa incontrollabile passione misurata stramberia, sghiribizzo, ciuffo fuori posto, piercing da ostentare.
Non appena, superata l’involontaria goffaggine delle evoluzioni con lo skate, iniziai a sentire dentro di me la voglia e la paura d’arrampicare e solo potevo sognare le rocce dolomitiche che m’avevano cresciuto fra storie di reticolati, m’attaccavo io per primo dappertutto: dagli scogli sospesi sull’acqua ai muretti a secco. E’ il fondo di verità nascosto sotto ad ogni garetta street: non sport di strada da fighetti modaioli è lo scalare, quello è puro disperato inarrestabile desiderio. Non ho la materia? Me la invento, la ricavo: adattando il corpo alla realtà metropolitana, ed essa allo scopo. Di lì a poco sarebbero arrivati anche per me il mitico muro genovese di Puntavagno (storica la foto in tuta rossa col Micheli, impegnati dopo scuola a bloccar duro su sfondo marchiato “Autonomia operaia”), quello più elitario di Quarto, gli spit marci e la scogliera viscida dei Cica, e con essi l’arte tutta anni ’80 di produrre artificialmente fantasie gestuali urbane vista mare, ravvivate da tossici, pedofili, granchi e bolli colorati; e ancora, il monolito piantato sulla spiaggetta di Quinto ed altri chiodi corrosi ancora su quella più distante di Vesima, attaccati ad un piccolo ma enigmatico tetto Berhault.
Di cool c’era poco o niente, fra l’imbarazzo avvertito o provocato; ma era e resta tutto sommato divertente godersi certe scene di stupore incuriosito da parte di bagnanti, passanti, cittadini medi perbene. Era però all’epoca una diversità genuina, priva di marchio registrato.
Quando, ad esempio, da bambino cercavo di stare aggrappato al muraglione del giardino sotto casa, un signore un giorno mi chiese – non saprei con quanta ironia – se fossi intenzionato a salire per rubare. Avrei dovuto rispondergli di sì: salire per rubare alla monotonia d’una esistenza anonima e annoiata la possibilità d’una visione nuova, forse ancora sfocata a quell’epoca, ma percepita ardente come fuoco. Aggrappato ad un sogno avrei voluto scavalcare le imposizioni d’una società che i sogni sopprime reprimendo le esigenze di chi a qualcos’altro, oltre ad un dignitoso sopravvivere, ambirebbe. Di più: costringe le ambizioni e livella le libertà individuando un obiettivo comune per tutti, tant’è che denari e ricchezze da bimbo, preso per zingaro furtivo, incollato a quel muretto avrei cercato! Credo mi colse allora la vergogna, nell’incapacità d’una valida spiegazione razionale; ma appena il signore se ne fu andato, ricominciai un gioco che in segretezza tornava lecito, e della cui irregolarità mi compiacevo. Non avendo in realtà nessuna meta: era già naturalmente chiaro a quel tempo il concetto dell’arrampicarsi per l’arrampicarsi, a sostegno dell’istinto leggiucchiavo la rubrica Cronaca della libera di Manolo. Così ripresi sulle dita la mia personale traversata, intuendo forse già allora di volere ingenuamente trasformare un pezzetto d’esistenza da una strada che oggi han chiuso con sbarra, in nome della proprietà privata, per far stare quel signore più sicuro.

Blocchi, confini, legàmi:
“lo Street Boulder è finalmente un marchio registrato (r)”
“Ali, durante la sua scalata del muro della vergogna”
“David Rizzi e Dario Franchetti, due cooperanti italiani con la passione per l’arrampicata che si sono incontrati in Palestina e hanno deciso di scalare questo assurdo muro”
“La “cultura” dei muri è all’apice della sua storia…”
“La costruzione di un muro è sempre la più grande delle sconfitte.”

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