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Posts Tagged ‘rocce’

Per sfuggire ad un autunno ormai palese, vi racconterò di questo lontano e un poco strano, ma soave sabato finalese in compagnia di P – come Paolo, Pippo, Pino o Pinco Pallino. Elogio della cengia più o meno segreta, non più nuova e per alcuni già desueta, con assonnata dedica a chi fa l’arrampicata.
Lo considero un post rinfrescante, seppure sia più o meno sempre la solita minestra riscaldata.

05/08/2017. Agosto genovese. Caldo bestiale. Afa. Si dorme poco e male. Che fare: smettere d’arrampicare? Per carità! Raggiungo l’amico P a Savona la mattina, beccandomi comunque il classico traffico estivo, e si va dove si può andare, senza immaginarsi un gran fresco (che difatti non ci sarà), ma abbandonandosi alla necessità verticale, fra sudori e ghiri, rondini e resting (solo miei, a quanto pare).
La Rocca ospita il suo valoroso valorizzatore e aspetta noi umili giocatori, forse per deridere il nostro sforzo sovrumano; e noi abbiamo saputo aspettare lo scadere del divieto per via degli uccelli, con o senza che vi sian gli uccelli (chi lo sa: io diverse volte in cima uno bello grosso l’ho visto volteggiare), e sempre prendendosela con questi dannati uccelli se non si può scalare mai abbastanza nella parete che da questi benedetti uccelli ha preso il nome. O noi, o loro. Ma perchè?
Ancora non si arriva a chieder l’intervento del giustiziere verticale, ma presto vedrete che dovremo arrenderci all’esistenza di questi moderni, buffoneschi eroi.

La cengia è come un piccolo giardino pensile dove tutto ritorna in equilibrio (o quasi), ma dove qualcuno pensa di poter stare nascosto a farsi gli affaracci suoi. Non è così ed io prima o poi lo scovo questo furbo che continua a srotolare metri di nastro blu… Che sia proprio tu, dedito alla lettura? Cambia colore, è un avvertimento: spero di farti paura.
La cengia è un mondo altro, non ancora altopiano, ma già zona franca dalle bassezze della strada e del suo uomo. Lassù già si sta in alto e si comincia ad avvertire il sogno farsi un po’ realtà, il 6a 6b, il 6c 7a. Poi si confrontano le difficoltà sulla base del racconto orale, del local di turno quel giorno, delle diverse fonti; è un gioco appassionante pure questo. C’è il tiro che è passato dal 7a al 6c, quello che s’è assestato sul 6c+, quello che chi si tiene sgrada su Climbook a 6c.5 mentre gli altri lo gonfiano a 7a.2. Nutro la passione con la ricerca storica, più che con la statistica. Dall’on sight al lavorato al sesto giro c’è un mondo di sensazioni e di esperienze che è difficile da descrivere e da sintetizzare: per questo un grado da solo non ci soddisferà mai, o sarà l’ennesima illusione da archiviare. Lo stesso Ondra dovrà vedere prima o poi qualcuno camminargli sopra l’ultimo 9c proposto o confermato, sempre se non torneremo indietro a scavare ad ogni costo ciò che fu già liberato.
L’amico P fa spallucce sulla difficoltà e mi dice di provare. Lui sa meglio di me che il grado è poco se non nulla, e che come disse Seve “si cade anche sul 6c”: basterà questa consapevolezza a rianimarmi? Al primo stop sul primo chiodo, infatti, mi sento un po’ col fiato corto. La chiodatura, dal canto suo, non è certo lunga; tant’è, c’è chi l’ha definita “poco adatta ai deboli di cuore”. Nuovamente la testa e le ferite spiegan molto, ed è bello ritrovarsi a metà strada fra il patimento e l’entusiasmo, la paura e l’eccitazione una volta raggiunto quasi il chiodo dopo e già distanti da quello precedente: credo si chiami adrenalina e non è il caso di spiegarla, diciamo che si trema e ci si sente semidei, ed invece si è soltanto mezzi uomini piazzati a rana, con la cacca nelle mutande e le gambette tremolanti nel frangente. I rapaci ci osservano e le rondini ci sfrecciano vicino, a ricordarci che questa prima di tutto è casa loro, e del falco pellegrino; ma lo è altrettanto dei buffi roditori che dai buchi gridano la loro sete di vendetta allo straniero che gli entra dal balcone. Con quel bel musino, chissà se ci vedono come noi adocchiamo quegli sciagurati musi neri che ci arrivan col barcone.
Il litorale peraltro da qui resta nascosto, ma lo sguardo dalla cengia spazia egualmente, a nord, verso l’interno silente ed assolato degli ulivi, delle fasce, dei fichi, dei rovi; verso la vita apparentemente stanca e sonnecchiosa, ma in verità operosa delle vallate dell’immediato entroterra, che più del bagnasciuga spiegano dove ti trovi. Il resto è vita altra, d’altri e per oggi non c’interessa. Il nostro riparo è all’ombra del mondo esterno: parliamo con gli animali, strizziamo l’occhio ai volatili, nessuno ci capirebbe.
L’amico P intuisce che son stanco e mi conduce al nuovo vecchio settore, dove si stanno riprendendo antiche chiodature, donando nuova vita ad una piccola parete. La progettualità verticale in queste zone pare quasi infinita, giri l’angolo e scopri nuove possibilità o storie passate da recuperare, gesti da riprodurre. Che tutto questo non sia solo sport continua a essermi chiaro, o forse sono io che uno sportivo non mi sento più da anni, e proprio per poco sono stato atleta. Meglio così, perchè fra questi mostri più o meno sacri non mi troverei, e non concepisco che una passione possa diventare un primo o secondo lavoro, richiedendo la dedizione dell’asceta. Ma in fondo è quello che fa il chiodatore, sacrificandosi volontariamente per noi tutti, che lo ringraziamo solo raramente e assai più spesso lo critichiamo, esprimendoci a bestemmie ed a mannaggia.
C’è davvero poca gente oggi su questa cengia; il caldo ha trattenuto alcuni amici, e anch’io mi andrei a stravaccare in spiaggia. Ma salire fin quassù è liberatorio quasi quanto un tuffo in mare. Parlare, ridere, scherzare qui è possibile in totale libertà, disturbati solo dalle zanzare. I chiodi indicano la strada per raggiungere altezze superiori, delle quali troppo spesso dimostriamo di non esser degni. Allenarsi non basta, questo lo capii già al tempo in cui certi quarantenni con la panzetta mi passeggiavano davanti baldanzosi su gradi che i miei tendini adolescenti non potevan sopportare. Oggi so che per salire fin lassù bisogna innanzitutto saper sognare, secondi solo rispetto al chiodatore. Chissà poi se il suo sogno sia lo stesso mio, e se il nostro sia comune; forse la stessa strada può condurre diversi salitori lungo percorsi e verso mete differenti. Meglio così, che i sogni siano tanti, che ci tengano belli reattivi e svegli e indipendenti, che con tutto quello che ci accade attorno non rimangano a dormire od a sognare solo rocce tutti quanti.

L’amico P all’improvviso mi sveglia, immagino pretenda una sicura: devo essermi appisolato sopra un sasso accogliente, quasi morbido, dalla superficie grigio scura perfettamente piana. La vita appare più affascinante ridestandosi in falesia nel fine settimana.

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chiomonte chiusura permanente“SI AVVISANO TUTTI GLI UTENTI CHE: IL SITO ARCHEOLOGICO UTILIZZATO DAGLI APPASSIONATI DI QUESTA PRATICA SPORTIVA E’ MOMENTANEAMENTE CHIUSO E INACCESSIBILE!
CI SCUSIAMO PER IL DISAGIO.”

“Si sono piazzati lì, senza neppure chiedere il permesso. E intanto tutta l’area della Maddalena sta subendo una devastazione vergognosa.”

“anche con lo sport si prosegue l’assedio e la pressione alle reti”

“A Chiomonte si scala, anzi. Bisogna tornare a scalare per riprendersi i propri spazi.”

Col caldo africano alle porte, sono in pochi a partir dal mare per dirigersi in bassa val di Susa. Ma la valle sa riservar sorprese non da poco, e noi a scoprirle andiamo. Le strade son deserte, perciò si viaggia lenti e bene, e la barriera di Avigliana questa volta la saltiamo, più per via delle guardie che per risparmiar denaro: così risparmiamo almeno del nervoso, ch’esser trattati da delinquenti dai segugi dell’antiterrorismo non è divertente.
Serpeggiando per le statali raggiungiamo Giaglione, Dzalhoun o Jalyon a scelta fra il francoprovenzale o l’arpitano: dalla radice arp – dal preindoeuropeo kar-pe = «sotto le rocce» – e tan = «abitante». E qui son strette di mani e pacche sulle spalle, e birra artigianale od acqua fresca di montagna, e polvere e sudore nonostante la breve camminata. Il percorso è il medesimo della passeggiata notturna; ma stavolta alle reti del cantiere, che nel frattempo si è parecchio esteso, neppure ci fanno arrivare. Chi non ne approfitta per un bagno refrigerante e strafottente nelle pozze avanzate ai jersey prosegue per bei sentieri, costeggiando però qua e là file di omini neri pesantemente bardati e a scudo in mano, che manco puoi ritirarti un attimo tranquillo per pisciare. Noi banda di rozzi climbers preferiamo per un tratto risalire, a mo’ di scorciatoia, una ripida scarpata; scopro così riemergendo dal dirupo la famosa area boulder di Chiomonte, sito valutato “sicuramente il più vario del Piemonte per bellezza e difficoltà dei passaggi”: un luogo magico e ancestrale, nascosto nel bosco in una zona di interesse archeologico che i lavori han depredato o quantomeno occluso. Appena pochi mesi fa qualche appassionato ricordava per l’appunto che “è ancora possibile raggiungere l’area boulder di Chiomonte passando da Giaglione”, magari cercando di strusciar furtivi fra i massi, anche se immagino difficile celarsi dietro agli alberi armati di crash pad.
Forse che gl’invasori non debbano aver nulla da temere dall’avanzar degli arrampicatori?
In tempi lontanissimi, quando ancora mi crogiolavo nella mia bolla spazio-temporale verticale, già ebbi da discutere su questo argomento, nell’occasione di un raduno coraggioso che, mescolando assieme politica e arrampicata, nonostante la facile ironia dello slogan (“Meglio l’alta difficoltà…che l’alta velocità!”), rischiava di risultare ostico per molti e perfino fastidioso per alcuni.
Ma l’innegabile stato delle cose attuale è che “In Valle Susa sinora sono stati abbattuti oltre 5000 alberi, molti secolari”, in uno scempio di cui chiunque potrebbe ed anzi dovrebbe personalmente prendere visione; come ha fatto Cremaschi, finendo per collegamenti col descrivere quell’area chiusa al mondo come una nuova zona rossa, “un altro di quei buchi neri che da Genova in poi ingoiano la nostra democrazia”. Non sono paroloni: è evidente anche ai foresti che questa parte di valle sia stata trasformata nel presunto interesse generale “da verde giardino in un cratere lunare”; e i lavori vanno avanti. Ma noi pure, ed un saggio procedere implica il tornar sui propri passi: così, l’evento coi (pardon, sui) sassi è stato ripetuto un anno fa. Sulla pietra son rimaste ben poche tracce di magnesite, in compenso è nata qualche scritta incazzata od ingiuriosa: poca roba rispetto al danno causato dai rappresentanti dello Stato all’area archeologica della Maddalena, “dove ai tempi della Libera Repubblica No Tav si entrava con le pattine e stando attenti a non rovinare l’erba”, e che ora, post-occupazione, “è diventata un parcheggio per camionette e cingolati: nemmeno i cinghiali si comportano così”, commenta commosso chi si ritrovi a muovercisi attorno, con la curiosa e diffusa sensazione però che in gabbia in verità ci siano loro.
Buffo, oltre che inquietante, è il dover sottolineare come anche in questo caso sia tornato utile il fantastico capro espiatorio del black bloc pur di coprire certe nefandezze. Chi volesse saper qualcosa in più del “più importante sito archeologico e museale del Piemonte” (nonchè “tra i tre più importanti siti neolitici dell’Europa occidentale”, definito dai giornali addirittura come “la Pompei del Nord”), troverà a questo e a quest’altro link interessanti informazioni frammiste a note colme d’amarezza, oltre ad una ricostruzione da sbellicarsi dell’inganno che le istituzioni tentano di piazzare pur d’inventarsi la solita montatura dei cattivi che avrebbero “tirato le pietre della necropoli”, laddove “l’area archeologica non solo è recintata, e quindi inaccessibile, ma è il punto in cui le forze dell’ordine hanno organizzato il loro fortino. Inoltre, è impossibile che un uomo riesca a tirare massi di simili dimensioni”. Seppur con l’uso del condizionale, non è difficile dedurre che “I danni sarebbero quindi stati compiuti proprio dalle forze dell’ordine”. Si attendono smentite più credibili rispetto a quella dell’assessore regionale alla Cultura del PdL, il quale dopo un sopralluogo fra intimi ha dichiarato che la necropoli sta benone, che al massimo i danni li hanno fatti i NoTav, e che anzi essa “è stata ulteriormente protetta (…) nell’attesa che si possa procedere alla valorizzazione e alla promozione turistica del parco (…) grazie al progetto finanziato da Arcus-Mibac per 800 mila euro”. Del destino appunto di tale “pioggia di denaro pubblico”, concesso già nel 2010 al comune di Chiomonte per il rilancio del sito, chiese conto due anni fa qualche rompicoglioni d’archeologo; costretto ora, parrebbe, all’attesa paziente della conclusione dei lavori.
Con lo stesso metodo, i soliti democristiani riciclati mai esausti han provato ad addebitare ai manifestanti violenti il problema del turismo, “l’industria più importante dell’Alta Valle”, che secondo un ex sottosegretario del governo Berlusconi starebbe “perdendo il 30% a causa dell’incertezza per chi vuole raggiungere Bardonecchia e gli altri Comuni della Valle”: ci vuol del coraggio a rilasciare fantasie di questo tipo in merito a gente che ha saputo aprire case e baite per dimostrare l’“Ospitalità NoTav”. Ma la massa perloppiù suppone di saper ascoltare e blatera senza sapere, e così crede pure alle invenzioni: bisogna invece andarci in valle, magari un week end lungo, ad arrampicare, camminare, sentire, vivere, vedere cosa intendano per ‘crescita sostenibile’. Almeno al fine di accorgersi che “L’area intorno al cantiere, dove si trovano alcuni dei ripari sotto roccia più belli, è ancora accessibile sebbene più difficilmente e arrivando da Giaglione. Ma il rischio di essere fermati da qualche militare o poliziotto è costante. Lungo le sponde del torrente Clarea le ruspe scavando hanno divelto alberi secolari e tutto l’ambiente circostante è stato massacrato dal cemento”.

E nel frattempo che cammino turbato fra i vitigni e grappoli di sbirri guardo in su, cercando quasi involontariamente d’individuare la falesia dove poi ci recheremo il giorno dopo. Prima però c’è la cena con gli amici, tanto buona da essere a rischio perquisizione: armi non ne han trovate, speriamo solo che non si siano confiscati i funghi.

Il giorno seguente oltre che dalla calura è afflitto dall’afa, ma nuvole nere sparse minacciose ci convincono a non spostarci nè ad alzarci troppo. Non contenti della visita turistica di ieri, dal campeggio di Venaus saliamo alla frazione Santa Chiara per vedere che anche laggiù sotto le rocce c’è il cantiere.
Siamo infatti di nuovo a un passo dalla Val Clarea, curiosamente placidi ed assieme spiritati. Un cartello a bordo strada nel silenzio di boschi e prati spiega la parete della Gran Rotsa, la storia del canale di Maria Bona“un’opera di archeologia eroica” d’epoca medievale – e le suggestive leggende del precipizio che rende il climber equilibrista anche dopo la discesa.
La struttura, soleggiata ma versatile, ci permette di scalare fra le nubi: una brezza gentile tiene al fresco noi e lontane loro. Esposta e (pure troppo) panoramica, essa propone vie lunghe, tecniche ed eleganti su una roccia dura come il granito, ma con le forme sinuose e morbide del calcare. Alla base ha l’armonioso scorrer d’acqua dello storico acquedotto, il quale costringe ad inventarsi curiosi stratagemmi per partir su certe vie, oltre a garantir la corda bagnata dopo ogni salita. Ma queste piccole difficoltà sono un gioco nel gioco che ci rende affascinante il sito e indimenticabile la giornata. A preoccupare è semmai il pensiero delle piccole grandi opere che s’aggiungono a quella enormemente assurda: come le vasche antincendio delle gallerie SITAF dell’autostrada del Frejus, il cui peso non è minimo dal momento che sinora ha generato problemi di approvvigionamento idrico a Giaglione oltre al rischio assurdo, beffardo d’inquinamento del canale. Nel mio piccolo, faccio umilmente notare alla società della Torino-Bardonecchia che sui suoi cartelli autostradali sono tuttora indicati il museo e l’area archeologica di Chiomonte: si fan beffe del turista loro prima di chiunque altro. E noi, per quanto possiamo, i signori dell’autostrada cerchiam di non pagarli. Se il girovagar per la Valsusa ha comunque poco di ecologico, maggiore è il danno causato da chi dimentica l’esistenza di pezzi di valle sotto attacco alla faccia d’una degna pretesa, quel “buon diritto al suolo” che rivendica per tutti Erri De Luca nello sforzo di diffonder la consapevolezza che “l’avvenire sta nelle mani di chi protegge la propria terra”, a costo di doversele sporcare; anche se una volta, con giudizio sprezzante, lo si sarebbe liquidato fin troppo facilmente con l’acronimo NIMBY.
Che sia dunque un conservatore da cortile l’alpinista che vorrebbe “riportare interesse per un luogo affascinante e perso di vista dal mondo dell’alpinismo moderno, ridestare interesse per un territorio ricco di falesie e vie ferrate nel fondovalle colmo di fascino storico e con possibilità di rivisitazioni alpinistiche in quota”? Tutt’altro: “Non è un ricordo nostalgico del passato ma un indirizzo chiaro per il futuro”. Da dove iniziare? Si potrebbero seguir le indicazioni del ministro: “Iniziamo a scalare la montagna”. Buona idea. Ma il signor Lupi che ne sa di dove sta il Rocciamelone? Dietro l’inciucio fra i partiti nemiciamici c’è il tornaconto comune loro, mica il nostro; e oltre agli slogan e alle frasi fatte c’è solamente l’appiglio culturale fortunoso d’un Jovanotti segnalato dalla figlia e penosamente strumentalizzato per giustificare la solita goffa retorica del fare.
A volte mi chiedo dove sia sparito il popolo della montagna, quella vera, e se ne esista uno. Un popolo minoritario, ma consapevole per esperienza radiosamente eversiva, come un’alba rivelatrice, che essa “ha sempre qualcosa da insegnarci”; un popolo in grado di vedere nelle mani di lorsignori sulla montagna una vera e propria “guerra al territorio”, di cui la Tav è solo un esempio simbolico; un popolo che in tempi di tristi svendite al mercato, tragiche spettacolarizzazioni, strumentalizzazioni politiche e svilimenti identitari, invece di adeguarsi allo stato marcio delle cose, sapesse recuperare l’ambiente ed il senso della propria passione.
A chi suona eccessivo il paragone partigiano oggi un poco abusato spero piacerà, in alternativa, il ruolo volontario di moderni custodi d’un bene materiale e culturale nostro e assieme collettivo. Se è vero che “I contadini di queste valli, anche senza aver mai raggiunto alcuna vetta”, furono “portatori dei medesimi valori, basati sul rispetto della natura e sulla imprescindibile simbiosi tra essa e l’uomo che vi vive, che da sempre hanno permeato gli alpinisti” (dalla Introduzione ad Alpinismo per gioco, 1987), allora è a noi che andiamo su queste falesie e per questi sentieri che spettano la difesa indomita, la conoscenza ed il rispetto del territorio; ad altri l’appropriazione arrogante, violenta e indebita.

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el calabronRipubblicato da Roby Benvenuti, giugno 2011 (vecchio sito non più esistente)

Della vittoria della natura sull’uomo, ma soprattutto sul climber.

“falesia del Cinghiale: recente, non unta, gradi umani, arrampicata varia su roccia stupenda, buchi di tutte le fogge, bel posto e c’eravamo solo noi”

“in diversi luoghi è mancato poco che gl’insetti volanti non mi abbiano consumato in fino alle ossa” (Giacomo Leopardi, Dialogo della Natura e di un Islandese)

Metti un pomeriggio quasi estivo alla Falesia del Cinghiale, per evitar le solite opzioni giungla di Boragni o cengia di Scimarco.
L’anno di scoperta e valorizzazione del sito fu il 2008. L’anno dopo il buon Robi scalò forse per primo Tremula, dichiarando 7b/c, e io posso gridar che c’ero; mi limitai quel giorno a ben altro gradino: Risonanza, traversata presunta di 6b seguito da enigmatico punto interrogativo, osando stupidamente mostrar fiducia nel dubbio…ma scoprendo soltanto oggi con soddisfazione il piacere perverso della certezza postuma, che fa 6c o 6c+. Numeri siamo, che altro?
L’ombra arriva quando serve, tanto più se l’arrampicatore prima dorme eppoi si perde lungo il sentiero, svoltando in direzione sbagliata al bivio dalla corda fissa, per dimenticanza dei giorni felici ed assolati trascorsi in gioventù al Tempio del Vento; qualche buon uomo c’ha messo degli ometti, pure lì tra fasce e sterpi: nel caso così anche chi si volesse ostinatamente smarrire non ci riuscirebbe, chiaro esempio di limitazione della libertà individuale tipico dei giorni nostri. Ma come, non v’ha insegnato nessuno che il finalero D.O.C. s’ha da perdere pei boschi almeno qualche volta per guadagnar la nomina e la stima? Vabbè, almeno ci siamo arrivati; dal basso questa volta, chè pensar d’andare a scalar scendendo è cosa buona solo per quei matti del Verdon, e il sentiero dall’alto qui è quasi una calata.
La solitudine ci fa buona compagnia. Se si eccettua un involucro di barretta accartocciato in una cavità non considerata utile quale appiglio, di rifiuti manco l’ombra, neppure il classico fazzoletto da cagata.
Un silenzio di pace regna sovrano, solo cinguettano gli uccelli e strisciano nere le lumache in cerca di funghi da gustare. Noi che cerchiam fittoni da inseguire qui ne troviamo tanti, nuovi e luccicanti, che fanno effetto a guardarli così diligentemente sparsi in un luogo che pare invece vecchio, muschioso e abbandonato. L’erba e i rovi han preso il sopravvento, un fico ha trovato spazio dov’era più semplice: nel diedro iniziale dell’unico quinto della parete. Grigie farfalle appiccicate dappertutto si staccano in volo ad ogni mio movimento, per chi scala una bella scocciatura, ma dal basso – dice – pare poetica visione dalle rimembranze márqueziane (Cent’anni di solitudine), novello Mauricio Babilonia il sottoscritto. I ragni lavorano sodo, le cavallette aspettano un segnale, la processionaria schiva s’occulta, formiche e zanzare sono offerte gratis in gran quantità, i purchin corrono colorati a nascondersi in qualche buco, e ci sta pure un tiro che si chiama Cimice, giusto per non farsi mancar niente.
Ma nel buco che non t’aspetti sta il calabrone a guardia del suo nido, proprio quando l’ennesimo 6a dalla roccia eccezionale sta per lasciarti abbandonare al solito godere. Me ne accorgo solo dopo aver piazzato il mio vecchio e stanco rinvio: ridiscendo allarmato e per un poco ci studiamo; ma la sfida è già perduta, l’orrido essere mi mostra infine il culo e dal pungiglione spruzza forse del veleno, ed io capitolo tra un roboante svolazzare d’elicotteri che non hanno intenzione alcuna di prestarci aiuto. Se dunque lassù troverete quel rinvio, vittima d’ingenua imprudenza e di troppa passione per l’escursionismo da calcare, vorrà dire che non ultimi fummo a rispondere di tali rocce al richiamo, e che il lavoro certosino del chiodatore non sarà stato invano.

Annotazioni postume e guardone: qualcun altro s’è perso, e gli è piaciuto.
Chissà che non abbiano vinto loro il mio rinvio.

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“Andare e provare per credere. Il miraggio di Kalymnos è forte. Sarà un po’ consumistico, preconfezionato, troppo perfetto, low-cost e in fondo a portata di mano, però diventa come il mal d’Africa. (…)
Speriamo che a forza di bucare l’isola non diventi tutta una grande, enorme spugna tristemente in vendita ai turisti.”

“Il massimo trionfo della scienza sembra consistere nella velocità crescente con cui lo stupido può trasferire la sua stupidità da un luogo a un altro.” (Nicolás Gómez Dávila)

Ho già avuto modo di scrivere dell’isola (qui in inglese), non dell’utopia.
Mi concentravo come al solito sui dati negativi, sul conto delle cartacce, sulla fine della mia pazienza e fors’anche delle mie cartucce. Senza dimenticare il vento incessante che trasporta i sacchetti e la coscienza ambientale pressochè inesistente fra i locali, ma sottolineando le cattive abitudini che rendono il climber ospite deprimente, consumator danzante, turista come tanti e tante.
Quando ti ritrovi in coda per il check-in a Bergamo hai già capito d’essere parte del film: la fila è composta da tuoi simili tutti vestiti eguali a te e fra loro ma distinti, nel portamento e nell’abbigliamento, che dal rasta allo skin ci divide e assieme ci accomuna. Ci vuol fortuna ad agguantare il volo quando vuoi, han deciso di fare affari ad agosto adesso, e nessuno che sia informato sul compleanno fuori stagione del sottoscritto, ricorrenza più ambita della stessa Pasqua ortodossa. Per questo, son sicuro, cantavano odi al cospetto di Zeus mentre salivo a gemiti Pipe Cleaner fino al rantolo finale del tramonto, e ci sarebbe stato quasi da scusarsi per aver turbato quell’atmosfera magica, irreale.
Il primo anno un locale dalle luci blu soffuse mi ricordava ad ogni passaggio serale lo status di Lucky Man cui toccò anzitempo il privilegio di toccare il cielo senz’aver pensato mai di volerlo raggiungere davvero. Telendos era un luogo ancora da esplorare, prendemmo il sole in spiaggia senza neppure pensar d’arrampicare; tornando indietro scarabocchiai memorie per un abbraccio dal sapor di salsedine, spinto dal freddo ed adorato per l’affetto. Anni dopo vivemmo più compiutamente l’esperienza definitiva dell’isola nell’isola, del sogno interno al sogno: non tutti i bagni di luna si somigliano, così come le isole coi gatti e i ristoranti di pesce. Quasi dimenticando le rocce da poco abbandonate, col buio del sentiero anzichè con la luce dell’alba ritorni barcollando alla vita – a tenerci davvero alla vita -, ad una libertà non democratica ma fisiologica che all’unisono vede realizzarsi subito – non oggi nè domani: qui, ora – ogni desiderio, come lo desidera e ne gode un bimbo. Ed il resto del mondo per oggi può aspettare. Il cuoco aspetterà che tu abbia finito di sguazzare, il capitano che tu abbia finito di cenare; i gatti, che tu voglia dar qualcosa pure a loro.

Ma poi non è più stata la prima volta, e neanche la seconda.
Come sempre, prima di scrivere dell’isola (per trovar pace anche quando senz’isola), mi torturavo: parlarne o non parlarne? Promuovere o celare un sogno che non si vorrebbe rovinato, e che si vorrebbe poter continuare a scoprir vero alla mattina, ogni nuova mattina con lo stesso strepitoso panorama perpetuato? Un tempo anche la pace credo facesse parte della “straripante proposta di stile di vita” (Wolfgang Güllich) dell’arrampicata, o quantomeno era questa l’interpretazione del perfetto misantropo; oggi va ricercata fuggendo dalla Grande Grotta come si vorrebbe evitare a Milano la tangenziale. Lo dicevamo a Sakis che l’aereoporto sull’isola non ci sembrava un buon segnale.
Scrivo del passato perchè il futuro è già scritto: qualche altro americano scoprirà i grandi strapiombi esclamando paonazzo “Cool! Steep! Big jugs!”, qualche altra scritta a spray di affiliati al KKE comparirà rossa sui muri, e qualche altra ragione per portar denari (noialtri) e solidarietà (loro) e per unir persone e circostanze ci sarà sempre, ma il punto è che a me quest’angolo di terra di Grecia spuntata dal mare comunque sempre risolverà l’eterna ed incostante crisi emotiva, psicofisica, motivazionale; facendomi ammalar d’un altro male, che per chi vien qui da un po’ oramai è normale. D’altronde Panacea è una figura della mitologia greca, anche se io non son proprio la personificazione della guarigione.

Ma da quest’anno a Kalymnos oltre alle tufas c’è di più: la Federica! Curioso, prima d’ora – annebbiato, immagino, dai fumi della magnesite – non ne avevo mai sentito parlare. Il North Face Kalymnos Climbing Festival s’accoppia infatti con uno sponsor d’eccezione: la Jeep. La quale forse non si rende conto che andare a pubblicizzare i propri prodotti a Kalymnos, dove l’automobile in pratica non serve neppure…è piuttosto ridicolo. E la quale sull’isola trasporta l’uomo di punta Simone Moro, alpinista internazionale e testimonial dell’azienda, accompagnato (beato lui) dalla showgirl romana Federica Nargi, già nota per esser stata protagonista d’un reality televisivo in onda su Rai 2, oltre che velina mora di Striscia la Notizia sulla rete concorrente.
Lo stacco di coscia, per carità, non si discute, e la tetta è rotonda come la ‘O’ di Giotto. Mi domando però, mentre li guardo sorrider compiaciuti e mi prevedo a passeggiare su una solitary beach riflettendo sulle mie disillusioni, che c’azzecchi tutto questo con l’isola ed il sogno, con lo stile di vita e la magia, con la decantata “condivisione degli stessi valori di avventura, passione e libertà” che gambe e motori dovrebbero secondo qualcuno promuovere ed esemplificare dal momento che sulla fiancata del mezzo ci hai fatto scriver “Mountain”.
Va bene Di Bari col trapano a trafugare canne, che ormai l’hanno capito ch’era ladro solo d’emozioni privilegiate da redistribuire; e va bene che siam stati noi italiani a portar sin qui l’arrampicata (oltre all’occupazione militare)…ma dovevamo proprio portarci tutti gli aspetti pseudo-culturali d’un paese ch’era mondo dappertutto fuorchè forse a Massouri, trasformandola, oltre al business ed alla competition, pure in un format neocoloniale all’amatriciana?
Questo sarà ricordato come l’anno delle veline a Kalymnos. Credo che anche i locali a questo punto abbiano visto davvero tutto; ed io in cuor mio, scusate, son distrutto.

Autogiustificazioni, equilibrismi ed ipocrisie da viaggio:
““I Italì itan kalì” ovvero italiani brava gente. Insieme all’espressione “Mia fatza, mia raza” – una faccia una razza – è forse quella che meglio di tanti saggi o trattati riesce ad inquadrare efficacemente il rapporto tra i greci ed il nostro paese.”
“We seek to justify our traveling around the world in our hunt for the most beautiful cliffs and mountains, by doing our best to minimize our negative impact on nature and supporting the local communities and tradesmen.”
“purtroppo l’ambiente non è il problema principale degli abitanti di Kalymnos; spesso infatti si trovano parecchi rifiuti lungo le strade e talvolta anche vicino alle spiagge (ma per fortuna mai nelle falesie!) e questo è un vero peccato visto la bellezza dell’isola.”
“La Commissione è stata forse contattata in merito all’incenerimento di rifiuti domestici sulle colline delle isole greche (in particolare presso Pothia, Kalymnos)? Sta passando al vaglio tali affermazioni? Intende la Commissione avviare un’indagine?”
“Particolare è il “LonglineJeep Contest”, che si svolgerà presso l’area del Village e prevede l’utilizzo di 2 Jeep Wrangler poste all’estremità della corda per la gara di Slacklining. Un evento da seguire anche da casa vostra, comodamente seduti davanti al vostro pc.”

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“Personalmente prima guardo al valore dell’uomo, poi viene quello dell’alpinista.”

“Poi ci sono quelli che tentano, tentano di scalare il muro. (…)
Maledizione, c’è un altro muro!
Eh già, c’è un altro muro, certo. Diverso da quello di prima ma c’è un altro muro da abbattere. E poi ci sono i muri dentro, i muri fuori, muri dappertutto, tanti, tanti muri da abbattere…”

Guardare l’orizzonte oltre la falesia e mettere scalate e scalatori a confronto. Non solo fra di loro e per gioco, ma con se stessi e con il mondo circostante, per cambiarlo; in particolare quando è stato circoscritto, delimitato, occluso, riempito d’odio e recintato. Ci stanno muri o reti dappertutto: dalla insanguinata terra di Palestina ai territori occupati militarmente della Val di Susa. E ci sta gente che li assedia, li circonda, li sfida. Salire il muro, mani sul cemento, sfidando l’oppressione, diventa allora metafora della fuga dalla gabbia in cui ci siamo ritrovati: qualcosa di più d’uno street boulder che bene può far solo agli sponsor e forse all’animo impoverito di qualche presunto ‘alternativo’ wannabe.
Per carità, voglio loro bene, e il bene comune voglio. D’estate dopo la pietra trazionavamo sui balconi, e usava più il tout le monde… che il gioco della bottiglia. Solo, non m’attira più un certo anticonformismo esibizionista, la stravaganza trendy che rende questa incontrollabile passione misurata stramberia, sghiribizzo, ciuffo fuori posto, piercing da ostentare.
Non appena, superata l’involontaria goffaggine delle evoluzioni con lo skate, iniziai a sentire dentro di me la voglia e la paura d’arrampicare e solo potevo sognare le rocce dolomitiche che m’avevano cresciuto fra storie di reticolati, m’attaccavo io per primo dappertutto: dagli scogli sospesi sull’acqua ai muretti a secco. E’ il fondo di verità nascosto sotto ad ogni garetta street: non sport di strada da fighetti modaioli è lo scalare, quello è puro disperato inarrestabile desiderio. Non ho la materia? Me la invento, la ricavo: adattando il corpo alla realtà metropolitana, ed essa allo scopo. Di lì a poco sarebbero arrivati anche per me il mitico muro genovese di Puntavagno (storica la foto in tuta rossa col Micheli, impegnati dopo scuola a bloccar duro su sfondo marchiato “Autonomia operaia”), quello più elitario di Quarto, gli spit marci e la scogliera viscida dei Cica, e con essi l’arte tutta anni ’80 di produrre artificialmente fantasie gestuali urbane vista mare, ravvivate da tossici, pedofili, granchi e bolli colorati; e ancora, il monolito piantato sulla spiaggetta di Quinto ed altri chiodi corrosi ancora su quella più distante di Vesima, attaccati ad un piccolo ma enigmatico tetto Berhault.
Di cool c’era poco o niente, fra l’imbarazzo avvertito o provocato; ma era e resta tutto sommato divertente godersi certe scene di stupore incuriosito da parte di bagnanti, passanti, cittadini medi perbene. Era però all’epoca una diversità genuina, priva di marchio registrato.
Quando, ad esempio, da bambino cercavo di stare aggrappato al muraglione del giardino sotto casa, un signore un giorno mi chiese – non saprei con quanta ironia – se fossi intenzionato a salire per rubare. Avrei dovuto rispondergli di sì: salire per rubare alla monotonia d’una esistenza anonima e annoiata la possibilità d’una visione nuova, forse ancora sfocata a quell’epoca, ma percepita ardente come fuoco. Aggrappato ad un sogno avrei voluto scavalcare le imposizioni d’una società che i sogni sopprime reprimendo le esigenze di chi a qualcos’altro, oltre ad un dignitoso sopravvivere, ambirebbe. Di più: costringe le ambizioni e livella le libertà individuando un obiettivo comune per tutti, tant’è che denari e ricchezze da bimbo, preso per zingaro furtivo, incollato a quel muretto avrei cercato! Credo mi colse allora la vergogna, nell’incapacità d’una valida spiegazione razionale; ma appena il signore se ne fu andato, ricominciai un gioco che in segretezza tornava lecito, e della cui irregolarità mi compiacevo. Non avendo in realtà nessuna meta: era già naturalmente chiaro a quel tempo il concetto dell’arrampicarsi per l’arrampicarsi, a sostegno dell’istinto leggiucchiavo la rubrica Cronaca della libera di Manolo. Così ripresi sulle dita la mia personale traversata, intuendo forse già allora di volere ingenuamente trasformare un pezzetto d’esistenza da una strada che oggi han chiuso con sbarra, in nome della proprietà privata, per far stare quel signore più sicuro.

Blocchi, confini, legàmi:
“lo Street Boulder è finalmente un marchio registrato (r)”
“Ali, durante la sua scalata del muro della vergogna”
“David Rizzi e Dario Franchetti, due cooperanti italiani con la passione per l’arrampicata che si sono incontrati in Palestina e hanno deciso di scalare questo assurdo muro”
“La “cultura” dei muri è all’apice della sua storia…”
“La costruzione di un muro è sempre la più grande delle sconfitte.”

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