Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Reinhold Messner’

esche_gambero_1Se son riusciti ad inventarsi il retrorunning, ci dev’esser posto anche per il downclimbing; e che diventi disciplina olimpica, accidenti!

“Down climbing is an essential skill to have as a climber.”

“Staying balance-neutral (and in control) on the return to Earth”

“Camminare come i gamberi, ossia all’indietro, pare renda di più in termini di fitness che non il camminare in avanti.”

Quello di tornar sui propri passi dev’essere il percorso ginnico intrapreso da un intero paese.
Scrivevo che “i salitori di ieri mi sembran diventati oggi piuttosto…discensori. Quanto in basso s’intenda arrivare è materia d’analisi verticale che lascio approfondire ai prossimi ricercatori”: provocavo sapendo bene di provocare, ma altresì sperando di poter sbagliare. In montagna oggi si corre, anche all’indietro proporrei, e a chi prende il crepaccio od il burrone…100 punti! Ci s’inventano ragioni irragionevoli pur di poter campare sull’ultimo trend che tira, e tutti dietro a far la fila, ad accodarsi come pecore con la pettorina. Io che le pecore pensavo si contassero per addormentarsi gradirei risvegliarmi senza più business, senza più morti od incidenti, senza più autogiustificazioni e gare da portare avanti. Contemporaneamente s’abbassa il livello medio della cultura e della consapevolezza media dei praticanti: salgono perchè, per cosa tutti quanti?
Sostiene Messner che “la cultura urbana si è allargata sulle montagne, si è spinta sempre più in alto, sempre più in profondità”.
Perchè anche la montagna debba seguir la logica della produttività non mi è per niente chiaro. Se in gioventù m’allenavo con un certo entusiasmo, iniziai poi a trattare allenatori ed allenati con sarcasmo. Dal voler vincere su qualcun altro al voler vincere una continua sfida con se stessi c’è un passaggio che prescinde dalla paura del confronto: è proprio il senso della sfida a cambiare, l’obiettivo del corridore. Arrivare prima degli altri non implica per forza il migliorarsi, il conoscersi a fondo. Quanto alle gare di velocità: trattasi di forme evolutive strane, di curiosi ma inutili esperimenti svolti su cavie umane prestatesi alla moderna fretta del mondo. Escludendo le vie lunghe, dove il tempo è una variabile importante, chi scala un monotiro non ha urgenza, a meno che non debba sfuggire all’acciaio o terminar prima del buio il giro buono. Quindi perchè correre, perchè inseguire gratificazioni imposte o suggerite? Già son le nostre vite quotidiane a trattenerci in vincoli sempre più inevitabili, cosicchè il tempo libero residuo finisce per trasformarsi in un momento di riposo – mai in una pausa di riflessione – o in un ulteriore impegno sempre più forzato e assiduo; e alla cosa si dà, per di più, maggior valore: pensa un po’, Tizio lavora giorno e notte…eppure fa l’8b+! E quindi? Forse dovrei prenderlo ad esempio in luogo del ciccione (Caio) che indossa la maglia dello sportivo con accanto il figlio Sempronio, altrettanto panzone, a sventolar la bandierina; ma oggettivamente, quale valore sociale mi dovrebbero dimostrare questo e quell’altro caso umano? Il calcolo dell’energia profusa in senso verticale non mi ha mai interessato, ed è rasserenante sapere che non c’è attività come questa che si possa praticar liberamente, come ti pare e piace; forse la corsa, o il nuoto. Al contempo, però, i media veicolano determinate idee che i più tendono a far proprie, cogliendone come sempre i lati più evidenti e superficiali: la trasmissione del vuoto. Non siamo tutti uguali ed è giusto che sia data degna sepoltura anche al boulderista che per guadagnar pochi centimetri sotto al suo blocco ha scavato la fossa. Ma quel che mi domando è se la nostra sia davvero una scalata volontaria, consapevole, da noi stessi riconosciuta; o se invece a vincere siano sempre e solo l’istinto e la passione, splendidi in sè stessi ma sopraffatti ormai dal business della ricostruzione d’un amore svenduto alla competizione e al gossip, all’illusione dello sport per tutti, all’omologazione.
Io dico che non voglio più ottenere niente o quasi; voglio invece rinunciare a fare ciò che mi vien detto dovrei fare per ottenere cose che non ho mai inteso perseguire: numeri, obiettivi, sponsor, schemi e tabelle, grafici, statistiche, proiezioni. Quanti buffoni ho visto cincischiar sull’8a scendendone a metà, ma gridando alla valle il loro ipotetico potere? Sapranno mai costoro cosa sia il vero godere, sapranno mai abbinare il volere al potere senza per forza sentirsi costretti ad un qualche dovere? Se mai l’arrampicata oggi può ancora essere, per noi comuni mortali non professionisti, stile di vita e non hobby saltuario o semplice piacere del weekend, dev’essere una scelta che vada oltre la scoperta iniziale appassionante e l’equilibrio raggiunto tramite pratica e esperienza; dev’essere la volontà d’abbassarsi a capire anzichè innalzarsi laddove non si può, il coraggio dell’umiltà in luogo dell’ardimento, la capacità d’intravvedere il senso più profondo di un’azione contestualizzandolo. Cosa sto dicendo? In sostanza che arrampicare non è lavorare, ma un gioco impegnativo che se mi rende più che vivo può e deve evitare di finir nel calderone delle scorecard, nell’imbuto del risultato che si spiega ma anche s’annulla da sè nella miriade di sforzi e di passioni tutte diverse eppure tutte uguali; un gioco che può e deve invece verificare il proprio contenuto confrontandosi con la realtà circostante, adattandosi o no ad essa a seconda delle circostanze, della sensibilità e della cultura del singolo e della comunità, agevolando la comprensione di cosa significhi scalare in questo posto, qui ed ora, anzichè altrove.
Sarà l’età, come ho già detto, o che non sogno più un pannello artificiale quando piove.

(immagine tratta da Bit di Pensieri in Libertà)

Annunci

Read Full Post »

manchons_quechuaDopo le mutande dalla testa, stan cercando adesso di farci passar le calze dalle braccia. Riviste e siti specializzati si limitano a sollevare dubbi, ma possono star tranquilli: compreremmo di tutto comunque, con o senza minaccia.

“arme fatale ou gadget marketing? Mythe ou réalité?”

“accessoires indispensables pour prolonger le plaisir de l’escalade ou gadgets superflus?” (da EscaladeMag n.22, gennaio 2009)

“”suvvia, non statevene lì indecisi, aderite all’appello delle Superiori Autorità, correte ad acquistare nuovi gadget e surrogati. (…) Incoraggiate la produzione di ciò che di più vano si può consumare. (…) il capitalismo va aiutato!””

“Ci eravamo divertiti così tanto che nemmeno ci eravamo accorti di aver creato un mostro.” (Franco Perlotto, da Montagne 360°Ci fu un tempo in cui lo chiamammo free climbing)

“gli sport estremi sono diventati di rigore per i top manager” (D Repubblica – Il buon CEO ha muscoli d’acciaio)

“Il Nuovo Mattino è tardo pomeriggio” (Enrico Camanni, Alpi ribelli)

S’era da poco scoperta l’ennesima brutta figura dei “falliti” quando qualcuno pensò ad una riscossa.
Erano i primi climbers “angeli strambi”, nati per essere liberi, pazzi visionari, merce rara. Che cosa siamo diventati, o stati fatti diventare? Pagliacci disagiati, superuomini in carriera, od omologati e comunissimi consumatori: in coda col numero di nuovo, come già fummo in gara.
E come finiremo? Scaleremo presto con il marchio dello sponsor tatuato sulla schiena, a distinguere il livello sociale di chi ce l’ha e chi non ce l’ha. Sulla base dei tiri dichiarati fatti tramite scorecard sarà valutata la nostra dignità. Venderemo l’anima al diavolo per un 8a, un 7a, un 6a. Chi lo sa dove finiremo. So soltanto che non sono ancora diventato tanto scemo da farmi suggerire a ogni stagione cosa sia meglio fare per diventar più bello, più forte, più performante, più sano…più coglione. So che stanno tentando di venderci un essere umano prodotto in serie e pronto a pensare in serie; un progetto allarmante, devastante, disumano. Un burattino tecnologicamente avanzato che si scambia in tempo reale aggiornatissimi consigli su falesie e appigli, che si mette alla prova in sempre nuovi cimenti e allenamenti, e che in qualsiasi pubblicità s’imbatta la valuti in base ai buoni sentimenti. Think pink? Non più. Think less, climb more: e lasciati alle spalle il tempo perso a vagare al Camp 4, o a giocare al no war. Non è quella la libertà selvaggia che ti hanno garantito: essa riguarda solo le apparenze, il tuo profilo Fb, l’accessorio trendy od il vestito.
Quanto criticone sono: se non hai provato il prodotto, come puoi parlarne male?
Per la stessa ragione per cui per scalare non abbisogno (ancora) di scale. Perchè, anche se ormai i nostri Nuovi Mattini hanno inizio verso mezzogiorno, riconosco in certo marketing ed in certa stampa di settore (da esso dipendente) un progetto diverso – benchè identificato con lo stesso nome – che fagociterà ben presto la nostra comune passione, trasformandola in qualcosa d’altro attraverso l’assorbimento di nuovi presunti valori e l’abbuffata di video mozzafiato con trame giovaniliste, suoni stordenti e dai magnifici colori. Esiste invece, o deve esistere, io sostengo, uno spiraglio ribelle e alternativo che spacchi il confine fra turismo ed alpinismo tracciato saggiamente da Messner: una dimensione tutta da guadagnare, in cui possa trovar posto una saldatura – che in fondo ancora (r)esiste – fra i fasti dell’alpinismo, se non eroico, diciamo almeno di serie A e l’arrampicata non ancora scaduta nella ricerca del pienone al Melloblocco, del passaggio sciocco o del movimento a scrocco; quello spazio insomma che rivendica la sempiterna ricerca esplorativa di se stessi nell’ambito della moderna purezza della salita e della difficoltà, nella consapevolezza però dell’appartenenza ad un tutto vivo e pulsante, assai più penetrante e significativo.
Se dunque arrampicare è “incarnare pienamente in ogni movimento la morale da cui tutto ha preso vita. Dare significato a ogni gesto, equilibrare perfettamente le forze, entrare in sintonia con la natura”, quando mai quest’attività, che ha finito col riconoscersi nella danza, si riconoscerà nel mondo? Quando mai quei principi etici che di essa fanno parte imporranno precisi confini e limiti etici, al di là dell’originario dibattito sul tirare oppure no i chiodi e sulle sue definizioni? Dove si nascondono oggi “il potere trasgressivo del gesto del movimento”, le “suggestioni post-sessantottine”, “i concetti di partecipazione, condivisione, comunione” che sgorgavano dalle parole d’un Berhault amplificatore notturno d’emozioni all’Anfiteatro di Cucco?
Scrissero Montanelli e Cervi che “La storia ha detto, con perentorietà, chi avesse ragione” fra certe “enunciazioni oltranziste” e quelli che invece “volevano l’economia di mercato”; non si domandarono però dove tanta presunta libertà ci abbia portato…ed io – si badi bene – mi limito qui a dissertar di fesserie tipiche d’una vita borghese semi-normale.
Stringer prese per ballare in verticale non è mai stata pratica tanto artificiosa e superficiale, un raccontarsi balle, l’invenzione d’un qualcosa che è ben altro rispetto al tentativo di traslazione sul piano politico e sociale che ingenuamente e provocatoriamente m’invento nella speranza che affacciarsi alla scalata del domani possa significare un gioco in qualche modo nuovo, rivoluzionario nelle ragioni oltre che in (stru)menti e (im)posizioni, senz’implicar soltanto acquisti e spese assurde ovunque mi ritrovo.

Curiosamente, nel raggiungere il grottone del Pertuso Cornarea in Val Tanarello, siamo incappati qualche weekend fa in questa mirabile operetta, nascosta fra le riviste d’un negozietto d’alimentari: ed essa ci ha stimolato ragionamenti che ci rendon, credo, a questo punto, vacanzieri assai poco ordinari.

Read Full Post »