Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘pace’

mare nostrumMigranti e rampicanti nella stagione autunno-inverno 2015 hanno spesso condiviso ancora la medesima destinazione; ma c’è chi dal viaggio intrapreso non è tornato indietro, e chi preferirà non arrischiarsi più ad una vacanza divenuta insolitamente preoccupante.
Con più di 7 mila profughi sbarcati (dati aggiornati a fine ottobre) ed una cifra incalcolabile di morti, Kalymnos è oggi vittima fra le vittime dell’ipocrisia, con o senza e prima e dopo i tragici fatti di Parigi; i quali poi son riassumibili così: finchè a crepare come cani sono gli altri, chi se ne frega…in compenso, noi ci teniamo stretti il cane-eroe. Credo consista proprio in questa consapevolezza cinica e brutale la nostra presunta eppure tanto decantata superiorità culturale; nonchè nella nostra accidentale libertà occidentale di far vacanze libere su tutta la libera terra, libertà mai come adesso tanto platealmente ipocrita cui dedicar retorici editoriali di rito ad accompagnamento di macabre danze di guerra.

“Parliamo, io e te. Parliamo della paura.” (Stephen King, dalla prefazione ad A volte ritornano)

“Dio o chi per lui / sta cercando di dividerci / di farci del male / di farci annegare” (Lucio Dalla – Com’è profondo il mare)

“Il Comune di Kalymnos ha iniziato oggi la distribuzione di riso ai bisognosi, che si concluderà venerdì 11 dicembre 2015”

“non se ne può più, non se ne può più anche solo di immaginare queste traversate e queste morti. E’ una vergogna che non si riesce nemmeno più a raccontare e che andrebbe fermata con le mani di tutti. E’ il più grande fallimento della società e della storia umana, il nostro Mediterraneo di cadaveri”

“questo non è più il luogo idilliaco delle vacanze degli europei. Per paradosso della storia, il Paradiso è diventato l’Inferno. Questo, oggi, è il confine d’Europa, la tragica linea del fronte tra i mondi in disequilibrio.”

Disequilibrio. Con una sola parola, che ben conosciamo, si può riassumere la trasfigurazione subìta recentemente dall’isola da favola d’ogni arrampicatore, dove oggi c’è chi stenta ad arrivare, dando vita ad una “tragica, evitabile, quotidiana contabilità dell’orrore”. Parlavo giustappunto d’inferno negli ultimi aggiornamenti in forma di commento a Kalinikta, dove cerco di tener maldestra traccia di arrivi e di mancati arrivi, fingendo di non voler tenere conto del fatto che continuano ostinate le partenze di nuovi possibili cadaveri.
E noi, presunti vivi, siamo volati decine di volte a Kos, dove la cittadinanza è oggi in rivolta contro campi profughi e centri di registrazione e smistamento (“hotspot”); e di lì a Kalymnos, alla ricerca di pace e di equilibrio: psicofisico, corporeo, verticale. Non so se Simone conosca o pratichi l’arrampicata, per quel che ne so è un appassionato velista. Utilizzando quella parola però ha intuito che quel che ci mantiene attaccati al nostro sogno di roccia corrisponde a ciò che manca all’interno del nostro piccolo mondo, e fra esso e gli altri. E’ sempre stato possibile concepire la scalata quale antidoto (illusorio) al nonsenso ed alle tante assurdità del nostro vivere: un’evasione e assieme una ricerca di un minimo di senso, in ambito ludico-avventuroso, che restituisse un significato allo stare in vita, alla passione, alla fatica; per questo, se pure involontariamente, è stata e viene tuttora così spesso presa tanto seriamente: perchè questa ricerca, per quanto inconsapevole, di una ragione profonda per viaggiare, scoprire e salire riesce ad andare al di là del movimento in sè, del gioco e della competizione. Più di tutti son gli atleti a prendersi sul serio: ma loro son pagati, lo fanno di mestiere. La passione gratuita non restituisce invece altro che emozioni, da sentire e da sapere, da toccare con le dita: e per cos’altro si rimane in vita? Si tratta quindi di un percorso assai importante, che merita un’attenzione maggiore di quella che comunemente si dedica alle tabelle di allenamento ed al registro delle performance. Oltre al gesto atletico c’è un tuffo al di là della realtà, un distacco dal mondo che può diventare introspezione ed infine ritorno consapevole alla realtà di partenza: una sfida basata tutta sull’equilibrio, che ci permette di comportarci al meglio nell’ambiente tridimensionale in cui ci muoviamo e confrontiamo, e non soltanto nel senso del saper restare appesi a volte, grotte e soffitti, ma anche del sapersi (ri)conoscere e mettere in gioco.
Ha detto Dal Prà (in un’intervista su Uomini & Pareti) che ogni scalatore si può immaginare come se avesse “una matita sulla pancia”, e che dalla linea ch’essa traccia sulla parete se ne possa ricavare la personalità, il carattere, lo stato emotivo, piuttosto che la forma fisica: siamo i movimenti che produciamo, l’equilibrio che raggiungiamo. Ma tutto questo avviene nell’ambito di un mondo frenetico e grottesco che lascia poco spazio al senso ed al perchè delle cose, alla pazienza, allo studio, alla conoscenza di sè e degli altri. Numeri e numeretti prendono rapidamente il posto dell’esperienza, e se si sbaglia ci s’incazza: è sempre più il risultato a contare, e non quel ch’esso significa e comporta per davvero. Tentar non nuoce, ma fallire – ammettiamolo – è frustrante; e pensare che per noi è o dovrebbe essere, per l’appunto, solo un gioco. Se così fosse, torno a dire, c’importerebbe poco. C’è invece molto di più, almeno in teoria; nella pratica, invece, il way of life da molti rivendicato a cosa si riduce? A vestir solo la marca pubblicizzata da un big che ti seduce! Ma quel che sta accadendo a Kalymnos (a patto di volersene accorgere) ci sbatte in faccia una realtà cruda e violenta che supera la nostra comune percezione di avventura e wilderness. Noi tutt’al più ci siam perduti al buio di ritorno da Arginonta Skyline; chi rischia la vita per fuggire dal proprio paese ha già oltrepassato un confine che non comprenderemo mai, neppure provando un grado di difficoltà mai prima immaginato. Il fallimento per costoro implica la morte, mentre la vittoria è un insperato terno al lotto. Il nostro sforzo massimo si limita invece a sognare un 7 o un 8, riequilibrando le fatiche dell’allenamento con quelle del lavoro e divertendoci a giocare con la sorte. Rispetto ai rischi che corrono loro siamo sfigati da villaggio vacanza, da sfavillante e squallida prigione d’oro. E ci raccontiamo storie d’imprese memorabili che si sgretolano come pietra poco solida, narrazioni che non reggono alla prova della Storia, utili all’ego d’un me ne frego. Su quest’individualismo fortunato, che fa della nostra vita la vita fra tutte più preziosa, si basa parte del potere del sistema che ci domina. Per questo consideriamo certe tragedie più gravi di altre, e valutiamo i bombardamenti difensivi inevitabili; accettando sproloqui autoassolutori, ossimori ed altri abili giochi di parole, purchè servano a rappresentarci incolpevoli e a garantirci un comfort in realtà del tutto illusorio, una impossibile stabilità definitiva. Quand’anche avessi conquistato il tuo angolo di pace o buen retiro ad Emporios, per esempio – laddove più altro non c’è, giacchè finiscono la terraferma e le falesie -, perfino là ti raggiungerebbero la crudeltà e l’assurdità dell’esistenza, sotto forma di disperati alla deriva.
thanks_KalymnosIn un numero particolarmente ‘impegnato’ (tanto da domandarsi se arrampicare possa essere, in certi frangenti, “un acte politique”), Grimper consiglia di non abbandonare l’isola ed il sogno, di continuare ad aiutare l’economia locale e, se possibile, anche i profughi, facendo appello ad un “esprit solidaire” che già si concretizza nello sforzo di alcuni volontari locali e di qualche climber di buon cuore: parole sante, che però non ci modificano nella nostra essenza, dando per scontato che noi si sia quel che si è, con il nostro fardello di responsabilità collettive, e che non si possa essere altro; turisti non per caso, ma per culo e che si prendon per il naso, turisti intendendo restare. Quale strada prenderebbero le cose con o senza il nostro turistico apporto non si sa, ingrato compito nostro è quello di…continuare a scalare. Sai che rivelazione, e che novità: è quel che facevamo già, e che speriamo ovviamente di poter continuare a fare! Saremo mai altro? Saremo mai qualcosa di più che arrampicatori, o per meglio dire arrampicatori per davvero? Avremo mai il coraggio di specchiarci nella parete che saliamo, e di guardarci salire? Quale immagine ne ricaveremmo, quale disegno a matita? Sensazioni e paure più o meno inconsce o indotte dovrebbero prima o poi lasciare il posto alla consapevolezza acquisita, la stessa che ci dà equilibrio e confidenza permettendoci di progredire. Sapere il motivo per cui si procede non è cosa da tutti, ma il tentativo dona un senso all’alzarsi in piedi d’ogni giorno; ben altra cosa dall’affidare al raggiungimento d’una sosta e un numerello il godimento quasi orgasmico, liberatorio, che dura appena qualche secondo pure quello.

“Godiamoci dunque queste spicciole giornate di ferie, di pausa tra un periodo e l’altro di lavoro e di totale alienazione, questo interludio di diversa distrazione e di consueto rimbambimento, tanto la nostra scelta l’abbiamo già fatta, o meglio, ce la servono pronta. E del resto quale pazzo metterebbe anche solo per un istante a rischio la propria situazione?”

siriani_kosNon resta insomma che accontentarsi ed autogiustificarsi, artificio in cui siamo esperti (“Siamo indulgenti con noi stessi, come sempre”); o pretendere da sè e dagli altri di dare finalmente un obiettivo e una coerenza, e quindi un equilibrio, al tutto. Nel primo caso sarà facile andar dietro all’apologia della vacanza occidentale fatta da Mario Calabresi su La Stampa (molto apprezzata dai compagni neoliberisti del Pd, nonchè dai giovani ciellini, e poi ripresa non a caso da Sallusti sul Giornale), il quale inneggia per l’intero articolo alla libertà d’andare in ferie: un privilegio destinato a pochi, in verità. “Hanno cominciato a toglierci l’ossigeno 14 anni fa, in una mattina di sole di fine estate, quando quattro aerei sequestrati da piloti kamikaze decretarono la fine del nostro modo di viaggiare”. C’è chi è costretto a viaggiar con molto meno, in condizioni climatiche romantiche, benché meno poetiche, rischiando tanto quanto: ma a noi occidentali superiori di queste altre storie terrificanti cosa importa? “Mai più spensieratezza” è la drammatica conclusione: amen, la spensieratezza è morta. Non abbiamo quindi perso granchè, tutto sommato. Forse, caro il mio cronista spensierato, se ognuno di noi si fosse adoperato per ridurre certi drammi e non generarne altri, avremmo anche potuto permetterci di godere il nostro benessere più o meno meritato. Viviamo invece nella più totale inconsapevolezza, pensando sia un nostro diritto naturale. Così, “Prima ci sono state rinunce esotiche”, poi “Siamo arretrati, sempre più chiusi nel cortile di casa”, ed infine ogni luogo è diventato un luogo pericoloso: “Aerei, metropolitane, treni, adesso i bar, le terrazze, i concerti e lo stadio”. Vuole “ricominciare a vivere” spensierato Calabresi, a godersi le vacanze (anche esotiche), il Papa, la Sindone, l’Expo, il Museo Egizio e le rovesciate (ebbene sì!) come se nulla fosse; e non sembra importargli granchè della situazione di quei luoghi esotici, di chi a ricominciare a vivere più non riuscirà, o se vi riusciranno i superstiti dei viaggi veri – non quelli della vacanza, ma della speranza. Fra i viaggiatori per diletto e quelli in cerca d’accoglienza per pietà, sembra che soltanto il ricco uomo bianco possieda una vita sola, garantita in serie A! Le decine di migliaia di morti nel Mediterraneo pesano davvero tanto poco? Presumo che la risposta sottintesa sia: pazienza. “Del resto muore gente senza nome, che non orienta alcun peso politico, alcun peso economico”, sottolinea Perotti giustamente. E’ questo il punto: “anonime sono le migliaia di morti in questo mare vergognoso”, dove soccombe gente che per noi non conta, gente diversa da noi, ben diversa da quella che affolla le nostre sacre metropoli, per la quale si scatenano guerre postume e preventive (insomma perenni), delle quali la politica si ciba e l’economia vive.
Quando Calabresi separa noi da loro, separa quindi concettualmente prima lui del terrorismo due mondi differenti: quello della ricchezza e quello della povertà. Quel che dimentica di dire è che buona parte di tale ricchezza proviene proprio dal fatto d’aver più o meno direttamente costretto altri in condizioni di guerra e/o di povertà, o dall’averne quantomeno approfittato. Se i tanti che s’indignano a comando fossero in buona fede, non dovrebbero considerarlo un trascurabile dettaglio. Ma a costoro importa non tanto la conservazione della propria libertà, quanto quella del proprio tenore di vita; alla faccia di chi ha i soldi solamente per scappare dalla propria invivibile condizione, e trascurando che spesso quell’invivibilità dipende dalle scelte dei nostri cari governi occidentali, e dalle commesse e dagli affari delle nostre amate aziende tricolori. Nessun segreto o mistero, informatevi, e già che uscite a respirare badate a metter soprattutto la testa fuori: scoprirete che certe libertà si conquistano, van meritate. Chi si mette in viaggio per davvero ci prova, vi è costretto; chi va in vacanza nel migliore dei casi prova forse solo a dimenticare per brevissimo tempo quel che è: osservatore passeggero, non pacifico ma imbelle, non incosciente ma impunito, ignavo o rassegnato ad un terrorismo di Stato e di sistema quotidiano, ad una criminalità alta, mafiosa, rispettabile, b(l)andita, giustificata. E a lui, cioè a noi, la compartecipazione psichica con quell’orrore ben studiato, chissà perchè, non verrà mai applicata.
Per esorcizzare colpe e nasconder verità si preferisce accomunare i terrorismi d’oggi e di ieri azzardando arditi parallelismi, perchè è più facile limitarsi a dire che “il terrore fa rima con kalashnikov”, mica con bomba; eppure è quest’ultima, concorderete, a far rima con tomba. Sarà che d’una rima lontana non ci giunge chiara l’eco, ma dovremmo poter capire che se le vittime si moltiplicano non è per via d’una barbarie sola; e se è vero che il terrore colpisce “persone e obiettivi che non hanno alcuna responsabilità per le guerre e i conflitti che si sono determinati nel mondo”, andrebbe aggiunto che ciò è da ritenersi vero se ci si riferisce alle responsabilità individuali…mentre quelle collettive chi se le accolla? Manco a dirlo, dovrebbero farlo i nostri (legittimi?) rappresentanti. Ma, per combinazione, di essi il terrorista si disinteressa (complotto troppo?); viceversa, quelli al terrorista s’interessano eccome: quand’è conveniente, addirittura per salvarlo e tenersi il malloppo. Quanto a noi, fino a che punto si può dir che non c’entriamo? Basta il fatto che non impugnamo volentieri una pistola? Lavoriamo però in tanti diversi campi che hanno più o meno direttamente a che fare con la guerra, con le armi, con repressione e controllo, con la violenza (in America la portano anche a scuola); e tolleriamo fin troppo silenziosamente l’esistenza di leggi che rendono semplice e naturale il traffico di armi ed armamenti, mentre agli esseri migranti abbiamo il coraggio di rendere difficili diritti e movimenti. Pertanto, quale “dialogo” o “processo di pace” s’intenderebbe rilanciare, quando teniamo in piedi noi per primi un sistema di guerra e di violenza che non fa che alimentare nuovi terrorismi? Questa è la verità che ancora una volta si tace, che si evita sempre di guardare, preferendo l’abuso di frasi ad effetto trite e ritrite, luoghi comuni democratici, scuse troppo facili – perfino un incredibile “ricatto” psicologico che subiremmo, oh noi poverini!, da parte degli “occhi dei bambini”
quando_la_guerra_torna_indietroInterventi militari/coloniali a parte, non è forse considerabile come un “attacco alla democrazia, la pace e la libertà” la produzione, la vendita e l’esportazione da parte nostra di bombe che poi vengono lanciate altrove? Oppure il solo fatto ch’esse vengano fabbricate e smerciate qui, ma lanciate da un’altra parte (magari in paesi non propriamente democratici, dove l’estremismo prende piede) ci manleva da questa responsabilità? Quanta ipocrisia in questi piagnistei sindacali unitari, in questa comunione di onerosi sensi, in questo lavoro acritico e senza qualità preso per panacea di tutti mali! Tutti c’entrano ma nessuno c’entra, noi non c’entriamo mai ma qualcun altro chissà come poco più in là crepa, sarà la sfortuna: e non ce ne curiamo…fino a quando l’orrore non tocca improvvisamente noi anzichè, com’è consuetudine, altri più sfigati di noi. Quindi dov’è il problema, perchè tanto sconcerto? Saremo presto turisti-padroni d’un deserto. Nessuno è purtroppo il primo ad esser morto invano, vittima d’un mondo già di per sè inumano – che non è migliore se si scanna per un parcheggio, anzichè per il Corano -, e d’un mercato che sa guardar distante, e che sempre più lontano prova a piantare semi d’odio, generando o soffiando sul fuoco d’irragionevoli conflitti utili a mascherare e ad annullare quell’unico conflitto che potrebbe fargli male.

“Io credo che nonostante le enormi divergenze, la determinazione intellettuale intrepida, costante, fiera, come cittadini, di definire la reale verità delle nostre vite e della nostra società sia un dovere cruciale che incombe su noi tutti. E’ di fatto un obbligo.” (Harold Pinter)

“L’illusione di poter vivere tranquilli mentre il mondo affonda nelle guerre e nell’ingiustizia è soltanto una chimera. (…)
Le bombe russe, americane, inglesi, francesi, forse domani italiane in territori su cui non abbiamo alcun diritto d’azione e operazione, lanceranno sempre schegge su di noi. E ogni volta che qualcuno cade, stupirsene non ha che il senso del paradosso.”

A cader per poco noi, per gioco, siamo già abituati; ma il confronto con il vuoto e con la morte resta potenziale, e tutto interno alla nostra esperienza individuale. Entrano adesso prepotentemente in gioco gli altri, in modo assurdo e criminale, sia che ci attacchino sia che ci chiedano aiuto. Ma gli altri sono sempre esistiti, come esiste da sempre la povertà con i suoi diversi livelli, e a noi tocca confrontarci con nuovi e diversi gradi di difficoltà che riguardano la nostra coscienza: sapremo opporre mai una qualche resistenza? Siamo allenati in tal senso, o possiamo farne a meno? Vorremo mai rivendicare un’esistenza che non sia limitata solo al tenersi stretti il posto più comodo e sicuro, la prima fila sull’orrore, l’indifferenza e la volgarità, sulle verità dei ricchi, sulla loro inciviltà?
Sta bene allora, stipiamo nello zaino tutti i buoni propositi e ritorniamo ad arrampicare anche all’Inferno; ma per favore, vediamo di darci una svegliata per non restare quel che siamo oggi anche domani ed in eterno.

“Mare mare mare / voglio annegare / portami lontano a naufragare / via via via da queste sponde / portami lontano sulle onde.” (Franco Battiato – Summer on a solitary beach)

Annunci

Read Full Post »

Del sogno olimpico e d’altre imposizioni culturali.

Non dirò che non voglio l’arrampicata olimpica: dirò che non esistono ragionevoli motivi per volerla, se non quelli del business, mediaticamente serviti e pronti da introiettare; e che a tale riguardo non esiste dunque che una sola voce uniformante, quella dell’entusiasmo olimpico padronale.

“Siamo diventati un vero sport”

“AAAh i nostalgici, quelli che arrampicano per trovare la loro libertà… quanti ne conosco… e quanto li odio…”

“La nostra struttura sociale è fondata sulla competizione, quindi sull’esclusione.”

“C’è gente che è competitiva anche a pelare le patate.”

Dai tempi del celebre ‘manifesto dei diciannove’ contro le competizioni ne son cambiate di cose, ne son stati sostituiti di chiodi, ne abbiam raccolta di spazzatura. Era il tempo di Sport Roccia ’85, un nome una necessità, per alcuni (fra i quali un famoso giornalista di Tuttosport); per altri, una contraddizione in termini.
E’ o non è stato il settore delle Gare in Valle Stretta, nonostante i “purtroppo” e i “che tristezza!!” anticipati di Andrea Gallo (guida di Alp ai Luoghi della libera, 1987), il “primo rocciodromo all’aperto d’Italia”?
Quando si definisce un’attività in “crescita formidabile” si sta parlando in termini di quantità o di qualità?
Per carità, meglio esser libri di resina e cemento che di sangue.
Non è però mai stato chiarito al grande pubblico (che un tempo si chiamava società civile) cosa debba significare il termine progresso: pensavo si dovesse trattare d’una evoluzione, d’un cambiamento in meglio, e che dovesse forse coincidere con il termine delle nostre fatiche, o con l’inizio d’un benessere diffuso, equamente distribuito. Ma, a prescindere dal fatto che noialtri si fatichi abitualmente per divertimento, qui mi si vuol comunque convincere che non tutte le evoluzioni vengano per nuocere, anzi: che sia in ogni caso necessario e ben gradito compiacersene.
La presunta ‘naturale’ evoluzione della scalata a mani nude in sport agonistico, ad esempio, non so quando sia mai stata dimostrata. M’ostino a pensare che nella vita ci si possa confrontare per comprendere, senza per forza dover decidere chi sia il migliore. Ogni classifica, se a qualcuno dovesse proprio interessare, è peraltro relativa. D’assolutamente certo c’è che in falesia è possibile avvistare un’intera fila di agghiaccianti 7 ed 8, restando fregati dall’unico spigolino tecnico di seicippiù: là dove quasi tutto è possibile, più che altrove entra in gioco l’imponderabile, che rendendo l’imprecazione facile ti rende inclassificabile. Bravo, forte…che cosa può non dico solo importare, ma significare? Che sia dunque l’illustre sconosciuto ad esser coglione per scelta, quello che la scorecard o non l’ha o non la ricorda, quello che magari annota, ma non per (di)mostrare? Non sto parlando di fantasmi: essi vivono, e lottano ormai soltanto più per conservar se stessi integri e sani, nascondendo la performance allo sponsor, perseguendo obiettivi fuori moda in falesie irraggiungibili.
Se mai sarà olimpica, arrampicata farà rima probabilmente con velocità: il riassunto stringato d’una attività descritta banalmente ad uso (inter)nazional-popolare. In questi tempi critici e frenetici, d’arrampicare con lentezza c’è bisogno; anche se poi la via magari la chiudi con un lancio improvviso. Ma la concentrazione non esclude il dinamismo; ottuso è piuttosto il troppo semplificare, che rende penoso il gioco.
Le categorie (spesso fra loro collegate) della bellezza estetica e del significato profondo delle cose non vengono considerate, non servono, non producono nè vendono, non fanno classifica; ma resistono proprio perchè non possono nè vincere nè perdere: esse semplicemente esistono, anche se non son quasi più riconosciute. Così vedi la linea bella, magica, pura ma ti lasci attirare da quella brutta, orribile, costretta, che a farla bella e ad attizzarti chissà cos’è, forse il push up del grado, o un certo grado di malizioso, cupo sudiciume. Buon per me: la bella non avrà coda e potrò farla mia (lo temevo, ricasco in un elitarismo compiaciuto!).
Ma il tempo stringe. Non abbiamo tempo. Presto che è tardi!
Devo lavorare per consumare e così consumar la vita a desiderar di consumare. Devo vincere per guadagnare, è dignitoso ma mi fa, pur se vittorioso, poco eccezionale.
Ma io, che non ho più tempo di vincere, e mai peraltro ne ho avuto le forze, qualcuno dovrò pur applaudire. “Eravamo atleti, diventeremo tifosi”, sentenziava lagnoso un praticante polemico di codesta attività – così almeno m’è stato tramandato. Ma già atleta è una parola grossa, un riconoscersi cavia, bestiola, furetto. Fatico a riconoscermi da solo nello specchio e non soltanto nell’alzarmi mattutino, figuriamoci se potrei cedere al riconoscimento che qualcuno potrebbe volermi dedicare. Certo, non mi s’impone niente, almeno direttamente. In maniera indiretta, però, ti dicono che cosa è bene o male; ed era un bene sino a ieri, ad esempio, intendere il pallone come “un’attività alternativa alla guerra”, mentre oggi il campioncino porta amorevolmente la guerra stretta al braccio agli Europei. Ne cambiano di cose – continuamente, progressivamente. Loro, naturalmente; e ben poco naturalmente. D’altronde lo stesso barone De Coubertin sapeva benissimo che “l’atletismo (…) può essere usato per consolidare la pace così come per preparare la guerra”. Ecco perchè odo cazzate ed intuisco male intenzioni, ravviso fraintendimenti, vedo nel “vero sport” un vero spot, cinque cerchietti per le allodole; mentre m’assordano gli slogan ed immagino i fuochi d’artificio, il soundtrack ufficiale.
Per Tuttosport siamo già “il Climbing”, che americanizzato fa assai figo… Disciplina in rapida trasformazione: per l’Economist “quella che un tempo era un’attività di nicchia si sta trasformando in uno sport vero e proprio”, anzi il “nuovo sport di tendenza”, pronto alla passerella e alla sfilata. “Se la trasformazione sarà completa lo deciderà il CIO”, mica io, dopo aver osservato il nostro (oddio! M’è scappato) tentativo di battere Baseball, Karate, Roller Sports, Softball, Squash, Wakeboard e Wushu, tutti maiuscoli, maschi ed incazzati.
Per una cannetta fatta pagare a Sharma c’è l’Eritropoietina lacrimevole di Schwazer a ricordarci come si può marcire nel marciare in una certa direzione.
Per un tocco libero di genio a rischio arresto causa Olimpiadi c’è un tentativo sicuro di vender lo squallore tricolore.
Lo so, vorreste convincermi che tutto questo sia normale. Peccato: il consiglio per l’acquisto non fa parte del mio bagaglio culturale verticale.
E ancora non mi sono chiari i motivi reali e concreti in base ai quali dovremmo tutti quanti considerare “molto positivo per l’attività che l’arrampicata entri a far parte della famiglia olimpica”, come sostiene Scolaris. Ma tant’è… Così come per il Tav, ormai il pensiero che dev’essere anche mio è stato deciso, ed il solo che post-manifesto restò coerentemente contrario alle gare è defunto di mal di montagna. Perciò, che squillino le trombe! The show (-business) must go on.
Cosa ci sarà poi tanto da discutere non so. L’arrampicata non è sport olimpico? Ma la carabina sì: è sport olimpico sin dalla prima edizione dei Giochi olimpici moderni (Atene, 1896), pensate un po’ che dignità. Non mi pare che ci sia da spararsi, vergognarsi od offendersi per questo.
Se proprio devo scegliere, fra tiri in porta, tiri a segno o tiri a canestro, perfino il lancio disperato alla catena mi pare più elegante e onesto.

Sondaggi, soldini, squadroni e benedizioni:
“Ma insomma, perché dovrei tifare per l’arrampicata?”
“43 % of the 2250 who have answered the Olympic poll, have voted, “Absolutely – WOW!”.”
“Clearly, climbing should be part of the Olympics but it seems very difficult as they do not want more sports in the game.”
“Climbing is one of the biggest sports that has not yet made it to the Olympics. Most climbers are in favour and of course this would make a huge impact on sponsor money etc.”
“con il progetto «Sport climbing – 2020 dream» si stanno intensificando le iniziative per dare la massima visibilità all’arrampicata”
“Ovviamente nella scelta contano molti fattori, alcuni dei quali esulano dallo sport in senso stretto: politica, lobbying e contatti hanno un grosso peso, e in questo quadro va intesa anche la decisione di organizzare un evento in Piazza San Pietro, sotto i buoni auspici del Papa”
“Ora, la componente competitiva è parte di quella ludica e, salvo gli eccessi e le perversioni cui sa elevarla l’essere umano, componente non trascurabile della nostra esistenza.
E poi, diciamolo, non se ne può più di certe contrapposizioni che affliggono endemicamente il nostro paese. Senza sindromi esterofile, guardiamo in Francia, per esempio: è vero, a suo tempo ci fu il “manifesto dei 19” contrari alle gare di arrampicata, ma quella società, così infinitamente più avvezza alla cultura della montagna, quanto è più vicina a una sintesi fra azione e contemplazione, fra l’andar per monti senza fine e l’andarci con il doppio fine, quello di salire e di vincere? Momenti diversi, complementari, compresenti, ora questo ora quello, della vita. Senza contrapposizioni assolute.”

“Perchè l’arrampicata ha delle componenti sportive a mio modo di vedere NON è semplicemente uno sport come invece lo è stare su 100 metri di pista.
Le componenti sportive dell’arrampicata sono sempre state, ed è giusto che così sia (sempre che si vogliano preservare i valori che l’alpinismo e l’arrampicata hanno sempre avuto), relativamente marginali.”

“Ci stiamo avviando verso l’irregimentazione culturale: giornali e televisioni locali, nazionali, mostre, festival del cinema, programmi scolastici, tutti pervasi dagli ideali ‘olimpici’… La cultura a senso unico è sempre stata un nemico da temere. Figuriamoci quando reclamizza prodotti commerciali.”
“si parte celebrando lo spirito olimpico (…) però in realtà tutti agitiamo le bandierine del nazionalismo. (…) Dove non c’è il tifo, ahimè, non c’è sport”
“Passerella di sport che nessuno conosce, trionfo dei nazionalismi, medaglieri per atleti che poi andranno in Parlamento, bromuro quotidiano sponsorizzato dalle multinazionali.”
“una delle più importanti strategie di accumulazione inventate dal neoliberismo è proprio quella del marketing urbanistico, del grande evento come punta avanzata di capitalizzazione che usa lo spazio metropolitano per l’estrazione di plusvalore.
Molti analisti britannici, non senza alcune ragioni, stanno parlando delle Olimpiadi come ultima vera istituzione globale multilaterale”

“Possano le Olimpiadi essere «un momento di rinnovata amicizia in cui forgiare la pace»: così l’arcivescovo di Westminster ha salutato gli atleti giunti a Londra da tutto il mondo. Proprio per rappresentare questo spirito, nella cerimonia di apertura il governo di Sua Maestà britannica ha fatto issare la bandiera olimpica con i cinque cerchi, simbolo di pace, da una squadra di 16 militari britannici, scelti tra quelli maggiormente distintisi nelle ultime guerre.”
“I media invitano il cittadino medio a esaltarsi per Valentino Rossi su Ducati, per la Pellegrini in vasca o per la vittoria dell’Italia di Prandelli contro la Germania non solo sventolando la bandiera dell’orgoglio nazionale, ma anche millantando improbabili collegamenti con l’economia reale: sono tutte cazzate, non servirebbe neanche ribadirlo. (…) Insomma, avremmo anche potuto fare il pieno di medaglie alle Olimpiadi, ma avremmo continuato a vivere in un Paese di merda.”

Read Full Post »