Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Nuovo Mattino’

manchons_quechuaDopo le mutande dalla testa, stan cercando adesso di farci passar le calze dalle braccia. Riviste e siti specializzati si limitano a sollevare dubbi, ma possono star tranquilli: compreremmo di tutto comunque, con o senza minaccia.

“arme fatale ou gadget marketing? Mythe ou réalité?”

“”suvvia, non statevene lì indecisi, aderite all’appello delle Superiori Autorità, correte ad acquistare nuovi gadget e surrogati. (…) Incoraggiate la produzione di ciò che di più vano si può consumare. (…) il capitalismo va aiutato!””

“Ci eravamo divertiti così tanto che nemmeno ci eravamo accorti di aver creato un mostro.” (Franco Perlotto, da Montagne 360°Ci fu un tempo in cui lo chiamammo free climbing)

“gli sport estremi sono diventati di rigore per i top manager” (D Repubblica – Il buon CEO ha muscoli d’acciaio)

“Il Nuovo Mattino è tardo pomeriggio” (Enrico Camanni, Alpi ribelli)

S’era da poco scoperta l’ennesima brutta figura dei “falliti” quando qualcuno pensò ad una riscossa.
Erano i primi climbers “angeli strambi”, nati per essere liberi, pazzi visionari, merce rara. Che cosa siamo diventati, o stati fatti diventare? Pagliacci disagiati, superuomini in carriera, od omologati e comunissimi consumatori: in coda col numero di nuovo, come già fummo in gara.
E come finiremo? Scaleremo presto con il marchio dello sponsor tatuato sulla schiena, a distinguere il livello sociale di chi ce l’ha e chi non ce l’ha. Sulla base dei tiri dichiarati fatti tramite scorecard sarà valutata la nostra dignità. Venderemo l’anima al diavolo per un 8a, un 7a, un 6a. Chi lo sa dove finiremo. So soltanto che non sono ancora diventato tanto scemo da farmi suggerire a ogni stagione cosa sia meglio fare per diventar più bello, più forte, più performante, più sano…più coglione. So che stanno tentando di venderci un essere umano prodotto in serie e pronto a pensare in serie; un progetto allarmante, devastante, disumano. Un burattino tecnologicamente avanzato che si scambia in tempo reale aggiornatissimi consigli su falesie e appigli, che si mette alla prova in sempre nuovi cimenti e allenamenti, e che in qualsiasi pubblicità s’imbatta la valuti in base ai buoni sentimenti. Think pink? Non più. Think less, climb more: e lasciati alle spalle il tempo perso a vagare al Camp 4, o a giocare al no war. Non è quella la libertà selvaggia che ti hanno garantito: essa riguarda solo le apparenze, il tuo profilo Fb, l’accessorio trendy od il vestito.
Quanto criticone sono: se non hai provato il prodotto, come puoi parlarne male?
Per la stessa ragione per cui per scalare non abbisogno (ancora) di scale. Perchè, anche se ormai i nostri Nuovi Mattini hanno inizio verso mezzogiorno, riconosco in certo marketing ed in certa stampa di settore (da esso dipendente) un progetto diverso – benchè identificato con lo stesso nome – che fagociterà ben presto la nostra comune passione, trasformandola in qualcosa d’altro attraverso l’assorbimento di nuovi presunti valori e l’abbuffata di video mozzafiato con trame giovaniliste, suoni stordenti e dai magnifici colori. Esiste invece, o deve esistere, io sostengo, uno spiraglio ribelle e alternativo che spacchi il confine fra turismo ed alpinismo tracciato saggiamente da Messner: una dimensione tutta da guadagnare, in cui possa trovar posto una saldatura – che in fondo ancora (r)esiste – fra i fasti dell’alpinismo, se non eroico, diciamo almeno di serie A e l’arrampicata non ancora scaduta nella ricerca del pienone al Melloblocco, del passaggio sciocco o del movimento a scrocco; quello spazio insomma che rivendica la sempiterna ricerca esplorativa di se stessi nell’ambito della moderna purezza della salita e della difficoltà, nella consapevolezza però dell’appartenenza ad un tutto vivo e pulsante, assai più penetrante e significativo.
Se dunque arrampicare è “incarnare pienamente in ogni movimento la morale da cui tutto ha preso vita. Dare significato a ogni gesto, equilibrare perfettamente le forze, entrare in sintonia con la natura”, quando mai quest’attività, che ha finito col riconoscersi nella danza, si riconoscerà nel mondo? Quando mai quei principi etici che di essa fanno parte imporranno precisi confini e limiti etici, al di là dell’originario dibattito sul tirare oppure no i chiodi e sulle sue definizioni? Dove si nascondono oggi “il potere trasgressivo del gesto del movimento”, le “suggestioni post-sessantottine”, “i concetti di partecipazione, condivisione, comunione” che sgorgavano dalle parole d’un Berhault amplificatore notturno d’emozioni all’Anfiteatro di Cucco?
Scrissero Montanelli e Cervi che “La storia ha detto, con perentorietà, chi avesse ragione” fra certe “enunciazioni oltranziste” e quelli che invece “volevano l’economia di mercato”; non si domandarono però dove tanta presunta libertà ci abbia portato…ed io – si badi bene – mi limito qui a dissertar di fesserie tipiche d’una vita borghese semi-normale.
Stringer prese per ballare in verticale non è mai stata pratica tanto artificiosa e superficiale, un raccontarsi balle, l’invenzione d’un qualcosa che è ben altro rispetto al tentativo di traslazione sul piano politico e sociale che ingenuamente e provocatoriamente m’invento nella speranza che affacciarsi alla scalata del domani possa significare un gioco in qualche modo nuovo, rivoluzionario nelle ragioni oltre che in (stru)menti e (im)posizioni, senz’implicar soltanto acquisti e spese assurde ovunque mi ritrovo.

Curiosamente, nel raggiungere il grottone del Pertuso Cornarea in Val Tanarello, siamo incappati qualche weekend fa in questa mirabile operetta, nascosta fra le riviste d’un negozietto d’alimentari: ed essa ci ha stimolato ragionamenti che ci rendon, credo, a questo punto, vacanzieri assai poco ordinari.

Read Full Post »

duncecapDell’arrampicata, ovviamente.
Ricordo epistolare d’un progetto meritevole di plauso elaborato da climber forse ancora poco maestri, ma di certo non ancora ammaestrati.
Ed applauso infine fu.
Oggi, nel tenermi a debita distanza dall’evangelizzazione e dall’apostolato, rileggendo queste poche righe l’applauso me lo faccio anche da solo. Clap clap.

Lezione

Anche se la montagna che ho scalato
s’è dimostrata in verità un cappello d’asino,
è stato soltanto vincendo la sua cima
che quella consapevolezza mi ha raggiunto.

(Bill Knott, tratta da PoemHunter. Traduzione mia)

21 novembre 2011

Per la lezione io imposterei un discorso introduttivo di questo tipo.

Fino ad ora vi sono stati forniti degli elementi di tecnica/sicurezza che sono fondamentali per la pratica di questa attività.
Stasera approfondiamo un elemento che a suo modo è egualmente importante: ed è il motivo stesso per cui la pratichiamo; la molla che forse vi ha spinti ad iscrivervi, oppure quella che vi spingerà a continuare.
In realtà ognuno ne ha uno proprio di motivo, personale, legittimo, che conserva più o meno inconsapevolmente dentro di sè e che esprimerà diversamente nel corso della propria esperienza, praticando l’arrampicata nelle sue varie forme e con diversa costanza o intensità a seconda dei propri gusti, della propria cultura, della propria emotività. Perciò noi non possiamo, nè vogliamo, fornirvene uno preconfezionato. Possiamo invece raccontarvi i motivi che hanno avuto quelli che prima di noi sono venuti e che hanno contribuito ad inventare (o meglio, visto che ben poco d’inventato c’è: che hanno portato, nel corso di un processo storico, alla nascita di) questa attività.
La somma delle loro motivazioni determina la passione che è il filo conduttore di questa storia, e che lega gli alpinisti eroici degli anni ’30 all’ultimo atleta moderno della verticale, Tita Piaz ad Adam Ondra, passando per il free climbing ed il Nuovo Mattino fino all’epoca dell’artifizio e dello scavato, alle competizioni, ai ‘raduni di comunità’ e forse – chi lo sa – alle Olimpiadi, sempre alla ricerca affannosa e spesso confusa, ma comunque trascinante, di nuove forme pratiche e concezioni filosofiche di libertà (conquista eroica della vetta -> gioco, attività ludica guidata da bellezza estetica e difficoltà -> sostanziale omologazione consumistica).
Questa passione noi vi racconteremo sinteticamente nel tentativo d’infondervene un poco, nella speranza che v’affascini, e affinchè vi guidi quale sacro fuoco nel vostro spingervi da una roccia o da una cima all’altra con la maggior consapevolezza possibile di quel che si sta facendo, e di conseguenza con la maggior possibile soddisfazione.

Quindi, in sostanza:
1) arrampicata come evoluzione sociale e storica di una passione (che si evolve assieme ai processi economici, storici e sociali);
2) legame storico alpinismo-arrampicata;
3) esempi (Manolo/Berhault/Edlinger mezzi alpinisti e mezzi arrampicatori, vissuti nel periodo di transizione ed artefici della stessa) proposti con aiuti testuali e video.

Scusa le banalità e il solito tentato afflato poetico. Ogni proposta è bene accetta e ne parliam mercoledì.
Ciao

N.B.: questo post fintamente nostalgico è solo uno stupido trucco per poter riavere indietro dall’amico un libro meraviglioso sfruttato per l’occasione. 🙂

Read Full Post »