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Posts Tagged ‘montagna’

esche_gambero_1Se son riusciti ad inventarsi il retrorunning, ci dev’esser posto anche per il downclimbing; e che diventi disciplina olimpica, accidenti!

“Down climbing is an essential skill to have as a climber.”

“Staying balance-neutral (and in control) on the return to Earth”

“Camminare come i gamberi, ossia all’indietro, pare renda di più in termini di fitness che non il camminare in avanti.”

Quello di tornar sui propri passi dev’essere il percorso ginnico intrapreso da un intero paese.
Scrivevo che “i salitori di ieri mi sembran diventati oggi piuttosto…discensori. Quanto in basso s’intenda arrivare è materia d’analisi verticale che lascio approfondire ai prossimi ricercatori”: provocavo sapendo bene di provocare, ma altresì sperando di poter sbagliare. In montagna oggi si corre, anche all’indietro proporrei, e a chi prende il crepaccio od il burrone…100 punti! Ci s’inventano ragioni irragionevoli pur di poter campare sull’ultimo trend che tira, e tutti dietro a far la fila, ad accodarsi come pecore con la pettorina. Io che le pecore pensavo si contassero per addormentarsi gradirei risvegliarmi senza più business, senza più morti od incidenti, senza più autogiustificazioni e gare da portare avanti. Contemporaneamente s’abbassa il livello medio della cultura e della consapevolezza media dei praticanti: salgono perchè, per cosa tutti quanti?
Sostiene Messner che “la cultura urbana si è allargata sulle montagne, si è spinta sempre più in alto, sempre più in profondità”.
Perchè anche la montagna debba seguir la logica della produttività non mi è per niente chiaro. Se in gioventù m’allenavo con un certo entusiasmo, iniziai poi a trattare allenatori ed allenati con sarcasmo. Dal voler vincere su qualcun altro al voler vincere una continua sfida con se stessi c’è un passaggio che prescinde dalla paura del confronto: è proprio il senso della sfida a cambiare, l’obiettivo del corridore. Arrivare prima degli altri non implica per forza il migliorarsi, il conoscersi a fondo. Quanto alle gare di velocità: trattasi di forme evolutive strane, di curiosi ma inutili esperimenti svolti su cavie umane prestatesi alla moderna fretta del mondo. Escludendo le vie lunghe, dove il tempo è una variabile importante, chi scala un monotiro non ha urgenza, a meno che non debba sfuggire all’acciaio o terminar prima del buio il giro buono. Quindi perchè correre, perchè inseguire gratificazioni imposte o suggerite? Già son le nostre vite quotidiane a trattenerci in vincoli sempre più inevitabili, cosicchè il tempo libero residuo finisce per trasformarsi in un momento di riposo – mai in una pausa di riflessione – o in un ulteriore impegno sempre più forzato e assiduo; e alla cosa si dà, per di più, maggior valore: pensa un po’, Tizio lavora giorno e notte…eppure fa l’8b+! E quindi? Forse dovrei prenderlo ad esempio in luogo del ciccione (Caio) che indossa la maglia dello sportivo con accanto il figlio Sempronio, altrettanto panzone, a sventolar la bandierina; ma oggettivamente, quale valore sociale mi dovrebbero dimostrare questo e quell’altro caso umano? Il calcolo dell’energia profusa in senso verticale non mi ha mai interessato, ed è rasserenante sapere che non c’è attività come questa che si possa praticar liberamente, come ti pare e piace; forse la corsa, o il nuoto. Al contempo, però, i media veicolano determinate idee che i più tendono a far proprie, cogliendone come sempre i lati più evidenti e superficiali: la trasmissione del vuoto. Non siamo tutti uguali ed è giusto che sia data degna sepoltura anche al boulderista che per guadagnar pochi centimetri sotto al suo blocco ha scavato la fossa. Ma quel che mi domando è se la nostra sia davvero una scalata volontaria, consapevole, da noi stessi riconosciuta; o se invece a vincere siano sempre e solo l’istinto e la passione, splendidi in sè stessi ma sopraffatti ormai dal business della ricostruzione d’un amore svenduto alla competizione e al gossip, all’illusione dello sport per tutti, all’omologazione.
Io dico che non voglio più ottenere niente o quasi; voglio invece rinunciare a fare ciò che mi vien detto dovrei fare per ottenere cose che non ho mai inteso perseguire: numeri, obiettivi, sponsor, schemi e tabelle, grafici, statistiche, proiezioni. Quanti buffoni ho visto cincischiar sull’8a scendendone a metà, ma gridando alla valle il loro ipotetico potere? Sapranno mai costoro cosa sia il vero godere, sapranno mai abbinare il volere al potere senza per forza sentirsi costretti ad un qualche dovere? Se mai l’arrampicata oggi può ancora essere, per noi comuni mortali non professionisti, stile di vita e non hobby saltuario o semplice piacere del weekend, dev’essere una scelta che vada oltre la scoperta iniziale appassionante e l’equilibrio raggiunto tramite pratica e esperienza; dev’essere la volontà d’abbassarsi a capire anzichè innalzarsi laddove non si può, il coraggio dell’umiltà in luogo dell’ardimento, la capacità d’intravvedere il senso più profondo di un’azione contestualizzandolo. Cosa sto dicendo? In sostanza che arrampicare non è lavorare, ma un gioco impegnativo che se mi rende più che vivo può e deve evitare di finir nel calderone delle scorecard, nell’imbuto del risultato che si spiega ma anche s’annulla da sè nella miriade di sforzi e di passioni tutte diverse eppure tutte uguali; un gioco che può e deve invece verificare il proprio contenuto confrontandosi con la realtà circostante, adattandosi o no ad essa a seconda delle circostanze, della sensibilità e della cultura del singolo e della comunità, agevolando la comprensione di cosa significhi scalare in questo posto, qui ed ora, anzichè altrove.
Sarà l’età, come ho già detto, o che non sogno più un pannello artificiale quando piove.

(immagine tratta da Bit di Pensieri in Libertà)

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aquila_passosempioneVi sono migranti di mare e di montagna, e spostamenti lunghi e faticosi come in tempi assai più bellicosi.
Al Sempione e in zona Gondo ho già scalato due o tre volte almeno, e lo scorso weekend scorrazzavamo al fresco fra Premia, Baceno e l’Alpe Devero. Che la Svizzera fosse roba da ricchi mi era chiaro, ma quel che adesso so è che c’è parimenti un’Ossola per chi può permettersela ed un’altra per chi non può.

10 agosto 2016
“(ANSA) – DOMODOSSOLA (VCO), 10 AGO – Hanno cercato di entrare in Svizzera a piedi, passando tra le gole di Gondo, il paese svizzero di confine tra Ossola e Canton Vallese. Undici profughi eritrei e guineani sono stati fermati dalla polizia svizzera di confine e consegnati alla polizia di Domodossola, in provincia di Verbania. Tre di loro avevano tentato di raggiungere la Svizzera, in treno, già il giorno prima, ma erano stati respinti. I profughi sono stati fermati dalla polizia mentre camminavano lungo il Diveria, un torrente che sfocia nel fiume Toce.”

“L’ambiente è stretto e tetro, in basso la Diveria corre giù furiosa trascinando pietre e rami spezzati. In alto, incombono ertissime pareti grige, ben poco rassicuranti. La luce è fioca, dall’aria umida viene un senso di freddo. Le gole di Gondo sono state uno dei più temuti mauvais pas delle Alpi”

Ne è passata di acqua nel Diveria, nel Devero e nel Toce da quando Domodossola fu capitale della locale Repubblica partigiana, dal 10 settembre al 23 ottobre 1944: cacciati dalla Resistenza fascisti e tedeschi, quel territorio si potè dire temporaneamente liberato.
Settant’anni dopo, a nemico meglio nascosto e tollerato, rileggendo mezzo secolo della città suona consolatorio inneggiare alle “tante barriere abbattute” dai tempi delle migrazioni dal Meridione degli anni ’50 e ’60 quando ci si rende conto piuttosto che “tutto è cambiato in peggio”; con l’ulteriore differenza che “Una volta c’era un clima di speranza, oggi regna di più la rassegnazione”.
Così, al tempo in cui le guardie della Fortezza Europa arrestano i profughi in viaggio per queste valli verso il passo del Sempione, quel “non dire mai no a chi bussa alla porta” torna ad essere uno slogan di facile quanto irrealistica enunciazione; e mi domando di cosa stiamo parlando, in cosa consistano i tanto decantati “decenni di profonde trasformazioni”, e infine quale sia il ruolo (a)sociale che spetta ad un alpinismo che dall’alto di quell’altopiano tanto ricercato e filosofeggiato si limita a guardare il fondo, scoprendovi sempre lo stesso mondo chiuso e riservato a pochi, inesplicabile ed assoggettato.

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reality_monte_biancoDi gufi e divanisti, veline ed alpinisti. Se vi va.
Altrimenti, di tutt’altra idea di libertà.

“Questo reality non s’ha da scalare.”

“I gufi sono quelli che, pure quando una cosa è indiscutibilmente fatta bene, riescono nella faticosa impresa di trovare parole allarmanti e denigratorie per descriverla.”

“Il problema dei reality show è solo uno: chi li guarda.”

“qualcuno ci definì “parassiti sociali” (…). Eravamo costantemente alla ricerca di un confronto: chi con sé stesso, chi con gli altri, ma sempre attraverso la “libera”, (…) per sentirci più “liberi” da quell’omologazione che sembrava serpeggiasse avida di proseliti, sì proprio quella che cantavano i CCCP: “produci-consuma-crepa!”, e vivevamo sempre in attesa di un nostro, del tutto inutile ma nostro, “Mercoledì da Leoni”.” (Giovannino Massari)

“Per la mia generazione la montagna è stata sinonimo di libertà.” (Maurizio Oviglia)

“Dove cavolo è finito quel senso di libertà?” (Alessandro Grillo)

Oggi la montagna rischia di diventar per tutti sinonimo di reality. Cioè, nè più nè meno di quel che è sempre stata: l’avventura vista dal divano. Una montagna che per tutti non è mai stata, che si preferisce in vendita o mal rappresentata. Per chi è abituato a vederla invece come la conquista, se non antica della vetta, quantomeno nuova e più profonda dell’altopiano, il “divanista” parassita è piuttosto colui che, VIP o NIP, alla libertà ha già rinunciato, preferendo la TV allo scarpinare, la mistificazione alla realtà, lo spettacolo passivo e buffonesco della vera o immaginaria vita d’altri ad un’esperienza propria, concreta e genuinamente spettacolare, che si pensa forse di non poter sostenere; per cui al teatrino di quella altrui ci si deve aggrappare.
Amici del divano sono i media, che si limitano a correr dietro a quel che accade finendo acriticamente schiavi della divulgazione del nulla: come se ci dovesse davvero interessare se “Ci siamo persi la bella e simil-perfida Dayane”, appassionandoci all’ennesima telenovela trash, cascando nel crepaccio del gossip e confondendo lo sport col circo, momenti formativi con pillole instupidenti. No, proprio non basta sostenere che “la buona e “perfettibile”, come dice Simone Moro, trasmissione Monte Bianco, (…) merita un pochino più di attenzione dalla gente di montagna e che la montagna la vive e la ama, perché comunque di montagna si parla”: sarebbe preferibile che non se ne parlasse in una certa maniera, e forse, al limite, che non se ne parlasse affatto; giacchè di tutte le emozioni e dei valori dei quali si ciancia, quel che resta a contare è solo il business perdente che sta dietro a questa pantomima di verità, e null’altro. Tutti i principi della montagna che mi son stati trasmessi, e che approfondendo ho fatto miei, cozzano con l’idea stessa di una oscenità simile, una minestra liofilizzata e riscaldata che a quanto pare non offre nulla di nuovo e che va ben oltre le scalate artificiose di Manolo a Jonathan. Se infatti quest’ultimo rappresenta comunque indubitabilmente una delle espressioni più celebri e significative dello spirito dell’arrampicata, queste modelle buttate sulla neve quale senso hanno? Ce le buttassero nude almeno, capirei. Ah, ma già lo fanno?

“Polemiche sui social per i comportamenti della spudorata Dayanne Mello e del capriccioso Stefano Maniscalco. (…) Per la seconda volta di seguito (due puntate su due), Dayane Mello ha mostrato le sue grazie con la scusa di doversi lavare nel fiumiciattolo ghiacciato vicino al Campo Base.”

Non mancano ovviamente, visto che tutto in fondo si basa su quello, foto e video dell’impresa, riproposte anche quando la TV non è più accesa. Quanta bellezza gettata alle ortiche, svilendo anche l’ambiente circostante! Seppure di storie d’alpinisti capricciosi e spudorati ce ne potrebbero esser tante, andar per monti non è andare alla spiaggia: non ci vuole un “gufo reazionario” per poterlo affermare; reazionario non è l’antimoderno, è chi difende una realtà immutabile di squilibri di forze e di sottomissione culturale popolare. Ci manca solo il dover fare ammenda e tanti complimenti per poi buttarci nella ressa, prestando anche soltanto un poco d’attenzione a questi miserabili mezzucci di distrazione di massa.
Badate che non so di che parlo, visto che non possiedo una televisione (lo metto nero su bianco anche nel caso in cui passasse di qui qualcuno deciso a farmi pagar la nuova tassa). E badate che non sono più neppure iscritto al CAI, da quando han palesato di premiar non ciò che sei ma ciò che fai. In più, la risposta accademica al Foglio in merito al programma non mi par risolutiva.
Forse, semplicemente, questo ennesimo format rincitrullente anche senza visione preventiva può essere pensato figlio di quello già sperimentato in forma soft sull’isola greca del boom verticale, con veline al seguito convinte che la montagna sia Courmayeur; proprio come la coppia d’oro zecchino Sallusti & Santanchè, che con chiacchiere e pettegolezzi marcia su un’Italia che marcisce fra scandali e scarsa memoria, e di cui tramite gossip si vorrebbe ricostruir la storia.
Il tentativo bieco è quello di portarci a pensare in blocco come loro più di quanto già non si faccia; a prendere le cose come cultura dominante comanda: cosicchè salirà chi può (i corridori del Tor des Géants, non certo te), qualche fortunato sarà spettatore pagante, e voialtri starete a guardare, o feccia.
Oddio, può essere che sotto sotto questa visione non sia del tutto sbagliata o controproducente: “parassiti sociali” o nuovi guerrieri che fossimo, non eravamo buoni a niente; se invece sei così demente da goderti talpe, secchioni o fattorie dopo il tiggì, puoi continuar tranquillamente a farti rigirar la solita frittata e a non pensare ruminando l’insalata: puoi capire a me quale amarezza mi rimane. Dopo il Monte Bianco, però, ricordati di pulire la cucina e di pisciare il cane.

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piloni_THTAl di là delle linee…di arrampicata. Dopo Chiomonte, Brianzone; dopo l’alta velocità, l’altissima tensione.

“Il progetto di linee ad altissima tensione avanza poco a poco. Un moderno pilone ad Argentière, la dichiarazione di pubblica utilità firmata da ministri e prefettura (…)
Lo Stato e la società elettrica pensano di aver vinto la partita e di poter rovinare una piccola valle, ma senza fare i conti con gli abitanti della valle stessa e delle vicinanze, i loro amici e tutti coloro che non vogliono che questo progetto venga realizzato e che distruggeranno il loro “bel pilone di design”.
(…) non lo lasceremo costruire né in Haute Durance, né altrove.”

Très haute tension dans la haute vallée de la Durance: come vi suona? A me, dico la verità, e non per il francese rabberciato, stona. Eppure quasi non ne parla nè se ne interessa alcuno, NoTav ed ecologisti oltranzisti esclusi, come se a pochi dovesse importare della vergognosa offesa ad una valle di montagna che vive di turismo e che mostra ad oggi appena qualche primo timido segnale di difesa. La valle coinvolta non è la val di Susa, ma quella che si raggiunge subito dopo, svalicando il Monginevro; la quale da Briancon discende dolcemente fino a Gap in un riquadro verde e azzurro pressochè perfetto, cui solo le condotte forzate fanno danno, con spazio e attività open air per tutti e non so più quanti giorni di sole vantati all’anno.
A vent’anni iniziavamo proprio qui a provare i primi 6b e 6c, su rocce che hanno fatto a loro modo storia (La Roche de Rame, Saint Crépin); qualcuna invece è stata nel tempo dimenticata (Panacelle, Barachin), qualcuna bandita, e qualcun’altra credo sia perfino sparita, inghiottita dalle cave. Altre ancora resistono orgogliosamente fra le nuove creazioni, e mi piace pensar che qualcosa ricordino anch’esse delle mie migliori stagioni.
Oggi, a distanza di decenni, ritorno a L’Argentière nello stesso campeggio in cui vivevamo i nostri primi sogni giovanili per scoprire che l’elettricità farà il percorso stesso nostro, passando da Briancon fin giù al lago di Serre-Ponçon non senza impatto: per cui si parla già fra i valligiani di un probabile ecomostro. Come sempre, invece, con gran tatto chi ha interesse a costruire presenta l’opera come un’architettura geniale, oltre che una fantastica opportunità di conservazione ambientale…vincendo il plauso e la firmetta di chi si occupa della biodiversità nella riserva naturale. Se anche la verità stesse nel mezzo, qui la questione come altrove si riduce al sì od al no, e all’uso della forza di Stato che non ammette alcun però.
Però, un però lo dico io. Perchè i nomi dei luoghi interessati a me son noti, ma dicono tutt’altro: le falesie innanzitutto, e poi fiumi e torrenti, laghetti e campeggi, serate danzanti, i fuochi a S.Lorenzo, le cene con amici e fidanzate, i progetti personali risolti e quelli eterni. Dovrà lasciare il posto questa magia estiva ogni anno riproducibile a nuovi inevitabili e prolungati inverni? Come conviveranno free climbers e free booters, l’energia che sale e quella che discende? A parer mio la valle è troppo piccola per tutti e due. Ma è più facile che gli uni non s’accorgano degli altri, se non a cose (male) fatte: occhi coperti da bende o accecati da prebende.
Le proteste come al solito son limitate, sembra che o sei anarco-insurrezionalista o sennò quel che succede, anche se ti passa sopra come l’asfalto sul terreno, ti stia sempre bene. Eppure, proprio perchè legato al territorio, a valori anche concreti, materiali, dovresti predisporti culturalmente e fisicamente ad un “insorgere d’accordo” (Federigo Tozzi, da Con gli occhi chiusi). Su qualche muro son comparse scritte NO THT, evidenti abusi che la solerte amministrazione ha fatto presto cancellare; mentre già svetta a monito il primo doppio palo bianco, un monumento al nulla in mezzo al mare. Mi sento sempre più invecchiato e stanco. L’orrore del business è che non guarda in faccia a nulla e nessuno, si mostra sfacciato, e figurarsi se si preoccupa del mio nostalgico passato. Dovremmo piuttosto essere noi a prenderci cura del nostro futuro, al fine di evitarci nostalgie molto più amare: come quella celebre e contestatissima delle ciminiere savonesi per Gramellini – che a dire il vero nel lontano 1994 le cantava agli altri (a meno che il cronista avesse solo il nome uguale), prima d’arrivare alla prima pagina passando per la rubrica della posta sentimentale. C’è altrimenti il rischio di non sapere più distinguere ciò che davvero sia progresso dal deserto, di rovinare tutto uniformando all’utile il bello e pure il brutto, di trasformare coste e valli verdi in un cesso a cielo aperto, per poi arrivare col solito colpevole italianissimo ritardo a ‘scoprire’ che il progresso era devastazione ambientale o disastro colposo, ed il progetto fascinoso presentato un grande azzardo. Ci nasconderemo allora nella gola del Rif d’Oriol non solamente per sfuggire alla calura, ma anche per evitare di vedere lo sfacelo tutt’attorno, il delitto commesso a danno di madre natura; dopodichè, distesi a bordo strada su un francobollo di prato, rimugineremo di un territorio d’alta quota saccheggiato.

***

Una nuova manifestazione popolare è prevista per domenica 20 settembre 2015 con partenza da Eygliers, ai piedi delle rocce di Mont-Dauphin.

Plus d’info:
En Haute Durance et ailleurs contre la THT, le nucléaire et son monde
Stop-THT
Assemblée anti-THT

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rixi_climberDi leggi sagaci e politici rapaci.

“Divieti di arrampicata per nidificazione sulle falesie liguri. SIAMO ALLA FOLLIA!” (Edoardo Rixi)

Presentarsi in politica da paladino degli scalatori sembra non porti fortuna.
Eppure Edoardo Rixi, già dai suoi riconosciuto coraggioso al limite della follia (“è un folle visionario. Ma un folle da slegare” scrisse di lui Il Giornale, così augurandogli una carriera alpinistica piuttosto breve), ci ha provato; finendo a malincuore coll’esser bidonato.
Peccato, perchè nel vertiginoso esporsi aveva approfittato per ergersi (senza richiesta: valore aggiunto) a nostro ardito difensore, combattendo a mani nude un divieto regionale irragionevole, ai limiti dell’impossibile.
Così, quando pensi d’essere il solo a mescolar confusamente politica ed arrampicata, scopri che c’è chi riesce a fare addirittura un’arte del prepararne una frittata.
Brevissima cronologia d’una commedia degli equivoci italiota tutta verticale: laddove ci s’attacca al nido del fringuello per piazzar cartelli e paletti, e ad abboccare è primo il corvo che chiede al merlo: ohibò, dove li metti?!

21 ottobre 2014
“La polisportiva dell’Outdoor del Finale, in collaborazione con la Provincia di Savona e il WWF, ha verificato sul territorio Finalese la presenza dei cartelli indicanti le aree di divieto arrampicata. I cartelli mancanti sono stati rimessi al fine di indicare in modo chiaro ai rocciatori le pareti sottoposte al divieto. Le zone di divieto di arrampicata sono il frutto di un accordo raggiunto negli anni passati tra ambientalisti e rocciatori al fine di salvaguardare gli ultimi potenziali siti di nidificazione di importanti rapaci rupicoli, come il gufo reale e il falco pellegrino.”

25 novembre 2014
“Ma perchè tanti divieti su attività comunemente praticate in montagna, e diventate motore dello sviluppo turistico in tante zone d’Italia? Pare si tratti di un’imposizione della Regione Liguria con provvedimenti di Valutazione di Impatto Ambientale.”

16 dicembre 2014
“L’Amministrazione Comunale di Triora, in provincia di Imperia, ha emesso ieri una nuova Ordinanza Sindacale n° 95 del 15 dicembre 2014 con la quale si revoca la precedente ordinanza n.° 77/2014 pubblicata a seguito dei pareri del Comitato Tecnico di Valutazione di Impatto Ambientale della Regione Liguria.”

26 marzo 2015
“«Con questa modifica al testo di legge, di concerto anche con le associazioni ambientaliste, verranno individuati i periodi in cui non si potrà arrampicare e quelli in cui la pratica sportiva sarà permessa. Il divieto a prescindere era un paletto assurdo che ostacolava la promozione del nostro territorio sulla pratica degli sport outdoor».”

27 marzo 2015
“«Con l’approvazione di questo emendamento cade l’assurdo vincolo implicito che vietava agli appassionati di arrampicata sportiva di poter praticare questa attività sulle pareti di roccia perché “luoghi di nidificazione di rapaci rupicoli” (…) Penso che l’emendamento approvato oggi sia un atto di buon senso»”

Dall’accordo al concerto in pochi mesi, dunque: un vero prodigio delle note (diplomatiche). Nonché un dotato attore: abituato alle sceneggiate sui ponteggi (leggermente meno audace d’un Alain Robert, e privo della dignità di Luca Abbà), ed abile in particolar modo a recitar la parte della vittima del complotto (“E’ chiaro che tutti i poteri forti si scatenano contro di noi”), il leghistalpinista – sfidando in questo caso gli eccessi ambientalisti – s’è lanciato da spaventosa altezza in nostro aiuto, ed io qui lo ringrazio personalmente. Per la cronaca, però, da libero climber vorrei render noto che rappresentanze politiche ufficiali ad oggi non ne abbiamo, e aggiungo che non si sta male per niente, anzi: in caso di necessità, ce la caviamo benissimo da soli.
Se poi qualsivoglia autorità, ritenendola pericolosa o antisociale, intendesse vietar di nuovo la passione proibita verticale…faccia pure, e provi a presentarsi in parete con le transenne e il metro: si farà male, rizzerà le antenne, e finalmente più nessuno per secondo le andrà dietro.

Molti aspetti dell’arrampicata odierna sarebbero da rivedere, e quasi tutti hanno a che fare con la consapevolezza al tempo stesso individuale e collettiva di tale pratica: con il cosa, il come ed il perchè; anche rispetto a quel che ci circonda. Ma nel paese della legalità presunta e del certo nonsenso si sta invece sempre fermi all’io sì e tu no, al chi può e chi non può, alle ragioni ed alle concessioni dei più vari poteri od organismi semiseri.
Lo shock da divieto assurdo ed improvviso è comprensibile, ma ha tanto a che veder con la follia quanto lo ha la sicurezza del dar sempre la libertà verticale per scontata. Nessuna libertà lo è: bisogna combattere per conquistar la propria, badando di non sconfinare in quella altrui. Peccato che a certuni piaccia intendere la questione come un affare di confini, di filo spinato, di frontiere, di muri e sbarramenti ad evitar brutti rapporti coi vicini.
Laddove non c’è naturalmente rispetto reciproco spunta purtroppo il divieto, e più ottusi degli schiavi d’una passione son soltanto i servi di un sistema di potere che si propone di regolare le passioni per garantirsi l’autoconservazione.
La posizione della Lega Nord sull’argomento qui trattato è peraltro assai parziale, dal momento che il partito difende platealmente la lobby dei cacciatori.
Ora, che pure fra gli arrampicatori abbondino le teste di cazzo è cosa nota, ma piuttosto che rischiar di ritrovarmi a far parte d’una comunità che si fa parare il culo da una banda composta da simili figuri – amanti della caccia indistinta a volatili, zingari, migranti e lavavetri – preferisco mettermi direttamente dalla parte degli uccelli, quelli veri: che vivono in libertà senza doverla comprendere e normare, mentre noi corriamo dietro ai folli, agli allocchi ed all’arrampicata da emendare.
Insomma, se già non ci piaceva la scalata odierna dei furbetti, delegata ad avvocati e giudici…figuriamoci quella regolata dai politici!
Ma poi, Dio lo volesse che qualcuno finalmente mettesse l’arrampicata fuorilegge: allora, col divieto, si vedrebbe chi scala dentro e chi fuori dal gregge.

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nuova_sala_di_arrampicataDalla passione gratuita all’arrampicata compensativa.
La nuova palestra di arrampicata che ci stanno preparando a Genova si chiama Terzo Valico: i suoi effetti sono già evidenti ed intaccano luoghi cari all’alpinista uso a scalar per gioco.

“I contadini di queste valli, anche senza aver mai raggiunto alcuna vetta, erano portatori dei medesimi valori, basati sul rispetto della natura e sulla imprescindibile simbiosi tra essa e l’uomo che vi vive, che da sempre hanno permeato gli alpinisti.
Pertanto, arrampicare su queste palestre, su queste falesie, ci porterà inevitabilmente a ripercorrere i sentieri tracciati dalla civiltà contadina, ricollegandoci, almeno idealmente, a quel mondo, a quella cultura.
E così facendo, (…) quelle vallate, quelle montagne non saranno completamente abbandonate e dimenticate.” (dalla Introduzione ad Alpinismo per gioco, 1987)

“Bisogna riscoprire la bellezza dei nostri territori e sviluppare un certo amor proprio per le nostre valli che vanno difese da quello scempio in atto che stanno portando i cantieri del Terzo Valico.”

“se lì ci passerà il Terzo Valico questi topic ce li possiamo scordare”

Dicono che sia il progresso, e che la civiltà contadina debba ormai lasciargli il passo. Il capriolo ha qualche dubbio; quanto al climber?
Non mi dilungherò con noiose e nostalgiche riflessioni sul contrasto fra i ritmi naturali e la presunta, discutibile necessità della velocità; riflessioni che comunque meriterebbero una certa attenzione, dal momento che vi si son spesi, fra gli altri, personaggi autorevoli del mondo della montagna: concentrandosi sia sul valore dell’alpinismo quale antidoto agli obbrobri della civiltà moderna, sia sulla direzione che lo stesso alpinismo sta prendendo, proprio in quanto succube anch’esso dell’influenza della società dei consumi e delle esigenze del mercato.
Non divago su questo anche perchè di alpinismo vero e proprio qui non si tratta, date fra l’altro le modeste altezze, bensì di quel che di lì a poco sarebbe divenuto il gioco-arrampicata, ed oggi è un business basato (quando va bene) su un silenzio-assenso entusiasta e sorridente.
Mi spingo invece a vagar fra quelle antiche falesie quasi urbane per riscoprirne un valore che, a prescindere dall’interesse oggettivo delle singole strutture e dall’affetto che ad esse mi lega, non credo d’essere il solo a giudicare pressochè immutato. Un volume di recente pubblicazione (Onde di Pietra, del 2012: l’Oltrefinale levantina) ha fatto sì che alcuni luoghi siano stati riscoperti o rivalutati, non a caso facendo gli autori appunto cenno al contrasto fra la pace di quei luoghi e le logiche assurde alle quali siamo ormai abituati, e proponendosi col libro “di fare qualche cosa di concreto per migliorare il piccolo mondo che si ha intorno”.
Qualcuno sarà tanto limitato da individuar l’incongruenza di posizioni all’apparenza conservatrici: paradosso già a suo tempo ben spiegato da Pasolini; qualcun altro avrà il coraggio di obiettare che dalle falesie qui citate l’opera neppure si nota: è questa l’ipocrisia utilissima al sistema del perfetto idiota, che meriterebbe di subir nuove disposizioni d’un divieto di scalata generalizzato, se non addirittura la distruzione del giochino, come altrove già avvenuto.
Io le chiamo ormai: le falesie del Terzo Valico (alpinismo ancor per poco).

“Cravasco è un bel paesino dell’alta val Polcevera nell’immediato entroterra Genovese ancora incontaminato, tranne per una immensa cava…”

“Per il Cociv, il consorzio incaricato di progettare e costruire il Terzo Valico, non c’è nulla da temere: a sorvegliare sui lavori ci sono il Ministero dell’Ambiente e le Regioni Liguria e Piemonte.
Non la pensano così gli abitanti di Isoverde, dove le scritte “No Tav” firmano i cassonetti della spazzatura, le pensiline degli autobus e le lenzuola appese alle finestre. Nella montagna dietro al paese, a Cravasco, si scava una delle quattro gallerie di servizio del Valico.”

“Cravasco non è pregiudizialmente contro il Terzo Valico. E’ contro il progetto presentato dal Cociv, che non tiene assolutamente conto del catastrofico impatto ambientale su tutta la Valle Verde, a partire da Campora per Isoverde, fino a Cravasco.
(…) non si può proporre un’opera la cui realizzazione produca più danni che utilità.”

“Non fate che tra vent’anni la Valpolcevera debba diventare famosa come oggi purtroppo sono gli abitanti di Marghera, Caserta o Taranto.”

Ha perduto molto la piccola Grande di Cravasco, quasi un simbolo dell’arrampicata ligure, dove nacquero i Cravasards e dove in tempi più recenti ho conosciuto una discendente dell’autore dello storico volumetto sulle Palestre di arrampicamento genovesi (1962): il contadino come talvolta accade si è stancato (scelta legittima, curioso però che gli scalatori riescano a infastidire più dei cavatori) e ne ha chiuso la metà al sole; resta qualche inusuale placca che dicono facile sul retro ed il Fungo con i suoi boulderosi strapiombetti.
Benchè la sommità sia raggiungibile anche a piedi e la magia di quei tempi sia passata, ancor oggi balzare fuori in cima al sole e al vento dà sempre una gran bella emozione. A poca distanza però si trovano le cave, delle quali una viene assediata notte e giorno dai NoTav.

Poi c’è l’altra ‘grande’, la Pria Grande: un masso più piccolo e nero, infossato ed umido, ma non per questo poi così sfigato, dove “si è cimentato il fior fiore dell’alpinismo genovese e non solo”, mio papà compreso! Anche qui c’è del facile e del 7, e vi si corre volentieri l’estate dopo il lavoro a riprendersi un pezzetto di giornata.

Superiamo a nord il confine regionale passando per la strada della Bocchetta o per la Castagnola. A Voltaggio c’era una falesia moderna che per quanto ne so oggi risulta chiusa. Ma chiuso è stato anche il cantiere, fra le proteste degli operai e dei sindacati, in quanto privo di certificazione antimafia. Alta è stata la tensione sino alla controversa riapertura. Se pure la presenza di mafie o amianto fosse dubbia, una cosa è certa: l’inquinamento c’è già, vista la presenza di rifiuti sotterrati in quantità.
Quanto alla Placca Elena alla cava di Voltaggio, pare che le sue vecchie vie non esistano ormai più; eppure non molto tempo fa circolavano voci addirittura di un romantico progetto di richiodatura.

Siamo già in provincia di Alessandria, perciò procediamo.
Alle nebbie di Gavi sopravvivono alcune falesie sabbiose ma originali, fra le quali una piuttosto nota e frequentata, posta nella conca verde appena dietro al forte, che Bessone prudentemente consigliava “a chi ha dita blindate”.
A sopravvivere, in una zona definita a rischio archeologico alto, sono anche i resti dell’antica civiltà romana, dopo Libarna riesumati pure a Radimero: faran la fine della Maddalena di Chiomonte?
Dice d’aver “Gavi nel cuore” (nome della lista civica) il suo sindaco Nicoletta Albano, che però nel cuore – viste le frequentazioni – deve aver piuttosto Berlusconi. Sul Terzo Valico è blindata da tempo in un silenzio sospetto: forse perchè la interessa una questioncina privata, quale la signora ritiene che sia il destino degli espropriati…dalla sua stessa azienda.

Corriere di SestriTornando infine a bomba e sul territorio genovese, l’ultima (seppur non recentissima) notizia grottesca nel merito – chiaramente non approfondita da alcuno, almeno che io sappia – risale all’anno scorso e riguarda l’arrampicata proposta quale “opera compensativa” per il Terzo Valico: sembra in sostanza che ben presto scaleremo al Monte Gazzo grazie alla lista Doria (e col voto sofferto dei compagni di Sel)! Proposta riciclata, giacchè se ne parla da decenni, ma oggi utile secondo lorsignori a far meglio ingoiare ai cittadini la delibera sulle cave del Chiaravagna (alla faccia del recupero ambientale della zona, da lungo tempo atteso dagli abitanti), oltre al voltafaccia di convenienza d’un sindaco fino a ieri nemico delle cosiddette grandi opere, per bocca sua o dei suoi.
Peraltro, a quale possibile “sito di arrampicata” precisamente ci si riferisca non è chiaro. Speriamo almeno che la falesia con cui ci compenserebbero sia quella esposta a sud, già sognata da molti e inutilmente corteggiata, visibile dall’autostrada… Temo invece che si tratterà del fronte di cava a gradoni esposto ad ovest, se non dei quattro risalti muschiosi già attrezzati a suo tempo dal buon ‘Thomas’: in quest’ultimo caso ci avrebbero promesso quindi una cosa non soltanto di scarso interesse, ma che esiste già.
Il leghistalpinista Rixi, sostenitore dell’opera, era forse anch’egli in dubbio su quale parete si trattasse, cosicchè al momento del voto si è astenuto.

(foto tratta da Repubblica)

 

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duncecapDell’arrampicata, ovviamente.
Ricordo epistolare d’un progetto meritevole di plauso elaborato da climber forse ancora poco maestri, ma di certo non ancora ammaestrati.
Ed applauso infine fu.
Oggi, nel tenermi a debita distanza dall’evangelizzazione e dall’apostolato, rileggendo queste poche righe l’applauso me lo faccio anche da solo. Clap clap.

Lezione

Anche se la montagna che ho scalato
s’è dimostrata in verità un cappello d’asino,
è stato soltanto vincendo la sua cima
che quella consapevolezza mi ha raggiunto.

(Bill Knott, tratta da PoemHunter. Traduzione mia)

21 novembre 2011

Per la lezione io imposterei un discorso introduttivo di questo tipo.

Fino ad ora vi sono stati forniti degli elementi di tecnica/sicurezza che sono fondamentali per la pratica di questa attività.
Stasera approfondiamo un elemento che a suo modo è egualmente importante: ed è il motivo stesso per cui la pratichiamo; la molla che forse vi ha spinti ad iscrivervi, oppure quella che vi spingerà a continuare.
In realtà ognuno ne ha uno proprio di motivo, personale, legittimo, che conserva più o meno inconsapevolmente dentro di sè e che esprimerà diversamente nel corso della propria esperienza, praticando l’arrampicata nelle sue varie forme e con diversa costanza o intensità a seconda dei propri gusti, della propria cultura, della propria emotività. Perciò noi non possiamo, nè vogliamo, fornirvene uno preconfezionato. Possiamo invece raccontarvi i motivi che hanno avuto quelli che prima di noi sono venuti e che hanno contribuito ad inventare (o meglio, visto che ben poco d’inventato c’è: che hanno portato, nel corso di un processo storico, alla nascita di) questa attività.
La somma delle loro motivazioni determina la passione che è il filo conduttore di questa storia, e che lega gli alpinisti eroici degli anni ’30 all’ultimo atleta moderno della verticale, Tita Piaz ad Adam Ondra, passando per il free climbing ed il Nuovo Mattino fino all’epoca dell’artifizio e dello scavato, alle competizioni, ai ‘raduni di comunità’ e forse – chi lo sa – alle Olimpiadi, sempre alla ricerca affannosa e spesso confusa, ma comunque trascinante, di nuove forme pratiche e concezioni filosofiche di libertà (conquista eroica della vetta -> gioco, attività ludica guidata da bellezza estetica e difficoltà -> sostanziale omologazione consumistica).
Questa passione noi vi racconteremo sinteticamente nel tentativo d’infondervene un poco, nella speranza che v’affascini, e affinchè vi guidi quale sacro fuoco nel vostro spingervi da una roccia o da una cima all’altra con la maggior consapevolezza possibile di quel che si sta facendo, e di conseguenza con la maggior possibile soddisfazione.

Quindi, in sostanza:
1) arrampicata come evoluzione sociale e storica di una passione (che si evolve assieme ai processi economici, storici e sociali);
2) legame storico alpinismo-arrampicata;
3) esempi (Manolo/Berhault/Edlinger mezzi alpinisti e mezzi arrampicatori, vissuti nel periodo di transizione ed artefici della stessa) proposti con aiuti testuali e video.

Scusa le banalità e il solito tentato afflato poetico. Ogni proposta è bene accetta e ne parliam mercoledì.
Ciao

N.B.: questo post fintamente nostalgico è solo uno stupido trucco per poter riavere indietro dall’amico un libro meraviglioso sfruttato per l’occasione. 🙂

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chiomonte chiusura permanente“SI AVVISANO TUTTI GLI UTENTI CHE: IL SITO ARCHEOLOGICO UTILIZZATO DAGLI APPASSIONATI DI QUESTA PRATICA SPORTIVA E’ MOMENTANEAMENTE CHIUSO E INACCESSIBILE!
CI SCUSIAMO PER IL DISAGIO.”

“Si sono piazzati lì, senza neppure chiedere il permesso. E intanto tutta l’area della Maddalena sta subendo una devastazione vergognosa.”

“anche con lo sport si prosegue l’assedio e la pressione alle reti”

“A Chiomonte si scala, anzi. Bisogna tornare a scalare per riprendersi i propri spazi.”

Col caldo africano alle porte, sono in pochi a partir dal mare per dirigersi in bassa val di Susa. Ma la valle sa riservar sorprese non da poco, e noi a scoprirle andiamo. Le strade son deserte, perciò si viaggia lenti e bene, e la barriera di Avigliana questa volta la saltiamo, più per via delle guardie che per risparmiar denaro: così risparmiamo almeno del nervoso, ch’esser trattati da delinquenti dai segugi dell’antiterrorismo non è divertente.
Serpeggiando per le statali raggiungiamo Giaglione, Dzalhoun o Jalyon a scelta fra il francoprovenzale o l’arpitano: dalla radice arp – dal preindoeuropeo kar-pe = «sotto le rocce» – e tan = «abitante». E qui son strette di mani e pacche sulle spalle, e birra artigianale od acqua fresca di montagna, e polvere e sudore nonostante la breve camminata. Il percorso è il medesimo della passeggiata notturna; ma stavolta alle reti del cantiere, che nel frattempo si è parecchio esteso, neppure ci fanno arrivare. Chi non ne approfitta per un bagno refrigerante e strafottente nelle pozze avanzate ai jersey prosegue per bei sentieri, costeggiando però qua e là file di omini neri pesantemente bardati e a scudo in mano, che manco puoi ritirarti un attimo tranquillo per pisciare. Noi banda di rozzi climbers preferiamo per un tratto risalire, a mo’ di scorciatoia, una ripida scarpata; scopro così riemergendo dal dirupo la famosa area boulder di Chiomonte, sito valutato “sicuramente il più vario del Piemonte per bellezza e difficoltà dei passaggi”: un luogo magico e ancestrale, nascosto nel bosco in una zona di interesse archeologico che i lavori han depredato o quantomeno occluso. Appena pochi mesi fa qualche appassionato ricordava per l’appunto che “è ancora possibile raggiungere l’area boulder di Chiomonte passando da Giaglione”, magari cercando di strusciar furtivi fra i massi, anche se immagino difficile celarsi dietro agli alberi armati di crash pad.
Forse che gl’invasori non debbano aver nulla da temere dall’avanzar degli arrampicatori?
In tempi lontanissimi, quando ancora mi crogiolavo nella mia bolla spazio-temporale verticale, già ebbi da discutere su questo argomento, nell’occasione di un raduno coraggioso che, mescolando assieme politica e arrampicata, nonostante la facile ironia dello slogan (“Meglio l’alta difficoltà…che l’alta velocità!”), rischiava di risultare ostico per molti e perfino fastidioso per alcuni.
Ma l’innegabile stato delle cose attuale è che “In Valle Susa sinora sono stati abbattuti oltre 5000 alberi, molti secolari”, in uno scempio di cui chiunque potrebbe ed anzi dovrebbe personalmente prendere visione; come ha fatto Cremaschi, finendo per collegamenti col descrivere quell’area chiusa al mondo come una nuova zona rossa, “un altro di quei buchi neri che da Genova in poi ingoiano la nostra democrazia”. Non sono paroloni: è evidente anche ai foresti che questa parte di valle sia stata trasformata nel presunto interesse generale “da verde giardino in un cratere lunare”; e i lavori vanno avanti. Ma noi pure, ed un saggio procedere implica il tornar sui propri passi: così, l’evento coi (pardon, sui) sassi è stato ripetuto un anno fa. Sulla pietra son rimaste ben poche tracce di magnesite, in compenso è nata qualche scritta incazzata od ingiuriosa: poca roba rispetto al danno causato dai rappresentanti dello Stato all’area archeologica della Maddalena, “dove ai tempi della Libera Repubblica No Tav si entrava con le pattine e stando attenti a non rovinare l’erba”, e che ora, post-occupazione, “è diventata un parcheggio per camionette e cingolati: nemmeno i cinghiali si comportano così”, commenta commosso chi si ritrovi a muovercisi attorno, con la curiosa e diffusa sensazione però che in gabbia in verità ci siano loro.
Buffo, oltre che inquietante, è il dover sottolineare come anche in questo caso sia tornato utile il fantastico capro espiatorio del black bloc pur di coprire certe nefandezze. Chi volesse saper qualcosa in più del “più importante sito archeologico e museale del Piemonte” (nonchè “tra i tre più importanti siti neolitici dell’Europa occidentale”, definito dai giornali addirittura come “la Pompei del Nord”), troverà a questo e a quest’altro link interessanti informazioni frammiste a note colme d’amarezza, oltre ad una ricostruzione da sbellicarsi dell’inganno che le istituzioni tentano di piazzare pur d’inventarsi la solita montatura dei cattivi che avrebbero “tirato le pietre della necropoli”, laddove “l’area archeologica non solo è recintata, e quindi inaccessibile, ma è il punto in cui le forze dell’ordine hanno organizzato il loro fortino. Inoltre, è impossibile che un uomo riesca a tirare massi di simili dimensioni”. Seppur con l’uso del condizionale, non è difficile dedurre che “I danni sarebbero quindi stati compiuti proprio dalle forze dell’ordine”. Si attendono smentite più credibili rispetto a quella dell’assessore regionale alla Cultura del PdL, il quale dopo un sopralluogo fra intimi ha dichiarato che la necropoli sta benone, che al massimo i danni li hanno fatti i NoTav, e che anzi essa “è stata ulteriormente protetta (…) nell’attesa che si possa procedere alla valorizzazione e alla promozione turistica del parco (…) grazie al progetto finanziato da Arcus-Mibac per 800 mila euro”. Del destino appunto di tale “pioggia di denaro pubblico”, concesso già nel 2010 al comune di Chiomonte per il rilancio del sito, chiese conto due anni fa qualche rompicoglioni d’archeologo; costretto ora, parrebbe, all’attesa paziente della conclusione dei lavori.
Con lo stesso metodo, i soliti democristiani riciclati mai esausti han provato ad addebitare ai manifestanti violenti il problema del turismo, “l’industria più importante dell’Alta Valle”, che secondo un ex sottosegretario del governo Berlusconi starebbe “perdendo il 30% a causa dell’incertezza per chi vuole raggiungere Bardonecchia e gli altri Comuni della Valle”: ci vuol del coraggio a rilasciare fantasie di questo tipo in merito a gente che ha saputo aprire case e baite per dimostrare l’“Ospitalità NoTav”. Ma la massa perloppiù suppone di saper ascoltare e blatera senza sapere, e così crede pure alle invenzioni: bisogna invece andarci in valle, magari un week end lungo, ad arrampicare, camminare, sentire, vivere, vedere cosa intendano per ‘crescita sostenibile’. Almeno al fine di accorgersi che “L’area intorno al cantiere, dove si trovano alcuni dei ripari sotto roccia più belli, è ancora accessibile sebbene più difficilmente e arrivando da Giaglione. Ma il rischio di essere fermati da qualche militare o poliziotto è costante. Lungo le sponde del torrente Clarea le ruspe scavando hanno divelto alberi secolari e tutto l’ambiente circostante è stato massacrato dal cemento”.

E nel frattempo che cammino turbato fra i vitigni e grappoli di sbirri guardo in su, cercando quasi involontariamente d’individuare la falesia dove poi ci recheremo il giorno dopo. Prima però c’è la cena con gli amici, tanto buona da essere a rischio perquisizione: armi non ne han trovate, speriamo solo che non si siano confiscati i funghi.

Il giorno seguente oltre che dalla calura è afflitto dall’afa, ma nuvole nere sparse minacciose ci convincono a non spostarci nè ad alzarci troppo. Non contenti della visita turistica di ieri, dal campeggio di Venaus saliamo alla frazione Santa Chiara per vedere che anche laggiù sotto le rocce c’è il cantiere.
Siamo infatti di nuovo a un passo dalla Val Clarea, curiosamente placidi ed assieme spiritati. Un cartello a bordo strada nel silenzio di boschi e prati spiega la parete della Gran Rotsa, la storia del canale di Maria Bona“un’opera di archeologia eroica” d’epoca medievale – e le suggestive leggende del precipizio che rende il climber equilibrista anche dopo la discesa.
La struttura, soleggiata ma versatile, ci permette di scalare fra le nubi: una brezza gentile tiene al fresco noi e lontane loro. Esposta e (pure troppo) panoramica, essa propone vie lunghe, tecniche ed eleganti su una roccia dura come il granito, ma con le forme sinuose e morbide del calcare. Alla base ha l’armonioso scorrer d’acqua dello storico acquedotto, il quale costringe ad inventarsi curiosi stratagemmi per partir su certe vie, oltre a garantir la corda bagnata dopo ogni salita. Ma queste piccole difficoltà sono un gioco nel gioco che ci rende affascinante il sito e indimenticabile la giornata. A preoccupare è semmai il pensiero delle piccole grandi opere che s’aggiungono a quella enormemente assurda: come le vasche antincendio delle gallerie SITAF dell’autostrada del Frejus, il cui peso non è minimo dal momento che sinora ha generato problemi di approvvigionamento idrico a Giaglione oltre al rischio assurdo, beffardo d’inquinamento del canale. Nel mio piccolo, faccio umilmente notare alla società della Torino-Bardonecchia che sui suoi cartelli autostradali sono tuttora indicati il museo e l’area archeologica di Chiomonte: si fan beffe del turista loro prima di chiunque altro. E noi, per quanto possiamo, i signori dell’autostrada cerchiam di non pagarli. Se il girovagar per la Valsusa ha comunque poco di ecologico, maggiore è il danno causato da chi dimentica l’esistenza di pezzi di valle sotto attacco alla faccia d’una degna pretesa, quel “buon diritto al suolo” che rivendica per tutti Erri De Luca nello sforzo di diffonder la consapevolezza che “l’avvenire sta nelle mani di chi protegge la propria terra”, a costo di doversele sporcare; anche se una volta, con giudizio sprezzante, lo si sarebbe liquidato fin troppo facilmente con l’acronimo NIMBY.
Che sia dunque un conservatore da cortile l’alpinista che vorrebbe “riportare interesse per un luogo affascinante e perso di vista dal mondo dell’alpinismo moderno, ridestare interesse per un territorio ricco di falesie e vie ferrate nel fondovalle colmo di fascino storico e con possibilità di rivisitazioni alpinistiche in quota”? Tutt’altro: “Non è un ricordo nostalgico del passato ma un indirizzo chiaro per il futuro”. Da dove iniziare? Si potrebbero seguir le indicazioni del ministro: “Iniziamo a scalare la montagna”. Buona idea. Ma il signor Lupi che ne sa di dove sta il Rocciamelone? Dietro l’inciucio fra i partiti nemiciamici c’è il tornaconto comune loro, mica il nostro; e oltre agli slogan e alle frasi fatte c’è solamente l’appiglio culturale fortunoso d’un Jovanotti segnalato dalla figlia e penosamente strumentalizzato per giustificare la solita goffa retorica del fare.
A volte mi chiedo dove sia sparito il popolo della montagna, quella vera, e se ne esista uno. Un popolo minoritario, ma consapevole per esperienza radiosamente eversiva, come un’alba rivelatrice, che essa “ha sempre qualcosa da insegnarci”; un popolo in grado di vedere nelle mani di lorsignori sulla montagna una vera e propria “guerra al territorio”, di cui la Tav è solo un esempio simbolico; un popolo che in tempi di tristi svendite al mercato, tragiche spettacolarizzazioni, strumentalizzazioni politiche e svilimenti identitari, invece di adeguarsi allo stato marcio delle cose, sapesse recuperare l’ambiente ed il senso della propria passione.
A chi suona eccessivo il paragone partigiano oggi un poco abusato spero piacerà, in alternativa, il ruolo volontario di moderni custodi d’un bene materiale e culturale nostro e assieme collettivo. Se è vero che “I contadini di queste valli, anche senza aver mai raggiunto alcuna vetta”, furono “portatori dei medesimi valori, basati sul rispetto della natura e sulla imprescindibile simbiosi tra essa e l’uomo che vi vive, che da sempre hanno permeato gli alpinisti” (dalla Introduzione ad Alpinismo per gioco, 1987), allora è a noi che andiamo su queste falesie e per questi sentieri che spettano la difesa indomita, la conoscenza ed il rispetto del territorio; ad altri l’appropriazione arrogante, violenta e indebita.

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Hunter Stockton ThompsonSull’inciviltà dell’arrampicatore del nuovo millennio.
Ancora ho da iniziare a scriver d’emozioni e d’entusiasmi verticali, e già da tempo mi concentro sulla cacca e sulla spazzatura. Sarà anche una bella vita quella del climber, ma è pur sempre una vita dura (e se sei stitico, una discreta fregatura).

“Ognuno deve essere lo spazzino di se stesso. (…) Sin dalla nostra prima infanzia dovremmo avere impressa nelle nostre menti l’idea che siamo tutti spazzini.” (Mahatma Gandhi)

“gli arrampicatori sono cambiati. Non hanno più il rispetto della natura e poco rispetto per il territorio.”

“centuplicano i praticanti, ed aumentano statisticamente i fessi”

“Purtroppo le falesie attirano anche quel pubblico che si porta dietro la città anche in montagna”

“prima eravamo quattro gatti, oggi siamo in tantissimi e non ci rendiamo conto dell’impatto ambientale che abbiamo. In alcuni posti arrivi alla falesia tra le bucce di banana e le cagate all’aria aperta.”

Non passa weekend che non s’abbia da ripulire una falesia: pensavo quasi d’inventarmi una nuova figura professionale.
In due puntate successive alla falesia invernale del Silenzio Alto, i resti (dis)umani abbandonati alla base della parete, e da noi raccolti con ostinata precisione d’ossessionata massaia, puntualmente si son ricreati: là dove mercoledì c’era del nastro per le dita, bianco come il fiocco di neve, oggi giace una cartaccia di caramella o uno scontrino del bar. Là dietro al meraviglioso cespuglio dove pensavi di far pipì, giusto al bordo del sentiero, fa bella mostra di sè una enorme cagata sormontata da un candido fazzolettino. L’altopiano finalese è una riserva di tesori, di testimonianze e di sorprese. M’aspetto più soltanto l’escremento dal valore artistico, pittorescamente piazzato in una delle pozze scavate nel calcare del Ciappo delle Conche, che all’occhio del critico d’arte contemporanea potrebbe trovare ancor più controversa interpretazione, diventando un’astronomica cagata.
Lì di presso, l’Arma dei Buoi finora mi pare sia stata risparmiata da una sottoforma d’umana pietà tipica dell’escursionista, ma è anch’essa struttura a rischio per la rassomiglianza coll’appartato e confortevole w.c.; d’altronde, pur sempre di bestie che cercano riparo si tratta.
Altra valle altro mistero, alla falesia segretamente frequentata di Erli s’era appesa una bottiglia di plastica da riempir delle odiose cicche arancioni e d’altre minuscole schifezze, che poi i climber stessi avrebbero auspicabilmente buttato e sostituito: pareva un grazioso, utopistico inizio di diffusione del buon senso. Debbo dire d’aver veduto in città gente in grado di buttar rumenta nelle aiuole persino col bidone della spazzatura lì di fronte; ma quello è un luogo quasi interamente nonluogo ormai, estensione del centro commerciale, proprietà privata della maleducazione e dell’indifferenza tipiche della società contemporanea. La falesia dovrebbe esser considerata invece luogo sacro, tempio pagano da frequentare a piedi scalzi senza timore di ferirsi con tappi di birra e cocci di bottiglia, come già avviene in spiaggia al calar del sole e dei gabbiani. In falesia dovremmo passare senza lasciar traccia, già inquinando abbastanza con il viaggio necessario per raggiungere i nostri amati dirupi, già abbastanza antropizzati da catenelle e chiodi. Non venga questo recepito come un tentativo di riaccendere polemiche del tipo spit sì/spit no, qui la questione è ben più elementare; e la spiega assai bene il futilista Bill Knott, seppur non credo scali…

Futilista

C’è ancora un solo centimetro–
un millimetro quadrato
sulla faccia del nostro pianeta
sul quale qualche animale
umano od altro
non abbia cagato?

C’è poi da qualche parte almeno un
poro di terreno–
di suolo che non sia mai stato
(non una sola volta nei suoi eoni)
coperto da un qualche
Golgota di sterco?

Se esiste un posto simile,
voglio andarci
e stare lì
in quel luogo
in quel posto, precisamente
e puramente per un istante.

(traduzione mia, da PoemHunter)

Ed invece ci ostiniamo a farci notare, per la gioia del contadino oltre che del prossimo tuo, che così tanto simile a te a questo punto più non si ritiene.
Per via d’una maledetta mania di persecuzione, inizio a pensare che i bastardi forse lo facciano apposta, che sappiano chi sono e conoscano il mio ruolo d’ecologista insostenibile, di uomo timorato. Dev’essere così: cattiveria pura e diretta con precisione all’obiettivo, altrimenti non avrebbe senso; o forse sono io che parlo e scrivo in ostrogoto? Quel che so è che non sono il solo a prenderla sul personale: certi chiodatori son ben più incazzati, tanto da arrivare a schiodar le proprie falesie per l’indignazione; eccesso certamente discutibile, ma significativo. Se la falesia non è da considerarsi proprietà di chi l’attrezza (di quest’argomento forse più in là riparleremo), non è neppure la discarica di chi si prende iperdemocraticamente il diritto di frequentarla senz’accollarsi una benchè minima responsabilità.
Se l’Italia sta diventando il regno dell’arroganza e della stupidità, i colpevoli non van cercati solamente in Parlamento, qualunquismo questo buono per tutte le stagioni. Idealizzare l’“icona anticonformista” di turno, specie post mortem, serve solo a giustificare la nostra comune fallibilità, l’orgogliosa rassegnazione che finisce per omologarci al resto della popolare dementia – altro che “straripante proposta di stile di vita”
Si sarà capito che son contrario alla democraticizzazione spinta di questo sport, che preferivo quando si vagava per sentieri poco battuti col rumore delle foglie secche, in mezzo ai cinghiali e ai cacciatori. Romanticismo, elitarismo o conservatorismo?, condannate pure interpretando come preferite! Il punto è che lo ‘sport per tutti’ corre il rischio della perdita del proprio senso originario, e con esso dei propri valori. L’attività villana che ne deriva è allora una mistificazione di quella originaria, una brutta copia, un’illusione decaduta. Poco romantico è dover pestare merde di climber non seppellite, dover raccogliere rifiuti a sacchettate, nei casi peggiori non poter neppure arrampicare – di solito ai facili, poco interessanti margini della falesia – o non potersi permettere d’oltrepassare il confine fra il sentiero e il bosco; e non penso sia atteggiamento conservatore pretendere che progresso e sviluppo e cambiamenti in genere significhino anche rispetto non di regole od imposizioni, figurarsi!, bensì di un’etica e di una sensibilità che andrebbero aggiornate e diffuse più dell’invito a partecipare all’ennesima festa della birra e della presa colorata. Altrimenti il diritto democratico ad infilarsi un paio di scarpette sottintende la delega ad uno sfigato volontario il quale oltre alle scarpette infila i guanti e con essi i tuoi fazzoletti di merda in un cestino che in falesia non esiste ancora, e personalmente mai vorrei vedere (sebbene, per la verità, la soluzione ironica per cui “chi attrezza le falesie dovrebbe anche metterci un cestino della spazzatura” non sia altro che quella adottata, come si diceva, lassù ad Erli).
La soluzione è autonoma, individuale ed assieme collettiva, dovendosi infine estendere ad atteggiamento dipendente da una consapevolezza generale.
Oppure sarà violenta e spettacolare, à la Climb Fiction.
Dunque, esaminiamo la situazione: normalmente le vostre budella si ritroverebbero sparpagliate per la falesia, ma per caso mi avete trovato in un periodo di transizione, perciò non voglio uccidervi, voglio aiutarvi… Tu levati pure il nastro dalle dita e gettalo nell’erba, se ti fa contento; della bottiglia m’occupo io, e conto fino a cento: ti lascio il tempo di scappare e m’auguro che tu conosca i luoghi, altrimenti del tuo passaggio su questa terra resterà soltanto un doloroso lamento. Ma ci sto provando, ragazzi, ci sto provando, con grande fatica, a diventare il pastore.

***

Alcuni miei umilissimi interventi, gentilmente ospitati:

Iperrealismo falesistico
Idiotismi (Iperrealismo falesistico / 2)
Se la magia di Kalymnos finisse – Cinque domande alla comunità rampicante
If Kalymnos magic was over – Five questions to the climbing community
Nuova falesia a Toirano: il Defecometro
Nuove falesie a Toirano: Defecometro e Belcagare

Schiodature, liberazioni, apparizioni e sparizioni (si accettano delazioni e segnalazioni):

11 novembre 2019
“Se non ci diamo da soli una regolata, a breve avremo solo immondezzai sotto le nostre falesie, visto il vertiginoso aumento di climber o aspiranti tali in Abruzzo”
4 luglio 2019
“Ho (…) imparato l’importanza di andare in bagno con una paletta, la natura ringrazia se le lasciamo concime già rimescolato con la terra! E a portare a casa ogni rifiuto, compresa la carta igienica, invece che buttarla nel campo o nasconderla sottoterra, un semplice sacchetto può risolvere tutto. Noi italiani siamo molto retrogradi in questo, lo si vede da come rimangono i boschi intorno ai settori di arrampicata finalesi e albenghesi, ci sono ancora donne che lasciano pure gli assorbenti in giro, viva l’ignoranza!”
26 ottobre 2017
“Come voi tutti sapete la razza “climbereccia” non è sempre ben vista sul territorio da parte dei proprietari dei fondi su cui sono ubicate le falesie.
Questo dovuto a svariati motivi…. dall’inciviltà di alcuni che tappezzano di carta igienica i boschi alla maleducazione di altri che credono di poter raggiungere la falesia in macchina a tutti i costi………”

13 giugno 2017
“Ci sarà anche una squadra di volenterosi che provvederà a fare (…) la raccolta dei rifiuti che purtroppo continuano a lordare le falesie a causa della maleducazione e del poco rispetto che purtroppo ancora certi climbers hanno verso il prossimo.”
30 maggio 2017
“Finale, settore: Italsider – Un Domani.
Ennesimo stato di degrado civile che purtroppo si manifesta tramite l’estrema maleducazione insita in molti arrampicatori e fruitori dell’ambiente naturale unico che uno spot come Finale offre a noi umani.
Espletare i propri bisogni fisiologici all’interno di una grotta alla base di belle vie su cui potersi confrontare e su cui corrono inoltre linee boulder (firmate Cristian Core) è un gesto idiota.
Ricordiamoci che gli animali defecano negli angoli… questi ‘uomini’ in mezzo ad un sito di passaggio.”
(dalla pagina Fb Urban Climb Savona)
5 settembre 2016
““Ricordatevi che è una grotta, non un WC””
31 agosto 2015
“Capisco che quando scappa, scappa! Ma se continuiamo a farla lì sotto, dove la pioggia non arriva, questo antro diventerà una vera latrina con residui di bisogni umani, carta igenica e fazzolettini da tutte le parti. Insomma un vero schifo”
7 ottobre 2014
“molto spesso mi capita di portare via della spazzatura dai posti che ho chiodato, o trovare bisogni addirittura sotto alle vie”
3 giugno 2014
“Gli scalatori sono dei maiali”
7 maggio 2014
“Restiamo nel ristretto orticello dell’arrampicata, va! Ce n’è comunque abbastanza per comprendere come un piccolo ‘non sport’, ‘di nicchia’ direbbe Balasso, l’arrampicata, rappresenti con dovizia di particolari ed ampia visuale il declino morale e culturale del vecchio stivale. (…)
Consola sempre meno sbirciare nell’orticello altrui, alle scontate enormità dei tifosi degli sport “nazionali”. A volte anche dei praticanti. (…)
Abbiamo quindi due elementi di assoluta singolarità: la vicinanza alla parete (anche pochi metri) e la mancanza della cacca.
Il cerchio si restringe: chi usa i fazzoletti anche se non deve fare quella grossa? Vedete un po’ voi… (…)
Allora io mi chiedo: perchè così vicino? Esibizionismo? Marcatura del territorio?”

23 novembre 2013
“Non si parla di discariche a cielo aperto, ma certo è che lungo i cammini che portano alle falesie si affastellano rifiuti di vario genere che da anni i volontari rimuovono con azioni dimostrative”
30 ottobre 2013
“eccovi un bel ritrattino di monnezza lasciata abbandonata nei pressi del settore Salto della Strega.”
2 aprile 2013
“Riceviamo (…) una foto che testimonia ancora una volta lo spirito con cui certa gente va a scalare. Alla base del tiro “Il Ramingo” alla Parete Stoppani, una cavità della parete è stata riempita di rifiuti, soprattutto nastri per le dita. (…) Non si conoscono gli autori di questi gesti, sarebbe interessante saperlo… La nostra più sincera speranza è che la smettano una volta per tutte di frequentare le falesie.”
26 marzo 2013
“nel grottino all’estrema destra della cengia trovate una bella raccolta di cacche ricoperte di carta igienica…non è una bella immagine!
Per non essere uguali a quegli stronzi che le hanno fatte, se proprio vi scappa, almeno sotterratela e portatevi a casa la carta.”

26 febbraio 2013
“I’ve noticed this last year that excrements can be found closer and closer to the crag foot.”
9 febbraio 2013
“fin dagli ultimi metri del sentiero che attraversa il prato prima della parete, sono ben evidenti le tracce degli umani, molto meno discreti e ironici di corvi e lucertole: una distesa di fazzoletti usati come carta igienica spicca sullo sfondo dell’Amariana e del Monte Festa.
Su quanto caghino gli scalatori e che livello “on sight” o “rotpunkt” di educazione abbiano, ci siamo già confrontati un anno fa (…). Non è mia intenzione deragliare verso un altro predicozzo morale/ista. Quel che mi sono chiesto ieri, intento nello stesso atto fisiologico, accucciato a poca distanza dalle voci dei miei due compagni di scalata, è stato: “ma non dà esteticamente fastidio la presenza di tutta ‘sta carta sparpagliata?”. Anche l’occhio, non solo il culo, vuole la sua parte!”

30 dicembre 2012
“Segnaliamo che la Falesia del Masone sopra Barzio – Valsassina è inagibile in via definitiva, in quanto i chiodatori stanno smantellando i tiri. (…)
A Masone erano già successi episodi molto spiacevoli, come (…) resti di fuochi (assolutamente vietati) e tanta sporcizia sotto la parete. Poi sono comparsi scavi e migliorie ad appigli e appoggi: si è passati così dalla maleducazione al vero e proprio vandalismo. Non contenti, questi inqualificabili personaggi (che purtroppo sono degli scalatori) hanno pensato bene di disboscare numerose piante (…). E qui siamo al limite del reato.”

24 dicembre 2012
“Una delle più belle falesie del lecchese, di riferimento e frequentazione anche internazionale oggi non esiste più.”
14 dicembre 2012
“proprio in questo periodo, l’accesso a queste pareti è alquanto delicato per le solite ragioni: macchine parcheggiate un po’ ovunque, campeggio selvaggio e spazzatura abbandonata in falesia.”
25 novembre 2012
“Poco dopo la falesia, continuando verso la Grattugia, troviamo un bel “cesso” a cielo aperto, carta igienica ovunque e stronzi a far bella mostra di sè a bordo sentiero.
Possibile che questi “Stronzi” cacatori non abbiano ancora capito che basta portarsi un sacchetto di plastica dove mettere la carta dopo essersi puliti il culo?”

11 novembre 2012
“mi chiedo perchè non si possa cominciare a imitare l’editorialista di Grimper, affrontando direttamente (…) chi in falesia fa gli affaracci suoi, pisciando vicino agli zaini, dipingendo le vie di segni bianchi o decorando la base dei tiri con resti di nastro e cicche.”
13 ottobre 2012
“I always go around collecting garbage but the next week i am at the crag it is more or less the same.”
17 agosto 2012
“Il nostro spirito anarchico e poco incline a farsi imbrigliare ci spinge troppo spesso a ignorare le regole, anche quelle dettate dal buon senso. (…) La sostenibilità del rapporto fra l’homo rampicans e la natura è il fattore chiave per mantenere intatto il fascino dell’arrampicata.” (n.b.: sorvolo sul travisamento dello spirito anarchico eseguito banalmente dall’autrice…)
13 agosto 2012
“Ora lasciamo da parte le performances e lo show business per parlare della cacca dei nostri amici arrampicatori. Un po’ di buon senso, non CAGATE sotto ai blocchi (…), e seppellite la carta igienica! Vi risparmierò le fotografie per questa volta. Per l’odore, basta passare sul luogo.”
5 maggio 2012
“Spesso i cani scorrazzano liberi e gli uomini sono legati. (…) I primi non ti accorgi neppure di dove depositino le loro scorie, mentre i nostri simili le lasciano in bella evidenza, infiocchettate con la carta igienica o sotto forma di cicche, nastro adesivo, magnesio…”
23 aprile 2012
“1) Se siete abituati a vivere in un letamaio, le falesie non lo sono, e perciò vanno lasciate pulite come si trovano.
2) Noi, come locals, chiodatori, ecc, non siamo i vostri schiavetti per quanto riguarda il pulire l’immondizia che lasciate.”

15 marzo 2012
“Carta igienica ovunque, cicche nei buchi della roccia, segni sulle prese, chiodatura di luoghi protetti, chiodatura sconsiderata, maleducazione nei confronti di chi attrezza, etc…”
13 marzo 2012
“Tu sporchi? Non hai rispetto? Te ne freghi di chi ha chiodato? E io smantello…”
13 marzo 2012
“La questione più urgente (…) è quella dell’approccio culturale alle falesie: lo testimoniano la spazzatura alla base di molte pareti, le prese mai spazzolate o, peggio, segnate in modo ossessivo, il chiasso inutile (cellulari compresi), gli itinerari “occupati” per ore e ore.
Senza voler fare il sociologo, non è difficile capire che queste situazioni sono figlie dell’abitudine al consumo più ottuso: pago-pretendo. Solo che qui manca la prima parte, ma a questa gente importa poco. (…) il quadro è desolante. La crescita della frequentazione ha determinato infatti un proporzionale aumento di persone incivili che farebbero meglio a starsene a casa propria.”

7 marzo 2012
La Provincia – Intervista a Delfino Formenti
21 dicembre 2011
“la solita maleducazione di alcuni climber. Questo sta diventando un problema serio.”
14 dicembre 2011
“Non si tratta né di vandalismi né di precauzione per supposti pericoli oggettivi. Semplicemente Delfino Formenti (chiodatore di diverse falesie del Lecchese, tutte a sue spese) ha verificato lo stato di eccessivo degrado, cartacce, mozziconi, rottura dei gradoni da lui costruiti per migliorare la base della falesia.”
11 dicembre 2011
“lo scalatore si distingue anche per questo, per non essere capace di riportare a casa non dico la cacca nei sacchettini che si usano per i cani, ma neppure le cicche o il nastro per le dita (sporco di cacca, mi auguro!).”
9 dicembre 2011
“Sosteniamo Delfino con amicizia e stima, condividendo il malessere che si prova spesso in falesia nel constatare l’assoluta mancanza di educazione e l’arroganza di una minoranza di climbers, che non conoscono purtroppo le più elementari regole di educazione.”
9 dicembre 2011
Delfino Formenti – Segnali di malcontento
30 novembre 2011
“I climbers fanno casino, disturbano e sporcano.”
29 novembre 2011
“Il fatto, sicuramente non “volutamente” vandalico, è stato commesso da arrampicatori che credendo di far bene o di fare non si sa cosa hanno tagliato rami di ulivi e quant’altro. L’episodio in sé rimediabile ha in realtà avuto una conseguenza radicale ma totalmente capibile da parte del padrone, ovvero la CHIUSURA del campo e ovviamente DELLA FALESIA e così l’impossibilità da ora in poi di accedere, PER TUTTI alla bella falesia in questione”
24 settembre 2011
“noi ci portiamo sempre un sacchetto per fazzoletti usati e altra rumenta, possibile che non ci riesca nessun altro?”
4 luglio 2011
“La scorsa settimana sono andato a mettere a posto un po’ di vie in un settore nel quale non ero più andato da un paio di stagioni.
Ho trovato alcuni itinerari con la scarlattina (decine e decine di bolli di magnesite fatti su tutte le prese), un moschettone rubato da un rinvio fisso (penzola solo più la fettuccia attaccata al maillon), bottiglie di plastica per terra, tappi di bottiglie di birra, fazzolettini sparsi ovunque, nastri per le dita buttati dappertutto… Sconsolante.”

5 maggio 2011
“Sembra impossibile e assurdo doverlo rimarcare, ma purtroppo siamo qui a parlarne: alcune falesie stanno diventando una discarica…abbiamo trovato di tutto, per non parlare di assorbenti ed escrementi vari in bella vista. Oltre a farci il mazzo a chiodare le vie, ci dobbiamo portare via borsate di rumenta per senso civico e per pudore…non aggiungiamo altro in attesa di cogliere gli artefici sul fatto.”
23 febbraio 2011
“In questa bellissima falesia invernale molto frequentata, ci sono, sulla destra, i resti di una vecchia costruzione in muratura di sassi, quella che noi chiamiamo casetta, costruita in epoche non recenti sfruttando il tetto naturale offerto dalla falesia. E’ un piccolo luogo sempre asciutto ed all’ombra, indi per cui è altamente improbabile che la pioggia e le intemperie lavino via gli escrementi che alcuni GENI hanno furbescamente depositato lasciando per giunta i fazzolettini imbrattati che hanno usato per ripulire il loro “popò”.
Evitiamo che la cosa si ripeta, sono sicuro che i lettori della presente bacheca siano più astuti dei sopracitati soggetti!! …. ai quali mi auguro, per la loro prossima visita, che li colga una fulminante stitichezza.”

8 ottobre 2010
“portiamo via i nostri rifiuti, le cicche, ecc., e cerchiamo di nascondere il più possibile l’organico che non riusciamo a trattenere (compresi i fazzolettini…magari sotterrando il tutto?)”
2 ottobre 2010
“cari climber i mozziconi delle sigarette portateli via dalla base, lì non passa lo spazzino, in più a venti metri dalla falesia c’è un cestino per l’immondizia.”
28 febbraio 2010
“E’ tanto bello arrampicare, è tanto bello vivere all’aria aperta e in simbiosi con la natura, è così bello che ci vivremmo sempre, tutti i giorni e tutto il giorno, sì, proprio così ma per poter vivere all’aria aperta e in mezzo alla natura che ci ospita bisogna saperci vivere con la natura. Con questa riflessione vorremmo far pensare le persone che tutte le volte che vanno ad arrampicare gettano cicche di sigarette, carte, rifiuti o ancora coloro che accendono fuochi in luoghi privati, mah, magari i proprietari accettano che si vada ad arrampicare, punto, non che si facciano grigliate e sagre della tacchetta, magari che si taglino pure i rami degli alberi per questo. E’ successo a Trombacco, ci scrivono i chiodatori”
12 maggio 2009
“devo purtroppo segnalare che sto notando un netto aumento di pattume in alcune delle falesie più frequentate del lecchese. Non si tratta di un vero e proprio degrado, tuttavia ce n’è a sufficienza per sentire un certo fastidio…. Se divulgare delle belle falesie significa farle frequentare da persone incivili, allora c’è da chiedersi se ne vale la pena.
Alla base di Erna Sorprese, Lariosauro, Campelli e Galbiate (solo per citarne alcune) mi è capitato di fare una discreta raccolta di: cerotti per bendare le dita, fazzoletti di carta da naso (ed altro), cartacce varie e assortite, un telo (…), cicche di sigaretta…
Delfino Formenti a sua volta ci segnala che alla base della Discoteca, la sua ultima fatica in zona Orsa Maggiore al Lago, la situazione è ancora peggiore, probabilmente a causa della smodata frequentazione che sta subendo questa falesia. Qui sono state rinvenute anche calze (spaiate), un tappetino, pannolini (!), più tutto quanto catalogato sopra.
Non vale la pena di cavarne una morale, visto che si sta parlando dell’ABC della civile convivenza, però la cosa rimane assolutamente spiacevole. Se consideriamo anche che siamo più o meno ad inizio stagione, chissà cosa ci toccherà calpestare il prossimo autunno.
Non si può che segnalare la cosa, stimolando tutti (me compreso) a vigilare e, perchè no, a dotarsi di sacchetto per ramazzare la monnezza che incontriamo.”

2 agosto 2007
“Voci di corridoio davano il proprietario stanco di raccogliere la merda fatta sotto i suoi olivi.”
19 giugno 2007
“Non dico di portare a casa la carta igienica, ma seppellirla! Il nastro poi come è arrivato da casa, così ci può tornare… (…)
Arrampicatori, almeno voi svegliatevi, se pensate di amare la natura cercate di rispettarla e se così non fosse domandatevi perché scalate.”

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“Adesso stacco che sta salendo un rocciatore, devo attrezzarmi per difendermi”

“esemplare è l’immagine di quei poliziotti-scalatori che alla baita di Clarea, armati di corde scalano, implacabili, il traliccio indifferenti al rischio e alle parole di Luca Abbà, finché la tragedia non si compie.”

“un inseguimento assurdo, condotto da un rambo da strapazzo”

“tutti si dovranno rendere conto che la montagna non è una risorsa infinita.”

“C’è qualcosa di peggio dell’avere un’anima perversa: è avere un’anima di tutti i giorni.” (Charles Péguy)

“in me il patto civile con lo Stato sta andando in frantumi (…) Con molta amarezza rifletto dunque se sia utile impegnarsi per la difesa dei beni comuni o se sia meglio spendere la propria esistenza in occupazioni più divertenti.”

“L’importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile può diventare possibile. (…) Non credo che essere riusciti a condurre una azione come la nostra sia una vittoria definitiva. L’importante è un’altra cosa, è sapere ciò che si può fare. E’ quello che ho già detto mille volte: noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo vincere. E’ il potere che vince sempre; noi possiamo al massimo convincere. Nel momento in cui convinciamo, noi vinciamo, cioè determiniamo una situazione di trasformazione difficile da recuperare.” (Franco Basaglia)

Io non sono un rocciatore. Desidero prendere le distanze dalla categoria.
Se arrampicare consistesse nel solo arrampicare, più non arrampicherei.
Io arrampico per muovermi, per stare bene, e intanto per smuovere qualcosa, anche se può far stare male.
A salvar me stesso salgo.
La roccia mi è d’aiuto dopo esser stata a lungo ossessione, l’abitudine facilitazione tecnica e assieme, talvolta, intralcio motivazionale. Ma ogni sforzo o rinuncia, progetto o scelta si fa proprio per difender dagli attacchi interni ed esterni la passione.
Io non arrampico per difendere nessun Potere, nessuna cricca, nessun affare: difendo questa scelta, se ancora mi è permesso. Altrimenti, lo farò lo stesso.
Io non son pagato per arrampicare. Ho la possibilità di scegliere di non farlo.
Se la rinuncia ha un valore pieno di dignità in alpinismo, non vedo perchè non possa godere di questa possibilità la sua figliola prediletta.
Non sarà una giornata di sole, che un tempo appannando il vetro della finestra avrei detto perduta, ad affossarmi tecnica e motivazione; anche se è vero che alle volte, ancora dopo vent’anni, al primo tiro dopo qualche settimana appena di stop ci si riscopre principianti, neppure troppo portati.

C’era un vento di primavera sabato a far danzare le bandiere: diffondeva una rabbia ragionevole, piuttosto che dogmi di Stato o retorica arrangiata.
La valle ci dà confidenza e si fa bella per l’accoglienza, una sfilata di montagne la protegge ed incorona.
C’erano pure in Val di Susa rocciatori aggrappati alla pietra calda: li abbiamo visti sculettare da lontano, nel salire nostro contemporaneo al loro. Per una volta non sono riuscito ad invidiarli; poichè ce n’erano altrettanti, e anche di più, a camminare sul nero asfalto sventolando bandiere bianche di guerra, sfoggiando qualcuno timide magliette ammiccanti all’arte di scivolare verso l’alto. A dire: sono qui, ed anche sono altro. A scegliere di non essere uno scalatore come tanti altri, di non essere un arrampicatore di tutti i giorni, con un’anima e un cervello di tutti i giorni. A preferire al comfort del senso di appartenenza animalesco un’idealistica partigianeria. A rendere il salire un’esperienza più complessa, più completa: una metafora esistenziale che travalichi il puro ludico piacere dello sgambettare per racimolare fama e punteggi od intime soddisfazioni; uno spostamento fisico che si esprima in un passaggio tecnico ardito eppure comprensibile, provocando tutt’assieme uno spostamento d’opinioni.

Mi giunge eppure alle orecchie l’indignato, schifiltoso borbottio dell’omuncolo medio italiota, quello che gli fa orrore il blocco che sia book o black, quello che invece d’alzare i piedi blocca sempre basso: furbo sempre lui, bravo ad obbedire sorridere tollerare; scemo sempre l’altro, chi glielo fa fare? Chi te lo fa fare a te di vivere una vita da pregiudicante nato, sempre puntando in basso, votando ed assolvendo lassù sempre un nuovo pregiudicato? Commenta tronfio a suon di cazzate la notizia in prima od il tuo gossip preferito quando sul trespolo bevi al bar o comodo siedi dal barbiere, stabilendo il bene in base al male che ancora non sei riuscito a (far) fare…ma se il barista o il barbiere sono io, attento alla gola.

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