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“Nessun uomo è un’isola, intero per se stesso” (John Donne, da Devotions Upon Emergent Occasions, 1624)

Le ultime notizie da Kalymnos ci raccontano di una bambina spagnola di appena 10 anni che avrebbe chiuso un 8a. Buon per lei e complimenti.

Ma quel che dalle nostre succinte e ottuse cronache non esce fuori è che Kalymnos non è soltanto il grande circo dell’arrampicata, come chiunque vi si sia recato privo di paraocchi ha ben potuto riscontrare. Kalymnos vive, anche se di riflesso, le stesse identiche problematiche della Grecia continentale; non mancano dunque bizzarri eccessi d’orgoglio patriottico-nazionalistico, come questa enorme bandiera bianca e azzurra dipinta di recente sulla collina sopra Pothia, in onore di alcuni isolani defunti per un’esplosione avvenuta 38 anni fa proprio nel periodo pasquale (è nota a molti la festaiola e bombarola tradizione locale) – con tutto il rispetto, non esattamente degli eroi o dei rivoluzionari, ecco, se ho ben capito.

Non per niente il presidente Tsipras a gennaio si era recato sull’isola in maniera simbolica nell’ambito delle tensioni geopolitiche esistenti con la Turchia.
Costo dell’ospitalità: 9000 euro, tutto incluso.

Ma a Kalymnos, da cui già moltissimi sono dovuti fuggire, l’orgoglio è forse una delle ultime risorse rimaste e permane un’indigenza neppure troppo nascosta. Da qui il dono pasquale, sotto forma di agnelli, proveniente dall’emigrato in Australia.

Per non parlare di altri effetti della crisi: dopo essere stata una delle isole dei falsi ciechi, quest’estate Kalymnos si è mostrata al mondo come l’isola senza ambulanze.

E poi…e poi ci siamo noi; che non ci siamo più.
Qualcosa nel circuito di produzione e consumo deve non aver funzionato.
Perchè nonostante il battage pubblicitario sui media di settore e non soltanto, ed il recente interesse di Alpitour (“Sono entrate in programmazione Leros e Kalymnos”), Ryanair ci ha chiuso ormai da tempo i portelloni in faccia, e Volotea vola su Kos soltanto da Venezia e Bari, e solo ad agosto.
Conservo un ricordo di Kalydna col piumino al sole d’ottobre che porta con sè un calore tipico proprio di quel posto.
Li abbiam lasciati dunque con le performance altrui, aggrappati al loro misero nazionalismo e ad una diffusa povertà. E’ la legge del mercato, baby: se non rendi, non vendi. Povero (si fa per dire) climber, ohibò, cosa pretendi? Fatti il doppio scalo con visita turistica ad Atene, come un tempo, senza mugugnare, e goditi la fatica che richiedono tipicamente tutte le cose belle, più che da raggiungere, da conquistare. Quel loro nostro mare che oggi è diventato un po’ di tutti, vista la quantità di sangue che vi si è mescolato, attende solo più che vi si rechino gl’impavidi italioti fascioleghisti, memori della dominazione, buoni sostanzialmente al grugno populista, all’ubriachezza molesta ed alla congestione alpino-padana-egea, a fare delle ferie un’occasione per render “prima gli italiani” anche all’Inferno. Quanto a noialtri, che non vogliam sentirci fieri o diventare vittime delle bandiere – siano esse greca, italiana od europea -, cocciuti approderemo a Pothia armati di scarpette anche d’inverno.

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Da domani (ma forse già fin d’ora), tutti leghisti!
Mi ci gioco le scarpette, prima di appenderle al chiodo.
Il pensiero che non mi rincuora è, venendo al sodo: che sia già l’epoca dei giochi di potere anche nella verticale?

“in questi giorni non si parla di Finale come si dovrebbe. Non si parla di calcare. Non si parla delle bellissime vie possibili. Si parla di presunte lotte fra climber e associazioni ambientalistiche. Si parla di giochi di potere. Si parla di tutto tranne che di roccia.”

“anche i climbers sono tanti e votano.”

Ricordate il prode difensore degli arrampicatori (e dei cacciatori) dall’attacco della lobby ambientalista? Il politico verde oggi si riconosce dalla tessera di partito, mica dalla coscienza ecologica. Quanto al climber, il suo miglior difensore spero proprio non debba essere un ottuso regionalista padano; nè evita l’errore il buon Andrea Gallo, nome mitico e nume tutelare del Finalese verticale, nel pensare che lo scalatore d’oggi gli possa in qualche modo somigliare. Son passati i tempi ed oggi solo l’egoismo ha vinto su ogni altro valore. E’ l’egoismo a spingere il leghista imbragato a dar battaglia a negri e ad avvoltoi, per concedere al climber imbranato di potere anch’egli farsi allegramente i fatti suoi, senza trovar nidi con ovetti per cui provar pena, e senza che nessuno gli possa chieder l’elemosina in catena, od all’ingresso serale a Finalborgo, rovinandogli la cena.
Ed è sempre l’egoismo a spingere il praticante medio a lordare il paradiso terrestre di cui può godere, e che dovrebbe difendere a spada tratta se davvero vi tenesse; solo a tenersi in forma invece quello pensa, e tutt’al più ad unirsi in associazione con energumeni simili a lui, al fine di difendere ancora maggiormente il proprio interesse.
Prendo amaramente le distanze dagli uni e dagli altri.
Non credo che la politica debba essere un gioco di ricatti, nè mi basta che si risolva in uno scontro fra piccoli poteri, con piccoli vantaggi dedicati ad i più scaltri o ai meno seri.
Purtroppo anche i climbers votano, temo sia vero, e per fortuna non so come e cosa; procederei pei boschi col falcetto altrimenti, e non per farmi strada fra la vegetazione irta e spinosa.

Mentre a Toirano – zona ancora in fase di espansione – il gruppo di arrampicatori e chiodatori locali scomoda le amministrazioni (leghiste, pure qui, e ben poco green) ad interessarsi allo sblocco dei divieti di chiodatura relativi a certe parti della valle del Vero, nella vecchia Finale succede l’opposto: ovvero, sono le amministrazioni del luogo, assieme al Club Alpino e ad alcuni (supposti) ambientalisti, a denunciare il problema dell’eccesso di chiodi infissi sulle pareti della zona.

Dovrei in teoria inneggiare alla modalità anarcoide con cui chi chioda le falesie si muove liberamente, spesso senza chiedere permessi o consultare enti territoriali; denunciare, come fa Gallo, l’ipocrisia di istituzioni locali ed ufficiali come il CAI, che dando un colpo al cerchio e uno alla botte si muovono subdoli senza far ben capire in quale direzione; e caldeggiare una difesa strenua ad ogni livello del nostro particulare…se non mi preoccupasse invece l’atteggiamento di chi ci patisce, poverino, che gli tocchino il giochino, finendo per attaccarsi al treno veloce delle rivendicazioni politiche più minime e meschine.
A quarant’anni vedo il mio futuro come un insieme di falesie la cui infinità d’itinerari non riuscirò mai a completare; dunque, perchè mai si dovrebbe continuare a chiodare? Per i nuovi arrivati, si dice. Per consentire a tutti d’avere un terreno di gioco. Sembra altruismo, e invece è primariamente profitto, opportunismo: il solito discorso dell’indotto, dello sport-alternativo-ormai-quasi-massificato che ha trasformato un borgo delizioso in un centro commerciale per milanesi annoiati (ma anche per liguri con manie di grandezza), red carpet incluso ed inclusivo di maltolto. Il problema nella sua interezza è inesistente e già risolto: che i climbers e gli ambientalisti si parlino, come è sempre stato fatto, senza necessità che vengano lanciate provocazioni, polemiche e allarmismi a mezzo stampa. Vero è che siamo forse diventati troppi, in un ambiente limitato, a volere usufruire delle stesse bellezze naturali: climbers, bikers e trekkers si contendono il parcheggio a Monte Sordo nel weekend, e nelle feste “sembra di essere all’Ikea” od alla Fiumara.
Si stava meglio quando si stava peggio, quando l’arrampicatore era uno strano, strambo, un poco matto, merce rara. Il chiodatore allora inseguiva un proprio sogno e non le più recenti necessità indotte più o meno a forza dal mercato dell’outdoor. C’era posto per tutti, bestie e cacciatori inclusi, semplicemente perchè s’era in pochi. In merito a questa evoluzione/involuzione ho spesso detto, e non è il caso che ogni volta mi si richiami all’ordine della dittatura democratica per cui si dovrebbe garantire a tutti il diritto alla scalata. Non prendiamoci in giro. Questo sport è stato banalizzato e raccontato come fosse tutt’altra cosa per poter vendere scarpette e imbragature, non ci son diverse spiegazioni o sono tutte fregature. Quando scalavo io, ai tempi della prima palestra d’Italia al liceo King mi guardavano come un cretino ed un marziano, e certo la cosa ha contribuito a farmi crescere adolescente pieno di problemi. Ma bisogna essere scemi per non accorgersi che mode e tendenze son tutte sospinte da un sistema di coercizione sorridente che non ti spiega niente al di là del concetto di divertimento, e del tuo presunto diritto allo stesso. L’arrampicatore idealista e rispettoso che descrive Gallo è ormai quasi estinto, non più riproducibile. L’arrampicatore moderno facilmente sgarra e se ne frega del prossimo suo (alla faccia della comunità) e anche delle regole condivise; per lui esistono solo il grado su cui discettar per ore e la scorecard da aggiornare. Più sento parlare i climbers, ad esempio dei limiti loro ingiustamente imposti, e più divento birdwatcher. Vero è che talvolta, come spesso in questo paese, far rispettare certe regole diventa esercizio grottesco e ingiustificato, come quando volarono le multe nell’albenghese senza che nessuno avesse mai visto più d’un uccellino. Ma quando ti cali a fianco ad una via con un bucone, come mi successe a Cucco, e da quel nido fugge spaventato un volatile facendone cascare un ovetto che si sfracella al suolo…capisci d’esser tu nel posto sbagliato, e non loro ad aver occupato un attico vista mare senza rispetto dell’altrui proprietà. Il cadaverino rosa venne lanciato nel bosco senza troppo riguardo, con appena un minimo di commozione, e poco dopo altri climbers rapaci si preparavano ad affrontare il tiro. Il Rockstore tempo addietro mise un avviso alla partenza di Vivere di rabbia al Solarium (o Specchio) di Monte Sordo: la differenza fra le passioni si vede pure da queste piccole attenzioni ed auto-limitazioni. Perseverare nella difesa dei propri esclusivi voleri, trasformandoli in diritti, è atteggiamento tipico di un certo fascioleghismo attuale, che si sta diffondendo a macchia d’olio ed è facile capir perchè. Andare incontro alle esigenze altrui è comportamento ormai inusuale, fuori moda, sconveniente. Meglio difendere la cosiddetta e supposta propria gente, attività questa assai proficua a livello del politicante, che diventa punto di riferimento di un’èlite fra tante. Ebbene, oggi che siamo tanti e pretendiamo di contare, di levare alta la nostra voce, siamo anche noi un’èlite arrogante che conta solo in quanto spende, uomini valutati in base al portafogli che mantiene in piedi un’economia di nicchia, la quale peraltro sopravviveva anche prima ed ora vive solo una rincorsa al soldo, pur non patendo esattamente i problemi di Kalymnos. L’outdoor è puro business, la chiodatura sfruttamento delle risorse naturali, l’arrampicatore automa; e il tutto mantiene degli antichi valori condivisi solo un pallido ricordo. L’autonomia ed il senso di responsabilità dei climbers, tanto decantati, davvero hanno bisogno di un aiutino politico e della minaccia elettorale? Davvero contiamo in quanto votiamo, e nulla più? Davvero abbisogniamo di questi mezzucci, e ne vogliamo approfittare?
Vorrei proprio capire se anche i climbers, come quasi ogni altra categoria sociale che si rispetti – o meglio, che intenda farsi rispettare (esclusi quindi questuanti, zingari, immigrati e poche altre minoranze) – intendano abbassarsi a buttare in politica anch’essi il proprio patetico, frustrato e sfrontato egoismo di categoria: l’ennesima difesa corporativa; oppure se vogliano, almeno loro, evitare questa squallida deriva.
Se dal coraggioso (benchè poi smentito) ‘manifesto dei diciannove’ siamo discesi al livello delle roboanti dichiarazioni di Rixi una o più ragioni storiche ci devono pur essere, e non è difficile risalirvi. Occorre però farlo per evitare che il nostro entusiasmo si suicidi annegandosi nella torbida palude degli interessi privati, dove si raccolgono gli istinti animaleschi e si scontrano le ottusità di uomini ormai allergici al confronto, a meno che non sia battaglia mediatica di facciata, messinscena ipocrita, teatrino demenziale di una politica in picchiata verso un gran finale pessimo: quello in cui la mia passione sarà regolata, carezzata, blandita, incasellata; difesa da figuri con i quali nulla vorrei avere a che fare, che a stento c’entrano qualcosa con (i valori per me ancora insiti nel)l’arrampicare.

(foto tratta da Genova 24)

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scarpette_FabioPensavo d’associare questo titolo al recente scempio compiuto da ignoti su Moon Runner: ma di esso s’è già detto in più maniere, e cos’altro resta da chiarire ancora se non che la scalata – 9b o no – sia in disfacimento culturale e morale, così come più o meno tutto il resto?
Punto allora altrove, anche se lo scenario resta pur sempre questo.

“CPR FREE SPORT in collaborazione con PETZL e LA SPORTIVA organizza SCALA CON PETZL E LA SPORTIVA. Sarà possibile provare gratuitamente l’attrezzatura di questi famosi marchi direttamente nelle falesie Emisfero e Erboristeria Bassa.”

Se il climber non va al negozio, è il negozio che va al climber: sino a ieri, tutt’al più, raggiungendolo in palestra; oggi, inseguendolo sino in falesia.
Già lo avevo scritto qualche tempo addietro, in occasione d’un gazebo di scarpette un po’ sfigato piazzato sotto il finalese Monte Cucco, che “il negozio oggi ci insegue biecamente anche in falesia, dove l’acquisto è occasione di festa, simpatica agevolazione che nessuno teme”.
Ebbene, debbo prendere atto mestamente che ancora una volta ci risiamo: del produci, consuma, scala è stato piantato più d’un seme, e la pianta inizia adesso a dare frutti: ma il motto “scalate e moltiplicatevi” che andava in voga nei ’90 carichi di chiodi quale senso intendeva avere? Quello d’una evoluzione o d’una involuzione umana? Quello della scoperta elettrizzante d’un universo in espansione oppure d’una omologazione rassicurante, d’un adattamento alla normalità di un’attività altrimenti considerata strana?
E c’è di peggio, perchè il tutto temo trovi l’approvazione d’una comunità oramai assuefatta ai doni ed alle bizze del mercato, che non so più se rispetto, odio od amo, e neppure se mai dentro davvero ci son stato.
Dopo aver desiderato il pacco gara, inseguito i saldi, fatto carte false per farsi sponsorizzare, l’arrampicatore del nuovo millennio – da spirito libero che era (eppure son proprio tali spiriti che, per quanto evanescenti, egli continua retoricamente a celebrare) – ha ceduto infine al libero mercato ed ai suoi scherzi da prete, che ci porteranno a strisciare il bancomat perfino in parete.
Messa poi la corda in spalla come ai bei tempi andati, la sacca apposita fungerà da comodo shopper, e potremo rientrare a casa soddisfatti e riposati, dopo aver forzatamente prodotto in settimana e liberamente consumato nel weekend fra rocce-stand e negozi-prati.

(foto tratta da Liguria Verticale)

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meno_tasse_sul_lavoro“Qualora noi meritassimo una libertà, dovrebbe essere affrancamento dal lavoro e non occupazione sul lavoro.” (Carmelo Bene)

“Porre il lavoro come la manifestazione suprema dell’attività umana equivale a “professare un’ideologia ascetica” tipicamente borghese, dice Horkheimer in pieno accordo con Benjamin e Adorno: essa mira a reprimere la felicità personale che per Horkheimer è in prima analisi legata alla sensibilità, sacrificandola a qualche bene superiore e sostituendola con palliativi di felicità illusoria, quali i divertimenti di massa.”

“L’uomo nel tempo ha cercato di munirsi di strumenti sempre più sofisticati atti a ridurre la fatica, quindi il lavoro. Ma nonostante ciò anziché avere una società dove si lavora meno ore, perché il logorio lo si lascia alle macchine per poter dedicare più tempo a se stessi, si continua ad accentrare il peso del lavoro sulla vita di ciascuno e spesso con conseguenze gravi, quando di questo ce n’è meno.
Allora mi domando quale sia il vero volto del lavoro e che cosa sia veramente il lavoro. (…)
Secondo me il lavoro è saper costruire, con il minor sforzo, il maggior contenuto di libertà per ciascuno: logorandosi un po’ meno. Ma prova a spiegarlo a certi economisti del liberismo spinto!”

“Lavorare per consumare, lavorare sempre di più per poter consumare sempre di più, a discapito del tempo passato con gli altri, vale la pena?”

“Il lavoro come lo intendiamo oggi è un’autentica privazione delle libertà personali. (…) Le 8 ore lavorative al giorno non sono solo un diritto calpestato, ma oggi non possono più essere considerate una conquista dei lavoratori e delle lavoratrici, dal momento che sono a tutti gli effetti ore defraudate alla vita e alle libertà personali degli individui.”

“Tutti noi vogliamo lavorare meno. Sarebbe interessante sapere perché il più importante economista del mondo del dopoguerra credeva che un capitalismo illuminato si sarebbe inevitabilmente evoluto con una radicale riduzione delle ore di lavoro. In “Prospettive economiche per i nostri nipoti” (scritto nel 1930), Keynes predisse un futuro capitalista in cui le persone avrebbero ottenuto un orario di lavoro ridotto a tre ore al giorno. Quello che è invece successo è una graduale eliminazione della separazione tra lavoro e vita, con il lavoro che arriva a permeare ogni aspetto della fabbrica sociale emergente. (…)
Le conquiste propriamente accelerative del neoliberismo non hanno comportato meno lavoro e meno stress.”

“Chi e quando ha stabilito otto ore di lavoro giornaliere? Un secolo fa ci furono aspre lotte per conquistare le otto ore per legge, anziché dieci e anche dodici e più. (…)
E, dunque, ancor oggi, dopo un secolo, ci ritroviamo ancora a fare otto ore di lavoro, come se nel frattempo non fosse accaduto nulla, come se la produttività del lavoro fosse rimasta invariata e non invece, con il perfezionamento delle macchine e delle tecniche, decuplicata più volte. (…)
Non si può (dicono i manager dell’industria, ripetono i politici e declamano i servi della comunicazione borghese) ridurre l’orario di lavoro poiché bisogna essere (il dover essere dello schiavo, sia chiaro) competitivi con l’industria dei cosiddetti paesi emergenti, laddove si lavora ben più di otto ore e pure con ritmi più intensi.”

“Con il nostro lavoro e con i nostri soldi, i grandi papponi del capitale se la spassano alla grande. E, non contenti, ci rimproverano arcigni che non lavoriamo abbastanza, ossia che non siamo abbastanza schiavi. Qual è, nei contenuti essenziali, la differenza tra queste sanguisughe e quelle delle epoche passate? Con il nostro lavoro produciamo un sistema che lavora contro di noi, ormai anche il senso comune ha chiara la questione. Sarà la nostra volontà di vivere a creare la necessità di spezzare queste catene o sarà la necessità storica a stimolare la nostra volontà?”

“è partita la concertazione tutta interna all’asse Pd – Cgil (…), il solito teatrino per poi uscirne più amici di prima.”

“Chi ha detto che non si può produrre tutto ciò che occorre riducendo l’orario di lavoro e aumentando l’occupazione? Chi ha detto che non si può dare salario a tutti, aumentare i consumi, i servizi e soprattutto il tempo di vita liberato dal lavoro?”

“è mai possibile voler produrre di più quando la produzione è già largamente in eccesso? È per creare occupazione, dicono. Perché, per lavorare tutti non basta lavorare ognuno di meno?”

“non c’è una sola riforma del lavoro che accenni anche solo di striscio alla riduzione della giornata lavorativa. Su questo tema è stato imposto il silenzio.”

“siamo in un’epoca in cui il lavoro costituisce una porzione sempre più decrescente in termini di creazione di ricchezza di un Paese.
Non è uno scenario futuribile. E’ in corso. (…)
Di lavoro, pertanto, ne resterà poco. Sempre meno.
(…) sarebbe una grande chance, questo cambiamento di produzione, se invece fosse gestito redistribuendo universalmente la ricchezza creata (anche) con strumenti diversi dal lavoro umano. Cioè garantendo alle persone gli stessi diritti che nel ‘900 si conquistavano solo grazie al lavoro, ma adesso ottenibili anche senza: o con molto meno, con un po’. (…)
È tutto da fare, insomma. Davvero.
A iniziare da un altro articolo: il primo della nostra Costituzione. Altro che fondata sul lavoro. Ecchepalle sto lavoro. La vogliamo fondata sui diritti. Sull’accesso. Sull’uguaglianza. Sulla vita da vivere per davvero, non quella da offrire sull’altare di chi ci ricava o ricavava un profitto.”

“Facevo il cottimista, seguivo la politica dei sindacati! Lavoravo per la produttività, incrementavo io, incrementavo. E adesso? Adesso cosa sono diventato? (…) Lo studente dice che siamo come le macchine. Ecco, io sono come una puleggia, come un bullone. Ecco, io sono una vite. Io sono una cinta di trasmissione, io sono una pompa! E non c’ho più la forza di aggiustarla, la pompa, adesso! Io propongo questa proposta: di lasciare subito il lavoro. Tutti! E chi non lascia il lavoro subito adesso è un crumiro e un faccia de merda!”

“Siamo in presenza (…) di un sistema che falsifica lo scopo della produttività e dove la separazione della propria attività è anzitutto separazione dal proprio tempo, dove la confisca di questo costituisce la privazione della propria vita in un futile pseudo-ciclo che è solo discesa lineare verso l’inferno della schiavitù salariata, dell’anomia consumistica e dell’ipnosi spettacolare.”

“Vorrei chiedere agli attuali dirigenti della ex sinistra e ai relativi simpatizzanti del modello sociale “americano”, a questi attivisti del “libero mercato”, per quale motivo una persona non dovrebbe preferire un modello sociale alternativo, laddove il cittadino abbia effettiva dignità di persona, a cominciare da un lavoro stabile (lavorare tutti e lavorare meglio e molto meno) (…). Non dunque ancora il comunismo, ma una società più razionale nell’uso della ricchezza prodotta socialmente e anche (…) più giusta, in cui insomma l’attenzione e le risorse siano rivolte anzitutto ai più essenziali e degni bisogni delle persone, di tutte le persone, anziché al mercanteggiare. (…)
È vero che le cose che ho elencate, a iniziare dal diritto di lavorare tutti e meno, sono assolutamente incompatibili con gli interessi dei grandi monopoli e le leggi economiche che governano il sistema; ed è pur vero che il settore pubblico lasciato alle logiche clientelari, parassitarie e alle tare burocratiche diventa sclerotico sul piano dell’efficienza e passivo su quello della qualità. Ma voi, cari esponenti della ex sinistra, cosa avete fatto per impedire questa deriva anziché favorirla? Avete semplicemente scelto di mettervi dalla parte del “mercato”, ossia dei grandi interessi e delle ingiustizie sociali, anzi spingendo sull’acceleratore di riforme che razionalizzano la predazione dei beni comuni e le logiche del profitto. (…)
Perciò da voi non abbiamo più nulla da attenderci.”

“Ormai bisogna andare oltre anche la decrescita, occorre una critica radicale a tutto ciò che ci rende servi.
Quelli che noi consideriamo “selvaggi”, dedicano mediamente alla produzione di cibo non più di tre o quattro, massimo cinque ore al giorno; produzione peraltro interrotta da frequenti pause. Il resto è per le relazioni, per se stessi e per la comunità. E non vivono nella miseria, come vorrebbero farci credere, sono invece nella società dell’abbondanza. È la nostra società contemporanea ad aver creato carestie e povertà su larga scala. Ed è la nostra società ad avere talmente interiorizzato il lavoro da non poterlo più mettere in discussione, se non rimettendo in discussione il senso stesso della vita. Ebbene, è ora di farlo.
Per liberarsi occorre smettere di produrre. La nostra unica scelta è tra il lavoro e la liberazione.”

(foto tratta da Il Secolo XIX)

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Kalymnos_SportsweekUn pacco gara, per la precisione.

“Visto che siamo arrivati sull’isola per arrampicare abbiamo colto al volo l’occasione e ci siamo subito iscritti all’Open Marathon, visto anche il generoso pacco gara offerto all’iscrizione.”

“vi ricordiamo che sono già aperte le pre-iscrizioni online; ve lo consigliamo vivamente anche per assicurarvi il bel pacco gara!”

“Il pacco gara è spesso argomento di discussione tra i podisti. Chi lo vorrebbe più ricco, chi storce il naso vedendo che non contiene quanto riportato nel volantino (…)”

“annualmente la azienda per cui lavoro offre l’iscrizione (lo chiamano team building).
Con questa opportunità faccio due calcoli, l’iscrizione anche se cara é pagata, il pacco gara include un gilet della Craft, e poi chi affolla questa gara é sempre un gran bel pubblico femminile”

“Conosco biker che si iscrivono solo per il pacco gara, dico sul serio, con 30 euro ritirano prodotti validissimi”

“ma voi alle gare ci andate solo per il pacco gara? (…) visto che non sono stato sveglio ad iscrivermi subito mi danno comunque degli ottimi prodotti tipici.”

Mutuato – suppongo – dalle gare di corsa e di ciclismo, il malloppo del concorrente è divenuta ormai tradizione godereccia parimenti di raduni, happening e competizioni pressochè amichevoli d’arrampicata, ma anche di dry tooling e d’altre strane forme d’alpinismo. Il Kalymnos Climbing Festival non sfugge a questa regola. Quest’anno, a dire il vero, lo abbiamo evitato; fummo però sull’isola per la prima edizione, nel settembre 2012, quando del pacco gara facevan parte, fra le altre cose: n.1 t-shirt o canotta The North Face made in Turkey; n.1 beauty case The North Face made in Vietnam; n.1 borsello The North Face, anch’esso made in Vietnam.
Vi vedo sorridere. Lo so, son provocazioni da bambini. Ma al di là della scontata sorridente rassegnazione dell’homo rampicans ai più banali aspetti della globalizzazione in corso (d’altronde son fatti in Egitto gli stessi jeans che porto addosso, non senza rimorso), c’è altro da dire a mio parere nella congiuntura storica in merito al nostro comportamento e al nostro ruolo, trovandoci anche nel nostro piccolo in presenza di vittime e di dolo.
Il rapporto fra il climber e il pacco gara che contraddistingue l’iscrizione a sagre, fiere e kermesse di natura verticale è spesso il medesimo che sussiste fra il frequentatore delle Feste de l’Unità (oggi pedestremente democratiche) e la tombola o il ballo liscio: entrambi son lì per quello. Persino l’arrampicata è una misera scusa: diciamo la verità, se per quel moschettone a ghiera regalato avessi dovuto iscriverti a una gara di bocce o di cucina, non ci saresti andato? L’italiano in particolare, luogo comune vivente sempre in bilico fra la saggezza e la demenza popolare, è sospinto fisiologicamente e senza scomodar la crisi verso l’iniziativa gratuita, il dono, la regalia: al supermercato insegue il 3×2, e gratta furiosamente per vincere al bar o dal tabacchino, i quali espongono tutti quanti vincite mirabolanti. Nulla ha insegnato il fenomeno Wanna Marchi al tanto onesto quanto allocco cittadino. E come quello nei confronti del mago, tu nei confronti del marchio mostri d’aver fede. Ti sembra quasi che, per una volta, il buon dio fra mille ingiustizie e storture si sia ricordato di te; che tutte le iniquità ed incongruenze della vita possano scomparire alla vista del magico pacco gara; e coglierlo è mossa da furbi che vien premiata, regalo di Natale anticipato, simbolica riequilibratura del giusto e dello sbagliato. Un po’ come rubare, ma legalizzato. Senza contar l’orgoglio d’aver partecipato, che vien testimoniato con un che d’eroico: ebbene sì, io c’ero, anzi ci sono stato! La “voglia di esserci” risulta infatti, fra i tanti, il fattore trainante; è piuttosto considerato in difetto chi non presenzia, senz’altro per snobismo od ottusità, non sapendo – già lo scriveva Andrea Gennari Daneri, Pareti 2005 – quel che si perde. Più volte ho avvertito questo incrocio di (reciproche, in verità) velate accuse, diffidenze e pregiudizi; solamente che quelle lanciate per via mediatica suonano più forti, ed io conosco ben poca gente che possieda riviste e siti web commerciali.
Così, chi è più tranchant, nel rivolgersi agli estranei a certi moderni riti tribal-mercantili si permette di dire “con tutto il rispetto, che è peggio per voi”. Ma poi, insomma, di che c’è da discutere? A sentir qualcuno prender parte è imperativo, mancare inammissibile: “non esserci è semplicemente inconcepibile”. Il sistema totalizzante di massificazione dei comportamenti degli individui nei modelli di mercato è perfettamente funzionante, e dove non arriva la volontà precisa il resto lo fa un genuino, grezzo entusiasmo: il partecipante infervorato, infatti, può affermare raggiante “sì, l’ho visto. Riesci solo a dire io c’ero, l’ho vissuto”. Una manifestazione…divina? E “un po’ diverso mi sento, anche se non ho capito bene il perché, e cosa poi sia veramente successo”. C’è del mistero, come in ogni più intenso sentimento, e misterioso è quel qualcosa che nello spaesamento ti rende confusamente fiero un po’ di quello che ti pare. La sensazione di appartenenza, ad esempio, è certamente una forza determinante, utile a combattere proprio quello smarrimento; e di per sè non negativa, se ci si rende conto di ciò che di bello ed importante ti lega ad altri: come ad esempio la consapevolezza della necessità del rispetto dell’ambiente. Mi resta il dubbio invece su altri aspetti ai quali solo certi ostinati criticoni possono pensare. Scrisse ad esempio a suo tempo uno di questi, che lasciato all’anonimato spero di poter citare:

“Una domenica pomeriggio di pioggia… La immaginate? Pensate di trascorrerla al centro commerciale… Ora potete immaginare il concetto di caos? L’atmosfera di sabato e domenica al Melloblocco 2011 era qualcosa di molto molto simile!
Certo, al posto delle famiglie ci sono i climbers, al posto delle cucine vendono le scarpette, al posto dei divani i crash pad, ma l’atmosfera è quella del primo giorno di saldi, dove alcuni presentano i modelli della prossima stagione e altri colgono l’occasione per far fuori l’invenduto di magazzino.”

L’analogia è tutt’altro che inverosimile. La descrizione, benchè sarcastica, così come il resto del testo che ho tralasciato, fa trapelare il legittimo dubbio che la figura del climber sia sempre più approssimabile a quella del semplice consumatore; il quale oggi, volente o nolente, si ritrova sempre più spesso in coda – nei casi più emozionanti con altre centinaia di persone – come se davvero dovesse “prendere il biglietto come al supermercato” per poter scalare. Contrariamente all’usuale rappresentazione d’ogni evento tutta sport, fun & beer, salutismo trendy e vago hippysmo, eccitazione e proliferazione, ed al di là dell’occasione sempre buona per vendere e per comprare, il succitato scritto contribuisce al riconoscimento di ancor più subdole tracce tipiche della cultura del consumismo, inclusi alcuni noti trucchetti: l’idolatria (“la folla di fans, più che mai alla ricerca di idoli e di modelli da seguire”), gli status symbol (“orologi da comperare”…ma ancora alla Sector di Manolo stiamo fermi?), e soprattutto quell’artificioso senso di appartenenza del quale si diceva e che da che mondo è mondo fa star bene senza dover scomodare troppe inutili domande.
Eppure ne basterebbe una soltanto, questa: cos’è l’uomo di massa? Per Fromm “Si tratta di un essere docile, disciplinato, una creatura (…) dominata principalmente dai suoi riflessi condizionati. Egli è pronto ad accettare modelli comportamentali secondo le esigenze del mercato”. Ecco perchè, anche a causa dell’intervenuta confusione di valori e disvalori (eguaglianza od uniformità?), “siamo sempre più uguali, sempre più uniformi e passivi e quindi destinati ad essere inseriti come automi nell’immenso alveare dell’organizzazione sociale (…). Il trionfo dell’uniformità spegne il motivo dinamico della individualità e, quindi, la capacità dell’uomo di generare forme produttive di esistenza”.
L’arrampicata ci dà appena l’illusione dell’attività individuale; il gruppo, sia esso un nucleo più o meno ristretto, quella dell’appartenenza ad una dimensione collettiva. La differenza rispetto a quel che continuiamo a considerare dopo tutto altro da noi si fa però sempre meno chiara. Il fervore comune ci fa assomigliare gli uni agli altri, ci conforma, ci ammassa (non ci ammazza ancora, ma più poco ci manca, visto quanto il gioco è stato venduto per esser preso sottogamba). E’ vero, produciamo soprattutto passione e sogni e tendiamo a ritrovarci in valori poco in voga; ma la felicità rimane un bene da acquistare, per chi se lo può permettere, e la sua ricerca appare sempre più guidata.
Il succitato AGD aveva firmato anni fa un bell’editoriale di Pareti su “un paese assurdo e flaccido” ben rappresentato da un bambino ciccione, sportivissimo tifoso della Juventus, incocciato dall’autore all’autogrill; e in quel paese irriconoscibile – o meglio, in cui è difficile riconoscersi – noi climbers avremmo rappresentato idealmente l’alternativa attiva, autonoma e produttiva. Ma l’alternativa A CHE COSA, se – tanto per dire – lo sponsor del Kalymnos Climbing Festival 2012-2013 è esattamente il medesimo che “festeggia insieme alla Juventus Campione d’Italia 2012-2013”?!?!
Da un lato, questi moderni e novelli amanti della libertà son pagati per decretare l’esistenza di “2 mondi, quello dell’off road e dell’arrampicata, che condividono gli stessi valori e lo stesso amore per l’avventura” (curioso, non ne ero a conoscenza); dall’altro, “‘Jeep è orgogliosa di aver accompagnato i campioni della Juventus in questa straordinaria avventura, fino alla vetta più alta’.”
Ravviso similari suggestioni in queste descrizioni maliziose d’avventure e vette affrontate a muso duro ed a sponsor sicuro. Monti e calciatori, per chi le gioie e per chi i dolori?
In sostanza, dietro al bambino a forma di pallone, simbolo di passività, proprio come dietro all’atleta che in un paese schiavo del pallone dovrebbe rappresentar, se non la soluzione, il buon esempio, c’è la stessa finalità, la stessa forza: lì disposta a muovere i pullman dei tifosi, a far partire i voli low cost per/da Kos, e a far girar come una palla il mondo intero.
Non riesco sinceramente a vedere cosa tutto questo possa aver a che fare con la “straripante proposta di stile di vita” idealizzata a suo tempo da Güllich; chi abbia stabilito ch’essa dovesse passar per forza attraverso uno spot commerciale; ed infine, come possa far bene allo sport (espressione comune) il bordello che si è generato in seguito al boom della scalata, ivi incluse irresponsabili degenerazioni da chiusura della falesia oltre alle peggiori e talvolta perfino impensabili derive etico-morali.
Tuttavia, complice forse l’arrabbiata discesa in campo d’un mio illustre concittadino, si parla sempre più spesso e in ogni luogo di rivoluzionari mutamenti ai quali si dovrebbe prender parte; le parole partecipazione, movimento e cambiamento mai son state più fuori luogo, eppur di moda. Ma al di là di validissime collette fra appassionati, che non son certo una grande novità, non so cosa voglia dire tutto questo. Di per sè, “sentirsi climber” non implica (più?) niente di speciale oltre all’inseguimento dell’ultima falesia dove presenziare, e la Cronaca della libera s’è fatta tanto clamorosamente spicciola e dispersiva da risultare nauseante e ripetitiva. Le Olimpiadi restano per ora irraggiungibili, ma le nostre Gazzette dello Sport già ce le abbiamo, e la catena che tiene assieme evoluzione e performance, senza farcene accorgere, trasformando il gioco in giogo ci fa restare al palo d’una dipendenza intellettuale.
Se per due doni, due soldi o due fittoni siam disposti a farci raccontar quella dell’uva, cosa ci prepariamo ad accettare? E se nulla nei fatti differenzia uno sport e un business dall’altro, cosa ci resta a parte l’intima importanza dell’esperienza individuale? A dire il vero quella a me bastava e soddisfaceva pienamente anche prima che quest’attività diventasse moda e commercio omologante, innalzamento fisico ed assieme affondamento culturale generale.

Se poi tutto alla gara va davvero bene, manca solo la batteria di pentole in acciaio inox 18/10 e si torna a casa dall’evento veramente a posto, convinti d’essersi trovati al posto giusto nel momento giusto per fare l’affarone. Per questo è l’esaurimento scorte il vero incubo d’ogni atleta pronto all’iscrizione, ma non all’esclusione. Metti che paghi, ma non vinci niente: sei un coglione.

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