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Kalymnos_SportsweekUn pacco gara, per la precisione.

“Visto che siamo arrivati sull’isola per arrampicare abbiamo colto al volo l’occasione e ci siamo subito iscritti all’Open Marathon, visto anche il generoso pacco gara offerto all’iscrizione.”

“vi ricordiamo che sono già aperte le pre-iscrizioni online; ve lo consigliamo vivamente anche per assicurarvi il bel pacco gara!”

“Il pacco gara è spesso argomento di discussione tra i podisti. Chi lo vorrebbe più ricco, chi storce il naso vedendo che non contiene quanto riportato nel volantino (…)”

“annualmente la azienda per cui lavoro offre l’iscrizione (lo chiamano team building).
Con questa opportunità faccio due calcoli, l’iscrizione anche se cara é pagata, il pacco gara include un gilet della Craft, e poi chi affolla questa gara é sempre un gran bel pubblico femminile”

“Conosco biker che si iscrivono solo per il pacco gara, dico sul serio, con 30 euro ritirano prodotti validissimi”

“ma voi alle gare ci andate solo per il pacco gara? (…) visto che non sono stato sveglio ad iscrivermi subito mi danno comunque degli ottimi prodotti tipici.”

Mutuato – suppongo – dalle gare di corsa e di ciclismo, il malloppo del concorrente è divenuta ormai tradizione godereccia parimenti di raduni, happening e competizioni pressochè amichevoli d’arrampicata, ma anche di dry tooling e d’altre strane forme d’alpinismo. Il Kalymnos Climbing Festival non sfugge a questa regola. Quest’anno, a dire il vero, lo abbiamo evitato; fummo però sull’isola per la prima edizione, nel settembre 2012, quando del pacco gara facevan parte, fra le altre cose: n.1 t-shirt o canotta The North Face made in Turkey; n.1 beauty case The North Face made in Vietnam; n.1 borsello The North Face, anch’esso made in Vietnam.
Vi vedo sorridere. Lo so, son provocazioni da bambini. Ma al di là della scontata sorridente rassegnazione dell’homo rampicans ai più banali aspetti della globalizzazione in corso (d’altronde son fatti in Egitto gli stessi jeans che porto addosso, non senza rimorso), c’è altro da dire a mio parere nella congiuntura storica in merito al nostro comportamento e al nostro ruolo, trovandoci anche nel nostro piccolo in presenza di vittime e di dolo.
Il rapporto fra il climber e il pacco gara che contraddistingue l’iscrizione a sagre, fiere e kermesse di natura verticale è spesso il medesimo che sussiste fra il frequentatore delle Feste de l’Unità (oggi pedestremente democratiche) e la tombola o il ballo liscio: entrambi son lì per quello. Persino l’arrampicata è una misera scusa: diciamo la verità, se per quel moschettone a ghiera regalato avessi dovuto iscriverti a una gara di bocce o di cucina, non ci saresti andato? L’italiano in particolare, luogo comune vivente sempre in bilico fra la saggezza e la demenza popolare, è sospinto fisiologicamente e senza scomodar la crisi verso l’iniziativa gratuita, il dono, la regalia: al supermercato insegue il 3×2, e gratta furiosamente per vincere al bar o dal tabacchino, i quali espongono tutti quanti vincite mirabolanti. Nulla ha insegnato il fenomeno Wanna Marchi al tanto onesto quanto allocco cittadino. E come quello nei confronti del mago, tu nei confronti del marchio mostri d’aver fede. Ti sembra quasi che, per una volta, il buon dio fra mille ingiustizie e storture si sia ricordato di te; che tutte le iniquità ed incongruenze della vita possano scomparire alla vista del magico pacco gara; e coglierlo è mossa da furbi che vien premiata, regalo di Natale anticipato, simbolica riequilibratura del giusto e dello sbagliato. Un po’ come rubare, ma legalizzato. Senza contar l’orgoglio d’aver partecipato, che vien testimoniato con un che d’eroico: ebbene sì, io c’ero, anzi ci sono stato! La “voglia di esserci” risulta infatti, fra i tanti, il fattore trainante; è piuttosto considerato in difetto chi non presenzia, senz’altro per snobismo od ottusità, non sapendo – già lo scriveva Andrea Gennari Daneri, Pareti 2005 – quel che si perde. Più volte ho avvertito questo incrocio di (reciproche, in verità) velate accuse, diffidenze e pregiudizi; solamente che quelle lanciate per via mediatica suonano più forti, ed io conosco ben poca gente che possieda riviste e siti web commerciali.
Così, chi è più tranchant, nel rivolgersi agli estranei a certi moderni riti tribal-mercantili si permette di dire “con tutto il rispetto, che è peggio per voi”. Ma poi, insomma, di che c’è da discutere? A sentir qualcuno prender parte è imperativo, mancare inammissibile: “non esserci è semplicemente inconcepibile”. Il sistema totalizzante di massificazione dei comportamenti degli individui nei modelli di mercato è perfettamente funzionante, e dove non arriva la volontà precisa il resto lo fa un genuino, grezzo entusiasmo: il partecipante infervorato, infatti, può affermare raggiante “sì, l’ho visto. Riesci solo a dire io c’ero, l’ho vissuto”. Una manifestazione…divina? E “un po’ diverso mi sento, anche se non ho capito bene il perché, e cosa poi sia veramente successo”. C’è del mistero, come in ogni più intenso sentimento, e misterioso è quel qualcosa che nello spaesamento ti rende confusamente fiero un po’ di quello che ti pare. La sensazione di appartenenza, ad esempio, è certamente una forza determinante, utile a combattere proprio quello smarrimento; e di per sè non negativa, se ci si rende conto di ciò che di bello ed importante ti lega ad altri: come ad esempio la consapevolezza della necessità del rispetto dell’ambiente. Mi resta il dubbio invece su altri aspetti ai quali solo certi ostinati criticoni possono pensare. Scrisse ad esempio a suo tempo uno di questi, che lasciato all’anonimato spero di poter citare:

“Una domenica pomeriggio di pioggia… La immaginate? Pensate di trascorrerla al centro commerciale… Ora potete immaginare il concetto di caos? L’atmosfera di sabato e domenica al Melloblocco 2011 era qualcosa di molto molto simile!
Certo, al posto delle famiglie ci sono i climbers, al posto delle cucine vendono le scarpette, al posto dei divani i crash pad, ma l’atmosfera è quella del primo giorno di saldi, dove alcuni presentano i modelli della prossima stagione e altri colgono l’occasione per far fuori l’invenduto di magazzino.”

L’analogia è tutt’altro che inverosimile. La descrizione, benchè sarcastica, così come il resto del testo che ho tralasciato, fa trapelare il legittimo dubbio che la figura del climber sia sempre più approssimabile a quella del semplice consumatore; il quale oggi, volente o nolente, si ritrova sempre più spesso in coda – nei casi più emozionanti con altre centinaia di persone – come se davvero dovesse “prendere il biglietto come al supermercato” per poter scalare. Contrariamente all’usuale rappresentazione d’ogni evento tutta sport, fun & beer, salutismo trendy e vago hippysmo, eccitazione e proliferazione, ed al di là dell’occasione sempre buona per vendere e per comprare, il succitato scritto contribuisce al riconoscimento di ancor più subdole tracce tipiche della cultura del consumismo, inclusi alcuni noti trucchetti: l’idolatria (“la folla di fans, più che mai alla ricerca di idoli e di modelli da seguire”), gli status symbol (“orologi da comperare”…ma ancora alla Sector di Manolo stiamo fermi?), e soprattutto quell’artificioso senso di appartenenza del quale si diceva e che da che mondo è mondo fa star bene senza dover scomodare troppe inutili domande.
Eppure ne basterebbe una soltanto, questa: cos’è l’uomo di massa? Per Fromm “Si tratta di un essere docile, disciplinato, una creatura (…) dominata principalmente dai suoi riflessi condizionati. Egli è pronto ad accettare modelli comportamentali secondo le esigenze del mercato”. Ecco perchè, anche a causa dell’intervenuta confusione di valori e disvalori (eguaglianza od uniformità?), “siamo sempre più uguali, sempre più uniformi e passivi e quindi destinati ad essere inseriti come automi nell’immenso alveare dell’organizzazione sociale (…). Il trionfo dell’uniformità spegne il motivo dinamico della individualità e, quindi, la capacità dell’uomo di generare forme produttive di esistenza”.
L’arrampicata ci dà appena l’illusione dell’attività individuale; il gruppo, sia esso un nucleo più o meno ristretto, quella dell’appartenenza ad una dimensione collettiva. La differenza rispetto a quel che continuiamo a considerare dopo tutto altro da noi si fa però sempre meno chiara. Il fervore comune ci fa assomigliare gli uni agli altri, ci conforma, ci ammassa (non ci ammazza ancora, ma più poco ci manca, visto quanto il gioco è stato venduto per esser preso sottogamba). E’ vero, produciamo soprattutto passione e sogni e tendiamo a ritrovarci in valori poco in voga; ma la felicità rimane un bene da acquistare, per chi se lo può permettere, e la sua ricerca appare sempre più guidata.
Il succitato AGD aveva firmato anni fa un bell’editoriale di Pareti su “un paese assurdo e flaccido” ben rappresentato da un bambino ciccione, sportivissimo tifoso della Juventus, incocciato dall’autore all’autogrill; e in quel paese irriconoscibile – o meglio, in cui è difficile riconoscersi – noi climbers avremmo rappresentato idealmente l’alternativa attiva, autonoma e produttiva. Ma l’alternativa A CHE COSA, se – tanto per dire – lo sponsor del Kalymnos Climbing Festival 2012-2013 è esattamente il medesimo che “festeggia insieme alla Juventus Campione d’Italia 2012-2013”?!?!
Da un lato, questi moderni e novelli amanti della libertà son pagati per decretare l’esistenza di “2 mondi, quello dell’off road e dell’arrampicata, che condividono gli stessi valori e lo stesso amore per l’avventura” (curioso, non ne ero a conoscenza); dall’altro, “‘Jeep è orgogliosa di aver accompagnato i campioni della Juventus in questa straordinaria avventura, fino alla vetta più alta’.”
Ravviso similari suggestioni in queste descrizioni maliziose d’avventure e vette affrontate a muso duro ed a sponsor sicuro. Monti e calciatori, per chi le gioie e per chi i dolori?
In sostanza, dietro al bambino a forma di pallone, simbolo di passività, proprio come dietro all’atleta che in un paese schiavo del pallone dovrebbe rappresentar, se non la soluzione, il buon esempio, c’è la stessa finalità, la stessa forza: lì disposta a muovere i pullman dei tifosi, a far partire i voli low cost per/da Kos, e a far girar come una palla il mondo intero.
Non riesco sinceramente a vedere cosa tutto questo possa aver a che fare con la “straripante proposta di stile di vita” idealizzata a suo tempo da Güllich; chi abbia stabilito ch’essa dovesse passar per forza attraverso uno spot commerciale; ed infine, come possa far bene allo sport (espressione comune) il bordello che si è generato in seguito al boom della scalata, ivi incluse irresponsabili degenerazioni da chiusura della falesia oltre alle peggiori e talvolta perfino impensabili derive etico-morali.
Tuttavia, complice forse l’arrabbiata discesa in campo d’un mio illustre concittadino, si parla sempre più spesso e in ogni luogo di rivoluzionari mutamenti ai quali si dovrebbe prender parte; le parole partecipazione, movimento e cambiamento mai son state più fuori luogo, eppur di moda. Ma al di là di validissime collette fra appassionati, che non son certo una grande novità, non so cosa voglia dire tutto questo. Di per sè, “sentirsi climber” non implica (più?) niente di speciale oltre all’inseguimento dell’ultima falesia dove presenziare, e la Cronaca della libera s’è fatta tanto clamorosamente spicciola e dispersiva da risultare nauseante e ripetitiva. Le Olimpiadi restano per ora irraggiungibili, ma le nostre Gazzette dello Sport già ce le abbiamo, e la catena che tiene assieme evoluzione e performance, senza farcene accorgere, trasformando il gioco in giogo ci fa restare al palo d’una dipendenza intellettuale.
Se per due doni, due soldi o due fittoni siam disposti a farci raccontar quella dell’uva, cosa ci prepariamo ad accettare? E se nulla nei fatti differenzia uno sport e un business dall’altro, cosa ci resta a parte l’intima importanza dell’esperienza individuale? A dire il vero quella a me bastava e soddisfaceva pienamente anche prima che quest’attività diventasse moda e commercio omologante, innalzamento fisico ed assieme affondamento culturale generale.

Se poi tutto alla gara va davvero bene, manca solo la batteria di pentole in acciaio inox 18/10 e si torna a casa dall’evento veramente a posto, convinti d’essersi trovati al posto giusto nel momento giusto per fare l’affarone. Per questo è l’esaurimento scorte il vero incubo d’ogni atleta pronto all’iscrizione, ma non all’esclusione. Metti che paghi, ma non vinci niente: sei un coglione.

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La Storia Infinita“Quando avevo scoperto il castello senza nome, ero ad un’altezza, ad un grado di perfezione e di purezza che non raggiungerò mai più.”
(Alain-Fournier, Il grande Meaulnes)

Parafrasando i Sisters Of Mercy denuncio l’incapacità di scelta della massa rampicante, trascinata da ovest ad est da cuciture made in China, sirene zoppe e false muse, fra grotti e discoteche, giardinetti solinghi e adunate in cimiteri, da un frastuono di numeri e lettere poco colte sulle quali all’infinito interrogarsi e litigare a stanchi sguardi di venditori in sandali e braghette nel campeggio di Ceuse. Dove si vada anche ‘sto weekend è decisione del destino solo se la nostra passione è fragile, o se ad essa ci siamo davvero abbandonati? Non sempre vagare significa perdersi, Tolkien c’insegna. E pure il perdersi – almeno qui, tra Finaleros – è motivo di vanto e dà soddisfazione: poichè, come sappiamo per averlo un tempo o nel tempo imparato, imparati non si nasce, e l’imparare è maturazione che s’avverte sulla pelle a forza di graffi e di ferite e che salva, quantomeno il cervello, dalla marcescenza.
Il Castello con i suoi muri bianchi e grigi perfettamente verticali non è qua, sta altrove, poco distante ma abbastanza per lamentarsene: sta sull’isola che c’è, ma è diventata cara come il fuoco e così d’isole magiche se ne sognano altre e per più comode ma intricate boscaglie ci s’accontenta di girar perdutamente. Cornei ad esempio è un mare tempestoso, un gorgo, un vortice di ricordi e d’emozioni: una poesia intrisa di sconforto ritrovata una mattina alla Bocca di Bacco, una passeggiata al sole bruciante d’un inverno inquieto accompagnati o in cerca di top model che sappiano placar fra i Ciappi i soliti umanissimi desideri.
Oppure la falesia fantasma del Castagno, ne vogliamo parlare? L’amico grande Gustavo, pur combattendo eroicamente nella foresta coi fantasmi suoi, novello (e corpulento) Atréju arrancante come noialtri a bicchiere in mano nelle Paludi della Tristezza, mai riuscì a raggiungerla. Ma non tutti i desideri valgono la sofferenza e la fatica, ci dicemmo allora; e ci apprestammo sudati e rassegnati a spendere il secondo o terzo buono-consumazione. Fantàsia non fu non dico salvata, ma neppure mai scovata. L’Infanta Imperatrice forse ancora ci aspetta: ma spero si sia scocciata e sia fuggita altrove, magari a Scimarco o meglio ancora in qualche falesia dove ho già stra-salito tutto ed ogni segreto, ogni appiglio, ogni piega o ruga della pietra già conosco. Così potrei raggiungerla e raccontarle di quanto l’abbiamo cercata invano sin dai tempi degli infidi presunti quinti gradi, e poi i 6a e poi i durissimi 6b di gioventù, fino ai gradoni odierni che nulla più valgono una volta decaduto il sogno, svanita l’avventura. Finalmente Lei sarà mia assieme a tutti i gradi alcoolici e non del mondo ed il segreto Dominio allora sarà nostro, sarà sempiterna festa e forse solo allora cesseremo di arrampicare e di vagare.

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