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Posts Tagged ‘lavoro’

Infortunio sul lavoro.

gennaio 2011

La ricostruzione fatta degli eventi
da me firmata per presa visione
è assolutamente confusa e tendenziosa.
La cosa è particolarmente grave
vista l’esistenza ad occhi non ignari
di un aggressore e di un aggredito.

Ai presenti sarà parso evidente
che sia stato al proprio posto il sottoscritto
ad essere raggiunto minacciosamente
e lì aggredito nel corpo e nel diritto,
e non certo il contrario, come si parrebbe sostenere;
per giunta l’aggressione ha motivazioni poco vere,
derivanti da un futile scambio di opinioni
con divergenti e polemiche impressioni.

Il collega non è nuovo, è stabilito,
ad assurdi assalti similari
ai compagni di lavoro sulla nave:
ciò dovrebbe bastar da sè a spiegar la cosa
e a portare chi abbia dovere ed intenzione
a prendere adeguati provvedimenti.

(foto tratta dallo Smithsonian American Art Museum)

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A Trieste siamo stati, anche ad arrampicare nella bella val Rosandra, la scorsa primavera. Avrei voluto scriverne, forse ci riuscirò.
Ma in questo caso la città serve solo quale esempio per spiegare, attraverso le vicende che riguardano la multinazionale finlandese Wärtsilä, la grottesca situazione del mondo del lavoro attuale.
Cos’hanno in comune 4000 persone, 48 anni, 69 uscite, 87 voti e 89 giorni? Sono soltanto numeri, ma li si può mettere assieme per capirlo. Basta un click, potete farlo pure voi; ma siete fortunati, per voi l’ho fatto io.

“Domenica 24 Settembre, 4.000 persone, nonostante la pioggia battente, hanno partecipato all’Open Day di Wärtsilä Italia, nello stabilimento di San Dorligo della Valle. Le “porte aperte” alla principale fabbrica italiana della multinazionale finlandese – dedicato ai familiari dei dipendenti e ai cittadini in occasione dei vent’anni di Wärtsilä Italia e nell’anniversario dei cent’anni dell’indipendenza della Finlandia – hanno visto un continuo afflusso di pubblico per tutta la giornata.”

Non manca niente in questa storia, ci son tutti gli elementi necessari.
Partiamo dal peggiore: l’incidente mortale è del 5 giugno scorso; quando una pesantissima barra di metallo ebbe la meglio sui 48 anni di un operaio specializzato. Fatalità, ci s’affretterà a dire, se non più maliziosamente imprudenza (errare è umano), trascurando – per mancanza di tempo da dedicarvi – i più recenti dati sulle morti bianche.
Scarseggia il tempo ormai per far qualsiasi cosa: per lavorare in sicurezza, per rifletterci sopra, per valutare, capire, (evitar di) giudicare. La priorità, rendiamocene conto, va alla merce, al profitto, al capitale. Cioè: a quella barra di metallo. Che se casca, però, può fare male.

Speriamo che la notizia non abbia rovinato l’appetito a quanti partecipavano, tre mesi dopo, al ”percorso di convivialità” enogastronomico organizzato a “Trieste, Genova, Napoli e Taranto, città nelle quali sono presenti stabilimenti Wärtsilä Italia”: 4000 persone sembrano aver gradito l’Open Day, e il morto è già dimenticato. D’altronde è pur vero che, morto un operaio specializzato, se ne fa un altro; ed è pure un posto di lavoro liberato.

Alla Wärtsilä di Genova, fra l’altro, come in altre ditte del settore metalmeccanico cittadine, nel febbraio di quest’anno la Fiom è risultata essere il primo sindacato. Mi sento solidale coi 45 renitenti. Votare o non votare, ogni volta è un dilemma e mai un gioco. E’ stata però la USB, qualche mese prima, a salvare il posto di lavoro in quel di Trieste (dove predomina invece la Fim Cisl) a Sasha Colautti, dopo 89 giorni di sciopero, che al portafogli non pesan proprio poco.

Torniamo qui su temi più allarmanti, ai piani esuberi che s’alternano ai finanziamenti statali ed ai percorsi conviviali. Nonostante ciò, non vi agitate: le prospettive restano buone, e se mai ci fosse bisogno d’intervenire, contro al padrone ma per finta, al posto dei sindacati potete considerare dalla vostra i camerati neofascisti, ormai delegati semi-ufficiali alla propaganda nazionalistica sui luoghi di lavoro; i quali denunciano a mezzo stampa il rischio-delocalizzazione (mica per via degli interessi padronali, quanto per rivalità di bandiera) e svolantinano all’ingresso della fabbrica come ormai ben pochi a sinistra fanno ancora.

Il futuro del lavoro è nero (in tutti i sensi). Se avete capito ciò che intendo, avrete inteso pure che ci vuol poco per capire quel che del lavoro resti da capire. In altre parole: nessun processo di liberazione passa dal lavoro, ma attraversarne il campo è purtroppo necessario per capir da cosa sia necessario liberarsi.
Nell’attesa che qualcuno s’incammini in questa direzione sciagurata, continuiamo a goderci questo (ir)ragionevole teatrino, che ci piace pensar diretto dal destino, e che racconta di uomini fatti contare come numeri e di numeri che contano assai più degli uomini.

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Continuiamo ad occuparci con disgusto della cronaca inerente il cosiddetto mondo del lavoro: che in questo sistema è una galera ricolma di aguzzini.
Si fa passare, in questo minuscolo caso, uno schiaffetto (presunto, peraltro) come un crimine, o comunque un errore grave, quand’è tutt’al più considerabile come un benvenuto sussulto di dignità da parte della classe lavoratrice dinanzi ad un comportamento, quello sì, da criminali in doppiopetto.

12 ottobre 2017
“All’uscita del tavolo i dirigenti della Froneri, Svevo Valentinis e l’ad Pietro Monaco sono stati aggrediti da alcuni manifestanti. Uno dei due dirigenti avrebbe ricevuto uno schiaffo.”

“l’azienda (…) ha confermato la volontà di chiusura e ha aperto forse solo sul versante degli ammortizzatori sociali. Alcuni lavoratori, che stavano partecipando al presidio (…) hanno contestato, inseguito e cercato di raggiungere i due esponenti dell’azienda. Ci sono stati momenti di tensione con spintoni ed alcuni scontri tra i lavoratori, alcuni Carabinieri e gli agenti della Digos: un agente è rimasto contuso. I due dirigenti sono stati ‘salvati’ dalle forze dell’ordine che, con non poche difficoltà, sono riusciti a farli entrate in un auto e scortarli fuori da piazza Garibaldi. (…)
I sindacati hanno preso posizione contro quanto avvenuto in piazza e hanno espresso solidarietà alle forze dell’ordine: “L’esasperazione nata dalla dichiarazione di chiusura dopo gli impegni di luglio, rischia infatti di sfociare in reazioni che non possiamo in alcun modo giustificare pur comprendendo i drammi da cui traggono origine. A tal proposito esprimiamo il nostro riconoscimento per il lavoro delle forze dell’ordine in una condizione di forte tensione sociale.”

Non so se stiate leggendo le cronache quotidiane della crisi post-crisi, quella che si dice finita, ma tant’è…per chi lavora finita non è.
Il massacro sociale – fra sempre più morti e licenziamenti (a Genova nei prossimi mesi ne sono previsti oltre un migliaio) – si dà per scontato, la lotta di classe alla rovescia pure, e si continua maldestramente a giocare in difesa per poter permettere a chi non fa che attaccare di continuare a vincere.
Ripartiamo invece da questi piccoli strappi alla pace sociale, che infastidiscono non poco lorsignori – qualcuno ricorderà la pesantissima, sproporzionata repressione seguita al ‘linciaggio’ (una giacca strappata) del manager Air France; ma anche il ‘linciaggio’ mediatico all’autrice della bruciatura alla giacchetta di Bonanni – per iniziare un nuovo percorso di lotta che ci faccia ritornare uomini prima di concepirci come lavoratori.

Non vuol esser certo questo un invito alla violenza, quanto piuttosto a ripensare il termine cominciando finalmente ad accorgersi di cosa vada davvero definito come tale. Ribaltare la narrazione padronale è il primo passo essenziale ad una rinnovata comprensione delle cose del mondo; altrimenti anche il lavoro, come l’allenamento, si riduce ad un girare in tondo di criceti, ad un ricevere continuamente schiaffi senza mai la pausa risolutiva d’un momento. Sta di fatto infatti che le costose giacche a lorsignori le permette il nostro sfruttamento.

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stop-loi-travailEsiste certamente un delirium tremens da astinenza dall’arrampicata, che colpisce i soggetti affetti da alpinismo cronico; ma anche un altro causato dall’eccessiva ed ossessiva pratica con scarsi risultati.
Delirio semiserio d’un climber vagamente afflitto, speranzoso in un qualche straordinario effetto.

“Recenti indagini di mercato della Nielsen di Milano rilevano che il numero di circa 8000 persone praticanti l’arrampicata sportiva cresce con un tasso annuo del 10%” (dal sito Montagnalavoro, non più esistente)

L’arrampicata è un continuo problema da risolvere: un vero stress.
Non so perchè l’abbia cercata, trovata e scelta, e come abbia fatto poi a resistere – io a lei, ma anche lei a me. Forse perchè, una volta acquisita un po’ d’abilità, in fin dei conti sbagliavo molto poco. Ma se è sbagliando che s’impara, per quanto tempo non ho progredito? E progredire cosa comporta, da cosa si capisce? Dal grado? Nello stile lavorato, oppure a vista?
Perchè tante domande?, direte voi. Perchè tante differenziazioni e specializzazioni?, risponderei. Perchè quest’affidamento a regole e metodi, questa legge francese del numero (più letterina) alla quale tutti, me compreso, c’inchiniamo? Perchè questo volersi ritrovare, più che in compagnia e in comunità, in un branco di bestiole scalpitanti che null’altro hanno da condividere se non inutili informazioni superficiali? Ebbene sì, la tua via è a destra, mentre la mia è a sinistra: diamine, sento che siamo già troppo vicini. Allontanati tu! Io la mia la sogno dal sabato scorso, tu manco sai dove ti trovi e ancora hai da trovarla, e se non c’ero io adesso stavi a girar sperduto alla base della falesia, pensando d’essere in un’altra.
No, non mi vanto d’essere un local, anzi la cosa un po’ mi nausea e mi disgusta; m’annoia insomma, conto i miei passi sul sentiero e penso alle orme che devo averci lasciato a forza di tornare e ritornare. Neanche avessi qualche cosa da provare; ormai è storia passata, vi lascio fare. Sento gridare: dall’altra parte della valle c’è gente più entusiasta di me che in pieno inverno ha deciso di scalare all’ombra, pur di liberare qualche nuova linea nell’ultimo settore rimasto da esplorare – che non è poi mai l’ultimo davvero, giacchè una fortuna geologica specifica assiste il Finalero. Eppure…eppure qualcosa fra questi boschi oggi mi manca, e ancora non so se non lo riesca più io a trovare o se abbia finito quel qualcosa per svanire: una magia che non s’esprime a suon di fittoni e resina, calati ormai dall’alto in modo standard, ma che risaliva placche, muri, spigoli e strapiombi con tutt’altra energia e generando una diversa emozione; forse guidata proprio da una più profonda intuizione, quella di chi vuol scoprire anzichè sfruttare, creare invece di ripetere, immaginare in luogo di conquistare. E noi gli s’andava appassionatamente dietro, collezionando foglietti con schizzi imprecisi, gradi da confermare, nomi da celebrare, valori da dimostrare; fra aggiornamenti già superati, ferite da sciancabraghe, vicoli da streghe. Quando a Triora la processione religiosa svegliò il nostro campeggio originale, capimmo forse già allora la bellezza d’un’esperienza primordiale: accamparsi vicino a un sogno per accarezzarlo, tenerlo premurosamente in vita, che sia chiodato bene o anche chiodato male.
Per carità, io per primo so di essere un banale, misero, innocuo ed incapace ripetitore d’avventure altrui, ma non credo siano soltanto l’età e la stanchezza a separarmi da quella stagione d’entusiasmi sempreverdi. Le strade erano nostre, le pareti pure. Eppure ci avvicinavamo ad esse col rispetto e la circospezione che si hanno nei confronti di un’opera d’arte, anzichè con lo sguardo inebetito di chi si sforza di gettare la cartaccia nella pattumiera. Non avevamo impegni, in compenso avevamo forze: si arrampicava da mattina fino a sera. Gli alberi erano parte della falesia, nessuno richiedeva parchi giochifalesie Family con basi comode per i passeggini, nessuno si lamentava della marcia troppo lunga o della chiodatura assurda. Tutto era od appariva come era giusto che fosse, persino quand’era sbagliato; forse, semplicemente, per il fatto di non esser meglio organizzato. Era libertà pura, di chiodatori e salitori; con la possibilità di ritagliarsi pure dei dolori o malumori. Non c’erano battaglie con il vicinato, salutavamo pure i cacciatori, mentre oggi resto senza fiato ad ascoltar vaccate e fatico talvolta a salutar quelli di fuori. Peraltro mi rendo ben conto di rischiare di cacciarmi nella stessa situazione non appena mi dovessi ritrovar fuori regione. Sarò cambiato io, non ci son dubbi, o sarà cambiata l’attività, ma i salitori di ieri mi sembran diventati oggi piuttosto…discensori. Quanto in basso s’intenda arrivare è materia d’analisi verticale che lascio approfondire ai prossimi ricercatori.

(foto tratta da neXtQuotidiano)

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meno_tasse_sul_lavoro“Qualora noi meritassimo una libertà, dovrebbe essere affrancamento dal lavoro e non occupazione sul lavoro.” (Carmelo Bene)

“Porre il lavoro come la manifestazione suprema dell’attività umana equivale a “professare un’ideologia ascetica” tipicamente borghese, dice Horkheimer in pieno accordo con Benjamin e Adorno: essa mira a reprimere la felicità personale che per Horkheimer è in prima analisi legata alla sensibilità, sacrificandola a qualche bene superiore e sostituendola con palliativi di felicità illusoria, quali i divertimenti di massa.”

“L’uomo nel tempo ha cercato di munirsi di strumenti sempre più sofisticati atti a ridurre la fatica, quindi il lavoro. Ma nonostante ciò anziché avere una società dove si lavora meno ore, perché il logorio lo si lascia alle macchine per poter dedicare più tempo a se stessi, si continua ad accentrare il peso del lavoro sulla vita di ciascuno e spesso con conseguenze gravi, quando di questo ce n’è meno.
Allora mi domando quale sia il vero volto del lavoro e che cosa sia veramente il lavoro. (…)
Secondo me il lavoro è saper costruire, con il minor sforzo, il maggior contenuto di libertà per ciascuno: logorandosi un po’ meno. Ma prova a spiegarlo a certi economisti del liberismo spinto!”

“Lavorare per consumare, lavorare sempre di più per poter consumare sempre di più, a discapito del tempo passato con gli altri, vale la pena?”

“Il lavoro come lo intendiamo oggi è un’autentica privazione delle libertà personali. (…) Le 8 ore lavorative al giorno non sono solo un diritto calpestato, ma oggi non possono più essere considerate una conquista dei lavoratori e delle lavoratrici, dal momento che sono a tutti gli effetti ore defraudate alla vita e alle libertà personali degli individui.”

“Tutti noi vogliamo lavorare meno. Sarebbe interessante sapere perché il più importante economista del mondo del dopoguerra credeva che un capitalismo illuminato si sarebbe inevitabilmente evoluto con una radicale riduzione delle ore di lavoro. In “Prospettive economiche per i nostri nipoti” (scritto nel 1930), Keynes predisse un futuro capitalista in cui le persone avrebbero ottenuto un orario di lavoro ridotto a tre ore al giorno. Quello che è invece successo è una graduale eliminazione della separazione tra lavoro e vita, con il lavoro che arriva a permeare ogni aspetto della fabbrica sociale emergente. (…)
Le conquiste propriamente accelerative del neoliberismo non hanno comportato meno lavoro e meno stress.”

“Chi e quando ha stabilito otto ore di lavoro giornaliere? Un secolo fa ci furono aspre lotte per conquistare le otto ore per legge, anziché dieci e anche dodici e più. (…)
E, dunque, ancor oggi, dopo un secolo, ci ritroviamo ancora a fare otto ore di lavoro, come se nel frattempo non fosse accaduto nulla, come se la produttività del lavoro fosse rimasta invariata e non invece, con il perfezionamento delle macchine e delle tecniche, decuplicata più volte. (…)
Non si può (dicono i manager dell’industria, ripetono i politici e declamano i servi della comunicazione borghese) ridurre l’orario di lavoro poiché bisogna essere (il dover essere dello schiavo, sia chiaro) competitivi con l’industria dei cosiddetti paesi emergenti, laddove si lavora ben più di otto ore e pure con ritmi più intensi.”

“Con il nostro lavoro e con i nostri soldi, i grandi papponi del capitale se la spassano alla grande. E, non contenti, ci rimproverano arcigni che non lavoriamo abbastanza, ossia che non siamo abbastanza schiavi. Qual è, nei contenuti essenziali, la differenza tra queste sanguisughe e quelle delle epoche passate? Con il nostro lavoro produciamo un sistema che lavora contro di noi, ormai anche il senso comune ha chiara la questione. Sarà la nostra volontà di vivere a creare la necessità di spezzare queste catene o sarà la necessità storica a stimolare la nostra volontà?”

“è partita la concertazione tutta interna all’asse Pd – Cgil (…), il solito teatrino per poi uscirne più amici di prima.”

“Chi ha detto che non si può produrre tutto ciò che occorre riducendo l’orario di lavoro e aumentando l’occupazione? Chi ha detto che non si può dare salario a tutti, aumentare i consumi, i servizi e soprattutto il tempo di vita liberato dal lavoro?”

“è mai possibile voler produrre di più quando la produzione è già largamente in eccesso? È per creare occupazione, dicono. Perché, per lavorare tutti non basta lavorare ognuno di meno?”

“non c’è una sola riforma del lavoro che accenni anche solo di striscio alla riduzione della giornata lavorativa. Su questo tema è stato imposto il silenzio.”

“siamo in un’epoca in cui il lavoro costituisce una porzione sempre più decrescente in termini di creazione di ricchezza di un Paese.
Non è uno scenario futuribile. E’ in corso. (…)
Di lavoro, pertanto, ne resterà poco. Sempre meno.
(…) sarebbe una grande chance, questo cambiamento di produzione, se invece fosse gestito redistribuendo universalmente la ricchezza creata (anche) con strumenti diversi dal lavoro umano. Cioè garantendo alle persone gli stessi diritti che nel ‘900 si conquistavano solo grazie al lavoro, ma adesso ottenibili anche senza: o con molto meno, con un po’. (…)
È tutto da fare, insomma. Davvero.
A iniziare da un altro articolo: il primo della nostra Costituzione. Altro che fondata sul lavoro. Ecchepalle sto lavoro. La vogliamo fondata sui diritti. Sull’accesso. Sull’uguaglianza. Sulla vita da vivere per davvero, non quella da offrire sull’altare di chi ci ricava o ricavava un profitto.”

“Facevo il cottimista, seguivo la politica dei sindacati! Lavoravo per la produttività, incrementavo io, incrementavo. E adesso? Adesso cosa sono diventato? (…) Lo studente dice che siamo come le macchine. Ecco, io sono come una puleggia, come un bullone. Ecco, io sono una vite. Io sono una cinta di trasmissione, io sono una pompa! E non c’ho più la forza di aggiustarla, la pompa, adesso! Io propongo questa proposta: di lasciare subito il lavoro. Tutti! E chi non lascia il lavoro subito adesso è un crumiro e un faccia de merda!”

“Siamo in presenza (…) di un sistema che falsifica lo scopo della produttività e dove la separazione della propria attività è anzitutto separazione dal proprio tempo, dove la confisca di questo costituisce la privazione della propria vita in un futile pseudo-ciclo che è solo discesa lineare verso l’inferno della schiavitù salariata, dell’anomia consumistica e dell’ipnosi spettacolare.”

“Vorrei chiedere agli attuali dirigenti della ex sinistra e ai relativi simpatizzanti del modello sociale “americano”, a questi attivisti del “libero mercato”, per quale motivo una persona non dovrebbe preferire un modello sociale alternativo, laddove il cittadino abbia effettiva dignità di persona, a cominciare da un lavoro stabile (lavorare tutti e lavorare meglio e molto meno) (…). Non dunque ancora il comunismo, ma una società più razionale nell’uso della ricchezza prodotta socialmente e anche (…) più giusta, in cui insomma l’attenzione e le risorse siano rivolte anzitutto ai più essenziali e degni bisogni delle persone, di tutte le persone, anziché al mercanteggiare. (…)
È vero che le cose che ho elencate, a iniziare dal diritto di lavorare tutti e meno, sono assolutamente incompatibili con gli interessi dei grandi monopoli e le leggi economiche che governano il sistema; ed è pur vero che il settore pubblico lasciato alle logiche clientelari, parassitarie e alle tare burocratiche diventa sclerotico sul piano dell’efficienza e passivo su quello della qualità. Ma voi, cari esponenti della ex sinistra, cosa avete fatto per impedire questa deriva anziché favorirla? Avete semplicemente scelto di mettervi dalla parte del “mercato”, ossia dei grandi interessi e delle ingiustizie sociali, anzi spingendo sull’acceleratore di riforme che razionalizzano la predazione dei beni comuni e le logiche del profitto. (…)
Perciò da voi non abbiamo più nulla da attenderci.”

“Ormai bisogna andare oltre anche la decrescita, occorre una critica radicale a tutto ciò che ci rende servi.
Quelli che noi consideriamo “selvaggi”, dedicano mediamente alla produzione di cibo non più di tre o quattro, massimo cinque ore al giorno; produzione peraltro interrotta da frequenti pause. Il resto è per le relazioni, per se stessi e per la comunità. E non vivono nella miseria, come vorrebbero farci credere, sono invece nella società dell’abbondanza. È la nostra società contemporanea ad aver creato carestie e povertà su larga scala. Ed è la nostra società ad avere talmente interiorizzato il lavoro da non poterlo più mettere in discussione, se non rimettendo in discussione il senso stesso della vita. Ebbene, è ora di farlo.
Per liberarsi occorre smettere di produrre. La nostra unica scelta è tra il lavoro e la liberazione.”

(foto tratta da Il Secolo XIX)

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