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mare nostrumMigranti e rampicanti nella stagione autunno-inverno 2015 hanno spesso condiviso ancora la medesima destinazione; ma c’è chi dal viaggio intrapreso non è tornato indietro, e chi preferirà non arrischiarsi più ad una vacanza divenuta insolitamente preoccupante.
Con più di 7 mila profughi sbarcati (dati aggiornati a fine ottobre) ed una cifra incalcolabile di morti, Kalymnos è oggi vittima fra le vittime dell’ipocrisia, con o senza e prima e dopo i tragici fatti di Parigi; i quali poi son riassumibili così: finchè a crepare come cani sono gli altri, chi se ne frega…in compenso, noi ci teniamo stretti il cane-eroe. Credo consista proprio in questa consapevolezza cinica e brutale la nostra presunta eppure tanto decantata superiorità culturale; nonchè nella nostra accidentale libertà occidentale di far vacanze libere su tutta la libera terra, libertà mai come adesso tanto platealmente ipocrita cui dedicar retorici editoriali di rito ad accompagnamento di macabre danze di guerra.

“Parliamo, io e te. Parliamo della paura.” (Stephen King, dalla prefazione ad A volte ritornano)

“Dio o chi per lui / sta cercando di dividerci / di farci del male / di farci annegare” (Lucio Dalla – Com’è profondo il mare)

“Il Comune di Kalymnos ha iniziato oggi la distribuzione di riso ai bisognosi, che si concluderà venerdì 11 dicembre 2015”

“non se ne può più, non se ne può più anche solo di immaginare queste traversate e queste morti. E’ una vergogna che non si riesce nemmeno più a raccontare e che andrebbe fermata con le mani di tutti. E’ il più grande fallimento della società e della storia umana, il nostro Mediterraneo di cadaveri”

“questo non è più il luogo idilliaco delle vacanze degli europei. Per paradosso della storia, il Paradiso è diventato l’Inferno. Questo, oggi, è il confine d’Europa, la tragica linea del fronte tra i mondi in disequilibrio.”

Disequilibrio. Con una sola parola, che ben conosciamo, si può riassumere la trasfigurazione subìta recentemente dall’isola da favola d’ogni arrampicatore, dove oggi c’è chi stenta ad arrivare, dando vita ad una “tragica, evitabile, quotidiana contabilità dell’orrore”. Parlavo giustappunto d’inferno negli ultimi aggiornamenti in forma di commento a Kalinikta, dove cerco di tener maldestra traccia di arrivi e di mancati arrivi, fingendo di non voler tenere conto del fatto che continuano ostinate le partenze di nuovi possibili cadaveri.
E noi, presunti vivi, siamo volati decine di volte a Kos, dove la cittadinanza è oggi in rivolta contro campi profughi e centri di registrazione e smistamento (“hotspot”); e di lì a Kalymnos, alla ricerca di pace e di equilibrio: psicofisico, corporeo, verticale. Non so se Simone conosca o pratichi l’arrampicata, per quel che ne so è un appassionato velista. Utilizzando quella parola però ha intuito che quel che ci mantiene attaccati al nostro sogno di roccia corrisponde a ciò che manca all’interno del nostro piccolo mondo, e fra esso e gli altri. E’ sempre stato possibile concepire la scalata quale antidoto (illusorio) al nonsenso ed alle tante assurdità del nostro vivere: un’evasione e assieme una ricerca di un minimo di senso, in ambito ludico-avventuroso, che restituisse un significato allo stare in vita, alla passione, alla fatica; per questo, se pure involontariamente, è stata e viene tuttora così spesso presa tanto seriamente: perchè questa ricerca, per quanto inconsapevole, di una ragione profonda per viaggiare, scoprire e salire riesce ad andare al di là del movimento in sè, del gioco e della competizione. Più di tutti son gli atleti a prendersi sul serio: ma loro son pagati, lo fanno di mestiere. La passione gratuita non restituisce invece altro che emozioni, da sentire e da sapere, da toccare con le dita: e per cos’altro si rimane in vita? Si tratta quindi di un percorso assai importante, che merita un’attenzione maggiore di quella che comunemente si dedica alle tabelle di allenamento ed al registro delle performance. Oltre al gesto atletico c’è un tuffo al di là della realtà, un distacco dal mondo che può diventare introspezione ed infine ritorno consapevole alla realtà di partenza: una sfida basata tutta sull’equilibrio, che ci permette di comportarci al meglio nell’ambiente tridimensionale in cui ci muoviamo e confrontiamo, e non soltanto nel senso del saper restare appesi a volte, grotte e soffitti, ma anche del sapersi (ri)conoscere e mettere in gioco.
Ha detto Dal Prà (in un’intervista su Uomini & Pareti) che ogni scalatore si può immaginare come se avesse “una matita sulla pancia”, e che dalla linea ch’essa traccia sulla parete se ne possa ricavare la personalità, il carattere, lo stato emotivo, piuttosto che la forma fisica: siamo i movimenti che produciamo, l’equilibrio che raggiungiamo. Ma tutto questo avviene nell’ambito di un mondo frenetico e grottesco che lascia poco spazio al senso ed al perchè delle cose, alla pazienza, allo studio, alla conoscenza di sè e degli altri. Numeri e numeretti prendono rapidamente il posto dell’esperienza, e se si sbaglia ci s’incazza: è sempre più il risultato a contare, e non quel ch’esso significa e comporta per davvero. Tentar non nuoce, ma fallire – ammettiamolo – è frustrante; e pensare che per noi è o dovrebbe essere, per l’appunto, solo un gioco. Se così fosse, torno a dire, c’importerebbe poco. C’è invece molto di più, almeno in teoria; nella pratica, invece, il way of life da molti rivendicato a cosa si riduce? A vestir solo la marca pubblicizzata da un big che ti seduce! Ma quel che sta accadendo a Kalymnos (a patto di volersene accorgere) ci sbatte in faccia una realtà cruda e violenta che supera la nostra comune percezione di avventura e wilderness. Noi tutt’al più ci siam perduti al buio di ritorno da Arginonta Skyline; chi rischia la vita per fuggire dal proprio paese ha già oltrepassato un confine che non comprenderemo mai, neppure provando un grado di difficoltà mai prima immaginato. Il fallimento per costoro implica la morte, mentre la vittoria è un insperato terno al lotto. Il nostro sforzo massimo si limita invece a sognare un 7 o un 8, riequilibrando le fatiche dell’allenamento con quelle del lavoro e divertendoci a giocare con la sorte. Rispetto ai rischi che corrono loro siamo sfigati da villaggio vacanza, da sfavillante e squallida prigione d’oro. E ci raccontiamo storie d’imprese memorabili che si sgretolano come pietra poco solida, narrazioni che non reggono alla prova della Storia, utili all’ego d’un me ne frego. Su quest’individualismo fortunato, che fa della nostra vita la vita fra tutte più preziosa, si basa parte del potere del sistema che ci domina. Per questo consideriamo certe tragedie più gravi di altre, e valutiamo i bombardamenti difensivi inevitabili; accettando sproloqui autoassolutori, ossimori ed altri abili giochi di parole, purchè servano a rappresentarci incolpevoli e a garantirci un comfort in realtà del tutto illusorio, una impossibile stabilità definitiva. Quand’anche avessi conquistato il tuo angolo di pace o buen retiro ad Emporios, per esempio – laddove più altro non c’è, giacchè finiscono la terraferma e le falesie -, perfino là ti raggiungerebbero la crudeltà e l’assurdità dell’esistenza, sotto forma di disperati alla deriva.
thanks_KalymnosIn un numero particolarmente ‘impegnato’ (tanto da domandarsi se arrampicare possa essere, in certi frangenti, “un acte politique”), Grimper consiglia di non abbandonare l’isola ed il sogno, di continuare ad aiutare l’economia locale e, se possibile, anche i profughi, facendo appello ad un “esprit solidaire” che già si concretizza nello sforzo di alcuni volontari locali e di qualche climber di buon cuore: parole sante, che però non ci modificano nella nostra essenza, dando per scontato che noi si sia quel che si è, con il nostro fardello di responsabilità collettive, e che non si possa essere altro; turisti non per caso, ma per culo e che si prendon per il naso, turisti intendendo restare. Quale strada prenderebbero le cose con o senza il nostro turistico apporto non si sa, ingrato compito nostro è quello di…continuare a scalare. Sai che rivelazione, e che novità: è quel che facevamo già, e che speriamo ovviamente di poter continuare a fare! Saremo mai altro? Saremo mai qualcosa di più che arrampicatori, o per meglio dire arrampicatori per davvero? Avremo mai il coraggio di specchiarci nella parete che saliamo, e di guardarci salire? Quale immagine ne ricaveremmo, quale disegno a matita? Sensazioni e paure più o meno inconsce o indotte dovrebbero prima o poi lasciare il posto alla consapevolezza acquisita, la stessa che ci dà equilibrio e confidenza permettendoci di progredire. Sapere il motivo per cui si procede non è cosa da tutti, ma il tentativo dona un senso all’alzarsi in piedi d’ogni giorno; ben altra cosa dall’affidare al raggiungimento d’una sosta e un numerello il godimento quasi orgasmico, liberatorio, che dura appena qualche secondo pure quello.

“Godiamoci dunque queste spicciole giornate di ferie, di pausa tra un periodo e l’altro di lavoro e di totale alienazione, questo interludio di diversa distrazione e di consueto rimbambimento, tanto la nostra scelta l’abbiamo già fatta, o meglio, ce la servono pronta. E del resto quale pazzo metterebbe anche solo per un istante a rischio la propria situazione?”

siriani_kosNon resta insomma che accontentarsi ed autogiustificarsi, artificio in cui siamo esperti (“Siamo indulgenti con noi stessi, come sempre”); o pretendere da sè e dagli altri di dare finalmente un obiettivo e una coerenza, e quindi un equilibrio, al tutto. Nel primo caso sarà facile andar dietro all’apologia della vacanza occidentale fatta da Mario Calabresi su La Stampa (molto apprezzata dai compagni neoliberisti del Pd, nonchè dai giovani ciellini, e poi ripresa non a caso da Sallusti sul Giornale), il quale inneggia per l’intero articolo alla libertà d’andare in ferie: un privilegio destinato a pochi, in verità. “Hanno cominciato a toglierci l’ossigeno 14 anni fa, in una mattina di sole di fine estate, quando quattro aerei sequestrati da piloti kamikaze decretarono la fine del nostro modo di viaggiare”. C’è chi è costretto a viaggiar con molto meno, in condizioni climatiche romantiche, benché meno poetiche, rischiando tanto quanto: ma a noi occidentali superiori di queste altre storie terrificanti cosa importa? “Mai più spensieratezza” è la drammatica conclusione: amen, la spensieratezza è morta. Non abbiamo quindi perso granchè, tutto sommato. Forse, caro il mio cronista spensierato, se ognuno di noi si fosse adoperato per ridurre certi drammi e non generarne altri, avremmo anche potuto permetterci di godere il nostro benessere più o meno meritato. Viviamo invece nella più totale inconsapevolezza, pensando sia un nostro diritto naturale. Così, “Prima ci sono state rinunce esotiche”, poi “Siamo arretrati, sempre più chiusi nel cortile di casa”, ed infine ogni luogo è diventato un luogo pericoloso: “Aerei, metropolitane, treni, adesso i bar, le terrazze, i concerti e lo stadio”. Vuole “ricominciare a vivere” spensierato Calabresi, a godersi le vacanze (anche esotiche), il Papa, la Sindone, l’Expo, il Museo Egizio e le rovesciate (ebbene sì!) come se nulla fosse; e non sembra importargli granchè della situazione di quei luoghi esotici, di chi a ricominciare a vivere più non riuscirà, o se vi riusciranno i superstiti dei viaggi veri – non quelli della vacanza, ma della speranza. Fra i viaggiatori per diletto e quelli in cerca d’accoglienza per pietà, sembra che soltanto il ricco uomo bianco possieda una vita sola, garantita in serie A! Le decine di migliaia di morti nel Mediterraneo pesano davvero tanto poco? Presumo che la risposta sottintesa sia: pazienza. “Del resto muore gente senza nome, che non orienta alcun peso politico, alcun peso economico”, sottolinea Perotti giustamente. E’ questo il punto: “anonime sono le migliaia di morti in questo mare vergognoso”, dove soccombe gente che per noi non conta, gente diversa da noi, ben diversa da quella che affolla le nostre sacre metropoli, per la quale si scatenano guerre postume e preventive (insomma perenni), delle quali la politica si ciba e l’economia vive.
Quando Calabresi separa noi da loro, separa quindi concettualmente prima lui del terrorismo due mondi differenti: quello della ricchezza e quello della povertà. Quel che dimentica di dire è che buona parte di tale ricchezza proviene proprio dal fatto d’aver più o meno direttamente costretto altri in condizioni di guerra e/o di povertà, o dall’averne quantomeno approfittato. Se i tanti che s’indignano a comando fossero in buona fede, non dovrebbero considerarlo un trascurabile dettaglio. Ma a costoro importa non tanto la conservazione della propria libertà, quanto quella del proprio tenore di vita; alla faccia di chi ha i soldi solamente per scappare dalla propria invivibile condizione, e trascurando che spesso quell’invivibilità dipende dalle scelte dei nostri cari governi occidentali, e dalle commesse e dagli affari delle nostre amate aziende tricolori. Nessun segreto o mistero, informatevi, e già che uscite a respirare badate a metter soprattutto la testa fuori: scoprirete che certe libertà si conquistano, van meritate. Chi si mette in viaggio per davvero ci prova, vi è costretto; chi va in vacanza nel migliore dei casi prova forse solo a dimenticare per brevissimo tempo quel che è: osservatore passeggero, non pacifico ma imbelle, non incosciente ma impunito, ignavo o rassegnato ad un terrorismo di Stato e di sistema quotidiano, ad una criminalità alta, mafiosa, rispettabile, b(l)andita, giustificata. E a lui, cioè a noi, la compartecipazione psichica con quell’orrore ben studiato, chissà perchè, non verrà mai applicata.
Per esorcizzare colpe e nasconder verità si preferisce accomunare i terrorismi d’oggi e di ieri azzardando arditi parallelismi, perchè è più facile limitarsi a dire che “il terrore fa rima con kalashnikov”, mica con bomba; eppure è quest’ultima, concorderete, a far rima con tomba. Sarà che d’una rima lontana non ci giunge chiara l’eco, ma dovremmo poter capire che se le vittime si moltiplicano non è per via d’una barbarie sola; e se è vero che il terrore colpisce “persone e obiettivi che non hanno alcuna responsabilità per le guerre e i conflitti che si sono determinati nel mondo”, andrebbe aggiunto che ciò è da ritenersi vero se ci si riferisce alle responsabilità individuali…mentre quelle collettive chi se le accolla? Manco a dirlo, dovrebbero farlo i nostri (legittimi?) rappresentanti. Ma, per combinazione, di essi il terrorista si disinteressa (complotto troppo?); viceversa, quelli al terrorista s’interessano eccome: quand’è conveniente, addirittura per salvarlo e tenersi il malloppo. Quanto a noi, fino a che punto si può dir che non c’entriamo? Basta il fatto che non impugnamo volentieri una pistola? Lavoriamo però in tanti diversi campi che hanno più o meno direttamente a che fare con la guerra, con le armi, con repressione e controllo, con la violenza (in America la portano anche a scuola); e tolleriamo fin troppo silenziosamente l’esistenza di leggi che rendono semplice e naturale il traffico di armi ed armamenti, mentre agli esseri migranti abbiamo il coraggio di rendere difficili diritti e movimenti. Pertanto, quale “dialogo” o “processo di pace” s’intenderebbe rilanciare, quando teniamo in piedi noi per primi un sistema di guerra e di violenza che non fa che alimentare nuovi terrorismi? Questa è la verità che ancora una volta si tace, che si evita sempre di guardare, preferendo l’abuso di frasi ad effetto trite e ritrite, luoghi comuni democratici, scuse troppo facili – perfino un incredibile “ricatto” psicologico che subiremmo, oh noi poverini!, da parte degli “occhi dei bambini”
quando_la_guerra_torna_indietroInterventi militari/coloniali a parte, non è forse considerabile come un “attacco alla democrazia, la pace e la libertà” la produzione, la vendita e l’esportazione da parte nostra di bombe che poi vengono lanciate altrove? Oppure il solo fatto ch’esse vengano fabbricate e smerciate qui, ma lanciate da un’altra parte (magari in paesi non propriamente democratici, dove l’estremismo prende piede) ci manleva da questa responsabilità? Quanta ipocrisia in questi piagnistei sindacali unitari, in questa comunione di onerosi sensi, in questo lavoro acritico e senza qualità preso per panacea di tutti mali! Tutti c’entrano ma nessuno c’entra, noi non c’entriamo mai ma qualcun altro chissà come poco più in là crepa, sarà la sfortuna: e non ce ne curiamo…fino a quando l’orrore non tocca improvvisamente noi anzichè, com’è consuetudine, altri più sfigati di noi. Quindi dov’è il problema, perchè tanto sconcerto? Saremo presto turisti-padroni d’un deserto. Nessuno è purtroppo il primo ad esser morto invano, vittima d’un mondo già di per sè inumano – che non è migliore se si scanna per un parcheggio, anzichè per il Corano -, e d’un mercato che sa guardar distante, e che sempre più lontano prova a piantare semi d’odio, generando o soffiando sul fuoco d’irragionevoli conflitti utili a mascherare e ad annullare quell’unico conflitto che potrebbe fargli male.

“Io credo che nonostante le enormi divergenze, la determinazione intellettuale intrepida, costante, fiera, come cittadini, di definire la reale verità delle nostre vite e della nostra società sia un dovere cruciale che incombe su noi tutti. E’ di fatto un obbligo.” (Harold Pinter)

“L’illusione di poter vivere tranquilli mentre il mondo affonda nelle guerre e nell’ingiustizia è soltanto una chimera. (…)
Le bombe russe, americane, inglesi, francesi, forse domani italiane in territori su cui non abbiamo alcun diritto d’azione e operazione, lanceranno sempre schegge su di noi. E ogni volta che qualcuno cade, stupirsene non ha che il senso del paradosso.”

A cader per poco noi, per gioco, siamo già abituati; ma il confronto con il vuoto e con la morte resta potenziale, e tutto interno alla nostra esperienza individuale. Entrano adesso prepotentemente in gioco gli altri, in modo assurdo e criminale, sia che ci attacchino sia che ci chiedano aiuto. Ma gli altri sono sempre esistiti, come esiste da sempre la povertà con i suoi diversi livelli, e a noi tocca confrontarci con nuovi e diversi gradi di difficoltà che riguardano la nostra coscienza: sapremo opporre mai una qualche resistenza? Siamo allenati in tal senso, o possiamo farne a meno? Vorremo mai rivendicare un’esistenza che non sia limitata solo al tenersi stretti il posto più comodo e sicuro, la prima fila sull’orrore, l’indifferenza e la volgarità, sulle verità dei ricchi, sulla loro inciviltà?
Sta bene allora, stipiamo nello zaino tutti i buoni propositi e ritorniamo ad arrampicare anche all’Inferno; ma per favore, vediamo di darci una svegliata per non restare quel che siamo oggi anche domani ed in eterno.

“Mare mare mare / voglio annegare / portami lontano a naufragare / via via via da queste sponde / portami lontano sulle onde.” (Franco Battiato – Summer on a solitary beach)

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Fuerteventura_Canarie_2006Benvenuti sul lato oscuro di Kalymnos.

“Kalinikta! This may mean hello, or good night… I’m not quite sure” (Dave Graham)

All’inizio del mese Aris ci ha informati entusiasta che sull’isola sono iniziate le pulizie di primavera. Fra le trasformazioni in corso, pare persino siano stati ancora avvistati operai al lavoro al già abbastanza disturbante Elena Village, ma non è dato sapere cosa intendan costruire; si sussurra – non è confermato – d’un prolungamento straordinario della piscina, sovrastata altresì da funambolica slackline, che permetterebbe così ai festivalieri di spostarsi comodamente a nuoto, o con eccitante ondeggiamento aereo, da una parte all’altra del party sponsorizzato. Cool! Penserete che scherzi, per eccesso di visione dark; io spero piuttosto che stia scherzando lui con quell’accenno semiserio al “water park”
Comunque sia, correttamente nell’articolo viene inquadrato il frivolo assieme al supermercato, in modo da evidenziare quanto importante sia il business-arrampicata per l’economia locale, investita dal recente dramma delle migliaia di abitanti costretti ad emigrare.
A non esser riportata è invece un’altra novità: una cronaca non proprio nera, ma che resta nell’ombra, detta e (più spesso) non detta, che a fatica trapela e passa veloce come la sera.

22 febbraio 2014
“Più di 65 immigrati clandestini sono sbarcati sulla costa nord-orientale di Kalymnos in questi ultimi giorni (…).
Dopo la tragedia di Farmakonisi del 20 gennaio, dove sono morte 12 persone, gli schiavisti stanno cercando altri siti per far sbarcare clandestini. (…)
Nella mattinata di martedì 18 febbraio a Skalia sono stati arrestati dagli agenti del Dipartimento di Polizia di Kalymnos nove uomini cittadini siriani per ingresso illegale nel paese. (…)
Anche la mattina del successivo mercoledì 19 febbraio sono stati arrestati a Palionisos (…) altri 14 cittadini siriani (12 uomini e 2 donne con un figlio minorenne) (…) provenienti dalla costa turca.”

Non miravano certo alla Grande Grotta o al parco acquatico i 28 fra afghani e siriani che da Farmakonisi (a nord-est rispetto a Kalymnos e Leros) son stati obbligati a caro prezzo a ritornarsene in Turchia, ovvero a morir fra i flutti pur di salvaguardare la Fortezza Europa. Ma a risvegliarci dal torpore tantomeno basteranno questi ospiti indesiderati che si aggiungono, e che, seppur in fuga da una guerra made in Italy – ragione in più per tacerne, se si può – son forse in grado, tutt’al più, di farci distogliere per un attimo appena lo sguardo inebetito da super-falesie ed albe affascinanti; le quali assumono alle volte cupe tinte dorate. Nottetempo nelle baie dell’isola arrivano i migranti, orribile minaccia, presto catturati; alla luce del giorno invece, qui o nelle immediate vicinanze, si muovono i neonazi, democraticamente eletti, segretamente votati.
Andremo in spiaggia a fare il bagno fra i cadaveri o parteciperemo stravaccati alle retate degli sbirri? Cullati dal rumore del vento e delle onde, dormiremo sonni tanto tranquilli quanto rassegnati? In questi frangenti vien quasi da pensare: tra i climber non posso più stare. Ma è più semplicemente il turismo a piazzarsi in mezzo fra il residuo benessere e la crisi, senza peraltro potersi presentare quale soluzione per tutti risolutrice. La nostra pausa di piacere è per altri calvario quando non odissea, incrocio grottesco di tragitti e di destini.
Anche se con ragioni in profondità diverse, non siamo evidentemente gli unici a sognare l’isola. E c’è chi nel buio la brama, passando ad occhi aperti da un incubo all’altro, e chi alla luce dei fatti la deve salutare, riprendendo anch’egli in senso opposto la strada del mare.
A tutti questi corpi forzatamente in movimento dedico ogni mio inadeguato e futile passo sulla pietra da vacanza, ed auguro a chi se ne va e a chi resta una nuova notte e un giorno buono, con riposo, sicurezza, serenità e pace in abbondanza.

“Sono i pezzi di carta, oltre al colore della pelle e la nazionalità, a discriminare le sorti di un viaggio. Passaporti, visti e permessi di soggiorno gli strumenti di cui si servono gli Stati nazionali per decretare che esistono donne e uomini di serie A e donne e uomini di serie Z.”

“Il segreto di questi viaggi è che non vengono da nessuna scelta e da nessuna libertà, perché la libertà era restare. Nascono dalla necessità, e hanno un biglietto di sola andata. Questi sono titoli di nobiltà della parola viaggio. Quello che combiniamo noi sono spostamenti, i migranti ci dimostrano che i confini sono formalità.” (Erri De Luca)

“Blu scuro, è il colore della notte dove si concentrano e si bloccano i nostri occhi, le orecchie, le parole, tutto quanto. (…)
Nessun dolore, nessuna tristezza laggiù: solo il mondo del sonno dove precipito con un tonfo.”
(Banana Yoshimoto, Sonno profondo)

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Kalymnos_SportsweekUn pacco gara, per la precisione.

“Visto che siamo arrivati sull’isola per arrampicare abbiamo colto al volo l’occasione e ci siamo subito iscritti all’Open Marathon, visto anche il generoso pacco gara offerto all’iscrizione.”

“vi ricordiamo che sono già aperte le pre-iscrizioni online; ve lo consigliamo vivamente anche per assicurarvi il bel pacco gara!”

“Il pacco gara è spesso argomento di discussione tra i podisti. Chi lo vorrebbe più ricco, chi storce il naso vedendo che non contiene quanto riportato nel volantino (…)”

“annualmente la azienda per cui lavoro offre l’iscrizione (lo chiamano team building).
Con questa opportunità faccio due calcoli, l’iscrizione anche se cara é pagata, il pacco gara include un gilet della Craft, e poi chi affolla questa gara é sempre un gran bel pubblico femminile”

“Conosco biker che si iscrivono solo per il pacco gara, dico sul serio, con 30 euro ritirano prodotti validissimi”

“ma voi alle gare ci andate solo per il pacco gara? (…) visto che non sono stato sveglio ad iscrivermi subito mi danno comunque degli ottimi prodotti tipici.”

Mutuato – suppongo – dalle gare di corsa e di ciclismo, il malloppo del concorrente è divenuta ormai tradizione godereccia parimenti di raduni, happening e competizioni pressochè amichevoli d’arrampicata, ma anche di dry tooling e d’altre strane forme d’alpinismo. Il Kalymnos Climbing Festival non sfugge a questa regola. Quest’anno, a dire il vero, lo abbiamo evitato; fummo però sull’isola per la prima edizione, nel settembre 2012, quando del pacco gara facevan parte, fra le altre cose: n.1 t-shirt o canotta The North Face made in Turkey; n.1 beauty case The North Face made in Vietnam; n.1 borsello The North Face, anch’esso made in Vietnam.
Vi vedo sorridere. Lo so, son provocazioni da bambini. Ma al di là della scontata sorridente rassegnazione dell’homo rampicans ai più banali aspetti della globalizzazione in corso (d’altronde son fatti in Egitto gli stessi jeans che porto addosso, non senza rimorso), c’è altro da dire a mio parere nella congiuntura storica in merito al nostro comportamento e al nostro ruolo, trovandoci anche nel nostro piccolo in presenza di vittime e di dolo.
Il rapporto fra il climber e il pacco gara che contraddistingue l’iscrizione a sagre, fiere e kermesse di natura verticale è spesso il medesimo che sussiste fra il frequentatore delle Feste de l’Unità (oggi pedestremente democratiche) e la tombola o il ballo liscio: entrambi son lì per quello. Persino l’arrampicata è una misera scusa: diciamo la verità, se per quel moschettone a ghiera regalato avessi dovuto iscriverti a una gara di bocce o di cucina, non ci saresti andato? L’italiano in particolare, luogo comune vivente sempre in bilico fra la saggezza e la demenza popolare, è sospinto fisiologicamente e senza scomodar la crisi verso l’iniziativa gratuita, il dono, la regalia: al supermercato insegue il 3×2, e gratta furiosamente per vincere al bar o dal tabacchino, i quali espongono tutti quanti vincite mirabolanti. Nulla ha insegnato il fenomeno Wanna Marchi al tanto onesto quanto allocco cittadino. E come quello nei confronti del mago, tu nei confronti del marchio mostri d’aver fede. Ti sembra quasi che, per una volta, il buon dio fra mille ingiustizie e storture si sia ricordato di te; che tutte le iniquità ed incongruenze della vita possano scomparire alla vista del magico pacco gara; e coglierlo è mossa da furbi che vien premiata, regalo di Natale anticipato, simbolica riequilibratura del giusto e dello sbagliato. Un po’ come rubare, ma legalizzato. Senza contar l’orgoglio d’aver partecipato, che vien testimoniato con un che d’eroico: ebbene sì, io c’ero, anzi ci sono stato! La “voglia di esserci” risulta infatti, fra i tanti, il fattore trainante; è piuttosto considerato in difetto chi non presenzia, senz’altro per snobismo od ottusità, non sapendo – già lo scriveva Andrea Gennari Daneri, Pareti 2005 – quel che si perde. Più volte ho avvertito questo incrocio di (reciproche, in verità) velate accuse, diffidenze e pregiudizi; solamente che quelle lanciate per via mediatica suonano più forti, ed io conosco ben poca gente che possieda riviste e siti web commerciali.
Così, chi è più tranchant, nel rivolgersi agli estranei a certi moderni riti tribal-mercantili si permette di dire “con tutto il rispetto, che è peggio per voi”. Ma poi, insomma, di che c’è da discutere? A sentir qualcuno prender parte è imperativo, mancare inammissibile: “non esserci è semplicemente inconcepibile”. Il sistema totalizzante di massificazione dei comportamenti degli individui nei modelli di mercato è perfettamente funzionante, e dove non arriva la volontà precisa il resto lo fa un genuino, grezzo entusiasmo: il partecipante infervorato, infatti, può affermare raggiante “sì, l’ho visto. Riesci solo a dire io c’ero, l’ho vissuto”. Una manifestazione…divina? E “un po’ diverso mi sento, anche se non ho capito bene il perché, e cosa poi sia veramente successo”. C’è del mistero, come in ogni più intenso sentimento, e misterioso è quel qualcosa che nello spaesamento ti rende confusamente fiero un po’ di quello che ti pare. La sensazione di appartenenza, ad esempio, è certamente una forza determinante, utile a combattere proprio quello smarrimento; e di per sè non negativa, se ci si rende conto di ciò che di bello ed importante ti lega ad altri: come ad esempio la consapevolezza della necessità del rispetto dell’ambiente. Mi resta il dubbio invece su altri aspetti ai quali solo certi ostinati criticoni possono pensare. Scrisse ad esempio a suo tempo uno di questi, che lasciato all’anonimato spero di poter citare:

“Una domenica pomeriggio di pioggia… La immaginate? Pensate di trascorrerla al centro commerciale… Ora potete immaginare il concetto di caos? L’atmosfera di sabato e domenica al Melloblocco 2011 era qualcosa di molto molto simile!
Certo, al posto delle famiglie ci sono i climbers, al posto delle cucine vendono le scarpette, al posto dei divani i crash pad, ma l’atmosfera è quella del primo giorno di saldi, dove alcuni presentano i modelli della prossima stagione e altri colgono l’occasione per far fuori l’invenduto di magazzino.”

L’analogia è tutt’altro che inverosimile. La descrizione, benchè sarcastica, così come il resto del testo che ho tralasciato, fa trapelare il legittimo dubbio che la figura del climber sia sempre più approssimabile a quella del semplice consumatore; il quale oggi, volente o nolente, si ritrova sempre più spesso in coda – nei casi più emozionanti con altre centinaia di persone – come se davvero dovesse “prendere il biglietto come al supermercato” per poter scalare. Contrariamente all’usuale rappresentazione d’ogni evento tutta sport, fun & beer, salutismo trendy e vago hippysmo, eccitazione e proliferazione, ed al di là dell’occasione sempre buona per vendere e per comprare, il succitato scritto contribuisce al riconoscimento di ancor più subdole tracce tipiche della cultura del consumismo, inclusi alcuni noti trucchetti: l’idolatria (“la folla di fans, più che mai alla ricerca di idoli e di modelli da seguire”), gli status symbol (“orologi da comperare”…ma ancora alla Sector di Manolo stiamo fermi?), e soprattutto quell’artificioso senso di appartenenza del quale si diceva e che da che mondo è mondo fa star bene senza dover scomodare troppe inutili domande.
Eppure ne basterebbe una soltanto, questa: cos’è l’uomo di massa? Per Fromm “Si tratta di un essere docile, disciplinato, una creatura (…) dominata principalmente dai suoi riflessi condizionati. Egli è pronto ad accettare modelli comportamentali secondo le esigenze del mercato”. Ecco perchè, anche a causa dell’intervenuta confusione di valori e disvalori (eguaglianza od uniformità?), “siamo sempre più uguali, sempre più uniformi e passivi e quindi destinati ad essere inseriti come automi nell’immenso alveare dell’organizzazione sociale (…). Il trionfo dell’uniformità spegne il motivo dinamico della individualità e, quindi, la capacità dell’uomo di generare forme produttive di esistenza”.
L’arrampicata ci dà appena l’illusione dell’attività individuale; il gruppo, sia esso un nucleo più o meno ristretto, quella dell’appartenenza ad una dimensione collettiva. La differenza rispetto a quel che continuiamo a considerare dopo tutto altro da noi si fa però sempre meno chiara. Il fervore comune ci fa assomigliare gli uni agli altri, ci conforma, ci ammassa (non ci ammazza ancora, ma più poco ci manca, visto quanto il gioco è stato venduto per esser preso sottogamba). E’ vero, produciamo soprattutto passione e sogni e tendiamo a ritrovarci in valori poco in voga; ma la felicità rimane un bene da acquistare, per chi se lo può permettere, e la sua ricerca appare sempre più guidata.
Il succitato AGD aveva firmato anni fa un bell’editoriale di Pareti su “un paese assurdo e flaccido” ben rappresentato da un bambino ciccione, sportivissimo tifoso della Juventus, incocciato dall’autore all’autogrill; e in quel paese irriconoscibile – o meglio, in cui è difficile riconoscersi – noi climbers avremmo rappresentato idealmente l’alternativa attiva, autonoma e produttiva. Ma l’alternativa A CHE COSA, se – tanto per dire – lo sponsor del Kalymnos Climbing Festival 2012-2013 è esattamente il medesimo che “festeggia insieme alla Juventus Campione d’Italia 2012-2013”?!?!
Da un lato, questi moderni e novelli amanti della libertà son pagati per decretare l’esistenza di “2 mondi, quello dell’off road e dell’arrampicata, che condividono gli stessi valori e lo stesso amore per l’avventura” (curioso, non ne ero a conoscenza); dall’altro, “‘Jeep è orgogliosa di aver accompagnato i campioni della Juventus in questa straordinaria avventura, fino alla vetta più alta’.”
Ravviso similari suggestioni in queste descrizioni maliziose d’avventure e vette affrontate a muso duro ed a sponsor sicuro. Monti e calciatori, per chi le gioie e per chi i dolori?
In sostanza, dietro al bambino a forma di pallone, simbolo di passività, proprio come dietro all’atleta che in un paese schiavo del pallone dovrebbe rappresentar, se non la soluzione, il buon esempio, c’è la stessa finalità, la stessa forza: lì disposta a muovere i pullman dei tifosi, a far partire i voli low cost per/da Kos, e a far girar come una palla il mondo intero.
Non riesco sinceramente a vedere cosa tutto questo possa aver a che fare con la “straripante proposta di stile di vita” idealizzata a suo tempo da Güllich; chi abbia stabilito ch’essa dovesse passar per forza attraverso uno spot commerciale; ed infine, come possa far bene allo sport (espressione comune) il bordello che si è generato in seguito al boom della scalata, ivi incluse irresponsabili degenerazioni da chiusura della falesia oltre alle peggiori e talvolta perfino impensabili derive etico-morali.
Tuttavia, complice forse l’arrabbiata discesa in campo d’un mio illustre concittadino, si parla sempre più spesso e in ogni luogo di rivoluzionari mutamenti ai quali si dovrebbe prender parte; le parole partecipazione, movimento e cambiamento mai son state più fuori luogo, eppur di moda. Ma al di là di validissime collette fra appassionati, che non son certo una grande novità, non so cosa voglia dire tutto questo. Di per sè, “sentirsi climber” non implica (più?) niente di speciale oltre all’inseguimento dell’ultima falesia dove presenziare, e la Cronaca della libera s’è fatta tanto clamorosamente spicciola e dispersiva da risultare nauseante e ripetitiva. Le Olimpiadi restano per ora irraggiungibili, ma le nostre Gazzette dello Sport già ce le abbiamo, e la catena che tiene assieme evoluzione e performance, senza farcene accorgere, trasformando il gioco in giogo ci fa restare al palo d’una dipendenza intellettuale.
Se per due doni, due soldi o due fittoni siam disposti a farci raccontar quella dell’uva, cosa ci prepariamo ad accettare? E se nulla nei fatti differenzia uno sport e un business dall’altro, cosa ci resta a parte l’intima importanza dell’esperienza individuale? A dire il vero quella a me bastava e soddisfaceva pienamente anche prima che quest’attività diventasse moda e commercio omologante, innalzamento fisico ed assieme affondamento culturale generale.

Se poi tutto alla gara va davvero bene, manca solo la batteria di pentole in acciaio inox 18/10 e si torna a casa dall’evento veramente a posto, convinti d’essersi trovati al posto giusto nel momento giusto per fare l’affarone. Per questo è l’esaurimento scorte il vero incubo d’ogni atleta pronto all’iscrizione, ma non all’esclusione. Metti che paghi, ma non vinci niente: sei un coglione.

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