Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Il Foglio’

reality_monte_biancoDi gufi e divanisti, veline ed alpinisti. Se vi va.
Altrimenti, di tutt’altra idea di libertà.

“Questo reality non s’ha da scalare.”

“I gufi sono quelli che, pure quando una cosa è indiscutibilmente fatta bene, riescono nella faticosa impresa di trovare parole allarmanti e denigratorie per descriverla.”

“Il problema dei reality show è solo uno: chi li guarda.”

“qualcuno ci definì “parassiti sociali” (…). Eravamo costantemente alla ricerca di un confronto: chi con sé stesso, chi con gli altri, ma sempre attraverso la “libera”, (…) per sentirci più “liberi” da quell’omologazione che sembrava serpeggiasse avida di proseliti, sì proprio quella che cantavano i CCCP: “produci-consuma-crepa!”, e vivevamo sempre in attesa di un nostro, del tutto inutile ma nostro, “Mercoledì da Leoni”.” (Giovannino Massari)

“Per la mia generazione la montagna è stata sinonimo di libertà.” (Maurizio Oviglia)

“Dove cavolo è finito quel senso di libertà?” (Alessandro Grillo)

Oggi la montagna rischia di diventar per tutti sinonimo di reality. Cioè, nè più nè meno di quel che è sempre stata: l’avventura vista dal divano. Una montagna che per tutti non è mai stata, che si preferisce in vendita o mal rappresentata. Per chi è abituato a vederla invece come la conquista, se non antica della vetta, quantomeno nuova e più profonda dell’altopiano, il “divanista” parassita è piuttosto colui che, VIP o NIP, alla libertà ha già rinunciato, preferendo la TV allo scarpinare, la mistificazione alla realtà, lo spettacolo passivo e buffonesco della vera o immaginaria vita d’altri ad un’esperienza propria, concreta e genuinamente spettacolare, che si pensa forse di non poter sostenere; per cui al teatrino di quella altrui ci si deve aggrappare.
Amici del divano sono i media, che si limitano a correr dietro a quel che accade finendo acriticamente schiavi della divulgazione del nulla: come se ci dovesse davvero interessare se “Ci siamo persi la bella e simil-perfida Dayane”, appassionandoci all’ennesima telenovela trash, cascando nel crepaccio del gossip e confondendo lo sport col circo, momenti formativi con pillole instupidenti. No, proprio non basta sostenere che “la buona e “perfettibile”, come dice Simone Moro, trasmissione Monte Bianco, (…) merita un pochino più di attenzione dalla gente di montagna e che la montagna la vive e la ama, perché comunque di montagna si parla”: sarebbe preferibile che non se ne parlasse in una certa maniera, e forse, al limite, che non se ne parlasse affatto; giacchè di tutte le emozioni e dei valori dei quali si ciancia, quel che resta a contare è solo il business perdente che sta dietro a questa pantomima di verità, e null’altro. Tutti i principi della montagna che mi son stati trasmessi, e che approfondendo ho fatto miei, cozzano con l’idea stessa di una oscenità simile, una minestra liofilizzata e riscaldata che a quanto pare non offre nulla di nuovo e che va ben oltre le scalate artificiose di Manolo a Jonathan. Se infatti quest’ultimo rappresenta comunque indubitabilmente una delle espressioni più celebri e significative dello spirito dell’arrampicata, queste modelle buttate sulla neve quale senso hanno? Ce le buttassero nude almeno, capirei. Ah, ma già lo fanno?

“Polemiche sui social per i comportamenti della spudorata Dayanne Mello e del capriccioso Stefano Maniscalco. (…) Per la seconda volta di seguito (due puntate su due), Dayane Mello ha mostrato le sue grazie con la scusa di doversi lavare nel fiumiciattolo ghiacciato vicino al Campo Base.”

Non mancano ovviamente, visto che tutto in fondo si basa su quello, foto e video dell’impresa, riproposte anche quando la TV non è più accesa. Quanta bellezza gettata alle ortiche, svilendo anche l’ambiente circostante! Seppure di storie d’alpinisti capricciosi e spudorati ce ne potrebbero esser tante, andar per monti non è andare alla spiaggia: non ci vuole un “gufo reazionario” per poterlo affermare; reazionario non è l’antimoderno, è chi difende una realtà immutabile di squilibri di forze e di sottomissione culturale popolare. Ci manca solo il dover fare ammenda e tanti complimenti per poi buttarci nella ressa, prestando anche soltanto un poco d’attenzione a questi miserabili mezzucci di distrazione di massa.
Badate che non so di che parlo, visto che non possiedo una televisione (lo metto nero su bianco anche nel caso in cui passasse di qui qualcuno deciso a farmi pagar la nuova tassa). E badate che non sono più neppure iscritto al CAI, da quando han palesato di premiar non ciò che sei ma ciò che fai. In più, la risposta accademica al Foglio in merito al programma non mi par risolutiva.
Forse, semplicemente, questo ennesimo format rincitrullente anche senza visione preventiva può essere pensato figlio di quello già sperimentato in forma soft sull’isola greca del boom verticale, con veline al seguito convinte che la montagna sia Courmayeur; proprio come la coppia d’oro zecchino Sallusti & Santanchè, che con chiacchiere e pettegolezzi marcia su un’Italia che marcisce fra scandali e scarsa memoria, e di cui tramite gossip si vorrebbe ricostruir la storia.
Il tentativo bieco è quello di portarci a pensare in blocco come loro più di quanto già non si faccia; a prendere le cose come cultura dominante comanda: cosicchè salirà chi può (i corridori del Tor des Géants, non certo te), qualche fortunato sarà spettatore pagante, e voialtri starete a guardare, o feccia.
Oddio, può essere che sotto sotto questa visione non sia del tutto sbagliata o controproducente: “parassiti sociali” o nuovi guerrieri che fossimo, non eravamo buoni a niente; se invece sei così demente da goderti talpe, secchioni o fattorie dopo il tiggì, puoi continuar tranquillamente a farti rigirar la solita frittata e a non pensare ruminando l’insalata: puoi capire a me quale amarezza mi rimane. Dopo il Monte Bianco, però, ricordati di pulire la cucina e di pisciare il cane.

Annunci

Read Full Post »

agitazione_con_matitoneLo sproloquio m’è uscito rotondo; la poesia, per chi vuole, sta in fondo.

“Mi chiamo Sallusti, dirigo un giornale, di tendenza centrodestra, sono un liberale. Ma ho criticato il Cavaliere, più volte, non mi asserraglio in nessuna Repubblica di Salò, difendo il mercato e la libertà dell’individuo e il consumismo occidentale”

“Genova è una città nel caos. (…) Ieri nessun autobus ha circolato e gran parte dei 2.300 dipendenti ha invaso il Consiglio comunale interrompendo la seduta con slogan, striscioni, insulti e minacce verso il sindaco Marco Doria, che se l’è cavata solo grazie all’intervento dei vigili. Un atteggiamento squadrista che ha paralizzato la città (…). Il giorno dopo Doria ha capitolato di fronte allo squadrismo rosso (…).
(…) la questione attorno alla privatizzazione non è ideologica, ma economica, non si tratta di una scelta strategica, ma di una decisione inevitabile. (…) l’amministrazione non si trova a percorrere la via della privatizzazione perché folgorata sulla via del “neoliberismo selvaggio” ma perché i soldi da sprecare sono finiti (…).
Ciò che più sconcerta (…) è la reazione dei genovesi allo sciopero selvaggio. Da un video del Secolo XIX si vedono gli automobilisti bloccati nel traffico solidarizzare con i manifestanti”

La Storia si ripete, e non si fermerà alle cosiddette “cinque giornate” di Genova. Salvo stimabili eccezioni, costituite per gran parte da nobilissimi e testardi teppisti e provocatori, essa è rappresentata da un chinarsi continuo alla legge della guerra. E la legge della guerra è la stessa delle privatizzazioni: mors tua, vita mea; oggi a me, domani a te. La guerra stessa, del resto, è stata privatizzata; più di tutti lo dimostra Israele, che ne ha tanta da fare che i militari di leva non gli bastano.
E’ una legge che in entrambi i casi tentano di farci digerire mostrandola nella prospettiva della fatalità: “L’abilità (…) è stata quella di far apparire gli interessi del grande capitale come esigenze naturali dello sviluppo, e, per contro, retrograde e parassitarie le resistenze al cambiamento.” Le nuove forme di dominio infatti puntano su “una logica della causalità. Cioè a una forma di necessità annunciata. La critica (…) ha meno presa: ai dominati viene solo chiesto di essere realisti.” I soldi dunque sono finiti (colpa tua, per giunta, che gozzovigliavi), però – chissa perchè – ogni costosissima soluzione bellica è sempre inevitabilmente ben accetta (alcuni, come la Signora della Guerra – benchè ex pacifista no global – Pinotti, l’han perfino resa una fissa personale); e chi resta a lottare per qualunque causa si presume lo faccia per difendere “strutture di potere e diritti acquisiti”, insomma privilegi, mica il bene comune. A quest’ultimo, peraltro, dicono di pensar per noi già lorsignori, che potere, diritti e privilegi stabilmente già detengono; non c’è quindi da preoccuparsi, e chi osasse verrà tacciato, come minimo, di “benecomunismo”.
Peggio, come avete letto poco sopra, fanno gli sgherri de L’Intraprendente, che spronano da destra il marchese rosè a farsi sempre più annacquato, e che da bravi reazionari vedono un mondo a perenne rischio-rivoluzione, dove pericolosamente (per loro, che han qualcosa da farsi rubare: potere, diritti e privilegi per l’appunto) “Tornano i sogni del ’17 e del ’68: quel che è mio è mio e quel che è tuo deve essere di tutti”.
Non è inutile ricordare, visto il lontano riferimento e per restare in casa nostra (prescindendo perciò dalla Rivoluzione d’ottobre), che a Torino, nell’agosto del 1917, agitazioni, scioperi e rivolte furon motivati non soltanto dalle “difficili condizioni in cui si trovavano a lavorare la maggior parte dei proletari italiani”, bensì anche dal fatto che alle loro legittime rivendicazioni economiche “si intreccia la propaganda per la pace”, così assumendo le proteste “un carattere antimilitarista contro la guerra in atto”. Questi signori che vedon comunisti mangiabambini dappertutto, insomma, bene farebbero a riflettere sulle ragioni che storicamente muovono le masse alla rivolta: eviterebbero in tal modo di provar sconcerto dinanzi alla solidarietà fra cittadini e lavoratori, ch’essi preferiscono mandare gli uni con gli altri a farsi fuori.
La questione, comunque, in questo caso è tutta da risolversi in famiglia: il fogliaccio di cui parliamo è diretto infatti da Giovanni Sallusti, nipote del fin troppo noto direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti, a sua volta nipote di Biagio Sallusti, “tenente colonnello del Regio Esercito che dopo l’armistizio aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana e che fu giustiziato dai partigiani per aver presieduto il Tribunale speciale che aveva condannato alla fucilazione il partigiano Giancarlo Puecher Passavalli”. Quest’ultimo, sia chiaro, fu eliminato “non per omicidio, ma per «aver promosso, organizzato e comandato una banda armata di sbandati (…) allo scopo di sovvertire le istituzioni dello Stato»”: squadristi antifascisti. Conferma il Sallusti arcigno e pelato che quella “era la legge della guerra”; ma Puecher, a sentire il maggiore Mario Noseda, “Era un idealista, uno che, ne sono certo, non aveva mai sparato un solo colpo di rivoltella”. Questo assieme il suo merito e la sua colpa, a conferma che a pagare sempre il conto più pesante è chi alla legge della guerra non si piega, chi si ostina ad andare in direzione contraria al senso crudele preso a forza dalle cose.

Figlio d’una consapevolezza che questi degni eredi del fascismo definiscono, rigirando maldestramente la frittata per meglio mantenere vivo un odio antico, “atteggiamento squadrista” o più chiaramente “squadrismo rosso”, raccolgo qui di seguito alcune umili memorie personali di quando ancora il trasporto pubblico, oltre a funzionare, era anche un mezzo per sorridere, leggere, riflettere, sognare; un luogo confortevole, accogliente da difendere dalla macchina del fango e del terrore retroattiva e sempre attiva, la quale trova ogni giorno d’ogni epoca nuovi servi compiacenti – pronti a tutto, dietro pagamento – da far propri strumenti.

Tram

Fasci di luce scompongono il fervore
elettrico scintillio di vite antiche
attraverso questo vetro appannato
ogni volto ha una maschera d’oro
monotoni quadri e rumori si alternano
eccitante umida sporca desolazione
un lampo
una lacrima scivola
triste
zittito dal ghiaccio
dietro questo vetro appannato
mi sento sicuro

La lacrima è in fondo al vetro
troppo vento
scendendo

 —

Autobus per il centro

Ho sorriso guardandola faticosamente
conquistare il posto più comodo
per la salita e la discesa

Le borse della spesa
trascinate nell’angolo più sporco
un angolo del mezzo, un angolo del mondo

Perchè è questo che ci basta, in fondo:
portandoci appresso il nostro inestimabile peso
che tutto vada per il meglio
nel salire a bordo e nello scendere

Read Full Post »