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Posts Tagged ‘gradi’

controcorrente_ExilsL’aria a Masouri s’è fatta quasi irrespirabile. Possibile che l’alternativa all’esilio siam davvero noi?

“Ormai il via vai è continuo giù al porto di Pothia. Da ogni angolo del mondo continuano ad arrivare a Kalymnos le barche cariche di climbers”

“This island, along with the rest of Greece, has been faced with an economic crisis. Thanks to climbers, Kalymnos has stayed afloat (so-to-speak). Many locals have been able to avoid unemployment by catering to the needs of tourists – most of whom are climbers.
This island appears tough from the outside, but once you’re living there its amazingly plush in a number of ways. The warmth of the locals with their cozy accommodations, the delicious restaurants, the snuggly cats around every corner…heck – even the climbing grades are soft.”

“Ma fammi capire… State dicendo che un posto con 60mt di 8a fattibili da qualunque scimmia che fa il 6c plastificato, è un paradiso dell’arrampicata?”

Kalymnos è l’esempio di come la bellezza possa confondere e dividere: da chi la osteggia in quanto parco giochi simbolo malefico del grado facile a chi la usa per poi gettarla volentieri sulla scorecard di 8a.nu. Insomma, ci si va o non ci si va pei gradi; andar per gradi in un percorso di conoscenza, invece, è assai più raro. Ma essendo la bellezza dappertutto non puoi rifuggirla, te la ritrovi davanti in ogni angolo: è, chiaramente, l’apparenza, che la più vera e genuina bellezza in realtà ancora nasconde. “Ooooh!” fa in coro il pullman scollinando a Kamari, ma quel che han davvero visto è ancora niente. Ma la voce si diffonde e continua ad arrivare gente.
Così, leggo ogni volta con piacere dell’ennesima vacanza, ma ravviso che a mancare è, come sempre nelle descrizioni comprensibilmente entusiastiche dell’isola (specie al primo approdo), l’aspetto critico. L’occhio che gode e che descrive rimane quello del turista; ma il climber è davvero solo un villeggiante godereccio, spiaggiato e sciabattante come tutti gli altri? Cosa desidera, e da cosa fugge? Perchè a casa propria riesce a giustificare un omicidio a partir dal fatto che “erano in tre sul motorino”, se poi non vede l’ora di correre in tre sul motorino e senza casco lui per primo una volta sbarcato? Sarà la libertà che più temiamo e più inseguiamo e viceversa, fino a condannarla, o almeno quel più vago e fugace senso di libertà che lì si respira.
Ciò che di più bello resta a Kalymnos però è quel che si sta perdendo: il suo carattere selvaggio, quell’atmosfera indimenticabile che non dipende direttamente dal fatto d’essere ormai diventata l’isola dei climbers.
Benchè sia ancora possibile perdersi qua e là per tracce di capre, infatti, l’arrampicatore medio è oggi in grado di smarrirsi coi piedi ancora fermi sull’asfalto, la guida a prova d’idiota in mano e la parete in fronte al naso; e sul sentimento della scoperta avventurosa d’un mondo altro vince il più confortevole senso di appartenenza alla categoria dei turisti verticali: che piacere, anche qui son tutti come me vestiti uguali! E tutti fanno le stesse identiche cose, tutti scalano negli stessi identici posti, persino il bagno lo fanno nella stessa identica spiaggia, come se non ce ne fossero decine d’altre da scoprire, e le stradine di Masouri nell’ottobre festivaliero sono intasate d’auto e motorini e tanto trafficate da dar difficoltà al passaggio dell’autobus. Quando mai fino ad ora s’era visto qualcuno costretto ad alzarsi dal tavolo per andare a spostar la macchina d’intralcio? Va bene l’hype, ma questo mica è calcio!
Se per chi sull’isola vive di turismo è buona cosa ritrovarsi all’improvviso ben quattro negozi di articoli per l’arrampicare (come ad Arco o a Finale), e per cenare nei ristoranti più in voga è diventato necessario prenotare, l’altra faccia della medaglia è un’abitudine miope al consumo ammantata di valori benefici che sa quasi di moderno colonialismo, simboleggiato se si vuole dal solito logo della North Face sparato nottetempo contro la Grande Grotta, o se preferite dal beach party con DJ venuto apposta da Ibiza. Perchè allora, di ritorno a Bergamo, nel confonderti coi passeggeri provenienti da Eivissa cerchi altezzoso di valutar le differenze fra te e quei fricchettoni?
Del resto, si fa presto a smascherar l’ipocrisia: bastano le parole di Mr.8a.nu Jens Larssen, il quale, nel rallegrarsi dei gradi soft e dell’ulteriore calo del costo della vita, ritiene simpatico l’aiuto che diamo a Kalymnos. Ma se davvero volessimo soccorrere un paese moribondo, tanto per cominciare non ci voleremmo con Ryanair…e anzichè rallegrarci di prezzi bassi e sconti, faremmo in modo che il trade fosse più fair. Ecco perchè quest’elemosina è una scusa utile sostanzialmente a giustificar lo status quo: il nostro benessere e la loro agonia.
Anche se tutti battono fidenti su questo stesso tasto (dimenticando le ore di stra-lavoro, le pensioni azzerate, l’assalto dei grandi supermercati, la scelta di certi hotel d’importare il pescato da fuori, ecc.), aiutare un’economia in crisi divertendoci non implica il superamento della crisi: rischia semmai, sotto sotto, di giustificarla, facendola perdurare col vanto beffardo della carità. Il commerciante greco che serve il turista tedesco lo sa e gli sorride, ma lo vorrebbe morto. Il nostro maggior torto è quello di non volerci accorgere che lo spirito dello scalatore non fu mai quello del turismo mordi e fuggi, paga e pretendi; senza sottovalutare il rischio tipico del drogato d’adattarsi sin troppo facilmente ai peggiori caratteri della dipendenza, facendo eco alle voci critiche ma sceme sui gradi “farlocchi” che ci gonfiano l’ego (tanto i gradi quanto le critiche), ma nulla sapendo delle notizie drammatiche in merito alle barche cariche di disperati che vagando in mare in fuga dalla guerra proprio a Kalymnos sbarcano, attendendo la morte prima e l’arresto poi. Ma che ci frega a noi? Noi siamo climbers, siamo altra cosa. Appunto, e che cosa? Siam burattini buoni a ripeterci in gesti ed in commenti, autocostretti al selfie o ad altri esibizionismi imbarazzanti; io stesso nel passeggiar sull’affollato lungomare inizio a sentirmi muovere a scatti, come guidato dall’alto, eterodiretto, scoordinato: che sia la retsina, oppure come tutti gli altri sto per esser trasformato?!
A darci l’addio a Pothia è una zingarella che tende la mano agli ospiti in partenza. E’ per noi solo un arrivederci, almeno sino al giorno in cui la nostra confusionaria presenza renderà necessario inaugurare il primo semaforo dell’isola, magari all’incrocio fra il bar di Fatolitis e gli studios Kokkinidis; laddove qualche local inizia a farti notare che nel venir da Melitsahas sei “wrong way”. L’incanto si potrà dire allora definitivamente spezzato, e non so per evitarlo che farei.

Chiedo scusa per le ferie vergognosamente serie.

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Del sogno olimpico e d’altre imposizioni culturali.

Non dirò che non voglio l’arrampicata olimpica: dirò che non esistono ragionevoli motivi per volerla, se non quelli del business, mediaticamente serviti e pronti da introiettare; e che a tale riguardo non esiste dunque che una sola voce uniformante, quella dell’entusiasmo olimpico padronale.

“Siamo diventati un vero sport”

“AAAh i nostalgici, quelli che arrampicano per trovare la loro libertà… quanti ne conosco… e quanto li odio…”

“La nostra struttura sociale è fondata sulla competizione, quindi sull’esclusione.”

“C’è gente che è competitiva anche a pelare le patate.”

Dai tempi del celebre ‘manifesto dei diciannove’ contro le competizioni ne son cambiate di cose, ne son stati sostituiti di chiodi, ne abbiam raccolta di spazzatura. Era il tempo di Sport Roccia ’85, un nome una necessità, per alcuni (fra i quali un famoso giornalista di Tuttosport); per altri, una contraddizione in termini.
E’ o non è stato il settore delle Gare in Valle Stretta, nonostante i “purtroppo” e i “che tristezza!!” anticipati di Andrea Gallo (guida di Alp ai Luoghi della libera, 1987), il “primo rocciodromo all’aperto d’Italia”?
Quando si definisce un’attività in “crescita formidabile” si sta parlando in termini di quantità o di qualità?
Per carità, meglio esser libri di resina e cemento che di sangue.
Non è però mai stato chiarito al grande pubblico (che un tempo si chiamava società civile) cosa debba significare il termine progresso: pensavo si dovesse trattare d’una evoluzione, d’un cambiamento in meglio, e che dovesse forse coincidere con il termine delle nostre fatiche, o con l’inizio d’un benessere diffuso, equamente distribuito. Ma, a prescindere dal fatto che noialtri si fatichi abitualmente per divertimento, qui mi si vuol comunque convincere che non tutte le evoluzioni vengano per nuocere, anzi: che sia in ogni caso necessario e ben gradito compiacersene.
La presunta ‘naturale’ evoluzione della scalata a mani nude in sport agonistico, ad esempio, non so quando sia mai stata dimostrata. M’ostino a pensare che nella vita ci si possa confrontare per comprendere, senza per forza dover decidere chi sia il migliore. Ogni classifica, se a qualcuno dovesse proprio interessare, è peraltro relativa. D’assolutamente certo c’è che in falesia è possibile avvistare un’intera fila di agghiaccianti 7 ed 8, restando fregati dall’unico spigolino tecnico di seicippiù: là dove quasi tutto è possibile, più che altrove entra in gioco l’imponderabile, che rendendo l’imprecazione facile ti rende inclassificabile. Bravo, forte…che cosa può non dico solo importare, ma significare? Che sia dunque l’illustre sconosciuto ad esser coglione per scelta, quello che la scorecard o non l’ha o non la ricorda, quello che magari annota, ma non per (di)mostrare? Non sto parlando di fantasmi: essi vivono, e lottano ormai soltanto più per conservar se stessi integri e sani, nascondendo la performance allo sponsor, perseguendo obiettivi fuori moda in falesie irraggiungibili.
Se mai sarà olimpica, arrampicata farà rima probabilmente con velocità: il riassunto stringato d’una attività descritta banalmente ad uso (inter)nazional-popolare. In questi tempi critici e frenetici, d’arrampicare con lentezza c’è bisogno; anche se poi la via magari la chiudi con un lancio improvviso. Ma la concentrazione non esclude il dinamismo; ottuso è piuttosto il troppo semplificare, che rende penoso il gioco.
Le categorie (spesso fra loro collegate) della bellezza estetica e del significato profondo delle cose non vengono considerate, non servono, non producono nè vendono, non fanno classifica; ma resistono proprio perchè non possono nè vincere nè perdere: esse semplicemente esistono, anche se non son quasi più riconosciute. Così vedi la linea bella, magica, pura ma ti lasci attirare da quella brutta, orribile, costretta, che a farla bella e ad attizzarti chissà cos’è, forse il push up del grado, o un certo grado di malizioso, cupo sudiciume. Buon per me: la bella non avrà coda e potrò farla mia (lo temevo, ricasco in un elitarismo compiaciuto!).
Ma il tempo stringe. Non abbiamo tempo. Presto che è tardi!
Devo lavorare per consumare e così consumar la vita a desiderar di consumare. Devo vincere per guadagnare, è dignitoso ma mi fa, pur se vittorioso, poco eccezionale.
Ma io, che non ho più tempo di vincere, e mai peraltro ne ho avuto le forze, qualcuno dovrò pur applaudire. “Eravamo atleti, diventeremo tifosi”, sentenziava lagnoso un praticante polemico di codesta attività – così almeno m’è stato tramandato. Ma già atleta è una parola grossa, un riconoscersi cavia, bestiola, furetto. Fatico a riconoscermi da solo nello specchio e non soltanto nell’alzarmi mattutino, figuriamoci se potrei cedere al riconoscimento che qualcuno potrebbe volermi dedicare. Certo, non mi s’impone niente, almeno direttamente. In maniera indiretta, però, ti dicono che cosa è bene o male; ed era un bene sino a ieri, ad esempio, intendere il pallone come “un’attività alternativa alla guerra”, mentre oggi il campioncino porta amorevolmente la guerra stretta al braccio agli Europei. Ne cambiano di cose – continuamente, progressivamente. Loro, naturalmente; e ben poco naturalmente. D’altronde lo stesso barone De Coubertin sapeva benissimo che “l’atletismo (…) può essere usato per consolidare la pace così come per preparare la guerra”. Ecco perchè odo cazzate ed intuisco male intenzioni, ravviso fraintendimenti, vedo nel “vero sport” un vero spot, cinque cerchietti per le allodole; mentre m’assordano gli slogan ed immagino i fuochi d’artificio, il soundtrack ufficiale.
Per Tuttosport siamo già “il Climbing”, che americanizzato fa assai figo… Disciplina in rapida trasformazione: per l’Economist “quella che un tempo era un’attività di nicchia si sta trasformando in uno sport vero e proprio”, anzi il “nuovo sport di tendenza”, pronto alla passerella e alla sfilata. “Se la trasformazione sarà completa lo deciderà il CIO”, mica io, dopo aver osservato il nostro (oddio! M’è scappato) tentativo di battere Baseball, Karate, Roller Sports, Softball, Squash, Wakeboard e Wushu, tutti maiuscoli, maschi ed incazzati.
Per una cannetta fatta pagare a Sharma c’è l’Eritropoietina lacrimevole di Schwazer a ricordarci come si può marcire nel marciare in una certa direzione.
Per un tocco libero di genio a rischio arresto causa Olimpiadi c’è un tentativo sicuro di vender lo squallore tricolore.
Lo so, vorreste convincermi che tutto questo sia normale. Peccato: il consiglio per l’acquisto non fa parte del mio bagaglio culturale verticale.
E ancora non mi sono chiari i motivi reali e concreti in base ai quali dovremmo tutti quanti considerare “molto positivo per l’attività che l’arrampicata entri a far parte della famiglia olimpica”, come sostiene Scolaris. Ma tant’è… Così come per il Tav, ormai il pensiero che dev’essere anche mio è stato deciso, ed il solo che post-manifesto restò coerentemente contrario alle gare è defunto di mal di montagna. Perciò, che squillino le trombe! The show (-business) must go on.
Cosa ci sarà poi tanto da discutere non so. L’arrampicata non è sport olimpico? Ma la carabina sì: è sport olimpico sin dalla prima edizione dei Giochi olimpici moderni (Atene, 1896), pensate un po’ che dignità. Non mi pare che ci sia da spararsi, vergognarsi od offendersi per questo.
Se proprio devo scegliere, fra tiri in porta, tiri a segno o tiri a canestro, perfino il lancio disperato alla catena mi pare più elegante e onesto.

Sondaggi, soldini, squadroni e benedizioni:
“Ma insomma, perché dovrei tifare per l’arrampicata?”
“43 % of the 2250 who have answered the Olympic poll, have voted, “Absolutely – WOW!”.”
“Clearly, climbing should be part of the Olympics but it seems very difficult as they do not want more sports in the game.”
“Climbing is one of the biggest sports that has not yet made it to the Olympics. Most climbers are in favour and of course this would make a huge impact on sponsor money etc.”
“con il progetto «Sport climbing – 2020 dream» si stanno intensificando le iniziative per dare la massima visibilità all’arrampicata”
“Ovviamente nella scelta contano molti fattori, alcuni dei quali esulano dallo sport in senso stretto: politica, lobbying e contatti hanno un grosso peso, e in questo quadro va intesa anche la decisione di organizzare un evento in Piazza San Pietro, sotto i buoni auspici del Papa”
“Ora, la componente competitiva è parte di quella ludica e, salvo gli eccessi e le perversioni cui sa elevarla l’essere umano, componente non trascurabile della nostra esistenza.
E poi, diciamolo, non se ne può più di certe contrapposizioni che affliggono endemicamente il nostro paese. Senza sindromi esterofile, guardiamo in Francia, per esempio: è vero, a suo tempo ci fu il “manifesto dei 19” contrari alle gare di arrampicata, ma quella società, così infinitamente più avvezza alla cultura della montagna, quanto è più vicina a una sintesi fra azione e contemplazione, fra l’andar per monti senza fine e l’andarci con il doppio fine, quello di salire e di vincere? Momenti diversi, complementari, compresenti, ora questo ora quello, della vita. Senza contrapposizioni assolute.”

“Perchè l’arrampicata ha delle componenti sportive a mio modo di vedere NON è semplicemente uno sport come invece lo è stare su 100 metri di pista.
Le componenti sportive dell’arrampicata sono sempre state, ed è giusto che così sia (sempre che si vogliano preservare i valori che l’alpinismo e l’arrampicata hanno sempre avuto), relativamente marginali.”

“Ci stiamo avviando verso l’irregimentazione culturale: giornali e televisioni locali, nazionali, mostre, festival del cinema, programmi scolastici, tutti pervasi dagli ideali ‘olimpici’… La cultura a senso unico è sempre stata un nemico da temere. Figuriamoci quando reclamizza prodotti commerciali.”
“si parte celebrando lo spirito olimpico (…) però in realtà tutti agitiamo le bandierine del nazionalismo. (…) Dove non c’è il tifo, ahimè, non c’è sport”
“Passerella di sport che nessuno conosce, trionfo dei nazionalismi, medaglieri per atleti che poi andranno in Parlamento, bromuro quotidiano sponsorizzato dalle multinazionali.”
“una delle più importanti strategie di accumulazione inventate dal neoliberismo è proprio quella del marketing urbanistico, del grande evento come punta avanzata di capitalizzazione che usa lo spazio metropolitano per l’estrazione di plusvalore.
Molti analisti britannici, non senza alcune ragioni, stanno parlando delle Olimpiadi come ultima vera istituzione globale multilaterale”

“Possano le Olimpiadi essere «un momento di rinnovata amicizia in cui forgiare la pace»: così l’arcivescovo di Westminster ha salutato gli atleti giunti a Londra da tutto il mondo. Proprio per rappresentare questo spirito, nella cerimonia di apertura il governo di Sua Maestà britannica ha fatto issare la bandiera olimpica con i cinque cerchi, simbolo di pace, da una squadra di 16 militari britannici, scelti tra quelli maggiormente distintisi nelle ultime guerre.”
“I media invitano il cittadino medio a esaltarsi per Valentino Rossi su Ducati, per la Pellegrini in vasca o per la vittoria dell’Italia di Prandelli contro la Germania non solo sventolando la bandiera dell’orgoglio nazionale, ma anche millantando improbabili collegamenti con l’economia reale: sono tutte cazzate, non servirebbe neanche ribadirlo. (…) Insomma, avremmo anche potuto fare il pieno di medaglie alle Olimpiadi, ma avremmo continuato a vivere in un Paese di merda.”

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La Storia Infinita“Quando avevo scoperto il castello senza nome, ero ad un’altezza, ad un grado di perfezione e di purezza che non raggiungerò mai più.”
(Alain-Fournier, Il grande Meaulnes)

Parafrasando i Sisters Of Mercy denuncio l’incapacità di scelta della massa rampicante, trascinata da ovest ad est da cuciture made in China, sirene zoppe e false muse, fra grotti e discoteche, giardinetti solinghi e adunate in cimiteri, da un frastuono di numeri e lettere poco colte sulle quali all’infinito interrogarsi e litigare a stanchi sguardi di venditori in sandali e braghette nel campeggio di Ceuse. Dove si vada anche ‘sto weekend è decisione del destino solo se la nostra passione è fragile, o se ad essa ci siamo davvero abbandonati? Non sempre vagare significa perdersi, Tolkien c’insegna. E pure il perdersi – almeno qui, tra Finaleros – è motivo di vanto e dà soddisfazione: poichè, come sappiamo per averlo un tempo o nel tempo imparato, imparati non si nasce, e l’imparare è maturazione che s’avverte sulla pelle a forza di graffi e di ferite e che salva, quantomeno il cervello, dalla marcescenza.
Il Castello con i suoi muri bianchi e grigi perfettamente verticali non è qua, sta altrove, poco distante ma abbastanza per lamentarsene: sta sull’isola che c’è, ma è diventata cara come il fuoco e così d’isole magiche se ne sognano altre e per più comode ma intricate boscaglie ci s’accontenta di girar perdutamente. Cornei ad esempio è un mare tempestoso, un gorgo, un vortice di ricordi e d’emozioni: una poesia intrisa di sconforto ritrovata una mattina alla Bocca di Bacco, una passeggiata al sole bruciante d’un inverno inquieto accompagnati o in cerca di top model che sappiano placar fra i Ciappi i soliti umanissimi desideri.
Oppure la falesia fantasma del Castagno, ne vogliamo parlare? L’amico grande Gustavo, pur combattendo eroicamente nella foresta coi fantasmi suoi, novello (e corpulento) Atréju arrancante come noialtri a bicchiere in mano nelle Paludi della Tristezza, mai riuscì a raggiungerla. Ma non tutti i desideri valgono la sofferenza e la fatica, ci dicemmo allora; e ci apprestammo sudati e rassegnati a spendere il secondo o terzo buono-consumazione. Fantàsia non fu non dico salvata, ma neppure mai scovata. L’Infanta Imperatrice forse ancora ci aspetta: ma spero si sia scocciata e sia fuggita altrove, magari a Scimarco o meglio ancora in qualche falesia dove ho già stra-salito tutto ed ogni segreto, ogni appiglio, ogni piega o ruga della pietra già conosco. Così potrei raggiungerla e raccontarle di quanto l’abbiamo cercata invano sin dai tempi degli infidi presunti quinti gradi, e poi i 6a e poi i durissimi 6b di gioventù, fino ai gradoni odierni che nulla più valgono una volta decaduto il sogno, svanita l’avventura. Finalmente Lei sarà mia assieme a tutti i gradi alcoolici e non del mondo ed il segreto Dominio allora sarà nostro, sarà sempiterna festa e forse solo allora cesseremo di arrampicare e di vagare.

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