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Posts Tagged ‘Finalese’

Per sfuggire ad un autunno ormai palese, vi racconterò di questo lontano e un poco strano, ma soave sabato finalese in compagnia di P – come Paolo, Pippo, Pino o Pinco Pallino. Elogio della cengia più o meno segreta, non più nuova e per alcuni già desueta, con assonnata dedica a chi fa l’arrampicata.
Lo considero un post rinfrescante, seppure sia più o meno sempre la solita minestra riscaldata.

05/08/2017. Agosto genovese. Caldo bestiale. Afa. Si dorme poco e male. Che fare: smettere d’arrampicare? Per carità! Raggiungo l’amico P a Savona la mattina, beccandomi comunque il classico traffico estivo, e si va dove si può andare, senza immaginarsi un gran fresco (che difatti non ci sarà), ma abbandonandosi alla necessità verticale, fra sudori e ghiri, rondini e resting (solo miei, a quanto pare).
La Rocca ospita il suo valoroso valorizzatore e aspetta noi umili giocatori, forse per deridere il nostro sforzo sovrumano; e noi abbiamo saputo aspettare lo scadere del divieto per via degli uccelli, con o senza che vi sian gli uccelli (chi lo sa: io diverse volte in cima uno bello grosso l’ho visto volteggiare), e sempre prendendosela con questi dannati uccelli se non si può scalare mai abbastanza nella parete che da questi benedetti uccelli ha preso il nome. O noi, o loro. Ma perchè?
Ancora non si arriva a chieder l’intervento del giustiziere verticale, ma presto vedrete che dovremo arrenderci all’esistenza di questi moderni, buffoneschi eroi.

La cengia è come un piccolo giardino pensile dove tutto ritorna in equilibrio (o quasi), ma dove qualcuno pensa di poter stare nascosto a farsi gli affaracci suoi. Non è così ed io prima o poi lo scovo questo furbo che continua a srotolare metri di nastro blu… Che sia proprio tu, dedito alla lettura? Cambia colore, è un avvertimento: spero di farti paura.
La cengia è un mondo altro, non ancora altopiano, ma già zona franca dalle bassezze della strada e del suo uomo. Lassù già si sta in alto e si comincia ad avvertire il sogno farsi un po’ realtà, il 6a 6b, il 6c 7a. Poi si confrontano le difficoltà sulla base del racconto orale, del local di turno quel giorno, delle diverse fonti; è un gioco appassionante pure questo. C’è il tiro che è passato dal 7a al 6c, quello che s’è assestato sul 6c+, quello che chi si tiene sgrada su Climbook a 6c.5 mentre gli altri lo gonfiano a 7a.2. Nutro la passione con la ricerca storica, più che con la statistica. Dall’on sight al lavorato al sesto giro c’è un mondo di sensazioni e di esperienze che è difficile da descrivere e da sintetizzare: per questo un grado da solo non ci soddisferà mai, o sarà l’ennesima illusione da archiviare. Lo stesso Ondra dovrà vedere prima o poi qualcuno camminargli sopra l’ultimo 9c proposto o confermato, sempre se non torneremo indietro a scavare ad ogni costo ciò che fu già liberato.
L’amico P fa spallucce sulla difficoltà e mi dice di provare. Lui sa meglio di me che il grado è poco se non nulla, e che come disse Seve “si cade anche sul 6c”: basterà questa consapevolezza a rianimarmi? Al primo stop sul primo chiodo, infatti, mi sento un po’ col fiato corto. La chiodatura, dal canto suo, non è certo lunga; tant’è, c’è chi l’ha definita “poco adatta ai deboli di cuore”. Nuovamente la testa e le ferite spiegan molto, ed è bello ritrovarsi a metà strada fra il patimento e l’entusiasmo, la paura e l’eccitazione una volta raggiunto quasi il chiodo dopo e già distanti da quello precedente: credo si chiami adrenalina e non è il caso di spiegarla, diciamo che si trema e ci si sente semidei, ed invece si è soltanto mezzi uomini piazzati a rana, con la cacca nelle mutande e le gambette tremolanti nel frangente. I rapaci ci osservano e le rondini ci sfrecciano vicino, a ricordarci che questa prima di tutto è casa loro, e del falco pellegrino; ma lo è altrettanto dei buffi roditori che dai buchi gridano la loro sete di vendetta allo straniero che gli entra dal balcone. Con quel bel musino, chissà se ci vedono come noi adocchiamo quegli sciagurati musi neri che ci arrivan col barcone.
Il litorale peraltro da qui resta nascosto, ma lo sguardo dalla cengia spazia egualmente, a nord, verso l’interno silente ed assolato degli ulivi, delle fasce, dei fichi, dei rovi; verso la vita apparentemente stanca e sonnecchiosa, ma in verità operosa delle vallate dell’immediato entroterra, che più del bagnasciuga spiegano dove ti trovi. Il resto è vita altra, d’altri e per oggi non c’interessa. Il nostro riparo è all’ombra del mondo esterno: parliamo con gli animali, strizziamo l’occhio ai volatili, nessuno ci capirebbe.
L’amico P intuisce che son stanco e mi conduce al nuovo vecchio settore, dove si stanno riprendendo antiche chiodature, donando nuova vita ad una piccola parete. La progettualità verticale in queste zone pare quasi infinita, giri l’angolo e scopri nuove possibilità o storie passate da recuperare, gesti da riprodurre. Che tutto questo non sia solo sport continua a essermi chiaro, o forse sono io che uno sportivo non mi sento più da anni, e proprio per poco sono stato atleta. Meglio così, perchè fra questi mostri più o meno sacri non mi troverei, e non concepisco che una passione possa diventare un primo o secondo lavoro, richiedendo la dedizione dell’asceta. Ma in fondo è quello che fa il chiodatore, sacrificandosi volontariamente per noi tutti, che lo ringraziamo solo raramente e assai più spesso lo critichiamo, esprimendoci a bestemmie ed a mannaggia.
C’è davvero poca gente oggi su questa cengia; il caldo ha trattenuto alcuni amici, e anch’io mi andrei a stravaccare in spiaggia. Ma salire fin quassù è liberatorio quasi quanto un tuffo in mare. Parlare, ridere, scherzare qui è possibile in totale libertà, disturbati solo dalle zanzare. I chiodi indicano la strada per raggiungere altezze superiori, delle quali troppo spesso dimostriamo di non esser degni. Allenarsi non basta, questo lo capii già al tempo in cui certi quarantenni con la panzetta mi passeggiavano davanti baldanzosi su gradi che i miei tendini adolescenti non potevan sopportare. Oggi so che per salire fin lassù bisogna innanzitutto saper sognare, secondi solo rispetto al chiodatore. Chissà poi se il suo sogno sia lo stesso mio, e se il nostro sia comune; forse la stessa strada può condurre diversi salitori lungo percorsi e verso mete differenti. Meglio così, che i sogni siano tanti, che ci tengano belli reattivi e svegli e indipendenti, che con tutto quello che ci accade attorno non rimangano a dormire od a sognare solo rocce tutti quanti.

L’amico P all’improvviso mi sveglia, immagino pretenda una sicura: devo essermi appisolato sopra un sasso accogliente, quasi morbido, dalla superficie grigio scura perfettamente piana. La vita appare più affascinante ridestandosi in falesia nel fine settimana.

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Evoluzione o involuzione (ancora dobbiamo capirlo), dopo il free-climbing abbiamo inventato l’arrampicata-spazzatura.

“Portatevi a casa la vostra immondizia! Tutta!”

A fine dicembre un climber straniero mi ha fatto i complimenti per la maglietta anti-nazista all’Antro delle Streghe. Son soddisfazioni. Porto con leggerezza un po’ di politica in falesia; sarebbe bello che anche da quest’ultima ne uscisse un pochettino, anzichè produrre only monnezza come pare che sappiamo fare (tanto da smuovere – ottima idea, politica a suo modo, e non soltanto in senso commerciale – un marchio mica male). Nel nuovo anno ne ho raccolto un’ennesima sacchettata sulla cengia superiore delle Ombre Blu, capolavoro finalese: un locus amoenus come pochi altri, immediatamente rovinato dagli omuncoli che lo frequentano per consumarne roccia e gradi, e fare, fare, fare. Fare che? Fare schifo, visti i risultati, in parete e sotto (delle vostre scorecard, onestamente, me ne fotto). Sarebbe opportuno sapeste che la capretta che ivi pascola schifa tanto le vostre bucce di arancia e di banana quanto le odiose cicche, la plastica dei biscotti, il nastro appallottolato.
Resto disgustato, ma di scalare non posso stare senza; valuto solo che, in questi anni di generale crisi e decadenza, in roccia come altrove brillano tanto i fittoni quanto la vostra media intelligenza.

(foto tratta da Mount Live)

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Da domani (ma forse già fin d’ora), tutti leghisti!
Mi ci gioco le scarpette, prima di appenderle al chiodo.
Il pensiero che non mi rincuora è, venendo al sodo: che sia già l’epoca dei giochi di potere anche nella verticale?

“in questi giorni non si parla di Finale come si dovrebbe. Non si parla di calcare. Non si parla delle bellissime vie possibili. Si parla di presunte lotte fra climber e associazioni ambientalistiche. Si parla di giochi di potere. Si parla di tutto tranne che di roccia.”

“anche i climbers sono tanti e votano.”

Ricordate il prode difensore degli arrampicatori (e dei cacciatori) dall’attacco della lobby ambientalista? Il politico verde oggi si riconosce dalla tessera di partito, mica dalla coscienza ecologica. Quanto al climber, il suo miglior difensore spero proprio non debba essere un ottuso regionalista padano; nè evita l’errore il buon Andrea Gallo, nome mitico e nume tutelare del Finalese verticale, nel pensare che lo scalatore d’oggi gli possa in qualche modo somigliare. Son passati i tempi ed oggi solo l’egoismo ha vinto su ogni altro valore. E’ l’egoismo a spingere il leghista imbragato a dar battaglia a negri e ad avvoltoi, per concedere al climber imbranato di potere anch’egli farsi allegramente i fatti suoi, senza trovar nidi con ovetti per cui provar pena, e senza che nessuno gli possa chieder l’elemosina in catena, od all’ingresso serale a Finalborgo, rovinandogli la cena.
Ed è sempre l’egoismo a spingere il praticante medio a lordare il paradiso terrestre di cui può godere, e che dovrebbe difendere a spada tratta se davvero vi tenesse; solo a tenersi in forma invece quello pensa, e tutt’al più ad unirsi in associazione con energumeni simili a lui, al fine di difendere ancora maggiormente il proprio interesse.
Prendo amaramente le distanze dagli uni e dagli altri.
Non credo che la politica debba essere un gioco di ricatti, nè mi basta che si risolva in uno scontro fra piccoli poteri, con piccoli vantaggi dedicati ad i più scaltri o ai meno seri.
Purtroppo anche i climbers votano, temo sia vero, e per fortuna non so come e cosa; procederei pei boschi col falcetto altrimenti, e non per farmi strada fra la vegetazione irta e spinosa.

Mentre a Toirano – zona ancora in fase di espansione – il gruppo di arrampicatori e chiodatori locali scomoda le amministrazioni (leghiste, pure qui, e ben poco green) ad interessarsi allo sblocco dei divieti di chiodatura relativi a certe parti della valle del Vero, nella vecchia Finale succede l’opposto: ovvero, sono le amministrazioni del luogo, assieme al Club Alpino e ad alcuni (supposti) ambientalisti, a denunciare il problema dell’eccesso di chiodi infissi sulle pareti della zona.

Dovrei in teoria inneggiare alla modalità anarcoide con cui chi chioda le falesie si muove liberamente, spesso senza chiedere permessi o consultare enti territoriali; denunciare, come fa Gallo, l’ipocrisia di istituzioni locali ed ufficiali come il CAI, che dando un colpo al cerchio e uno alla botte si muovono subdoli senza far ben capire in quale direzione; e caldeggiare una difesa strenua ad ogni livello del nostro particulare…se non mi preoccupasse invece l’atteggiamento di chi ci patisce, poverino, che gli tocchino il giochino, finendo per attaccarsi al treno veloce delle rivendicazioni politiche più minime e meschine.
A quarant’anni vedo il mio futuro come un insieme di falesie la cui infinità d’itinerari non riuscirò mai a completare; dunque, perchè mai si dovrebbe continuare a chiodare? Per i nuovi arrivati, si dice. Per consentire a tutti d’avere un terreno di gioco. Sembra altruismo, e invece è primariamente profitto, opportunismo: il solito discorso dell’indotto, dello sport-alternativo-ormai-quasi-massificato che ha trasformato un borgo delizioso in un centro commerciale per milanesi annoiati (ma anche per liguri con manie di grandezza), red carpet incluso ed inclusivo di maltolto. Il problema nella sua interezza è inesistente e già risolto: che i climbers e gli ambientalisti si parlino, come è sempre stato fatto, senza necessità che vengano lanciate provocazioni, polemiche e allarmismi a mezzo stampa. Vero è che siamo forse diventati troppi, in un ambiente limitato, a volere usufruire delle stesse bellezze naturali: climbers, bikers e trekkers si contendono il parcheggio a Monte Sordo nel weekend, e nelle feste “sembra di essere all’Ikea” od alla Fiumara.
Si stava meglio quando si stava peggio, quando l’arrampicatore era uno strano, strambo, un poco matto, merce rara. Il chiodatore allora inseguiva un proprio sogno e non le più recenti necessità indotte più o meno a forza dal mercato dell’outdoor. C’era posto per tutti, bestie e cacciatori inclusi, semplicemente perchè s’era in pochi. In merito a questa evoluzione/involuzione ho spesso detto, e non è il caso che ogni volta mi si richiami all’ordine della dittatura democratica per cui si dovrebbe garantire a tutti il diritto alla scalata. Non prendiamoci in giro. Questo sport è stato banalizzato e raccontato come fosse tutt’altra cosa per poter vendere scarpette e imbragature, non ci son diverse spiegazioni o sono tutte fregature. Quando scalavo io, ai tempi della prima palestra d’Italia al liceo King mi guardavano come un cretino ed un marziano, e certo la cosa ha contribuito a farmi crescere adolescente pieno di problemi. Ma bisogna essere scemi per non accorgersi che mode e tendenze son tutte sospinte da un sistema di coercizione sorridente che non ti spiega niente al di là del concetto di divertimento, e del tuo presunto diritto allo stesso. L’arrampicatore idealista e rispettoso che descrive Gallo è ormai quasi estinto, non più riproducibile. L’arrampicatore moderno facilmente sgarra e se ne frega del prossimo suo (alla faccia della comunità) e anche delle regole condivise; per lui esistono solo il grado su cui discettar per ore e la scorecard da aggiornare. Più sento parlare i climbers, ad esempio dei limiti loro ingiustamente imposti, e più divento birdwatcher. Vero è che talvolta, come spesso in questo paese, far rispettare certe regole diventa esercizio grottesco e ingiustificato, come quando volarono le multe nell’albenghese senza che nessuno avesse mai visto più d’un uccellino. Ma quando ti cali a fianco ad una via con un bucone, come mi successe a Cucco, e da quel nido fugge spaventato un volatile facendone cascare un ovetto che si sfracella al suolo…capisci d’esser tu nel posto sbagliato, e non loro ad aver occupato un attico vista mare senza rispetto dell’altrui proprietà. Il cadaverino rosa venne lanciato nel bosco senza troppo riguardo, con appena un minimo di commozione, e poco dopo altri climbers rapaci si preparavano ad affrontare il tiro. Il Rockstore tempo addietro mise un avviso alla partenza di Vivere di rabbia al Solarium (o Specchio) di Monte Sordo: la differenza fra le passioni si vede pure da queste piccole attenzioni ed auto-limitazioni. Perseverare nella difesa dei propri esclusivi voleri, trasformandoli in diritti, è atteggiamento tipico di un certo fascioleghismo attuale, che si sta diffondendo a macchia d’olio ed è facile capir perchè. Andare incontro alle esigenze altrui è comportamento ormai inusuale, fuori moda, sconveniente. Meglio difendere la cosiddetta e supposta propria gente, attività questa assai proficua a livello del politicante, che diventa punto di riferimento di un’èlite fra tante. Ebbene, oggi che siamo tanti e pretendiamo di contare, di levare alta la nostra voce, siamo anche noi un’èlite arrogante che conta solo in quanto spende, uomini valutati in base al portafogli che mantiene in piedi un’economia di nicchia, la quale peraltro sopravviveva anche prima ed ora vive solo una rincorsa al soldo, pur non patendo esattamente i problemi di Kalymnos. L’outdoor è puro business, la chiodatura sfruttamento delle risorse naturali, l’arrampicatore automa; e il tutto mantiene degli antichi valori condivisi solo un pallido ricordo. L’autonomia ed il senso di responsabilità dei climbers, tanto decantati, davvero hanno bisogno di un aiutino politico e della minaccia elettorale? Davvero contiamo in quanto votiamo, e nulla più? Davvero abbisogniamo di questi mezzucci, e ne vogliamo approfittare?
Vorrei proprio capire se anche i climbers, come quasi ogni altra categoria sociale che si rispetti – o meglio, che intenda farsi rispettare (esclusi quindi questuanti, zingari, immigrati e poche altre minoranze) – intendano abbassarsi a buttare in politica anch’essi il proprio patetico, frustrato e sfrontato egoismo di categoria: l’ennesima difesa corporativa; oppure se vogliano, almeno loro, evitare questa squallida deriva.
Se dal coraggioso (benchè poi smentito) ‘manifesto dei diciannove’ siamo discesi al livello delle roboanti dichiarazioni di Rixi una o più ragioni storiche ci devono pur essere, e non è difficile risalirvi. Occorre però farlo per evitare che il nostro entusiasmo si suicidi annegandosi nella torbida palude degli interessi privati, dove si raccolgono gli istinti animaleschi e si scontrano le ottusità di uomini ormai allergici al confronto, a meno che non sia battaglia mediatica di facciata, messinscena ipocrita, teatrino demenziale di una politica in picchiata verso un gran finale pessimo: quello in cui la mia passione sarà regolata, carezzata, blandita, incasellata; difesa da figuri con i quali nulla vorrei avere a che fare, che a stento c’entrano qualcosa con (i valori per me ancora insiti nel)l’arrampicare.

(foto tratta da Genova 24)

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scarpette_FabioPensavo d’associare questo titolo al recente scempio compiuto da ignoti su Moon Runner: ma di esso s’è già detto in più maniere, e cos’altro resta da chiarire ancora se non che la scalata – 9b o no – sia in disfacimento culturale e morale, così come più o meno tutto il resto?
Punto allora altrove, anche se lo scenario resta pur sempre questo.

“CPR FREE SPORT in collaborazione con PETZL e LA SPORTIVA organizza SCALA CON PETZL E LA SPORTIVA. Sarà possibile provare gratuitamente l’attrezzatura di questi famosi marchi direttamente nelle falesie Emisfero e Erboristeria Bassa.”

Se il climber non va al negozio, è il negozio che va al climber: sino a ieri, tutt’al più, raggiungendolo in palestra; oggi, inseguendolo sino in falesia.
Già lo avevo scritto qualche tempo addietro, in occasione d’un gazebo di scarpette un po’ sfigato piazzato sotto il finalese Monte Cucco, che “il negozio oggi ci insegue biecamente anche in falesia, dove l’acquisto è occasione di festa, simpatica agevolazione che nessuno teme”.
Ebbene, debbo prendere atto mestamente che ancora una volta ci risiamo: del produci, consuma, scala è stato piantato più d’un seme, e la pianta inizia adesso a dare frutti: ma il motto “scalate e moltiplicatevi” che andava in voga nei ’90 carichi di chiodi quale senso intendeva avere? Quello d’una evoluzione o d’una involuzione umana? Quello della scoperta elettrizzante d’un universo in espansione oppure d’una omologazione rassicurante, d’un adattamento alla normalità di un’attività altrimenti considerata strana?
E c’è di peggio, perchè il tutto temo trovi l’approvazione d’una comunità oramai assuefatta ai doni ed alle bizze del mercato, che non so più se rispetto, odio od amo, e neppure se mai dentro davvero ci son stato.
Dopo aver desiderato il pacco gara, inseguito i saldi, fatto carte false per farsi sponsorizzare, l’arrampicatore del nuovo millennio – da spirito libero che era (eppure son proprio tali spiriti che, per quanto evanescenti, egli continua retoricamente a celebrare) – ha ceduto infine al libero mercato ed ai suoi scherzi da prete, che ci porteranno a strisciare il bancomat perfino in parete.
Messa poi la corda in spalla come ai bei tempi andati, la sacca apposita fungerà da comodo shopper, e potremo rientrare a casa soddisfatti e riposati, dopo aver forzatamente prodotto in settimana e liberamente consumato nel weekend fra rocce-stand e negozi-prati.

(foto tratta da Liguria Verticale)

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coda in autostradaRipubblicato da Roby Benvenuti, luglio 2011 (vecchio sito non più esistente)

“E oggi sono molto contento, contentissimo, di non avere il mio nome stampato sulla fronte: per non dover spiegare, raccontare, giustificarmi, per poter salvare la mia libertà di essere diverso in questo vecchio e stanco anfiteatro calcareo.” (Enrico Camanni, Il Circo – Rivista della montagna, 1983)

Rileggevo giusto ieri Andrea Di Bari, l’introduzione ad una vecchia guida di falesie, anni ’90: la ricerca di un proprio spazio vitale nell’ambito della democraticizzazione del sogno verticale. Riportava alla mente l’“amarezza” di Camanni, spaesato nel circo finalese degli ’80 al Monte Cucco, “per un’attività libera che non lo è più”. Vero o falso che sia, è ancora possibile, nel 2011, in tempi di raduni ed adunate ed emozioni sponsorizzate, riuscire ad arrampicare fuori dalla “ridda delle grida”, senza dover fuggire in eremitaggio (e in pericolosa solitaria) in cima ai monti? Certo, basta essere locals. Non un inno elitario/snob ad asocialità e misantropia, ma all’aurea benchè modesta sapienza del conoscitore mezzo climber e mezzo etnoantropologo, per andar contrariamente al consumismo verticale presenzialista e modaiolo oggi imperante. Scusate le parole.
Il primo segreto del vero locale è però ch’egli tutto sapendo, ben poco riveli. Mi limiterò pertanto ad una descrizione in vaga, rozza prosa poetica, priva d’accessi e informazioni utili, ma solo di tanta inutile passione, che solo in altra passione è monetizzabile, poichè solo in altra passione si trasforma. Vocabolo che vien da patimento e sofferenza, non vorrete averci a che fare.

Prendi dunque un normale weekend di luglio, che al mare di notte non si dorme dal caldo e pure a cercar del fresco fra gli alberi la calura t’assale, un weekend che non vedresti l’ora di tuffarti se non dovessi esser costretto anche al bagno di folla consuetudinario fra orde di panzuti turisti in panciolle, smidollati e sbragati, che strepitano divertendosi ma ammazzerebbero per un parcheggio. Quindi, niente mare: lì ci porteremo ad ululare la morosa, forse, una notte con la luna. Parcheggiamo l’auto al solito parcheggio da dove tutti vanno a scalare sempre sulle stesse vie, dagli appigli ormai divenuti color rosa-arancione, e c’incamminiamo altrove. Come parcheggiare comodi in periferia per recarsi in centro città, raggiungendolo tramite una scorciatoia e scoprendolo stupendamente deserto. Only locals. Eppure la falesia esiste, c’è, è pure relazionata. Bianca o grigia che sia, la sua roccia risplende d’una bellezza pura, candida, immacolata: un vero gioiello. Dappertutto scali senza solo tirare, le linee non son strisce di fittoni bensì le capiresti ad occhio nudo, oltre ad immaginarle in sogno; ed alcune sappiamo bene che le potremo immaginar soltanto… Ma le altre le saliamo affamati di calcare, ansiosi da cascare, malati da curare. Una ancora, la più bella, ha da cedere alle nostre maschie insistenze, e stavolta non saprà resistere a lamenti e sbuffi, abbracciando materna e consolatoria gli spavaldi. Questione non di charme, ma di confidenza. Only locals.

Tutta un’altra aria tira nella terra che con la nostra confina: basta saper resistere, in ordine, al cappuccino bollente del sempre più boicottabile autogrill delle Autostrade per Benetton, che neppure mi riusciva di stringer fra le dita la tazzina; ed alle curve nauseanti che invitano a sagre d’innominabili, inquietanti specialità locali – pur evocando violenti ceffoni, di focaccine mi dicono alfine trattarsi. Dopodichè, occorre saper guardare ove di roccia non se ne vede, intuire fra le dolci curve dei colli e gli orrendi scavi delle cave, fantasticare con gli occhi tra le nuvole, immaginar salendo. Impresa ardua per tutti oggigiorno, fuorchè per i matti e per chi, amico dei matti, il segreto già conosce, essendogli stato da questi raccontato. Egli sa che, ad esser particolarmente fortunati, lassù si troverà aria fresca di primavera, da infilarsi un maglione, ad avercelo! E pensare che stanotte dal caldo quasi non ho dormito. E che l’ultima volta che venimmo qua la parete grondava furibonda il proprio stesso sudore. Ma con queste incredibili condizioni di aderenza, dove staranno nascosti i locals? Forse a chiodare l’inchiodabile, che tanto qui pare ci sia sempre qualcuno capace di salirlo? O forse a spiare le nostre goffe movenze fra i rami dei castagni? Non penso proprio, anche se da queste parti stanno alquanto legati al vale/non vale, la gente è riservata ma accogliente, affidabile e serena, e poi la parete è ampia e c’è spazio per tutti…specialmente oggi che siamo in due! Questione di privilegio, non so se meritato. Only locals, o quasi.

Per ultimo, il colpo di scena: spariti sono i locali perfino dalle loro stesse falesie segrete! Ce ne son credo già ben quattro nella zona, ben nascoste fra ripidi pendii boscosi a rischio frana, gole cupe ed oscure, parole dette e non dette. Qualcuna, ohibò!, prende anche sole: da queste parti infossate, ed oggi poi!, con questo cielo nero spaventoso, non l’avrei ritenuto possibile. Non c’interessa: è il fresco che da visitors cerchiamo, ed il miracolo avviene nel pomeriggio sotto forma di venticello da comoda felpa estiva non appena gli unici altri due avventori han deciso d’andarsene, scacciati dall’afa. Approfittiamo e performiamo più che si può; per noi ci vuol poco a festeggiare, anche in tempi di globale critica mestizia e tragiche commemorazioni. Cercano i grandi del mondo la pace nel mondo a suon di bombe a nome nostro, io a nome mio la ritrovo nel buco di culo del mondo che più bugie non permette di sentire, ma soltanto gli uccellini là su i rami e il fiume in fondo. Figlio dei fiori mai, ma è di questo che adesso e forse sempre ho avuto voglia e (bi)sogno: più che di rivalsa pace, più che di rivolta sonno.
I’m tired, so tired. / I have sleep to do. / I have work to dream.” (Bill Knott, (End) of Summer (1966))
Noi siamo appena all’inizio dell’estate, ed il nostro piacevole lavoro extralavoro è fatto prima ancora d’esser stato sognato. Il sogno è (as)salito, provocato, a forza e in fretta e furia realizzato, vinto a suon di frenetiche ma estetiche tallonate. Stanchi ma contenti, anche coi piedi a terra ci mettiamo per traverso occhi alle nuvole, ritrovando il nostro equilibrio nel sonnecchiare abbandonati sullo sbieco tavolato roccioso, che non sai più dov’è il diritto ed il rovescio, ma il giusto e lo sbagliato sì. In direzione ostinata e contraria sognando d’andare, fuori dall’incubo plumbeo e da ogni civilizzata repressione, ingenuamente liberi, cocciuti e diffidenti per espressa vocazione. Only locals, anzi: locals d’adozione.

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La Storia Infinita“Quando avevo scoperto il castello senza nome, ero ad un’altezza, ad un grado di perfezione e di purezza che non raggiungerò mai più.”
(Alain-Fournier, Il grande Meaulnes)

Parafrasando i Sisters Of Mercy denuncio l’incapacità di scelta della massa rampicante, trascinata da ovest ad est da cuciture made in China, sirene zoppe e false muse, fra grotti e discoteche, giardinetti solinghi e adunate in cimiteri, da un frastuono di numeri e lettere poco colte sulle quali all’infinito interrogarsi e litigare a stanchi sguardi di venditori in sandali e braghette nel campeggio di Ceuse. Dove si vada anche ‘sto weekend è decisione del destino solo se la nostra passione è fragile, o se ad essa ci siamo davvero abbandonati? Non sempre vagare significa perdersi, Tolkien c’insegna. E pure il perdersi – almeno qui, tra Finaleros – è motivo di vanto e dà soddisfazione: poichè, come sappiamo per averlo un tempo o nel tempo imparato, imparati non si nasce, e l’imparare è maturazione che s’avverte sulla pelle a forza di graffi e di ferite e che salva, quantomeno il cervello, dalla marcescenza.
Il Castello con i suoi muri bianchi e grigi perfettamente verticali non è qua, sta altrove, poco distante ma abbastanza per lamentarsene: sta sull’isola che c’è, ma è diventata cara come il fuoco e così d’isole magiche se ne sognano altre e per più comode ma intricate boscaglie ci s’accontenta di girar perdutamente. Cornei ad esempio è un mare tempestoso, un gorgo, un vortice di ricordi e d’emozioni: una poesia intrisa di sconforto ritrovata una mattina alla Bocca di Bacco, una passeggiata al sole bruciante d’un inverno inquieto accompagnati o in cerca di top model che sappiano placar fra i Ciappi i soliti umanissimi desideri.
Oppure la falesia fantasma del Castagno, ne vogliamo parlare? L’amico grande Gustavo, pur combattendo eroicamente nella foresta coi fantasmi suoi, novello (e corpulento) Atréju arrancante come noialtri a bicchiere in mano nelle Paludi della Tristezza, mai riuscì a raggiungerla. Ma non tutti i desideri valgono la sofferenza e la fatica, ci dicemmo allora; e ci apprestammo sudati e rassegnati a spendere il secondo o terzo buono-consumazione. Fantàsia non fu non dico salvata, ma neppure mai scovata. L’Infanta Imperatrice forse ancora ci aspetta: ma spero si sia scocciata e sia fuggita altrove, magari a Scimarco o meglio ancora in qualche falesia dove ho già stra-salito tutto ed ogni segreto, ogni appiglio, ogni piega o ruga della pietra già conosco. Così potrei raggiungerla e raccontarle di quanto l’abbiamo cercata invano sin dai tempi degli infidi presunti quinti gradi, e poi i 6a e poi i durissimi 6b di gioventù, fino ai gradoni odierni che nulla più valgono una volta decaduto il sogno, svanita l’avventura. Finalmente Lei sarà mia assieme a tutti i gradi alcoolici e non del mondo ed il segreto Dominio allora sarà nostro, sarà sempiterna festa e forse solo allora cesseremo di arrampicare e di vagare.

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«Quando piove sui climber piovono pietre.» (proverbio inglese parafrasato, ben sapendo comunque che i climber tanto poveri non sono, se non di spirito e di cultura)

Quanto segue è da considerarsi un annuncio ufficiale.

La situazione sta degenerando: mentre, come baluardi d’un tempo dai più dimenticato o peggio sconosciuto (per forza, se le levi dalle guide…), le vecchie pareti brillano nel cupo oblìo della luce riflessa dai chiodi ivi infissi in epoche dorate d’irrecuperabili passioni ed entusiasmi, le nuove falesie che crollano dalle nostre parti rivelano l’ansia da consumo d’una umanità in misera decadenza, strapiombante sul declino. Al parcheggio ora c’è l’area parcheggio (e a Cornei il cubo di Rubik), domani il parchimetro (o parcometro, che più s’addice al parco giochi), dopodomani il pass che mi escluderà. Ci muoviamo sui sentieri ciondolando rumorosi come vacche, inseguendoci come pecore, scrutandoci come cani; non ci annusiamo, ma leccheremmo volentieri la tipa di quello lì, che fra l’altro lo conosco e non si tiene un cazzo. A lato d’ogni sentiero si colgono bianchi fiori che crescono a sprazzi, spruzzati di colore: un artistico cimitero di materia organica cui manca solo la targa, la firma d’ogni autore… Merda di climber. In falesia gli alberi non crescono più, infastidiscono come i dannati operai a passeggio per l’autostrada, che chissà chi ce li abbandona; un tempo udivi i cinguettii, almeno prima degli spari dei cacciatori, adesso speri che non t’aggrediscano i cinghiali perchè ti riconosci non più ospite, bensì invasore. Piovono talvolta pallini di ricaduta sul nostro egocentrico orgoglio, ma pioverà mai tanto da cancellare il nostro esibizionismo intestinale? Di certo piovono pallini, pietre – onore ai chiodatori, che più d’ognuno di noi rischiano per primi – e ultimamente perfino pitons sul povero climber del duemila. Dal Finalese alla valle di Albenga passando per Toirano è tutto un muover di fittoni, un girare di coglioni, una sfida tra Soloni: ci s’interroga sui motivi e sui rischi, ci si scanna reciprocamente, e spesso a slogan, fra bande di utenti (roba da rievocar Frankie Hi-NRG e la sua Fight Da Faida) sulle responsabilità dei pochi eppur tanti chiodautori, s’abbandonano gli hot spot à la mode dell’anno prima e si raschia il fondo del barile scalando dove di incidenti ancora non s’è mai parlato, ci s’affida ognuno al proprio santo e s’affrontan le pareti col terrore, a braghe larghe e magliettina fashion, ma sentendosi legati a corda di canapa girata in vita coi pantaloni alla zuava. A colpi di martello chiodavamo, a colpi di martello ora si schioda. E’ un ritorno al futuro rovinoso poichè inatteso, un viaggio moderno a ritroso nella storia alla riscoperta d’emozioni superate per sport, per una presunzione di fallibilità: so già che cadrò, perciò metto la rete. Vittorio Arrigoni escluso, non son tempi da eroi. Saran contenti gli ultraortodossi del chiodo da roccia dall’etica pura, che non è un lasciapassare buono dappertutto ma tutto sommato dopo decine d’anni forse tiene. Eliminato a colpi di resina il forse, e talvolta anche il magari, ci accorgiamo tutt’a un tratto di non tenere abbastanza, ma di temere un sacco. Saggiamo con pollice ed indice ogni chiodo come se stessimo a leggere fondi di caffè, per forza poi oltre alla paura un po’ di nervoso ti viene. Il destino ci si mostra ad ogni passo in tutta la sua fatalità, ed esso è infallibile senz’altro, sbagliare non sbaglia mai. La vendetta del chiodo è implacabile e basata sulla legge del contrappasso: lo stress sotto carico che subì oggi viene subìto dallo scalatore sotto forma di stress da chiodo in libera uscita. Ma l’Inferno, signori, può ancora attendere: la falesia rappresenta pur sempre il nostro terrestre Paradiso, non resta che dimostrare a noi stessi d’essercelo meritato.

Per verificare se i fittoni resinati muovano solo in Liguria è stata nominata un’apposita commissione, della quale mi vanto di far parte.
Per voi andremo e cascheremo.

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Maggiori informazioni sullo stato dell’arte delle falesie liguri…
Liguria Verticale
Linee di Marco Pukli
Arrampicate
Forum Quotazero – RESTYLING FALESIE ALBENGA
Forum Quotazero – Problemi sui resinati
…e non solo:
PlanetMountain – Sicurezza dei fix per l’arrampicata in ambiente marino

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