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Posts Tagged ‘finalero’

stop-loi-travailEsiste certamente un delirium tremens da astinenza dall’arrampicata, che colpisce i soggetti affetti da alpinismo cronico; ma anche un altro causato dall’eccessiva ed ossessiva pratica con scarsi risultati.
Delirio semiserio d’un climber vagamente afflitto, speranzoso in un qualche straordinario effetto.

“Recenti indagini di mercato della Nielsen di Milano rilevano che il numero di circa 8000 persone praticanti l’arrampicata sportiva cresce con un tasso annuo del 10%” (dal sito Montagnalavoro, non più esistente)

L’arrampicata è un continuo problema da risolvere: un vero stress.
Non so perchè l’abbia cercata, trovata e scelta, e come abbia fatto poi a resistere – io a lei, ma anche lei a me. Forse perchè, una volta acquisita un po’ d’abilità, in fin dei conti sbagliavo molto poco. Ma se è sbagliando che s’impara, per quanto tempo non ho progredito? E progredire cosa comporta, da cosa si capisce? Dal grado? Nello stile lavorato, oppure a vista?
Perchè tante domande?, direte voi. Perchè tante differenziazioni e specializzazioni?, risponderei. Perchè quest’affidamento a regole e metodi, questa legge francese del numero (più letterina) alla quale tutti, me compreso, c’inchiniamo? Perchè questo volersi ritrovare, più che in compagnia e in comunità, in un branco di bestiole scalpitanti che null’altro hanno da condividere se non inutili informazioni superficiali? Ebbene sì, la tua via è a destra, mentre la mia è a sinistra: diamine, sento che siamo già troppo vicini. Allontanati tu! Io la mia la sogno dal sabato scorso, tu manco sai dove ti trovi e ancora hai da trovarla, e se non c’ero io adesso stavi a girar sperduto alla base della falesia, pensando d’essere in un’altra.
No, non mi vanto d’essere un local, anzi la cosa un po’ mi nausea e mi disgusta; m’annoia insomma, conto i miei passi sul sentiero e penso alle orme che devo averci lasciato a forza di tornare e ritornare. Neanche avessi qualche cosa da provare; ormai è storia passata, vi lascio fare. Sento gridare: dall’altra parte della valle c’è gente più entusiasta di me che in pieno inverno ha deciso di scalare all’ombra, pur di liberare qualche nuova linea nell’ultimo settore rimasto da esplorare – che non è poi mai l’ultimo davvero, giacchè una fortuna geologica specifica assiste il Finalero. Eppure…eppure qualcosa fra questi boschi oggi mi manca, e ancora non so se non lo riesca più io a trovare o se abbia finito quel qualcosa per svanire: una magia che non s’esprime a suon di fittoni e resina, calati ormai dall’alto in modo standard, ma che risaliva placche, muri, spigoli e strapiombi con tutt’altra energia e generando una diversa emozione; forse guidata proprio da una più profonda intuizione, quella di chi vuol scoprire anzichè sfruttare, creare invece di ripetere, immaginare in luogo di conquistare. E noi gli s’andava appassionatamente dietro, collezionando foglietti con schizzi imprecisi, gradi da confermare, nomi da celebrare, valori da dimostrare; fra aggiornamenti già superati, ferite da sciancabraghe, vicoli da streghe. Quando a Triora la processione religiosa svegliò il nostro campeggio originale, capimmo forse già allora la bellezza d’un’esperienza primordiale: accamparsi vicino a un sogno per accarezzarlo, tenerlo premurosamente in vita, che sia chiodato bene o anche chiodato male.
Per carità, io per primo so di essere un banale, misero, innocuo ed incapace ripetitore d’avventure altrui, ma non credo siano soltanto l’età e la stanchezza a separarmi da quella stagione d’entusiasmi sempreverdi. Le strade erano nostre, le pareti pure. Eppure ci avvicinavamo ad esse col rispetto e la circospezione che si hanno nei confronti di un’opera d’arte, anzichè con lo sguardo inebetito di chi si sforza di gettare la cartaccia nella pattumiera. Non avevamo impegni, in compenso avevamo forze: si arrampicava da mattina fino a sera. Gli alberi erano parte della falesia, nessuno richiedeva parchi giochifalesie Family con basi comode per i passeggini, nessuno si lamentava della marcia troppo lunga o della chiodatura assurda. Tutto era od appariva come era giusto che fosse, persino quand’era sbagliato; forse, semplicemente, per il fatto di non esser meglio organizzato. Era libertà pura, di chiodatori e salitori; con la possibilità di ritagliarsi pure dei dolori o malumori. Non c’erano battaglie con il vicinato, salutavamo pure i cacciatori, mentre oggi resto senza fiato ad ascoltar vaccate e fatico talvolta a salutar quelli di fuori. Peraltro mi rendo ben conto di rischiare di cacciarmi nella stessa situazione non appena mi dovessi ritrovar fuori regione. Sarò cambiato io, non ci son dubbi, o sarà cambiata l’attività, ma i salitori di ieri mi sembran diventati oggi piuttosto…discensori. Quanto in basso s’intenda arrivare è materia d’analisi verticale che lascio approfondire ai prossimi ricercatori.

(foto tratta da neXtQuotidiano)

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el calabronRipubblicato da Roby Benvenuti, giugno 2011 (vecchio sito non più esistente)

Della vittoria della natura sull’uomo, ma soprattutto sul climber.

“falesia del Cinghiale: recente, non unta, gradi umani, arrampicata varia su roccia stupenda, buchi di tutte le fogge, bel posto e c’eravamo solo noi”

“in diversi luoghi è mancato poco che gl’insetti volanti non mi abbiano consumato in fino alle ossa” (Giacomo Leopardi, Dialogo della Natura e di un Islandese)

Metti un pomeriggio quasi estivo alla Falesia del Cinghiale, per evitar le solite opzioni giungla di Boragni o cengia di Scimarco.
L’anno di scoperta e valorizzazione del sito fu il 2008. L’anno dopo il buon Robi scalò forse per primo Tremula, dichiarando 7b/c, e io posso gridar che c’ero; mi limitai quel giorno a ben altro gradino: Risonanza, traversata presunta di 6b seguito da enigmatico punto interrogativo, osando stupidamente mostrar fiducia nel dubbio…ma scoprendo soltanto oggi con soddisfazione il piacere perverso della certezza postuma, che fa 6c o 6c+. Numeri siamo, che altro?
L’ombra arriva quando serve, tanto più se l’arrampicatore prima dorme eppoi si perde lungo il sentiero, svoltando in direzione sbagliata al bivio dalla corda fissa, per dimenticanza dei giorni felici ed assolati trascorsi in gioventù al Tempio del Vento; qualche buon uomo c’ha messo degli ometti, pure lì tra fasce e sterpi: nel caso così anche chi si volesse ostinatamente smarrire non ci riuscirebbe, chiaro esempio di limitazione della libertà individuale tipico dei giorni nostri. Ma come, non v’ha insegnato nessuno che il finalero D.O.C. s’ha da perdere pei boschi almeno qualche volta per guadagnar la nomina e la stima? Vabbè, almeno ci siamo arrivati; dal basso questa volta, chè pensar d’andare a scalar scendendo è cosa buona solo per quei matti del Verdon, e il sentiero dall’alto qui è quasi una calata.
La solitudine ci fa buona compagnia. Se si eccettua un involucro di barretta accartocciato in una cavità non considerata utile quale appiglio, di rifiuti manco l’ombra, neppure il classico fazzoletto da cagata.
Un silenzio di pace regna sovrano, solo cinguettano gli uccelli e strisciano nere le lumache in cerca di funghi da gustare. Noi che cerchiam fittoni da inseguire qui ne troviamo tanti, nuovi e luccicanti, che fanno effetto a guardarli così diligentemente sparsi in un luogo che pare invece vecchio, muschioso e abbandonato. L’erba e i rovi han preso il sopravvento, un fico ha trovato spazio dov’era più semplice: nel diedro iniziale dell’unico quinto della parete. Grigie farfalle appiccicate dappertutto si staccano in volo ad ogni mio movimento, per chi scala una bella scocciatura, ma dal basso – dice – pare poetica visione dalle rimembranze márqueziane (Cent’anni di solitudine), novello Mauricio Babilonia il sottoscritto. I ragni lavorano sodo, le cavallette aspettano un segnale, la processionaria schiva s’occulta, formiche e zanzare sono offerte gratis in gran quantità, i purchin corrono colorati a nascondersi in qualche buco, e ci sta pure un tiro che si chiama Cimice, giusto per non farsi mancar niente.
Ma nel buco che non t’aspetti sta il calabrone a guardia del suo nido, proprio quando l’ennesimo 6a dalla roccia eccezionale sta per lasciarti abbandonare al solito godere. Me ne accorgo solo dopo aver piazzato il mio vecchio e stanco rinvio: ridiscendo allarmato e per un poco ci studiamo; ma la sfida è già perduta, l’orrido essere mi mostra infine il culo e dal pungiglione spruzza forse del veleno, ed io capitolo tra un roboante svolazzare d’elicotteri che non hanno intenzione alcuna di prestarci aiuto. Se dunque lassù troverete quel rinvio, vittima d’ingenua imprudenza e di troppa passione per l’escursionismo da calcare, vorrà dire che non ultimi fummo a rispondere di tali rocce al richiamo, e che il lavoro certosino del chiodatore non sarà stato invano.

Annotazioni postume e guardone: qualcun altro s’è perso, e gli è piaciuto.
Chissà che non abbiano vinto loro il mio rinvio.

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