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Posts Tagged ‘ferie’

mare nostrumMigranti e rampicanti nella stagione autunno-inverno 2015 hanno spesso condiviso ancora la medesima destinazione; ma c’è chi dal viaggio intrapreso non è tornato indietro, e chi preferirà non arrischiarsi più ad una vacanza divenuta insolitamente preoccupante.
Con più di 7 mila profughi sbarcati (dati aggiornati a fine ottobre) ed una cifra incalcolabile di morti, Kalymnos è oggi vittima fra le vittime dell’ipocrisia, con o senza e prima e dopo i tragici fatti di Parigi; i quali poi son riassumibili così: finchè a crepare come cani sono gli altri, chi se ne frega…in compenso, noi ci teniamo stretti il cane-eroe. Credo consista proprio in questa consapevolezza cinica e brutale la nostra presunta eppure tanto decantata superiorità culturale; nonchè nella nostra accidentale libertà occidentale di far vacanze libere su tutta la libera terra, libertà mai come adesso tanto platealmente ipocrita cui dedicar retorici editoriali di rito ad accompagnamento di macabre danze di guerra.

“Parliamo, io e te. Parliamo della paura.” (Stephen King, dalla prefazione ad A volte ritornano)

“Dio o chi per lui / sta cercando di dividerci / di farci del male / di farci annegare” (Lucio Dalla – Com’è profondo il mare)

“Il Comune di Kalymnos ha iniziato oggi la distribuzione di riso ai bisognosi, che si concluderà venerdì 11 dicembre 2015”

“non se ne può più, non se ne può più anche solo di immaginare queste traversate e queste morti. E’ una vergogna che non si riesce nemmeno più a raccontare e che andrebbe fermata con le mani di tutti. E’ il più grande fallimento della società e della storia umana, il nostro Mediterraneo di cadaveri”

“questo non è più il luogo idilliaco delle vacanze degli europei. Per paradosso della storia, il Paradiso è diventato l’Inferno. Questo, oggi, è il confine d’Europa, la tragica linea del fronte tra i mondi in disequilibrio.”

Disequilibrio. Con una sola parola, che ben conosciamo, si può riassumere la trasfigurazione subìta recentemente dall’isola da favola d’ogni arrampicatore, dove oggi c’è chi stenta ad arrivare, dando vita ad una “tragica, evitabile, quotidiana contabilità dell’orrore”. Parlavo giustappunto d’inferno negli ultimi aggiornamenti in forma di commento a Kalinikta, dove cerco di tener maldestra traccia di arrivi e di mancati arrivi, fingendo di non voler tenere conto del fatto che continuano ostinate le partenze di nuovi possibili cadaveri.
E noi, presunti vivi, siamo volati decine di volte a Kos, dove la cittadinanza è oggi in rivolta contro campi profughi e centri di registrazione e smistamento (“hotspot”); e di lì a Kalymnos, alla ricerca di pace e di equilibrio: psicofisico, corporeo, verticale. Non so se Simone conosca o pratichi l’arrampicata, per quel che ne so è un appassionato velista. Utilizzando quella parola però ha intuito che quel che ci mantiene attaccati al nostro sogno di roccia corrisponde a ciò che manca all’interno del nostro piccolo mondo, e fra esso e gli altri. E’ sempre stato possibile concepire la scalata quale antidoto (illusorio) al nonsenso ed alle tante assurdità del nostro vivere: un’evasione e assieme una ricerca di un minimo di senso, in ambito ludico-avventuroso, che restituisse un significato allo stare in vita, alla passione, alla fatica; per questo, se pure involontariamente, è stata e viene tuttora così spesso presa tanto seriamente: perchè questa ricerca, per quanto inconsapevole, di una ragione profonda per viaggiare, scoprire e salire riesce ad andare al di là del movimento in sè, del gioco e della competizione. Più di tutti son gli atleti a prendersi sul serio: ma loro son pagati, lo fanno di mestiere. La passione gratuita non restituisce invece altro che emozioni, da sentire e da sapere, da toccare con le dita: e per cos’altro si rimane in vita? Si tratta quindi di un percorso assai importante, che merita un’attenzione maggiore di quella che comunemente si dedica alle tabelle di allenamento ed al registro delle performance. Oltre al gesto atletico c’è un tuffo al di là della realtà, un distacco dal mondo che può diventare introspezione ed infine ritorno consapevole alla realtà di partenza: una sfida basata tutta sull’equilibrio, che ci permette di comportarci al meglio nell’ambiente tridimensionale in cui ci muoviamo e confrontiamo, e non soltanto nel senso del saper restare appesi a volte, grotte e soffitti, ma anche del sapersi (ri)conoscere e mettere in gioco.
Ha detto Dal Prà (in un’intervista su Uomini & Pareti) che ogni scalatore si può immaginare come se avesse “una matita sulla pancia”, e che dalla linea ch’essa traccia sulla parete se ne possa ricavare la personalità, il carattere, lo stato emotivo, piuttosto che la forma fisica: siamo i movimenti che produciamo, l’equilibrio che raggiungiamo. Ma tutto questo avviene nell’ambito di un mondo frenetico e grottesco che lascia poco spazio al senso ed al perchè delle cose, alla pazienza, allo studio, alla conoscenza di sè e degli altri. Numeri e numeretti prendono rapidamente il posto dell’esperienza, e se si sbaglia ci s’incazza: è sempre più il risultato a contare, e non quel ch’esso significa e comporta per davvero. Tentar non nuoce, ma fallire – ammettiamolo – è frustrante; e pensare che per noi è o dovrebbe essere, per l’appunto, solo un gioco. Se così fosse, torno a dire, c’importerebbe poco. C’è invece molto di più, almeno in teoria; nella pratica, invece, il way of life da molti rivendicato a cosa si riduce? A vestir solo la marca pubblicizzata da un big che ti seduce! Ma quel che sta accadendo a Kalymnos (a patto di volersene accorgere) ci sbatte in faccia una realtà cruda e violenta che supera la nostra comune percezione di avventura e wilderness. Noi tutt’al più ci siam perduti al buio di ritorno da Arginonta Skyline; chi rischia la vita per fuggire dal proprio paese ha già oltrepassato un confine che non comprenderemo mai, neppure provando un grado di difficoltà mai prima immaginato. Il fallimento per costoro implica la morte, mentre la vittoria è un insperato terno al lotto. Il nostro sforzo massimo si limita invece a sognare un 7 o un 8, riequilibrando le fatiche dell’allenamento con quelle del lavoro e divertendoci a giocare con la sorte. Rispetto ai rischi che corrono loro siamo sfigati da villaggio vacanza, da sfavillante e squallida prigione d’oro. E ci raccontiamo storie d’imprese memorabili che si sgretolano come pietra poco solida, narrazioni che non reggono alla prova della Storia, utili all’ego d’un me ne frego. Su quest’individualismo fortunato, che fa della nostra vita la vita fra tutte più preziosa, si basa parte del potere del sistema che ci domina. Per questo consideriamo certe tragedie più gravi di altre, e valutiamo i bombardamenti difensivi inevitabili; accettando sproloqui autoassolutori, ossimori ed altri abili giochi di parole, purchè servano a rappresentarci incolpevoli e a garantirci un comfort in realtà del tutto illusorio, una impossibile stabilità definitiva. Quand’anche avessi conquistato il tuo angolo di pace o buen retiro ad Emporios, per esempio – laddove più altro non c’è, giacchè finiscono la terraferma e le falesie -, perfino là ti raggiungerebbero la crudeltà e l’assurdità dell’esistenza, sotto forma di disperati alla deriva.
thanks_KalymnosIn un numero particolarmente ‘impegnato’ (tanto da domandarsi se arrampicare possa essere, in certi frangenti, “un acte politique”), Grimper consiglia di non abbandonare l’isola ed il sogno, di continuare ad aiutare l’economia locale e, se possibile, anche i profughi, facendo appello ad un “esprit solidaire” che già si concretizza nello sforzo di alcuni volontari locali e di qualche climber di buon cuore: parole sante, che però non ci modificano nella nostra essenza, dando per scontato che noi si sia quel che si è, con il nostro fardello di responsabilità collettive, e che non si possa essere altro; turisti non per caso, ma per culo e che si prendon per il naso, turisti intendendo restare. Quale strada prenderebbero le cose con o senza il nostro turistico apporto non si sa, ingrato compito nostro è quello di…continuare a scalare. Sai che rivelazione, e che novità: è quel che facevamo già, e che speriamo ovviamente di poter continuare a fare! Saremo mai altro? Saremo mai qualcosa di più che arrampicatori, o per meglio dire arrampicatori per davvero? Avremo mai il coraggio di specchiarci nella parete che saliamo, e di guardarci salire? Quale immagine ne ricaveremmo, quale disegno a matita? Sensazioni e paure più o meno inconsce o indotte dovrebbero prima o poi lasciare il posto alla consapevolezza acquisita, la stessa che ci dà equilibrio e confidenza permettendoci di progredire. Sapere il motivo per cui si procede non è cosa da tutti, ma il tentativo dona un senso all’alzarsi in piedi d’ogni giorno; ben altra cosa dall’affidare al raggiungimento d’una sosta e un numerello il godimento quasi orgasmico, liberatorio, che dura appena qualche secondo pure quello.

“Godiamoci dunque queste spicciole giornate di ferie, di pausa tra un periodo e l’altro di lavoro e di totale alienazione, questo interludio di diversa distrazione e di consueto rimbambimento, tanto la nostra scelta l’abbiamo già fatta, o meglio, ce la servono pronta. E del resto quale pazzo metterebbe anche solo per un istante a rischio la propria situazione?”

siriani_kosNon resta insomma che accontentarsi ed autogiustificarsi, artificio in cui siamo esperti (“Siamo indulgenti con noi stessi, come sempre”); o pretendere da sè e dagli altri di dare finalmente un obiettivo e una coerenza, e quindi un equilibrio, al tutto. Nel primo caso sarà facile andar dietro all’apologia della vacanza occidentale fatta da Mario Calabresi su La Stampa (molto apprezzata dai compagni neoliberisti del Pd, nonchè dai giovani ciellini, e poi ripresa non a caso da Sallusti sul Giornale), il quale inneggia per l’intero articolo alla libertà d’andare in ferie: un privilegio destinato a pochi, in verità. “Hanno cominciato a toglierci l’ossigeno 14 anni fa, in una mattina di sole di fine estate, quando quattro aerei sequestrati da piloti kamikaze decretarono la fine del nostro modo di viaggiare”. C’è chi è costretto a viaggiar con molto meno, in condizioni climatiche romantiche, benché meno poetiche, rischiando tanto quanto: ma a noi occidentali superiori di queste altre storie terrificanti cosa importa? “Mai più spensieratezza” è la drammatica conclusione: amen, la spensieratezza è morta. Non abbiamo quindi perso granchè, tutto sommato. Forse, caro il mio cronista spensierato, se ognuno di noi si fosse adoperato per ridurre certi drammi e non generarne altri, avremmo anche potuto permetterci di godere il nostro benessere più o meno meritato. Viviamo invece nella più totale inconsapevolezza, pensando sia un nostro diritto naturale. Così, “Prima ci sono state rinunce esotiche”, poi “Siamo arretrati, sempre più chiusi nel cortile di casa”, ed infine ogni luogo è diventato un luogo pericoloso: “Aerei, metropolitane, treni, adesso i bar, le terrazze, i concerti e lo stadio”. Vuole “ricominciare a vivere” spensierato Calabresi, a godersi le vacanze (anche esotiche), il Papa, la Sindone, l’Expo, il Museo Egizio e le rovesciate (ebbene sì!) come se nulla fosse; e non sembra importargli granchè della situazione di quei luoghi esotici, di chi a ricominciare a vivere più non riuscirà, o se vi riusciranno i superstiti dei viaggi veri – non quelli della vacanza, ma della speranza. Fra i viaggiatori per diletto e quelli in cerca d’accoglienza per pietà, sembra che soltanto il ricco uomo bianco possieda una vita sola, garantita in serie A! Le decine di migliaia di morti nel Mediterraneo pesano davvero tanto poco? Presumo che la risposta sottintesa sia: pazienza. “Del resto muore gente senza nome, che non orienta alcun peso politico, alcun peso economico”, sottolinea Perotti giustamente. E’ questo il punto: “anonime sono le migliaia di morti in questo mare vergognoso”, dove soccombe gente che per noi non conta, gente diversa da noi, ben diversa da quella che affolla le nostre sacre metropoli, per la quale si scatenano guerre postume e preventive (insomma perenni), delle quali la politica si ciba e l’economia vive.
Quando Calabresi separa noi da loro, separa quindi concettualmente prima lui del terrorismo due mondi differenti: quello della ricchezza e quello della povertà. Quel che dimentica di dire è che buona parte di tale ricchezza proviene proprio dal fatto d’aver più o meno direttamente costretto altri in condizioni di guerra e/o di povertà, o dall’averne quantomeno approfittato. Se i tanti che s’indignano a comando fossero in buona fede, non dovrebbero considerarlo un trascurabile dettaglio. Ma a costoro importa non tanto la conservazione della propria libertà, quanto quella del proprio tenore di vita; alla faccia di chi ha i soldi solamente per scappare dalla propria invivibile condizione, e trascurando che spesso quell’invivibilità dipende dalle scelte dei nostri cari governi occidentali, e dalle commesse e dagli affari delle nostre amate aziende tricolori. Nessun segreto o mistero, informatevi, e già che uscite a respirare badate a metter soprattutto la testa fuori: scoprirete che certe libertà si conquistano, van meritate. Chi si mette in viaggio per davvero ci prova, vi è costretto; chi va in vacanza nel migliore dei casi prova forse solo a dimenticare per brevissimo tempo quel che è: osservatore passeggero, non pacifico ma imbelle, non incosciente ma impunito, ignavo o rassegnato ad un terrorismo di Stato e di sistema quotidiano, ad una criminalità alta, mafiosa, rispettabile, b(l)andita, giustificata. E a lui, cioè a noi, la compartecipazione psichica con quell’orrore ben studiato, chissà perchè, non verrà mai applicata.
Per esorcizzare colpe e nasconder verità si preferisce accomunare i terrorismi d’oggi e di ieri azzardando arditi parallelismi, perchè è più facile limitarsi a dire che “il terrore fa rima con kalashnikov”, mica con bomba; eppure è quest’ultima, concorderete, a far rima con tomba. Sarà che d’una rima lontana non ci giunge chiara l’eco, ma dovremmo poter capire che se le vittime si moltiplicano non è per via d’una barbarie sola; e se è vero che il terrore colpisce “persone e obiettivi che non hanno alcuna responsabilità per le guerre e i conflitti che si sono determinati nel mondo”, andrebbe aggiunto che ciò è da ritenersi vero se ci si riferisce alle responsabilità individuali…mentre quelle collettive chi se le accolla? Manco a dirlo, dovrebbero farlo i nostri (legittimi?) rappresentanti. Ma, per combinazione, di essi il terrorista si disinteressa (complotto troppo?); viceversa, quelli al terrorista s’interessano eccome: quand’è conveniente, addirittura per salvarlo e tenersi il malloppo. Quanto a noi, fino a che punto si può dir che non c’entriamo? Basta il fatto che non impugnamo volentieri una pistola? Lavoriamo però in tanti diversi campi che hanno più o meno direttamente a che fare con la guerra, con le armi, con repressione e controllo, con la violenza (in America la portano anche a scuola); e tolleriamo fin troppo silenziosamente l’esistenza di leggi che rendono semplice e naturale il traffico di armi ed armamenti, mentre agli esseri migranti abbiamo il coraggio di rendere difficili diritti e movimenti. Pertanto, quale “dialogo” o “processo di pace” s’intenderebbe rilanciare, quando teniamo in piedi noi per primi un sistema di guerra e di violenza che non fa che alimentare nuovi terrorismi? Questa è la verità che ancora una volta si tace, che si evita sempre di guardare, preferendo l’abuso di frasi ad effetto trite e ritrite, luoghi comuni democratici, scuse troppo facili – perfino un incredibile “ricatto” psicologico che subiremmo, oh noi poverini!, da parte degli “occhi dei bambini”
quando_la_guerra_torna_indietroInterventi militari/coloniali a parte, non è forse considerabile come un “attacco alla democrazia, la pace e la libertà” la produzione, la vendita e l’esportazione da parte nostra di bombe che poi vengono lanciate altrove? Oppure il solo fatto ch’esse vengano fabbricate e smerciate qui, ma lanciate da un’altra parte (magari in paesi non propriamente democratici, dove l’estremismo prende piede) ci manleva da questa responsabilità? Quanta ipocrisia in questi piagnistei sindacali unitari, in questa comunione di onerosi sensi, in questo lavoro acritico e senza qualità preso per panacea di tutti mali! Tutti c’entrano ma nessuno c’entra, noi non c’entriamo mai ma qualcun altro chissà come poco più in là crepa, sarà la sfortuna: e non ce ne curiamo…fino a quando l’orrore non tocca improvvisamente noi anzichè, com’è consuetudine, altri più sfigati di noi. Quindi dov’è il problema, perchè tanto sconcerto? Saremo presto turisti-padroni d’un deserto. Nessuno è purtroppo il primo ad esser morto invano, vittima d’un mondo già di per sè inumano – che non è migliore se si scanna per un parcheggio, anzichè per il Corano -, e d’un mercato che sa guardar distante, e che sempre più lontano prova a piantare semi d’odio, generando o soffiando sul fuoco d’irragionevoli conflitti utili a mascherare e ad annullare quell’unico conflitto che potrebbe fargli male.

“Io credo che nonostante le enormi divergenze, la determinazione intellettuale intrepida, costante, fiera, come cittadini, di definire la reale verità delle nostre vite e della nostra società sia un dovere cruciale che incombe su noi tutti. E’ di fatto un obbligo.” (Harold Pinter)

“L’illusione di poter vivere tranquilli mentre il mondo affonda nelle guerre e nell’ingiustizia è soltanto una chimera. (…)
Le bombe russe, americane, inglesi, francesi, forse domani italiane in territori su cui non abbiamo alcun diritto d’azione e operazione, lanceranno sempre schegge su di noi. E ogni volta che qualcuno cade, stupirsene non ha che il senso del paradosso.”

A cader per poco noi, per gioco, siamo già abituati; ma il confronto con il vuoto e con la morte resta potenziale, e tutto interno alla nostra esperienza individuale. Entrano adesso prepotentemente in gioco gli altri, in modo assurdo e criminale, sia che ci attacchino sia che ci chiedano aiuto. Ma gli altri sono sempre esistiti, come esiste da sempre la povertà con i suoi diversi livelli, e a noi tocca confrontarci con nuovi e diversi gradi di difficoltà che riguardano la nostra coscienza: sapremo opporre mai una qualche resistenza? Siamo allenati in tal senso, o possiamo farne a meno? Vorremo mai rivendicare un’esistenza che non sia limitata solo al tenersi stretti il posto più comodo e sicuro, la prima fila sull’orrore, l’indifferenza e la volgarità, sulle verità dei ricchi, sulla loro inciviltà?
Sta bene allora, stipiamo nello zaino tutti i buoni propositi e ritorniamo ad arrampicare anche all’Inferno; ma per favore, vediamo di darci una svegliata per non restare quel che siamo oggi anche domani ed in eterno.

“Mare mare mare / voglio annegare / portami lontano a naufragare / via via via da queste sponde / portami lontano sulle onde.” (Franco Battiato – Summer on a solitary beach)

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controcorrente_ExilsL’aria a Masouri s’è fatta quasi irrespirabile. Possibile che l’alternativa all’esilio siam davvero noi?

“Ormai il via vai è continuo giù al porto di Pothia. Da ogni angolo del mondo continuano ad arrivare a Kalymnos le barche cariche di climbers”

“This island, along with the rest of Greece, has been faced with an economic crisis. Thanks to climbers, Kalymnos has stayed afloat (so-to-speak). Many locals have been able to avoid unemployment by catering to the needs of tourists – most of whom are climbers.
This island appears tough from the outside, but once you’re living there its amazingly plush in a number of ways. The warmth of the locals with their cozy accommodations, the delicious restaurants, the snuggly cats around every corner…heck – even the climbing grades are soft.”

“Ma fammi capire… State dicendo che un posto con 60mt di 8a fattibili da qualunque scimmia che fa il 6c plastificato, è un paradiso dell’arrampicata?”

Kalymnos è l’esempio di come la bellezza possa confondere e dividere: da chi la osteggia in quanto parco giochi simbolo malefico del grado facile a chi la usa per poi gettarla volentieri sulla scorecard di 8a.nu. Insomma, ci si va o non ci si va pei gradi; andar per gradi in un percorso di conoscenza, invece, è assai più raro. Ma essendo la bellezza dappertutto non puoi rifuggirla, te la ritrovi davanti in ogni angolo: è, chiaramente, l’apparenza, che la più vera e genuina bellezza in realtà ancora nasconde. “Ooooh!” fa in coro il pullman scollinando a Kamari, ma quel che han davvero visto è ancora niente. Ma la voce si diffonde e continua ad arrivare gente.
Così, leggo ogni volta con piacere dell’ennesima vacanza, ma ravviso che a mancare è, come sempre nelle descrizioni comprensibilmente entusiastiche dell’isola (specie al primo approdo), l’aspetto critico. L’occhio che gode e che descrive rimane quello del turista; ma il climber è davvero solo un villeggiante godereccio, spiaggiato e sciabattante come tutti gli altri? Cosa desidera, e da cosa fugge? Perchè a casa propria riesce a giustificare un omicidio a partir dal fatto che “erano in tre sul motorino”, se poi non vede l’ora di correre in tre sul motorino e senza casco lui per primo una volta sbarcato? Sarà la libertà che più temiamo e più inseguiamo e viceversa, fino a condannarla, o almeno quel più vago e fugace senso di libertà che lì si respira.
Ciò che di più bello resta a Kalymnos però è quel che si sta perdendo: il suo carattere selvaggio, quell’atmosfera indimenticabile che non dipende direttamente dal fatto d’essere ormai diventata l’isola dei climbers.
Benchè sia ancora possibile perdersi qua e là per tracce di capre, infatti, l’arrampicatore medio è oggi in grado di smarrirsi coi piedi ancora fermi sull’asfalto, la guida a prova d’idiota in mano e la parete in fronte al naso; e sul sentimento della scoperta avventurosa d’un mondo altro vince il più confortevole senso di appartenenza alla categoria dei turisti verticali: che piacere, anche qui son tutti come me vestiti uguali! E tutti fanno le stesse identiche cose, tutti scalano negli stessi identici posti, persino il bagno lo fanno nella stessa identica spiaggia, come se non ce ne fossero decine d’altre da scoprire, e le stradine di Masouri nell’ottobre festivaliero sono intasate d’auto e motorini e tanto trafficate da dar difficoltà al passaggio dell’autobus. Quando mai fino ad ora s’era visto qualcuno costretto ad alzarsi dal tavolo per andare a spostar la macchina d’intralcio? Va bene l’hype, ma questo mica è calcio!
Se per chi sull’isola vive di turismo è buona cosa ritrovarsi all’improvviso ben quattro negozi di articoli per l’arrampicare (come ad Arco o a Finale), e per cenare nei ristoranti più in voga è diventato necessario prenotare, l’altra faccia della medaglia è un’abitudine miope al consumo ammantata di valori benefici che sa quasi di moderno colonialismo, simboleggiato se si vuole dal solito logo della North Face sparato nottetempo contro la Grande Grotta, o se preferite dal beach party con DJ venuto apposta da Ibiza. Perchè allora, di ritorno a Bergamo, nel confonderti coi passeggeri provenienti da Eivissa cerchi altezzoso di valutar le differenze fra te e quei fricchettoni?
Del resto, si fa presto a smascherar l’ipocrisia: bastano le parole di Mr.8a.nu Jens Larssen, il quale, nel rallegrarsi dei gradi soft e dell’ulteriore calo del costo della vita, ritiene simpatico l’aiuto che diamo a Kalymnos. Ma se davvero volessimo soccorrere un paese moribondo, tanto per cominciare non ci voleremmo con Ryanair…e anzichè rallegrarci di prezzi bassi e sconti, faremmo in modo che il trade fosse più fair. Ecco perchè quest’elemosina è una scusa utile sostanzialmente a giustificar lo status quo: il nostro benessere e la loro agonia.
Anche se tutti battono fidenti su questo stesso tasto (dimenticando le ore di stra-lavoro, le pensioni azzerate, l’assalto dei grandi supermercati, la scelta di certi hotel d’importare il pescato da fuori, ecc.), aiutare un’economia in crisi divertendoci non implica il superamento della crisi: rischia semmai, sotto sotto, di giustificarla, facendola perdurare col vanto beffardo della carità. Il commerciante greco che serve il turista tedesco lo sa e gli sorride, ma lo vorrebbe morto. Il nostro maggior torto è quello di non volerci accorgere che lo spirito dello scalatore non fu mai quello del turismo mordi e fuggi, paga e pretendi; senza sottovalutare il rischio tipico del drogato d’adattarsi sin troppo facilmente ai peggiori caratteri della dipendenza, facendo eco alle voci critiche ma sceme sui gradi “farlocchi” che ci gonfiano l’ego (tanto i gradi quanto le critiche), ma nulla sapendo delle notizie drammatiche in merito alle barche cariche di disperati che vagando in mare in fuga dalla guerra proprio a Kalymnos sbarcano, attendendo la morte prima e l’arresto poi. Ma che ci frega a noi? Noi siamo climbers, siamo altra cosa. Appunto, e che cosa? Siam burattini buoni a ripeterci in gesti ed in commenti, autocostretti al selfie o ad altri esibizionismi imbarazzanti; io stesso nel passeggiar sull’affollato lungomare inizio a sentirmi muovere a scatti, come guidato dall’alto, eterodiretto, scoordinato: che sia la retsina, oppure come tutti gli altri sto per esser trasformato?!
A darci l’addio a Pothia è una zingarella che tende la mano agli ospiti in partenza. E’ per noi solo un arrivederci, almeno sino al giorno in cui la nostra confusionaria presenza renderà necessario inaugurare il primo semaforo dell’isola, magari all’incrocio fra il bar di Fatolitis e gli studios Kokkinidis; laddove qualche local inizia a farti notare che nel venir da Melitsahas sei “wrong way”. L’incanto si potrà dire allora definitivamente spezzato, e non so per evitarlo che farei.

Chiedo scusa per le ferie vergognosamente serie.

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Dal nostro eroico inviato speciale a Medjug…pardon, Kalymnos.

“Diario di un’arrampicata: nel Dodecaneso tra Jeep, moussaka ed eroi.”

“I thought I owed myself a trip away/I wanted to go to places I have never been away/I looked at the pictures, imagine where they lay away/On a beach by the sand, where their clothes all lay away/Horizon is oblivious, chartered trip away/Said “There’s no returning from this chartered trip away.”” (Hüsker Dü, da Chartered Trips)

Qui dove tutto si crea e nulla (cannone di Trella escluso) si distrugge, qualcosina volendolo davvero si rifugge – se non nella sostanza, almeno nella forma.
L’Elena Village è un pugno in faccia verde elettrico nella notte stellata, e sta (sotto) alla Grande Grotta a Massouri come il grattacielo della Intesa Sanpaolo starà (a fianco) alla Mole Antonelliana a Cit Turin.
Non credo però che a sindaco o climbers possa fregar granchè della coastline del paese, così come della skyline torinese ci s’è fatti un baffo; l’importante, a Dubai come a Savona, è sfoggiare cazzi in tiro mostrando d’averlo più lungo o più grosso, monumenti alla immensità della propria primaria passione.
Le bizze di Ryanair non son riuscite ad intaccare il trasporto cui induce l’immutabilità d’uno scenario mai sontuoso ma seducente. Piscine e spazzatura continuano ad abbondare, la seconda ci ha fruttato in alcuni casi (Kasteli) imbarazzanti sacchettate. A Poeti il “permanent Kalymnos resident” ed équipeur Claude Idoux ci ha detto di ritrovarsi purtroppo a raccoglierne tutti i giorni. Alla base di Local Freezer un sacchetto di plastica rosa è stato abitato da lumache ed altri esseri: l’immagine faceva tenerezza, così gliel’ho lasciato.
Sul viso degli stolti abbonda il riso dell’irriconoscenza, dell’uso e del consumo, del tempo perso ad inseguire vanità di pietra mettendosi in coda senza numerino, entrando in gioco con l’inganno, la rincorsa, il gioco d’anticipo: la sveglia è tanto mattutina che c’è gente pronta a camminar verso la grotta che fa ancora buio. Sono ancora indeciso se trovar la cosa patetica o suggestiva.
Telendos nell’incupirsi si fa bella in questa stagione. Laddove il viaggio si fa più faticoso, specie se si sceglie la splendida mezz’ora di sentiero, rifiuti e sporcizia – che fan rima con pigrizia – faticano ad arrivare: il climber si ferma al primo piano se non c’è l’ascensore, contraddizione non da poco! Ma come ironizzava (neanche poi tanto) un caro amico amante dello sport verticale, “oltre la mezz’ora di cammino è già alpinismo”. La più bella falesia perlomeno di Francia (ma Jolly dice del mondo) dunque dovrà aspettare, se non ti fai portare il materiale su a Céüse con l’elicottero, e di questi tempi su certe proposte non c’è troppo da scherzare: se lo utilizzi per poi discender con gli sci, non si vede perchè non lo dovresti fare anche per poi salir con le scarpette.
Secondo Grimper comunque ti puoi ben consolare con St-Léger du Ventoux, salita alla ribalta di recente con l’ampliamento dei lavori di chiodatura, sebbene sempre a rischio a causa della proprietà dei terreni e, come Céüse, dell’inciviltà ormai manifesta degli arrampicatori.
E Saint Léger è certo notevole, ma vuoi metter la Baleine coi calamari e i maridaki dell’isola minuscola ove immenso è lo scalare, troppo grande il sogno, e tutto – per espressa ammissione dei migliori fra i locali venditori – diventa possibile? Ebbene, nella lista nazionalista dei 20 spot più fighi del mondo, nonostante un editoriale infarcito di paragoni olimpici, Kalymnos non compare: forse ritenuta non più falesia bensì parco giochi, o forse data per scontata, svenduta in saldo, ceduta all’abitudinarietà delle ferie organizzate casa e famiglia o con l’amante più cara; quella con cui c’è feeling e confidenza, che queste falesie avevano col sottoscritto quando forse ancora le riviste che cianciano di uno sport diverso dagli altri non si facevano mandare in stampa in Estonia (“Là est donc la vraie richesse de l’escalade”…nei Paesi Baltici?) ed i climber non si facevano mandare affanculo perchè fra di essi vigeva un certo rispetto ad annullar la coda, la corsa ed il biglietto.
La Grande Grotta si lascia illuminare e noi babbei pronti ad illuderci che possa riuscirvi una magia della luna, quand’è invece la North Face! Il prezzo da pagare per una intera nuova falesia creata per l’occasione (Psili Riza, falesia ‘di marca’ sopra Panormos) è un logo sparato nottetempo sulle canne, appropriazione indebita – per quanto virtuale ed estemporanea – di un luogo, di una pratica e di un sogno che a nessun marchio registrato potrebbero appartenere. Inquietante, anche se indolore.
Mi suggeriscono peraltro dalla regia che senz’altro la capra di casa fra la grotta ed Afternoon, se solo le avessero chiesto il permesso, non sarebbe stata d’accordo; al momento non abbiamo però ancora avuto la possibilità d’intervistarla.
I locals rimasti invece si sfregano le mani e chiedono più clienti e più guide, ma per ora ad aumentare son le ambizioni suicide: Climber’s Nest avvisa d’un aumento preoccupante degli incidenti in falesia, siate malfidenti e date ascolto a un coglione: cambiate al più presto passione.
Lo so, io sono ipocrita ed egoista e vorrei l’isola tutta per me e gli abitanti non ancora fuggiti in Australia disoccupati. Antonis ha ragione: l’isola non deve morire; ma neppure il mio desiderio d’arrampicare. Se su di esso vogliono erigere un monumento al business ed al consumerism internazionali, vista l’assenza pressochè totale di resistenze, possono fare. Sarò dunque io a trovarmi un’altra passione, un altro mare, un’altra Mecca, un’altra cattedrale.

Da Kalymnos è tutto – ma che dico, son già tornato a Milano a soffocare.

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