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Posts Tagged ‘falesie’

Da domani (ma forse già fin d’ora), tutti leghisti!
Mi ci gioco le scarpette, prima di appenderle al chiodo.
Il pensiero che non mi rincuora è, venendo al sodo: che sia già l’epoca dei giochi di potere anche nella verticale?

“in questi giorni non si parla di Finale come si dovrebbe. Non si parla di calcare. Non si parla delle bellissime vie possibili. Si parla di presunte lotte fra climber e associazioni ambientalistiche. Si parla di giochi di potere. Si parla di tutto tranne che di roccia.”

“anche i climbers sono tanti e votano.”

Ricordate il prode difensore degli arrampicatori (e dei cacciatori) dall’attacco della lobby ambientalista? Il politico verde oggi si riconosce dalla tessera di partito, mica dalla coscienza ecologica. Quanto al climber, il suo miglior difensore spero proprio non debba essere un ottuso regionalista padano; nè evita l’errore il buon Andrea Gallo, nome mitico e nume tutelare del Finalese verticale, nel pensare che lo scalatore d’oggi gli possa in qualche modo somigliare. Son passati i tempi ed oggi solo l’egoismo ha vinto su ogni altro valore. E’ l’egoismo a spingere il leghista imbragato a dar battaglia a negri e ad avvoltoi, per concedere al climber imbranato di potere anch’egli farsi allegramente i fatti suoi, senza trovar nidi con ovetti per cui provar pena, e senza che nessuno gli possa chieder l’elemosina in catena, od all’ingresso serale a Finalborgo, rovinandogli la cena.
Ed è sempre l’egoismo a spingere il praticante medio a lordare il paradiso terrestre di cui può godere, e che dovrebbe difendere a spada tratta se davvero vi tenesse; solo a tenersi in forma invece quello pensa, e tutt’al più ad unirsi in associazione con energumeni simili a lui, al fine di difendere ancora maggiormente il proprio interesse.
Prendo amaramente le distanze dagli uni e dagli altri.
Non credo che la politica debba essere un gioco di ricatti, nè mi basta che si risolva in uno scontro fra piccoli poteri, con piccoli vantaggi dedicati ad i più scaltri o ai meno seri.
Purtroppo anche i climbers votano, temo sia vero, e per fortuna non so come e cosa; procederei pei boschi col falcetto altrimenti, e non per farmi strada fra la vegetazione irta e spinosa.

Mentre a Toirano – zona ancora in fase di espansione – il gruppo di arrampicatori e chiodatori locali scomoda le amministrazioni (leghiste, pure qui, e ben poco green) ad interessarsi allo sblocco dei divieti di chiodatura relativi a certe parti della valle del Vero, nella vecchia Finale succede l’opposto: ovvero, sono le amministrazioni del luogo, assieme al Club Alpino e ad alcuni (supposti) ambientalisti, a denunciare il problema dell’eccesso di chiodi infissi sulle pareti della zona.

Dovrei in teoria inneggiare alla modalità anarcoide con cui chi chioda le falesie si muove liberamente, spesso senza chiedere permessi o consultare enti territoriali; denunciare, come fa Gallo, l’ipocrisia di istituzioni locali ed ufficiali come il CAI, che dando un colpo al cerchio e uno alla botte si muovono subdoli senza far ben capire in quale direzione; e caldeggiare una difesa strenua ad ogni livello del nostro particulare…se non mi preoccupasse invece l’atteggiamento di chi ci patisce, poverino, che gli tocchino il giochino, finendo per attaccarsi al treno veloce delle rivendicazioni politiche più minime e meschine.
A quarant’anni vedo il mio futuro come un insieme di falesie la cui infinità d’itinerari non riuscirò mai a completare; dunque, perchè mai si dovrebbe continuare a chiodare? Per i nuovi arrivati, si dice. Per consentire a tutti d’avere un terreno di gioco. Sembra altruismo, e invece è primariamente profitto, opportunismo: il solito discorso dell’indotto, dello sport-alternativo-ormai-quasi-massificato che ha trasformato un borgo delizioso in un centro commerciale per milanesi annoiati (ma anche per liguri con manie di grandezza), red carpet incluso ed inclusivo di maltolto. Il problema nella sua interezza è inesistente e già risolto: che i climbers e gli ambientalisti si parlino, come è sempre stato fatto, senza necessità che vengano lanciate provocazioni, polemiche e allarmismi a mezzo stampa. Vero è che siamo forse diventati troppi, in un ambiente limitato, a volere usufruire delle stesse bellezze naturali: climbers, bikers e trekkers si contendono il parcheggio a Monte Sordo nel weekend, e nelle feste “sembra di essere all’Ikea” od alla Fiumara.
Si stava meglio quando si stava peggio, quando l’arrampicatore era uno strano, strambo, un poco matto, merce rara. Il chiodatore allora inseguiva un proprio sogno e non le più recenti necessità indotte più o meno a forza dal mercato dell’outdoor. C’era posto per tutti, bestie e cacciatori inclusi, semplicemente perchè s’era in pochi. In merito a questa evoluzione/involuzione ho spesso detto, e non è il caso che ogni volta mi si richiami all’ordine della dittatura democratica per cui si dovrebbe garantire a tutti il diritto alla scalata. Non prendiamoci in giro. Questo sport è stato banalizzato e raccontato come fosse tutt’altra cosa per poter vendere scarpette e imbragature, non ci son diverse spiegazioni o sono tutte fregature. Quando scalavo io, ai tempi della prima palestra d’Italia al liceo King mi guardavano come un cretino ed un marziano, e certo la cosa ha contribuito a farmi crescere adolescente pieno di problemi. Ma bisogna essere scemi per non accorgersi che mode e tendenze son tutte sospinte da un sistema di coercizione sorridente che non ti spiega niente al di là del concetto di divertimento, e del tuo presunto diritto allo stesso. L’arrampicatore idealista e rispettoso che descrive Gallo è ormai quasi estinto, non più riproducibile. L’arrampicatore moderno facilmente sgarra e se ne frega del prossimo suo (alla faccia della comunità) e anche delle regole condivise; per lui esistono solo il grado su cui discettar per ore e la scorecard da aggiornare. Più sento parlare i climbers, ad esempio dei limiti loro ingiustamente imposti, e più divento birdwatcher. Vero è che talvolta, come spesso in questo paese, far rispettare certe regole diventa esercizio grottesco e ingiustificato, come quando volarono le multe nell’albenghese senza che nessuno avesse mai visto più d’un uccellino. Ma quando ti cali a fianco ad una via con un bucone, come mi successe a Cucco, e da quel nido fugge spaventato un volatile facendone cascare un ovetto che si sfracella al suolo…capisci d’esser tu nel posto sbagliato, e non loro ad aver occupato un attico vista mare senza rispetto dell’altrui proprietà. Il cadaverino rosa venne lanciato nel bosco senza troppo riguardo, con appena un minimo di commozione, e poco dopo altri climbers rapaci si preparavano ad affrontare il tiro. Il Rockstore tempo addietro mise un avviso alla partenza di Vivere di rabbia al Solarium (o Specchio) di Monte Sordo: la differenza fra le passioni si vede pure da queste piccole attenzioni ed auto-limitazioni. Perseverare nella difesa dei propri esclusivi voleri, trasformandoli in diritti, è atteggiamento tipico di un certo fascioleghismo attuale, che si sta diffondendo a macchia d’olio ed è facile capir perchè. Andare incontro alle esigenze altrui è comportamento ormai inusuale, fuori moda, sconveniente. Meglio difendere la cosiddetta e supposta propria gente, attività questa assai proficua a livello del politicante, che diventa punto di riferimento di un’èlite fra tante. Ebbene, oggi che siamo tanti e pretendiamo di contare, di levare alta la nostra voce, siamo anche noi un’èlite arrogante che conta solo in quanto spende, uomini valutati in base al portafogli che mantiene in piedi un’economia di nicchia, la quale peraltro sopravviveva anche prima ed ora vive solo una rincorsa al soldo, pur non patendo esattamente i problemi di Kalymnos. L’outdoor è puro business, la chiodatura sfruttamento delle risorse naturali, l’arrampicatore automa; e il tutto mantiene degli antichi valori condivisi solo un pallido ricordo. L’autonomia ed il senso di responsabilità dei climbers, tanto decantati, davvero hanno bisogno di un aiutino politico e della minaccia elettorale? Davvero contiamo in quanto votiamo, e nulla più? Davvero abbisogniamo di questi mezzucci, e ne vogliamo approfittare?
Vorrei proprio capire se anche i climbers, come quasi ogni altra categoria sociale che si rispetti – o meglio, che intenda farsi rispettare (esclusi quindi questuanti, zingari, immigrati e poche altre minoranze) – intendano abbassarsi a buttare in politica anch’essi il proprio patetico, frustrato e sfrontato egoismo di categoria: l’ennesima difesa corporativa; oppure se vogliano, almeno loro, evitare questa squallida deriva.
Se dal coraggioso (benchè poi smentito) ‘manifesto dei diciannove’ siamo discesi al livello delle roboanti dichiarazioni di Rixi una o più ragioni storiche ci devono pur essere, e non è difficile risalirvi. Occorre però farlo per evitare che il nostro entusiasmo si suicidi annegandosi nella torbida palude degli interessi privati, dove si raccolgono gli istinti animaleschi e si scontrano le ottusità di uomini ormai allergici al confronto, a meno che non sia battaglia mediatica di facciata, messinscena ipocrita, teatrino demenziale di una politica in picchiata verso un gran finale pessimo: quello in cui la mia passione sarà regolata, carezzata, blandita, incasellata; difesa da figuri con i quali nulla vorrei avere a che fare, che a stento c’entrano qualcosa con (i valori per me ancora insiti nel)l’arrampicare.

(foto tratta da Genova 24)

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Che cosa significa, anche nel nostro piccolo, green economy? E’ presto detto: “la caca en el monte”.

Il supertop climber Dani Andrada, accucciato con paletta, ripone diligentemente nella vaschetta il proprio miglior prodotto. Chi se l’aspetta che uno scalatore da 8 possa esprimersi tanto bene anche in tale frangente!

Tutti a fare i complimenti per la buona idea ed il bell’esempio…e nessuno che s’accorga che si tratta di pubblicità. Pubblicità-progresso forse – eticamente corretta, certo -, ma pur sempre pubblicità.
Dal circuito di produzione e consumo non si esce: viviamo per mangiare, scalare e defecare, per produrre e consumare; senza mai ragionare con la nostra testa, ma obbedienti a ogni dettame: educati a sprecare, a vendere e a comprare.

Eppure, se vuoi vivere verde senza disseminare merde ed insozzare le falesie coi tuoi maledetti fazzoletti, puoi farcela senza spendere una lira, ad esempio recuperando i sacchetti compostabili dal fruttarolo od al supermercato. Potrai così riportare comodamente a casa il tuo, ed assieme la sporcizia altrui, se necessario. Non è difficile nè pensarci nè riuscirci, tant’è resta impegno snob riservato a pochi eletti (o matti), situazione questa che non saranno l’ennesimo prodotto rivoluzionario nè il suo testimonial d’eccezione a far mutare; specialmente valutando che il secondo sport preferito dai climber sembra continuare ad essere il lancio furtivo nel bosco del cerotto appallottolato, e perciò certificando che di rivoluzionario nel marketing nulla c’è mai stato, se non l’intento di fregare.
Coscienza ecologica? Genio imprenditoriale? Di sicuro qui c’è solo l’intenzione di guadagnar due spiccioli dal nostro sforzo, perfino nello spingerci a cagare.

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manchons_quechuaDopo le mutande dalla testa, stan cercando adesso di farci passar le calze dalle braccia. Riviste e siti specializzati si limitano a sollevare dubbi, ma possono star tranquilli: compreremmo di tutto comunque, con o senza minaccia.

“arme fatale ou gadget marketing? Mythe ou réalité?”

“accessoires indispensables pour prolonger le plaisir de l’escalade ou gadgets superflus?” (da EscaladeMag n.22, gennaio 2009)

“”suvvia, non statevene lì indecisi, aderite all’appello delle Superiori Autorità, correte ad acquistare nuovi gadget e surrogati. (…) Incoraggiate la produzione di ciò che di più vano si può consumare. (…) il capitalismo va aiutato!””

“Ci eravamo divertiti così tanto che nemmeno ci eravamo accorti di aver creato un mostro.” (Franco Perlotto, da Montagne 360°Ci fu un tempo in cui lo chiamammo free climbing)

“gli sport estremi sono diventati di rigore per i top manager” (D Repubblica – Il buon CEO ha muscoli d’acciaio)

“Il Nuovo Mattino è tardo pomeriggio” (Enrico Camanni, Alpi ribelli)

S’era da poco scoperta l’ennesima brutta figura dei “falliti” quando qualcuno pensò ad una riscossa.
Erano i primi climbers “angeli strambi”, nati per essere liberi, pazzi visionari, merce rara. Che cosa siamo diventati, o stati fatti diventare? Pagliacci disagiati, superuomini in carriera, od omologati e comunissimi consumatori: in coda col numero di nuovo, come già fummo in gara.
E come finiremo? Scaleremo presto con il marchio dello sponsor tatuato sulla schiena, a distinguere il livello sociale di chi ce l’ha e chi non ce l’ha. Sulla base dei tiri dichiarati fatti tramite scorecard sarà valutata la nostra dignità. Venderemo l’anima al diavolo per un 8a, un 7a, un 6a. Chi lo sa dove finiremo. So soltanto che non sono ancora diventato tanto scemo da farmi suggerire a ogni stagione cosa sia meglio fare per diventar più bello, più forte, più performante, più sano…più coglione. So che stanno tentando di venderci un essere umano prodotto in serie e pronto a pensare in serie; un progetto allarmante, devastante, disumano. Un burattino tecnologicamente avanzato che si scambia in tempo reale aggiornatissimi consigli su falesie e appigli, che si mette alla prova in sempre nuovi cimenti e allenamenti, e che in qualsiasi pubblicità s’imbatta la valuti in base ai buoni sentimenti. Think pink? Non più. Think less, climb more: e lasciati alle spalle il tempo perso a vagare al Camp 4, o a giocare al no war. Non è quella la libertà selvaggia che ti hanno garantito: essa riguarda solo le apparenze, il tuo profilo Fb, l’accessorio trendy od il vestito.
Quanto criticone sono: se non hai provato il prodotto, come puoi parlarne male?
Per la stessa ragione per cui per scalare non abbisogno (ancora) di scale. Perchè, anche se ormai i nostri Nuovi Mattini hanno inizio verso mezzogiorno, riconosco in certo marketing ed in certa stampa di settore (da esso dipendente) un progetto diverso – benchè identificato con lo stesso nome – che fagociterà ben presto la nostra comune passione, trasformandola in qualcosa d’altro attraverso l’assorbimento di nuovi presunti valori e l’abbuffata di video mozzafiato con trame giovaniliste, suoni stordenti e dai magnifici colori. Esiste invece, o deve esistere, io sostengo, uno spiraglio ribelle e alternativo che spacchi il confine fra turismo ed alpinismo tracciato saggiamente da Messner: una dimensione tutta da guadagnare, in cui possa trovar posto una saldatura – che in fondo ancora (r)esiste – fra i fasti dell’alpinismo, se non eroico, diciamo almeno di serie A e l’arrampicata non ancora scaduta nella ricerca del pienone al Melloblocco, del passaggio sciocco o del movimento a scrocco; quello spazio insomma che rivendica la sempiterna ricerca esplorativa di se stessi nell’ambito della moderna purezza della salita e della difficoltà, nella consapevolezza però dell’appartenenza ad un tutto vivo e pulsante, assai più penetrante e significativo.
Se dunque arrampicare è “incarnare pienamente in ogni movimento la morale da cui tutto ha preso vita. Dare significato a ogni gesto, equilibrare perfettamente le forze, entrare in sintonia con la natura”, quando mai quest’attività, che ha finito col riconoscersi nella danza, si riconoscerà nel mondo? Quando mai quei principi etici che di essa fanno parte imporranno precisi confini e limiti etici, al di là dell’originario dibattito sul tirare oppure no i chiodi e sulle sue definizioni? Dove si nascondono oggi “il potere trasgressivo del gesto del movimento”, le “suggestioni post-sessantottine”, “i concetti di partecipazione, condivisione, comunione” che sgorgavano dalle parole d’un Berhault amplificatore notturno d’emozioni all’Anfiteatro di Cucco?
Scrissero Montanelli e Cervi che “La storia ha detto, con perentorietà, chi avesse ragione” fra certe “enunciazioni oltranziste” e quelli che invece “volevano l’economia di mercato”; non si domandarono però dove tanta presunta libertà ci abbia portato…ed io – si badi bene – mi limito qui a dissertar di fesserie tipiche d’una vita borghese semi-normale.
Stringer prese per ballare in verticale non è mai stata pratica tanto artificiosa e superficiale, un raccontarsi balle, l’invenzione d’un qualcosa che è ben altro rispetto al tentativo di traslazione sul piano politico e sociale che ingenuamente e provocatoriamente m’invento nella speranza che affacciarsi alla scalata del domani possa significare un gioco in qualche modo nuovo, rivoluzionario nelle ragioni oltre che in (stru)menti e (im)posizioni, senz’implicar soltanto acquisti e spese assurde ovunque mi ritrovo.

Curiosamente, nel raggiungere il grottone del Pertuso Cornarea in Val Tanarello, siamo incappati qualche weekend fa in questa mirabile operetta, nascosta fra le riviste d’un negozietto d’alimentari: ed essa ci ha stimolato ragionamenti che ci rendon, credo, a questo punto, vacanzieri assai poco ordinari.

Read Full Post »

stop-loi-travailEsiste certamente un delirium tremens da astinenza dall’arrampicata, che colpisce i soggetti affetti da alpinismo cronico; ma anche un altro causato dall’eccessiva ed ossessiva pratica con scarsi risultati.
Delirio semiserio d’un climber vagamente afflitto, speranzoso in un qualche straordinario effetto.

“Recenti indagini di mercato della Nielsen di Milano rilevano che il numero di circa 8000 persone praticanti l’arrampicata sportiva cresce con un tasso annuo del 10%” (dal sito Montagnalavoro, non più esistente)

L’arrampicata è un continuo problema da risolvere: un vero stress.
Non so perchè l’abbia cercata, trovata e scelta, e come abbia fatto poi a resistere – io a lei, ma anche lei a me. Forse perchè, una volta acquisita un po’ d’abilità, in fin dei conti sbagliavo molto poco. Ma se è sbagliando che s’impara, per quanto tempo non ho progredito? E progredire cosa comporta, da cosa si capisce? Dal grado? Nello stile lavorato, oppure a vista?
Perchè tante domande?, direte voi. Perchè tante differenziazioni e specializzazioni?, risponderei. Perchè quest’affidamento a regole e metodi, questa legge francese del numero (più letterina) alla quale tutti, me compreso, c’inchiniamo? Perchè questo volersi ritrovare, più che in compagnia e in comunità, in un branco di bestiole scalpitanti che null’altro hanno da condividere se non inutili informazioni superficiali? Ebbene sì, la tua via è a destra, mentre la mia è a sinistra: diamine, sento che siamo già troppo vicini. Allontanati tu! Io la mia la sogno dal sabato scorso, tu manco sai dove ti trovi e ancora hai da trovarla, e se non c’ero io adesso stavi a girar sperduto alla base della falesia, pensando d’essere in un’altra.
No, non mi vanto d’essere un local, anzi la cosa un po’ mi nausea e mi disgusta; m’annoia insomma, conto i miei passi sul sentiero e penso alle orme che devo averci lasciato a forza di tornare e ritornare. Neanche avessi qualche cosa da provare; ormai è storia passata, vi lascio fare. Sento gridare: dall’altra parte della valle c’è gente più entusiasta di me che in pieno inverno ha deciso di scalare all’ombra, pur di liberare qualche nuova linea nell’ultimo settore rimasto da esplorare – che non è poi mai l’ultimo davvero, giacchè una fortuna geologica specifica assiste il Finalero. Eppure…eppure qualcosa fra questi boschi oggi mi manca, e ancora non so se non lo riesca più io a trovare o se abbia finito quel qualcosa per svanire: una magia che non s’esprime a suon di fittoni e resina, calati ormai dall’alto in modo standard, ma che risaliva placche, muri, spigoli e strapiombi con tutt’altra energia e generando una diversa emozione; forse guidata proprio da una più profonda intuizione, quella di chi vuol scoprire anzichè sfruttare, creare invece di ripetere, immaginare in luogo di conquistare. E noi gli s’andava appassionatamente dietro, collezionando foglietti con schizzi imprecisi, gradi da confermare, nomi da celebrare, valori da dimostrare; fra aggiornamenti già superati, ferite da sciancabraghe, vicoli da streghe. Quando a Triora la processione religiosa svegliò il nostro campeggio originale, capimmo forse già allora la bellezza d’un’esperienza primordiale: accamparsi vicino a un sogno per accarezzarlo, tenerlo premurosamente in vita, che sia chiodato bene o anche chiodato male.
Per carità, io per primo so di essere un banale, misero, innocuo ed incapace ripetitore d’avventure altrui, ma non credo siano soltanto l’età e la stanchezza a separarmi da quella stagione d’entusiasmi sempreverdi. Le strade erano nostre, le pareti pure. Eppure ci avvicinavamo ad esse col rispetto e la circospezione che si hanno nei confronti di un’opera d’arte, anzichè con lo sguardo inebetito di chi si sforza di gettare la cartaccia nella pattumiera. Non avevamo impegni, in compenso avevamo forze: si arrampicava da mattina fino a sera. Gli alberi erano parte della falesia, nessuno richiedeva parchi giochifalesie Family con basi comode per i passeggini, nessuno si lamentava della marcia troppo lunga o della chiodatura assurda. Tutto era od appariva come era giusto che fosse, persino quand’era sbagliato; forse, semplicemente, per il fatto di non esser meglio organizzato. Era libertà pura, di chiodatori e salitori; con la possibilità di ritagliarsi pure dei dolori o malumori. Non c’erano battaglie con il vicinato, salutavamo pure i cacciatori, mentre oggi resto senza fiato ad ascoltar vaccate e fatico talvolta a salutar quelli di fuori. Peraltro mi rendo ben conto di rischiare di cacciarmi nella stessa situazione non appena mi dovessi ritrovar fuori regione. Sarò cambiato io, non ci son dubbi, o sarà cambiata l’attività, ma i salitori di ieri mi sembran diventati oggi piuttosto…discensori. Quanto in basso s’intenda arrivare è materia d’analisi verticale che lascio approfondire ai prossimi ricercatori.

(foto tratta da neXtQuotidiano)

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scarpette_FabioPensavo d’associare questo titolo al recente scempio compiuto da ignoti su Moon Runner: ma di esso s’è già detto in più maniere, e cos’altro resta da chiarire ancora se non che la scalata – 9b o no – sia in disfacimento culturale e morale, così come più o meno tutto il resto?
Punto allora altrove, anche se lo scenario resta pur sempre questo.

“CPR FREE SPORT in collaborazione con PETZL e LA SPORTIVA organizza SCALA CON PETZL E LA SPORTIVA. Sarà possibile provare gratuitamente l’attrezzatura di questi famosi marchi direttamente nelle falesie Emisfero e Erboristeria Bassa.”

Se il climber non va al negozio, è il negozio che va al climber: sino a ieri, tutt’al più, raggiungendolo in palestra; oggi, inseguendolo sino in falesia.
Già lo avevo scritto qualche tempo addietro, in occasione d’un gazebo di scarpette un po’ sfigato piazzato sotto il finalese Monte Cucco, che “il negozio oggi ci insegue biecamente anche in falesia, dove l’acquisto è occasione di festa, simpatica agevolazione che nessuno teme”.
Ebbene, debbo prendere atto mestamente che ancora una volta ci risiamo: del produci, consuma, scala è stato piantato più d’un seme, e la pianta inizia adesso a dare frutti: ma il motto “scalate e moltiplicatevi” che andava in voga nei ’90 carichi di chiodi quale senso intendeva avere? Quello d’una evoluzione o d’una involuzione umana? Quello della scoperta elettrizzante d’un universo in espansione oppure d’una omologazione rassicurante, d’un adattamento alla normalità di un’attività altrimenti considerata strana?
E c’è di peggio, perchè il tutto temo trovi l’approvazione d’una comunità oramai assuefatta ai doni ed alle bizze del mercato, che non so più se rispetto, odio od amo, e neppure se mai dentro davvero ci son stato.
Dopo aver desiderato il pacco gara, inseguito i saldi, fatto carte false per farsi sponsorizzare, l’arrampicatore del nuovo millennio – da spirito libero che era (eppure son proprio tali spiriti che, per quanto evanescenti, egli continua retoricamente a celebrare) – ha ceduto infine al libero mercato ed ai suoi scherzi da prete, che ci porteranno a strisciare il bancomat perfino in parete.
Messa poi la corda in spalla come ai bei tempi andati, la sacca apposita fungerà da comodo shopper, e potremo rientrare a casa soddisfatti e riposati, dopo aver forzatamente prodotto in settimana e liberamente consumato nel weekend fra rocce-stand e negozi-prati.

(foto tratta da Liguria Verticale)

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blair witch projectAnche se dal titolo potrebbe sembrare, no, non si tratta dell’annunciato pezzo sulla proprietà delle falesie, dei secret spot contrapposti per volontà del geloso o timido apritore agli hot spot da copertina celebrati e un po’ svenduti.
Questo è piuttosto un elogio alla falesia che non si dà per vinta facilmente, e che riesce a fottersene del vedersi brulicare attorno tanta gente.

“Domenica siamo stati ad Albenga alla ricerca della nuova falesia chiamata Galera, ma non l’abbiamo trovata.”

“se qualcuno ci vuole arrivare solo con le indicazioni della guida (…), corre il fondato rischio di perdersi. Il che dopo un’ora e mezza d’auto (…) potrebbe far girare non solo i pneumatici.
Per fortuna gli amici (…) ci son venuti in soccorso telefonico e alla fine il percorso si è rivelato di una semplicità disarmante. Che pubblichino le guide per rompere le palle?”

“è ben saputo che negli avvicinamenti finaleros, è un rito che tantissimi si perdono, io compreso (…).
Per me invece di chiodare così tanti tiri, era meglio utilizzare un po’ di tempo per segnalare bene i vari avvicinamenti con cartelli o simboli visibili (…). Questo è un piccolo sfogo per tutte le giornate perse le prime volte a cercare i settori; anche perchè la zona grazie agli arrampicatori lavora 13 mesi all’anno.”

“Terzo Giorno: ormai è diventata un’ossessione, ma dove è questa falesia???”

Esistono falesie che segrete non sono, ma che tali intendono restare. Abituate a generare episodi di rottura (per alcuni, anche di scatole) che confermano il carattere di perdizione mal celato dietro la nostra attività; episodi per i quali gridiamo già dopo poco scarpinare all’ingiustizia ed all’autore della guida auguriamo la rovina.
Ci sono posti che abbiamo raggiunto solo dopo tanto peregrinare e con grande fatica, posti dimenticati dai più che nel bene o nel male non potrai più dimenticare, posti nascosti con tanta cura che dopo le bestemmie finisci per voler far tuoi assai più della palestrina a bordo strada, magari cittadina, facile da raggiungere ed esposta alla pubblica osservazione, insomma – diciamolo pure – un po’ sgualdrina.
Fino a quando certi luoghi resteranno semi-segreti nonostante cartine, bussole e navigatori satellitari, fino a quando il tam-tam avrà la meglio sul TomTom e i visitors saranno rari, esisterà ancora una forma residua di libertà, un modo per perdere del tempo in modo sano – camminando – e improduttivamente, un modo per aver meno certezze e più desideri, per conservare col sorriso piccoli fallimenti di turista e per cercarsene sempre di nuovi. Perchè se è vero che dà una certa perversa soddisfazione se qualcun altro si perde e la falesia resta deserta, ma sai che ridere se un bel giorno più neppure tu la trovi?
Perdutamente mia rimani, o roccia: selvaggia, capricciosa e ricoperta di rovi.

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piloni_THTAl di là delle linee…di arrampicata. Dopo Chiomonte, Brianzone; dopo l’alta velocità, l’altissima tensione.

“Il progetto di linee ad altissima tensione avanza poco a poco. Un moderno pilone ad Argentière, la dichiarazione di pubblica utilità firmata da ministri e prefettura (…)
Lo Stato e la società elettrica pensano di aver vinto la partita e di poter rovinare una piccola valle, ma senza fare i conti con gli abitanti della valle stessa e delle vicinanze, i loro amici e tutti coloro che non vogliono che questo progetto venga realizzato e che distruggeranno il loro “bel pilone di design”.
(…) non lo lasceremo costruire né in Haute Durance, né altrove.”

Très haute tension dans la haute vallée de la Durance: come vi suona? A me, dico la verità, e non per il francese rabberciato, stona. Eppure quasi non ne parla nè se ne interessa alcuno, NoTav ed ecologisti oltranzisti esclusi, come se a pochi dovesse importare della vergognosa offesa ad una valle di montagna che vive di turismo e che mostra ad oggi appena qualche primo timido segnale di difesa. La valle coinvolta non è la val di Susa, ma quella che si raggiunge subito dopo, svalicando il Monginevro; la quale da Briancon discende dolcemente fino a Gap in un riquadro verde e azzurro pressochè perfetto, cui solo le condotte forzate fanno danno, con spazio e attività open air per tutti e non so più quanti giorni di sole vantati all’anno.
A vent’anni iniziavamo proprio qui a provare i primi 6b e 6c, su rocce che hanno fatto a loro modo storia (La Roche de Rame, Saint Crépin); qualcuna invece è stata nel tempo dimenticata (Panacelle, Barachin), qualcuna bandita, e qualcun’altra credo sia perfino sparita, inghiottita dalle cave. Altre ancora resistono orgogliosamente fra le nuove creazioni, e mi piace pensar che qualcosa ricordino anch’esse delle mie migliori stagioni.
Oggi, a distanza di decenni, ritorno a L’Argentière nello stesso campeggio in cui vivevamo i nostri primi sogni giovanili per scoprire che l’elettricità farà il percorso stesso nostro, passando da Briancon fin giù al lago di Serre-Ponçon non senza impatto: per cui si parla già fra i valligiani di un probabile ecomostro. Come sempre, invece, con gran tatto chi ha interesse a costruire presenta l’opera come un’architettura geniale, oltre che una fantastica opportunità di conservazione ambientale…vincendo il plauso e la firmetta di chi si occupa della biodiversità nella riserva naturale. Se anche la verità stesse nel mezzo, qui la questione come altrove si riduce al sì od al no, e all’uso della forza di Stato che non ammette alcun però.
Però, un però lo dico io. Perchè i nomi dei luoghi interessati a me son noti, ma dicono tutt’altro: le falesie innanzitutto, e poi fiumi e torrenti, laghetti e campeggi, serate danzanti, i fuochi a S.Lorenzo, le cene con amici e fidanzate, i progetti personali risolti e quelli eterni. Dovrà lasciare il posto questa magia estiva ogni anno riproducibile a nuovi inevitabili e prolungati inverni? Come conviveranno free climbers e free booters, l’energia che sale e quella che discende? A parer mio la valle è troppo piccola per tutti e due. Ma è più facile che gli uni non s’accorgano degli altri, se non a cose (male) fatte: occhi coperti da bende o accecati da prebende.
Le proteste come al solito son limitate, sembra che o sei anarco-insurrezionalista o sennò quel che succede, anche se ti passa sopra come l’asfalto sul terreno, ti stia sempre bene. Eppure, proprio perchè legato al territorio, a valori anche concreti, materiali, dovresti predisporti culturalmente e fisicamente ad un “insorgere d’accordo” (Federigo Tozzi, da Con gli occhi chiusi). Su qualche muro son comparse scritte NO THT, evidenti abusi che la solerte amministrazione ha fatto presto cancellare; mentre già svetta a monito il primo doppio palo bianco, un monumento al nulla in mezzo al mare. Mi sento sempre più invecchiato e stanco. L’orrore del business è che non guarda in faccia a nulla e nessuno, si mostra sfacciato, e figurarsi se si preoccupa del mio nostalgico passato. Dovremmo piuttosto essere noi a prenderci cura del nostro futuro, al fine di evitarci nostalgie molto più amare: come quella celebre e contestatissima delle ciminiere savonesi per Gramellini – che a dire il vero nel lontano 1994 le cantava agli altri (a meno che il cronista avesse solo il nome uguale), prima d’arrivare alla prima pagina passando per la rubrica della posta sentimentale. C’è altrimenti il rischio di non sapere più distinguere ciò che davvero sia progresso dal deserto, di rovinare tutto uniformando all’utile il bello e pure il brutto, di trasformare coste e valli verdi in un cesso a cielo aperto, per poi arrivare col solito colpevole italianissimo ritardo a ‘scoprire’ che il progresso era devastazione ambientale o disastro colposo, ed il progetto fascinoso presentato un grande azzardo. Ci nasconderemo allora nella gola del Rif d’Oriol non solamente per sfuggire alla calura, ma anche per evitare di vedere lo sfacelo tutt’attorno, il delitto commesso a danno di madre natura; dopodichè, distesi a bordo strada su un francobollo di prato, rimugineremo di un territorio d’alta quota saccheggiato.

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Una nuova manifestazione popolare è prevista per domenica 20 settembre 2015 con partenza da Eygliers, ai piedi delle rocce di Mont-Dauphin.

Plus d’info:
En Haute Durance et ailleurs contre la THT, le nucléaire et son monde
Stop-THT
Assemblée anti-THT

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