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Posts Tagged ‘Erri De Luca’

Gullich_Edlinger_Munich89“Sport Climbing is a set of crazy paradoxes and twisted universal truths.”

“per una scalata liberata dall’allenamento. Allenarsi certamente serve, ma era ancora Edlinger nel suo Arrampicare, a notare quanto, dopo l’allenamento a secco, fosse difficile sfruttare a fondo il proprio bagaglio tecnico. L’autore di queste righe è del parere che in questo preciso momento della storia dell’arrampicata e soprattutto presso i cosiddetti amatori, l’allenamento stia sostituendo la scalata, anche e non troppo paradossalmente, in falesia, con un regresso generale dell’evoluzione tecnica che ha dello stupefacente. Forse dovremmo cominciare a dimenticare l’allenamento per riprendere a scalare. (…) Perché un’altra scalata è possibile.”

“Le lotte fra luoghi comuni sono eterne, ottuse, estenuanti e non indicano la via per uscire né dall’uno né dall’altro. A tal scopo suggerisco piuttosto l’attenzione per i luoghi scomunicati. Luoghi non proibiti, ma mai incoraggiati che danno una leggera orticaria a chi gestisce le liturgie pensate per grandi masse di fedeli. (…)
Luogo scomunicato è stato arrampicare con le scarpette quarant’anni fa col Circo volante e oggi continua a esserlo il voler ragionare in parete di intelligenza motoria anziché di forza.”
(Andrea Gobetti)

Ripubblico qui, da Calcarea, un mio commento-fiume ad un post-traduzione di un articolo sul moderno “paradosso” della “forza contro abilità”, a firma di uno famoso e forte (ehm, Steve McClure); articolo/post che ovviamente vi invito prima di tutto a leggere.
Il titolo che ho scelto è ironico e autoironico, nel senso che il perditempo principe son io; ma è anche vero che l’allenamento non mi ha mai coinvolto in maniera seria, ragion per cui il perditempo potrebbe essere considerato chi vi si dedica, così come al contrario chi, non dedicandovisi, finisce poi per perder del gran tempo in falesia. La questione è aperta e per fortuna l’opportunità di scelta libera. Dunque, senza alcuna velleità d’apparir nè atleta nè allenatore esperto – ma soltanto perchè certi cambiamenti non mi piace stare solamente a guardarli, e perchè, molto più semplicemente, zitto non riesco a stare e l’esperienza vuol farsi sentire – nel mio piccolo vorrei aggiungere, se non un tassello, quantomeno un frammento di analisi spero stimolante nella direzione dell’approfondimento della strada che se porti alla forza od all’abilità non so, ma che senz’altro parte dal fascino e dallo stupore.

laceroconfuso said this on aprile 4, 2014 at 3:55 pm

Per acquistare abilità perdendo fiducia nella sola forza e ritornando al ritmo ed al respiro, all’occhio ed all’intuito, all’equilibrio e ai piedi, torna decisamente utile farsi male. Parlo per esperienza. Seguite dunque il mio consiglio spassionato: procuratevi una bella epicondilite (od epitrocleite), e vedrete!

Scherzi a parte, non ho mai capito dove si voglia andare a parare quando si confrontano gli stili, le pratiche, le mode. Sarebbe bello che l’analisi della verticale diventasse (o quantomeno si sposasse alla) critica sociale. Se “la bellezza oggi è bicipiti grossi e addominali a tartaruga”, un motivo ci deve pur essere. La bellezza, oltre ad esser soggettiva, si ritrova oggettivamente sia in placca sia in strapiombo. Può dunque il paradosso ridursi al contrasto fra l’allenamento e la sua utilità? E’ davvero questo “il grande mistero dell’arrampicata odierna”? Riconosco d’esser stato io stesso incapace a trasferire sulla roccia gli immensi ed eccessivi sforzi prodotti sui primi pannelli, ma la semplice domanda “perché mai allenandoci sempre di più non diventiamo automaticamente dei climbers migliori?” è stanca, pur risultando sempre necessaria. E’ evidente che la scalata sia o nasconda anche molto altro al di là del binomio allenamento-prestazione, ma chi glielo spiega ai parvenu?

Jolly mi sembra forse fra i pochi ad ammettere con chiarezza e spirito tanto provocatorio quanto autocritico che se oggi tutti tirano è anche perchè più di ieri gli si dice di tirare; ottenendo così una confusione ed una perdita di consapevolezza che contribuiscono a tratteggiare quella che lui definisce, se non erro, “scalata post romantica”, e che occorrerebbe chiamare con più precisione: consumistica. Siamo infatti nell’epoca del tutto-e-subito, che ha però ben poco a che fare con le rivendicazioni del ’68. Quel che si vuol raggiungere è spesso un traguardo che non implica di per sè neppure un miglioramento individuale, e la massificazione di questa spasmodica ricerca – che ricalca quella al successo, al denaro od al sesso facili, tipiche della nostra frenetica, frustrata e frustrante società – rischia di annullare altre possibilità interpretative dell’attività, e di ridurci a fare senza ben sapere quel che stiamo facendo; semplicemente perchè…è così che si fa, perciò è così che ci piace fare, e tanto ci basta.

Dando per scontato che per acquistare esperienza servano tempo ed umiltà (non incolpiamo quindi i nuovi arrivati per il troppo vigore, semmai per l’eccessiva fretta), e che i gusti siano e restino gusti (ragion per cui ciascuno è giusto che scali un po’ dove e come gli pare), non sarà però un caso che le tre parole-chiave dell’entusiasta climber americano medio siano: cool!, steep! e big jugs! (tutte seguite da punto esclamativo), e che vi siano tentativi maldestri e fuori luogo di far apparire una scelta migliore d’un altra, fra l’altro proprio nel nome di una crescita individuale che ritengo in realtà più apparenza che sostanza.
Che vi sia un aspetto mentale rilevante è cosa stranota, anche se un noto climber-scrittore sostiene che sulla roccia “il corpo prende il sopravvento sulla testa, governa lui”. Ma che sia o no l’arrampicata “the very embodiment of every meaningful struggle we’ll ever face in life”, non è chiaro il motivo per cui tale percorso formativo dovrebbe basarsi sulla battaglia di una rotpunkt (possibilmente in strapiombo) e non giungere attraverso quella di una on sight (magari in placca): di adattamenti diversi si tratta, così come di capacità diverse si ha bisogno nelle varie fasi ed occasioni della vita. Ma ci si può anche nascondere comodamente nella metafora non capendo granchè della vita reale. E si può fare dell’8 ed al contempo cascare sul 6: è la varietà delle situazioni a permetterci di riequilibrarci; si vince e si perde e c’è sempre da lottare e da imparare, l’importante è non raccontarsela e capire della scalata cosa si vuol fare, e se quel che vogliono renderla corrisponda all’idea che di essa ci è piaciuto conservare. Su questo secondo punto, a mio parere, soprattutto quelli che come Jolly hanno o sentono addosso una maggiore responsabilità dovrebbero lavorare. Il rischio è altrimenti che l’arrampicata, mentre discutiamo dell’utilità dell’avambraccio rispetto alla testa o ai piedi, ci sfugga di mano diventando da cosa nostra ad affare loro – un po’ come è stato del calcio, passato da sport popolare a grande business televisivo. Con la differenza che, il nostro, sport vero e proprio non so quando lo sia mai stato e quando lo sia voluto diventare. Ah già, nell’85. E pensare che io lo avevo scelto – o meglio: me lo ero ritrovato appiccicato addosso – proprio in quanto privo di regole ed allenatori, tifoserie ed errori arbitrali.
Ma chi ha trasformato la ricerca personale tramite l’allenamento in ricetta per la performance del weekend? Guai se diventassimo tutti sportivoni uguali!
Tant’è, per il suo valore storico m’attira ancora la Caduta degli dei; ma m’inquieta un nome che ha più possibili interpretazioni, essendo la mia piuttosto profetico-apocalittica.
Chi ricorda a Sportroccia quel passaggio risolutore di Edlinger, laddove gli altri strisciavano col ginocchio? S’i fosse forte, mi terrei; s’i fosse abile, lo stesso passerei.

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chiomonte chiusura permanente“SI AVVISANO TUTTI GLI UTENTI CHE: IL SITO ARCHEOLOGICO UTILIZZATO DAGLI APPASSIONATI DI QUESTA PRATICA SPORTIVA E’ MOMENTANEAMENTE CHIUSO E INACCESSIBILE!
CI SCUSIAMO PER IL DISAGIO.”

“Si sono piazzati lì, senza neppure chiedere il permesso. E intanto tutta l’area della Maddalena sta subendo una devastazione vergognosa.”

“anche con lo sport si prosegue l’assedio e la pressione alle reti”

“A Chiomonte si scala, anzi. Bisogna tornare a scalare per riprendersi i propri spazi.”

Col caldo africano alle porte, sono in pochi a partir dal mare per dirigersi in bassa val di Susa. Ma la valle sa riservar sorprese non da poco, e noi a scoprirle andiamo. Le strade son deserte, perciò si viaggia lenti e bene, e la barriera di Avigliana questa volta la saltiamo, più per via delle guardie che per risparmiar denaro: così risparmiamo almeno del nervoso, ch’esser trattati da delinquenti dai segugi dell’antiterrorismo non è divertente.
Serpeggiando per le statali raggiungiamo Giaglione, Dzalhoun o Jalyon a scelta fra il francoprovenzale o l’arpitano: dalla radice arp – dal preindoeuropeo kar-pe = «sotto le rocce» – e tan = «abitante». E qui son strette di mani e pacche sulle spalle, e birra artigianale od acqua fresca di montagna, e polvere e sudore nonostante la breve camminata. Il percorso è il medesimo della passeggiata notturna; ma stavolta alle reti del cantiere, che nel frattempo si è parecchio esteso, neppure ci fanno arrivare. Chi non ne approfitta per un bagno refrigerante e strafottente nelle pozze avanzate ai jersey prosegue per bei sentieri, costeggiando però qua e là file di omini neri pesantemente bardati e a scudo in mano, che manco puoi ritirarti un attimo tranquillo per pisciare. Noi banda di rozzi climbers preferiamo per un tratto risalire, a mo’ di scorciatoia, una ripida scarpata; scopro così riemergendo dal dirupo la famosa area boulder di Chiomonte, sito valutato “sicuramente il più vario del Piemonte per bellezza e difficoltà dei passaggi”: un luogo magico e ancestrale, nascosto nel bosco in una zona di interesse archeologico che i lavori han depredato o quantomeno occluso. Appena pochi mesi fa qualche appassionato ricordava per l’appunto che “è ancora possibile raggiungere l’area boulder di Chiomonte passando da Giaglione”, magari cercando di strusciar furtivi fra i massi, anche se immagino difficile celarsi dietro agli alberi armati di crash pad.
Forse che gl’invasori non debbano aver nulla da temere dall’avanzar degli arrampicatori?
In tempi lontanissimi, quando ancora mi crogiolavo nella mia bolla spazio-temporale verticale, già ebbi da discutere su questo argomento, nell’occasione di un raduno coraggioso che, mescolando assieme politica e arrampicata, nonostante la facile ironia dello slogan (“Meglio l’alta difficoltà…che l’alta velocità!”), rischiava di risultare ostico per molti e perfino fastidioso per alcuni.
Ma l’innegabile stato delle cose attuale è che “In Valle Susa sinora sono stati abbattuti oltre 5000 alberi, molti secolari”, in uno scempio di cui chiunque potrebbe ed anzi dovrebbe personalmente prendere visione; come ha fatto Cremaschi, finendo per collegamenti col descrivere quell’area chiusa al mondo come una nuova zona rossa, “un altro di quei buchi neri che da Genova in poi ingoiano la nostra democrazia”. Non sono paroloni: è evidente anche ai foresti che questa parte di valle sia stata trasformata nel presunto interesse generale “da verde giardino in un cratere lunare”; e i lavori vanno avanti. Ma noi pure, ed un saggio procedere implica il tornar sui propri passi: così, l’evento coi (pardon, sui) sassi è stato ripetuto un anno fa. Sulla pietra son rimaste ben poche tracce di magnesite, in compenso è nata qualche scritta incazzata od ingiuriosa: poca roba rispetto al danno causato dai rappresentanti dello Stato all’area archeologica della Maddalena, “dove ai tempi della Libera Repubblica No Tav si entrava con le pattine e stando attenti a non rovinare l’erba”, e che ora, post-occupazione, “è diventata un parcheggio per camionette e cingolati: nemmeno i cinghiali si comportano così”, commenta commosso chi si ritrovi a muovercisi attorno, con la curiosa e diffusa sensazione però che in gabbia in verità ci siano loro.
Buffo, oltre che inquietante, è il dover sottolineare come anche in questo caso sia tornato utile il fantastico capro espiatorio del black bloc pur di coprire certe nefandezze. Chi volesse saper qualcosa in più del “più importante sito archeologico e museale del Piemonte” (nonchè “tra i tre più importanti siti neolitici dell’Europa occidentale”, definito dai giornali addirittura come “la Pompei del Nord”), troverà a questo e a quest’altro link interessanti informazioni frammiste a note colme d’amarezza, oltre ad una ricostruzione da sbellicarsi dell’inganno che le istituzioni tentano di piazzare pur d’inventarsi la solita montatura dei cattivi che avrebbero “tirato le pietre della necropoli”, laddove “l’area archeologica non solo è recintata, e quindi inaccessibile, ma è il punto in cui le forze dell’ordine hanno organizzato il loro fortino. Inoltre, è impossibile che un uomo riesca a tirare massi di simili dimensioni”. Seppur con l’uso del condizionale, non è difficile dedurre che “I danni sarebbero quindi stati compiuti proprio dalle forze dell’ordine”. Si attendono smentite più credibili rispetto a quella dell’assessore regionale alla Cultura del PdL, il quale dopo un sopralluogo fra intimi ha dichiarato che la necropoli sta benone, che al massimo i danni li hanno fatti i NoTav, e che anzi essa “è stata ulteriormente protetta (…) nell’attesa che si possa procedere alla valorizzazione e alla promozione turistica del parco (…) grazie al progetto finanziato da Arcus-Mibac per 800 mila euro”. Del destino appunto di tale “pioggia di denaro pubblico”, concesso già nel 2010 al comune di Chiomonte per il rilancio del sito, chiese conto due anni fa qualche rompicoglioni d’archeologo; costretto ora, parrebbe, all’attesa paziente della conclusione dei lavori.
Con lo stesso metodo, i soliti democristiani riciclati mai esausti han provato ad addebitare ai manifestanti violenti il problema del turismo, “l’industria più importante dell’Alta Valle”, che secondo un ex sottosegretario del governo Berlusconi starebbe “perdendo il 30% a causa dell’incertezza per chi vuole raggiungere Bardonecchia e gli altri Comuni della Valle”: ci vuol del coraggio a rilasciare fantasie di questo tipo in merito a gente che ha saputo aprire case e baite per dimostrare l’“Ospitalità NoTav”. Ma la massa perloppiù suppone di saper ascoltare e blatera senza sapere, e così crede pure alle invenzioni: bisogna invece andarci in valle, magari un week end lungo, ad arrampicare, camminare, sentire, vivere, vedere cosa intendano per ‘crescita sostenibile’. Almeno al fine di accorgersi che “L’area intorno al cantiere, dove si trovano alcuni dei ripari sotto roccia più belli, è ancora accessibile sebbene più difficilmente e arrivando da Giaglione. Ma il rischio di essere fermati da qualche militare o poliziotto è costante. Lungo le sponde del torrente Clarea le ruspe scavando hanno divelto alberi secolari e tutto l’ambiente circostante è stato massacrato dal cemento”.

E nel frattempo che cammino turbato fra i vitigni e grappoli di sbirri guardo in su, cercando quasi involontariamente d’individuare la falesia dove poi ci recheremo il giorno dopo. Prima però c’è la cena con gli amici, tanto buona da essere a rischio perquisizione: armi non ne han trovate, speriamo solo che non si siano confiscati i funghi.

Il giorno seguente oltre che dalla calura è afflitto dall’afa, ma nuvole nere sparse minacciose ci convincono a non spostarci nè ad alzarci troppo. Non contenti della visita turistica di ieri, dal campeggio di Venaus saliamo alla frazione Santa Chiara per vedere che anche laggiù sotto le rocce c’è il cantiere.
Siamo infatti di nuovo a un passo dalla Val Clarea, curiosamente placidi ed assieme spiritati. Un cartello a bordo strada nel silenzio di boschi e prati spiega la parete della Gran Rotsa, la storia del canale di Maria Bona“un’opera di archeologia eroica” d’epoca medievale – e le suggestive leggende del precipizio che rende il climber equilibrista anche dopo la discesa.
La struttura, soleggiata ma versatile, ci permette di scalare fra le nubi: una brezza gentile tiene al fresco noi e lontane loro. Esposta e (pure troppo) panoramica, essa propone vie lunghe, tecniche ed eleganti su una roccia dura come il granito, ma con le forme sinuose e morbide del calcare. Alla base ha l’armonioso scorrer d’acqua dello storico acquedotto, il quale costringe ad inventarsi curiosi stratagemmi per partir su certe vie, oltre a garantir la corda bagnata dopo ogni salita. Ma queste piccole difficoltà sono un gioco nel gioco che ci rende affascinante il sito e indimenticabile la giornata. A preoccupare è semmai il pensiero delle piccole grandi opere che s’aggiungono a quella enormemente assurda: come le vasche antincendio delle gallerie SITAF dell’autostrada del Frejus, il cui peso non è minimo dal momento che sinora ha generato problemi di approvvigionamento idrico a Giaglione oltre al rischio assurdo, beffardo d’inquinamento del canale. Nel mio piccolo, faccio umilmente notare alla società della Torino-Bardonecchia che sui suoi cartelli autostradali sono tuttora indicati il museo e l’area archeologica di Chiomonte: si fan beffe del turista loro prima di chiunque altro. E noi, per quanto possiamo, i signori dell’autostrada cerchiam di non pagarli. Se il girovagar per la Valsusa ha comunque poco di ecologico, maggiore è il danno causato da chi dimentica l’esistenza di pezzi di valle sotto attacco alla faccia d’una degna pretesa, quel “buon diritto al suolo” che rivendica per tutti Erri De Luca nello sforzo di diffonder la consapevolezza che “l’avvenire sta nelle mani di chi protegge la propria terra”, a costo di doversele sporcare; anche se una volta, con giudizio sprezzante, lo si sarebbe liquidato fin troppo facilmente con l’acronimo NIMBY.
Che sia dunque un conservatore da cortile l’alpinista che vorrebbe “riportare interesse per un luogo affascinante e perso di vista dal mondo dell’alpinismo moderno, ridestare interesse per un territorio ricco di falesie e vie ferrate nel fondovalle colmo di fascino storico e con possibilità di rivisitazioni alpinistiche in quota”? Tutt’altro: “Non è un ricordo nostalgico del passato ma un indirizzo chiaro per il futuro”. Da dove iniziare? Si potrebbero seguir le indicazioni del ministro: “Iniziamo a scalare la montagna”. Buona idea. Ma il signor Lupi che ne sa di dove sta il Rocciamelone? Dietro l’inciucio fra i partiti nemiciamici c’è il tornaconto comune loro, mica il nostro; e oltre agli slogan e alle frasi fatte c’è solamente l’appiglio culturale fortunoso d’un Jovanotti segnalato dalla figlia e penosamente strumentalizzato per giustificare la solita goffa retorica del fare.
A volte mi chiedo dove sia sparito il popolo della montagna, quella vera, e se ne esista uno. Un popolo minoritario, ma consapevole per esperienza radiosamente eversiva, come un’alba rivelatrice, che essa “ha sempre qualcosa da insegnarci”; un popolo in grado di vedere nelle mani di lorsignori sulla montagna una vera e propria “guerra al territorio”, di cui la Tav è solo un esempio simbolico; un popolo che in tempi di tristi svendite al mercato, tragiche spettacolarizzazioni, strumentalizzazioni politiche e svilimenti identitari, invece di adeguarsi allo stato marcio delle cose, sapesse recuperare l’ambiente ed il senso della propria passione.
A chi suona eccessivo il paragone partigiano oggi un poco abusato spero piacerà, in alternativa, il ruolo volontario di moderni custodi d’un bene materiale e culturale nostro e assieme collettivo. Se è vero che “I contadini di queste valli, anche senza aver mai raggiunto alcuna vetta”, furono “portatori dei medesimi valori, basati sul rispetto della natura e sulla imprescindibile simbiosi tra essa e l’uomo che vi vive, che da sempre hanno permeato gli alpinisti” (dalla Introduzione ad Alpinismo per gioco, 1987), allora è a noi che andiamo su queste falesie e per questi sentieri che spettano la difesa indomita, la conoscenza ed il rispetto del territorio; ad altri l’appropriazione arrogante, violenta e indebita.

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alba_dorata_italiaIl Secolo XIX s’è affidato alla scrittrice Rosa Matteucci, detta anche cuoredimamma, per versar palate d’odio politico nazional-popolare a senso unico approfittando nientepopodimeno che del Festival di Sanremo.
Non essendomi stata concessa la grazia della pubblicazione fra i commenti, nè la possibilità di comunicare con l’autrice al fine d’indicarle due fatterelli non casualmente trascurati, esprimo qui di seguito non un’apologia del terrorismo, bensì la modesta rivendicazione e richiesta d’una qualche forma di onestà intellettuale in ambito informativo e culturale.
Il grande passo avanti che ci ha condotti dallo “squallido” Cesare Battisti ai democratici fasti odierni – nei quali violenza guerra e repressione sono usualmente giustificate con le più nobili ragioni, esattamente quel che si imputa al mostro – non m’impedisce di prender le distanze da questo “paese di bambini invecchiati, bisognosi di mostri” (Erri De Luca) e di continuare a pensare – sempre con Erri – che sia un terrorista “chi mette una bomba su un treno, terrorizzando, appunto, la gente comune”, ben sapendo che “il terrorismo che ha messo le bombe nelle banche, sui treni e nelle piazze è rimasto impunito”, quando non espressamente ringraziato e premiato. A proposito di squallore.

“La società non ha bisogno di scrittori.
Ha bisogno di mostri.”
(appello di Carmilla Online)

Gentile Sig.ra Matteucci,
se vuol legger ribaltato su di Lei il non troppo ironico passaggio qui citato, faccia pure.
Ho provato a commentare il Suo articolo online, ma finora non sembro aver meritato la pubblicazione: solitamente vien privilegiato chi ha poco o niente da dire ma sente urgenza di vomitarlo, per la gioia del pubblico non pensante.
Ebbene, nel Suo articolo l’espediente emotivo della sedia a rotelle funziona a stento; non soltanto poichè sia noto che Torregiani fu ferito dal padre nel corso dello scontro a fuoco coi PAC (Battisti neppure c’era, faceva il ‘palo’ altrove). Questi elementi di certo non escludono le responsabilità dei PAC, ma è sempre utile eliminarli per spingere verso una certa direzione.
Allo stesso modo Lei sceglie di eliminare, nella Sua già fantasiosa ricostruzione dei non-fatti e dei male-detti, altri elementi che tornano invece decisamente utili per valutare la mancanza di serietà, serenità ed onestà intellettuale del Suo scritto.
Insomma, in soldoni la colpa della Bruni – patetici nazionalismi a parte – sarebbe quella d’avere, in qualche modo misterioso, sostenuto la causa innocentista relativamente a Battisti (quell’esser rimasta “non completamente insensibile agli appelli”, che implicherebbe pressioni sul governo di Lula); e questo sulla base delle insinuazioni (così scrive Lei stessa) di un signore – Bruno Berardi – che Lei si limita a ricordare per comodità in quanto “figlio di quel Rosario assassinato nel 1978 dalle Br”, ma che io preferisco ricordare invece per esser stato:
1) prima, espulso dalla Fiamma Tricolore per aver esaltato – in buona compagnia, col leghista Borghezio – l’omicida fondamentalista cristiano e nazifascista norvegese Anders Breivik (“secondo me è un eroe”, parole sue), autore della celebre strage che provocò la morte di 77 persone colpevoli d’esser socialiste (è brutto contare i morti, ma sono un po’ più di 3 o 4); e
2) poi, per essersi oggi, sull’onda del neonazismo dilagante, inventato – per fortuna senza troppo successo, pare – Alba Dorata Italia (“ho avviato contatti con la Destra, Forza Nuova e CasaPound”).
Affida proprio ad un bel personaggio la credibilità della Sua accusa contro il mostro!
Mi complimento dunque con Lei, Sig.ra Matteucci, per essersi aggrappata ai deliri d’un fascista fan d’uno stragista moderno pur di gettar fango a senso unico sull’unico nemico che s’è deciso debba restare, ancora oggi, il militante armato comunista degli anni ’70 (e non invece lo Stato ed i fascisti coi loro ben più orrendi crimini, ovviamente sempre impuniti); e capace persino, nel far questo, di cogliere al balzo il Festival di Sanremo quale buona occasione per abbassar la Storia al livello di gossip da parrucchiere.
Complimenti davvero Signora, davvero un gran bel pezzo di giornalismo, capace di ridurre un’apparente volontà di giustizia tutt’al più ad una gara fra mostri.
Perché Sanremo è Sanremo: “eternamente, futilmente polemico, con i suoi polveroni a ciclica ripetizione”…ed anche Lei stavolta s’è divertita a soffiarci un po’ su.

p.s.: nel caso non l’avesse mai visto: Berardi è quello con gli occhiali.

Con tanti auguri di buona visione

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“La Grecia brucia, il Belgio s’allaga…solo in Italia non succede un cazzo.”

“la situazione è degenerata quando sono entrati in azione i black bloc, peraltro applauditi dai manifestanti”

“In piazza bombe, molotov, spranghe di ferro e gente che applaude i black block.”

“«Maledetti porci, servi» urla una signora coprendosi il viso per proteggersi dai lacrimogeni.”

“Dovete morire. Punto.”

“E’stata soltanto una fiammata, ma ha acceso più di un’inquietudine. Mercoledì sera durante l’attacco alle trivelle impegnate nei sondaggi nell’autoporto di Susa con i sassi e i petardi per la prima volta è stata lanciata una molotov.”

Sento puzza di bruciato. La Grecia è dietro l’angolo, ed io sugli angoli ho una teoria. Questa teoria dice, in pratica, che ogni angolo che girerai nel bene o nel male ti stupirà; ma che sarà sempre e comunque valsa la pena farlo. Il fatto è che qui non s’è deciso noialtri di girarlo.
Immagino dunque lo stupore quando dalle più scaltre, genuine, ardimentose propaggini del corteo s’alzerà in aria la prima molotov, e pochi ed incerti nella confusione saranno gli occhi che la vedranno. Sicuri, determinati, folli d’ardore quelli del lanciator scortese. Muti e cupi quelli delle parti per questa volta offese, di coloro i quali la riceveranno in caduta libera ad annunciazione d’un Inferno metropolitano che è poi quasi tutti i giorni, ma lo scopri solo quando senti il potere finalmente tuo per qualche istante, il sangue andare al manganello, la rabbia a forma di sasso stretta in mano. I fotografi con caschetto e maschera meglio piazzati inghiottiranno d’un colpo la saliva: sono attimi che valgono una vita intera, talvolta la rubano perfino, la strappano via. Click!, e lo hai preso. Devono avere insegnato lo stesso al milite ignoto che sparò a Carlo.
Ma, anche se li chiamano “professionisti della protesta”, quest’insana passione per i rivoltosi non è certo un lavoro ben retribuito: è piuttosto, per alcuni di essi, una scintilla rapida poco più del click!, una furia non sicuramente dovuta alla spiaggia e al mare mancati, semmai al fumo ed all’odio respirati; per altri, una somma di fotografie che forma un album di memorie poco dolci, che fanno male, ma un male che mentre cresce fa crescere e non va perduto se qualcuno lo tiene a mente, se qualcuno lo tiene a pelle (per citar Erri De Luca da Non ora, non qui).
Il puzzo si fa ora soffocante. Fumogeni prima e lacrimogeni dopo tolgono il respiro. Le cronache di domani toglieranno pure la voglia di esprimere e di portare conflitto ancora. Guardandomi attorno vedo scuro e non so cosa aspettarmi, dietro a quale angolo cercar nascosto il lieto fine. Abbiamo sprecato troppa pazienza, gettato al vento troppe parole senza neppure capire in quale maledetta direzione esso spirasse. Di una cosa sola, in questo periodo, un fine settimana dopo l’altro, incautamente vado sicuro: se il sabato fosse anche moscio, la domenica sarà a muso duro.

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