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Posts Tagged ‘desiderio’

sampietrini“Noi facevamo il male / il male era fatto bene”
(Jacques Prévert, da Fra le sue mani)

“Hai la rivoluzione in te / mi convinci a risorgere”
(Afterhours, da Elymania)

L’amore esibito non la spaventa: come I ragazzi che si amano di Prévert, anche noi nei lunghi attimi del bacio non ci siamo per nessuno, anche se attorno è folla, traffico e rumore. Ci basta una piazza, un vetro, un portone. Chiudiamo gli occhi immergendoci nell’abbagliante splendore del nostro amore che anche se non ha l’ardore del primo aspira alla dignità di quello che si vorrebbe ultimo, forte, solido, ma che comunque s’ha da accettare per quello che è: pura sorgente d’emozioni conosciute eppure sempre nuove, resistenti all’inedia del tempo presente, alla perdita progressiva di qualsiasi valore, troppo spesso svilite poichè vissute senza più essere comprese.
Agnese, fra le tue mani torno a confonder male e bene, sei tu la donna della mia rivoluzione, artefice seducente del cambiamento, guida affidabile e convincente, scagliata contro il timore della morte prossima e di quella in vita, la piazza Tahrir in cui entro da uomo libero ad impregnarmi d’orgoglio e di passione. Fra le mie mani scopri che non c’è possibilità d’errore nell’esserci cruciale del momento, nell’accadere senza necessità di spiegazioni; nel tentativo di costruire finalmente un mondo a parte sotto il nostro comune controllo, senz’ordine eppure sicuro, liberatorio proprio nell’istante in cui nel gemito ti paralizza.
Se il mio desiderio d’individuo conflittuale e incontenibile da nulla può esser soddisfatto, tu sei la mia eccezione a lungo e faticosamente ricercata. Io il soggetto della rivolta, tu la rivoluzione; io il sasso scagliato e tu la strada.

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SchieleGliamanti“Stiamo abbracciati alla finestra, ci guardano dalla strada:
è tempo che si sappia!”

(Paul Celan, da Corona)

L’amore per i dettagli mi ossessiona. La perfezione ha qualcosa di disumano se ricercata, artefatta, costruita; ma pare un miracolo se è come la pummarola, come natura crea. E la perfezione è nell’armonia globale, e assieme nei dettagli: non c’è armonia nel tutto senza precisione nel particolare. Sia chiaro, perfezione non implica assenza di difetti, bensì coincidenza tra immagine e desiderio, tra sogno e realtà individuali, in un gioco di reciproche e mutevoli aspettative.
Agnese perfetta non è. Fin dal nome suona male, ci s’immaginerebbe una rotondità scomposta a mò d’agnolotto. Invece è magra senza esser spaghetto, ma lunga e affilata come il coltello con cui i suoi occhi intagliano il cuore del malcapitato. Non so più quale forma possa avere assunto il mio, immagino sia a cioccolatino, a fetta di meringata. Spurga infatti talvolta dolcezza nauseabonda.
La guardo sollevarsi dal letto per raggiunger la finestra e mi piace avvertirne a malapena i passi su tappeto e parquet, percepirne fluidità e leggerezza. Non è un fantasma, l’ho da poco toccata e stretta fin quasi a farle male, come per trattenerla appesa a una minaccia d’amore, che infine sia come sappiamo non riuscire ad esser mai: eterno. E’ piuttosto la maniera in cui vedo muoversi il destino in questo periodo: armonioso, stupefacente e senza affanni, senza cadute. Ha caviglie sottili ma forti, scivola con grazia incomprensibile, in punta di piedi arriva a riportar la luce. Sfuggo al richiamo rifugiandomi ancora sotto le coperte. Lo faccio apposta: a quel punto so che mi verrà a svegliare giocosa tra pizzicotti e fusa di gatta, con quegli occhi che tanto ammaliano da spaventare; rabbrividendo ne scruterei i particolari, che una luce più intensa adesso meglio definisce, godendo nel pregustarli e ad ogni nuova carezza, ad ogni nuovo assaggio. Ansimando forse le chiederò d’alzarsi e di camminare ancora, solo per me, maliziosa e crudele come la bestia attorno alla sua preda. M’inchinerò al piacere d’obbedire ad un desiderio superiore, nè sorriso nè dolore, nè stupito nè stanco d’esprimerne e d’assorbirne ancora. Avrò compreso allora quella delicatezza e l’avrò fatta un poco mia.
Agnese, dolce Agnese. Ti volti, ruoti, non cammini, volteggi; sei il gioco e l’oggetto stesso del gioco, o almeno così credo io pensando per un poco al solo balocco mio senz’accorgermi che sai anche tu pretendere o dire basta in un’occhiata; certo, eccedere è una debolezza che patisco. Ma fra le debolezze adoro vederci sprofondare, sino lassù ai fianchi riesco a malapena ad arrivare, da quelle dolci pieghe, da quelle graziose incurvature non mi stacco. Inventiamoci un nuovo modo di giocare, scoprilo, non mi ci far pensare. Frughiamo nei dettagli, cedimi ancora, làsciati ossessionare.

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“Personalmente prima guardo al valore dell’uomo, poi viene quello dell’alpinista.”

“Poi ci sono quelli che tentano, tentano di scalare il muro. (…)
Maledizione, c’è un altro muro!
Eh già, c’è un altro muro, certo. Diverso da quello di prima ma c’è un altro muro da abbattere. E poi ci sono i muri dentro, i muri fuori, muri dappertutto, tanti, tanti muri da abbattere…”

Guardare l’orizzonte oltre la falesia e mettere scalate e scalatori a confronto. Non solo fra di loro e per gioco, ma con se stessi e con il mondo circostante, per cambiarlo; in particolare quando è stato circoscritto, delimitato, occluso, riempito d’odio e recintato. Ci stanno muri o reti dappertutto: dalla insanguinata terra di Palestina ai territori occupati militarmente della Val di Susa. E ci sta gente che li assedia, li circonda, li sfida. Salire il muro, mani sul cemento, sfidando l’oppressione, diventa allora metafora della fuga dalla gabbia in cui ci siamo ritrovati: qualcosa di più d’uno street boulder che bene può far solo agli sponsor e forse all’animo impoverito di qualche presunto ‘alternativo’ wannabe.
Per carità, voglio loro bene, e il bene comune voglio. D’estate dopo la pietra trazionavamo sui balconi, e usava più il tout le monde… che il gioco della bottiglia. Solo, non m’attira più un certo anticonformismo esibizionista, la stravaganza trendy che rende questa incontrollabile passione misurata stramberia, sghiribizzo, ciuffo fuori posto, piercing da ostentare.
Non appena, superata l’involontaria goffaggine delle evoluzioni con lo skate, iniziai a sentire dentro di me la voglia e la paura d’arrampicare e solo potevo sognare le rocce dolomitiche che m’avevano cresciuto fra storie di reticolati, m’attaccavo io per primo dappertutto: dagli scogli sospesi sull’acqua ai muretti a secco. E’ il fondo di verità nascosto sotto ad ogni garetta street: non sport di strada da fighetti modaioli è lo scalare, quello è puro disperato inarrestabile desiderio. Non ho la materia? Me la invento, la ricavo: adattando il corpo alla realtà metropolitana, ed essa allo scopo. Di lì a poco sarebbero arrivati anche per me il mitico muro genovese di Puntavagno (storica la foto in tuta rossa col Micheli, impegnati dopo scuola a bloccar duro su sfondo marchiato “Autonomia operaia”), quello più elitario di Quarto, gli spit marci e la scogliera viscida dei Cica, e con essi l’arte tutta anni ’80 di produrre artificialmente fantasie gestuali urbane vista mare, ravvivate da tossici, pedofili, granchi e bolli colorati; e ancora, il monolito piantato sulla spiaggetta di Quinto ed altri chiodi corrosi ancora su quella più distante di Vesima, attaccati ad un piccolo ma enigmatico tetto Berhault.
Di cool c’era poco o niente, fra l’imbarazzo avvertito o provocato; ma era e resta tutto sommato divertente godersi certe scene di stupore incuriosito da parte di bagnanti, passanti, cittadini medi perbene. Era però all’epoca una diversità genuina, priva di marchio registrato.
Quando, ad esempio, da bambino cercavo di stare aggrappato al muraglione del giardino sotto casa, un signore un giorno mi chiese – non saprei con quanta ironia – se fossi intenzionato a salire per rubare. Avrei dovuto rispondergli di sì: salire per rubare alla monotonia d’una esistenza anonima e annoiata la possibilità d’una visione nuova, forse ancora sfocata a quell’epoca, ma percepita ardente come fuoco. Aggrappato ad un sogno avrei voluto scavalcare le imposizioni d’una società che i sogni sopprime reprimendo le esigenze di chi a qualcos’altro, oltre ad un dignitoso sopravvivere, ambirebbe. Di più: costringe le ambizioni e livella le libertà individuando un obiettivo comune per tutti, tant’è che denari e ricchezze da bimbo, preso per zingaro furtivo, incollato a quel muretto avrei cercato! Credo mi colse allora la vergogna, nell’incapacità d’una valida spiegazione razionale; ma appena il signore se ne fu andato, ricominciai un gioco che in segretezza tornava lecito, e della cui irregolarità mi compiacevo. Non avendo in realtà nessuna meta: era già naturalmente chiaro a quel tempo il concetto dell’arrampicarsi per l’arrampicarsi, a sostegno dell’istinto leggiucchiavo la rubrica Cronaca della libera di Manolo. Così ripresi sulle dita la mia personale traversata, intuendo forse già allora di volere ingenuamente trasformare un pezzetto d’esistenza da una strada che oggi han chiuso con sbarra, in nome della proprietà privata, per far stare quel signore più sicuro.

Blocchi, confini, legàmi:
“lo Street Boulder è finalmente un marchio registrato (r)”
“Ali, durante la sua scalata del muro della vergogna”
“David Rizzi e Dario Franchetti, due cooperanti italiani con la passione per l’arrampicata che si sono incontrati in Palestina e hanno deciso di scalare questo assurdo muro”
“La “cultura” dei muri è all’apice della sua storia…”
“La costruzione di un muro è sempre la più grande delle sconfitte.”

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