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Posts Tagged ‘democrazia’

rivolta quotidianaL’attesissima posizione del sottoscritto sulle ultime distrazioni elettorali: di traverso.

“(…) il pragmatismo, anche di sinistra, si rivela sempre più inefficace nella sua adorazione del “reale”. (…) l’utopia, al centro della politica, diventa ogni giorno più necessaria.” (Serge Quadruppani – Un dettaglio francese, da Il cinema, il Maggio e l’utopia)

Impegnato come sono con trazioni e piegamenti, rischiavo di perdermi l’ennesimo gioco delle parti dei dominati e dei dominanti, uniti nella lotta comune a ladri di pattume ed ambulanti.
Mossa da mezz’uomini e quaquaraquà, ha dunque vinto la propaganda contro zingari, lavavetri, centri sociali e vù cumprà – minestrone dell’intolleranza alla genovese -, origini evidenti di tutti i peggiori mali del paese; mentre per combatterli è stata democraticamente scelta da una minoranza d’umanità in disfacimento un’ammucchiata di furfanti dalla faccia perbene, impegnati a tempo pieno a sfottere chi è costretto a modo proprio a lavorare, e sospettati d’andarsene ai monti e al mare con denaro che non gli appartiene. Sembra infatti che certi privilegi a qualcuno piaccia prenderseli – come e più di quanto occupanti, questuanti e venditori abusivi fanno coi diritti, ma con la differenza della necessità -, se verranno confermate le accuse che vedono lorsignori leghisti impegnati in scorribande di piacere nei weekend fra Limone, Aosta e Cormaiore: il tutto a spese nostre, ma senza alcun diffuso malcontento nella pubblica opinione, nè speranza che gli sbirri li trattino in caso di arresto come trattano i migranti nel gestirne l’espulsione.
Non sono però un fan di queste battaglie legalitarie à la Travaglio, per cui rinnovo il più efficace invito a giocar d’anticipo e a non votar nessuno mai, che è sempre meglio. Anche per evitare di confondersi coi “cittadini semplici”, poveri ma illusi, e con “l’elettore conservatore” cosciente delle proprie scelte: macchiette che in realtà si sovrappongono, giacchè è quella che rende l’uomo comune estremista da bar ed il fascismo normalità l’illusione più semplice e credibile, e chissenefrega se essa sostiene un sistema mafioso ed aiuta a vivere nell’ignoranza. Per quanto ce la possano raccontare, non è certo il voto a fare la democrazia: i giochi sono fatti già in un’altra stanza. Il paradosso democratico ormai non riesce più a nascondersi, resiste in ogni secondo che ancora sopportiamo la sensazione di star seduti a forza dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti, ahimè, sono occupati – e ci son quelli rimasti in piedi, quelli in cella, e quelli già affogati.
Non è chiaro infine per quale motivo la presunzione d’innocenza si dovrebbe riconoscere ai soli italianissimi politicanti, mentre i migranti possono essere accusati gratuitamente del pericolosissimo reato di diversità: essi “che nulla sanno di democrazia e Civiltà Occidentale”, come sentenzia uno sparlatore di merda di professione, arrivando ad inventarsi il ridicolissimo complotto d’una invasione negra programmata ad arte in quanto utile ai rossi (essi sì in emergenza) a risollevar le proprie sorti elettorali. Il rischio insomma è che un eventuale voto della nuova classe miserabile possa andare ad incidere su quello dei ricchi patrioti: ciò sarebbe veramente intollerabile, saremmo idioti.
D’accordo che alle primarie del Pd hanno fatto votare anche i cinesi, ma penso che solo sui social possano attecchir panzane di simile grandezza…o forse no, visto che il débat public risulta tendere sempre più sostanzialmente alla monnezza, fino al santanchèvole livello del “metteteveli in casa vostra” gridato da indignados-schifados ben attenti per mestiere a rimanere sempre in mostra.

Il livello medio – di cosa? Di tutto, scalata inclusa – si sta abbassando, e mentre c’è chi dalla crisi vien distrutto, chi governa non può che essere contento; lo conferma anche il destino di Pareti, che una volta il giornalaio credeva essere rivista specializzata sull’arredamento: “Sappiate che le vendite si sono impennate quando abbiamo deciso di tagliare i testi e ingigantire le foto”, avverte scoraggiato il direttore, il quale probabilmente sente avanzare il vuoto e immagina lettori mezzi morti. Cacciatori d’emozioni forti, ben altri scenari delle quattro mura di casa noialtri scalatori ricerchiamo; tant’è, saranno anche ampi gli spazi esterni, ma di nuovi scenari col cervello oltre alle quattro tacche, quattro chiodi o quattro tiri in sequenza proprio non ne riusciamo a immaginare. Il mondo è qua, è quello che è ed ormai ci basta. Con la salita in tasca ritorniamo soddisfatti dai nostri altopiani per scoprire con ritardo che lo scettro del Potere giù in città ha cambiato mani.
Poco male, quelle di prima non erano migliori, e a tutte sembra piaccia puntare il dito sulle mani che arrivano da fuori; tanto da elevare il gesto a simbolo di battaglia per la moralità e legalità, in grado di buttar giù, dopo il castello di carte della Regione, anche quello meno solido ancora del Comune. A dimostrazione che sulla pelle degli ultimi si sta giocando una lotta politica ben più bassa, di interessi e riposizionamenti comodi per restare a galla qualunque treno passa. Ma non è piacevole lo stesso sentirsi così estromessi dalle pur perverse logiche sociali, sguardi luminosi e brucianti (G. P. Motti) contro occhi turati, mani nude confuse con altre mani nude, la priorità ipocrita del gioco su quella del bisogno; richiamati soltanto più ai valori o disvalori del degrado e del decoro, e all’ordine del divertimento e del consumo irresponsabili, o quasi, che dan loro: alla movida senza vetro in centro si risponde ai margini col succo di frutta verde periferico, ogni argomento è trasformato in esposizione tragicomica, in paura irrazionale, in spot elettorale. E come se non fossero bastati quelli allestiti per le elezioni, sotto forma di gazebo s’impone il modello di vita comunitaria manicomiale: il negozio oggi ci insegue biecamente anche in falesia, dove l’acquisto è occasione di festa, simpatica agevolazione che nessuno teme. Peccato che poi tocchi comunque a te tirare fuori il portafogli, che la scarpetta provata sia la sinistra o sia la destra: in ogni caso hai da acquistarle assieme.

(photo by Mon Trésor)

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agitazione_con_matitoneLo sproloquio m’è uscito rotondo; la poesia, per chi vuole, sta in fondo.

“Mi chiamo Sallusti, dirigo un giornale, di tendenza centrodestra, sono un liberale. Ma ho criticato il Cavaliere, più volte, non mi asserraglio in nessuna Repubblica di Salò, difendo il mercato e la libertà dell’individuo e il consumismo occidentale”

“Genova è una città nel caos. (…) Ieri nessun autobus ha circolato e gran parte dei 2.300 dipendenti ha invaso il Consiglio comunale interrompendo la seduta con slogan, striscioni, insulti e minacce verso il sindaco Marco Doria, che se l’è cavata solo grazie all’intervento dei vigili. Un atteggiamento squadrista che ha paralizzato la città (…). Il giorno dopo Doria ha capitolato di fronte allo squadrismo rosso (…).
(…) la questione attorno alla privatizzazione non è ideologica, ma economica, non si tratta di una scelta strategica, ma di una decisione inevitabile. (…) l’amministrazione non si trova a percorrere la via della privatizzazione perché folgorata sulla via del “neoliberismo selvaggio” ma perché i soldi da sprecare sono finiti (…).
Ciò che più sconcerta (…) è la reazione dei genovesi allo sciopero selvaggio. Da un video del Secolo XIX si vedono gli automobilisti bloccati nel traffico solidarizzare con i manifestanti”

La Storia si ripete, e non si fermerà alle cosiddette “cinque giornate” di Genova. Salvo stimabili eccezioni, costituite per gran parte da nobilissimi e testardi teppisti e provocatori, essa è rappresentata da un chinarsi continuo alla legge della guerra. E la legge della guerra è la stessa delle privatizzazioni: mors tua, vita mea; oggi a me, domani a te. La guerra stessa, del resto, è stata privatizzata; più di tutti lo dimostra Israele, che ne ha tanta da fare che i militari di leva non gli bastano.
E’ una legge che in entrambi i casi tentano di farci digerire mostrandola nella prospettiva della fatalità: “L’abilità (…) è stata quella di far apparire gli interessi del grande capitale come esigenze naturali dello sviluppo, e, per contro, retrograde e parassitarie le resistenze al cambiamento.” Le nuove forme di dominio infatti puntano su “una logica della causalità. Cioè a una forma di necessità annunciata. La critica (…) ha meno presa: ai dominati viene solo chiesto di essere realisti.” I soldi dunque sono finiti (colpa tua, per giunta, che gozzovigliavi), però – chissa perchè – ogni costosissima soluzione bellica è sempre inevitabilmente ben accetta (alcuni, come la Signora della Guerra – benchè ex pacifista no global – Pinotti, l’han perfino resa una fissa personale); e chi resta a lottare per qualunque causa si presume lo faccia per difendere “strutture di potere e diritti acquisiti”, insomma privilegi, mica il bene comune. A quest’ultimo, peraltro, dicono di pensar per noi già lorsignori, che potere, diritti e privilegi stabilmente già detengono; non c’è quindi da preoccuparsi, e chi osasse verrà tacciato, come minimo, di “benecomunismo”.
Peggio, come avete letto poco sopra, fanno gli sgherri de L’Intraprendente, che spronano da destra il marchese rosè a farsi sempre più annacquato, e che da bravi reazionari vedono un mondo a perenne rischio-rivoluzione, dove pericolosamente (per loro, che han qualcosa da farsi rubare: potere, diritti e privilegi per l’appunto) “Tornano i sogni del ’17 e del ’68: quel che è mio è mio e quel che è tuo deve essere di tutti”.
Non è inutile ricordare, visto il lontano riferimento e per restare in casa nostra (prescindendo perciò dalla Rivoluzione d’ottobre), che a Torino, nell’agosto del 1917, agitazioni, scioperi e rivolte furon motivati non soltanto dalle “difficili condizioni in cui si trovavano a lavorare la maggior parte dei proletari italiani”, bensì anche dal fatto che alle loro legittime rivendicazioni economiche “si intreccia la propaganda per la pace”, così assumendo le proteste “un carattere antimilitarista contro la guerra in atto”. Questi signori che vedon comunisti mangiabambini dappertutto, insomma, bene farebbero a riflettere sulle ragioni che storicamente muovono le masse alla rivolta: eviterebbero in tal modo di provar sconcerto dinanzi alla solidarietà fra cittadini e lavoratori, ch’essi preferiscono mandare gli uni con gli altri a farsi fuori.
La questione, comunque, in questo caso è tutta da risolversi in famiglia: il fogliaccio di cui parliamo è diretto infatti da Giovanni Sallusti, nipote del fin troppo noto direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti, a sua volta nipote di Biagio Sallusti, “tenente colonnello del Regio Esercito che dopo l’armistizio aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana e che fu giustiziato dai partigiani per aver presieduto il Tribunale speciale che aveva condannato alla fucilazione il partigiano Giancarlo Puecher Passavalli”. Quest’ultimo, sia chiaro, fu eliminato “non per omicidio, ma per «aver promosso, organizzato e comandato una banda armata di sbandati (…) allo scopo di sovvertire le istituzioni dello Stato»”: squadristi antifascisti. Conferma il Sallusti arcigno e pelato che quella “era la legge della guerra”; ma Puecher, a sentire il maggiore Mario Noseda, “Era un idealista, uno che, ne sono certo, non aveva mai sparato un solo colpo di rivoltella”. Questo assieme il suo merito e la sua colpa, a conferma che a pagare sempre il conto più pesante è chi alla legge della guerra non si piega, chi si ostina ad andare in direzione contraria al senso crudele preso a forza dalle cose.

Figlio d’una consapevolezza che questi degni eredi del fascismo definiscono, rigirando maldestramente la frittata per meglio mantenere vivo un odio antico, “atteggiamento squadrista” o più chiaramente “squadrismo rosso”, raccolgo qui di seguito alcune umili memorie personali di quando ancora il trasporto pubblico, oltre a funzionare, era anche un mezzo per sorridere, leggere, riflettere, sognare; un luogo confortevole, accogliente da difendere dalla macchina del fango e del terrore retroattiva e sempre attiva, la quale trova ogni giorno d’ogni epoca nuovi servi compiacenti – pronti a tutto, dietro pagamento – da far propri strumenti.

Tram

Fasci di luce scompongono il fervore
elettrico scintillio di vite antiche
attraverso questo vetro appannato
ogni volto ha una maschera d’oro
monotoni quadri e rumori si alternano
eccitante umida sporca desolazione
un lampo
una lacrima scivola
triste
zittito dal ghiaccio
dietro questo vetro appannato
mi sento sicuro

La lacrima è in fondo al vetro
troppo vento
scendendo

 —

Autobus per il centro

Ho sorriso guardandola faticosamente
conquistare il posto più comodo
per la salita e la discesa

Le borse della spesa
trascinate nell’angolo più sporco
un angolo del mezzo, un angolo del mondo

Perchè è questo che ci basta, in fondo:
portandoci appresso il nostro inestimabile peso
che tutto vada per il meglio
nel salire a bordo e nello scendere

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Ripubblicato da Livellozero, maggio 2012 (sito non più esistente, se non per i vecchi articoli; qui un piccolo ricordo), con tanto di ufficiale pubblica presentazione

“39. Usiamo il termine “attività sostitutiva” per designare un’attività diretta verso un obiettivo artificiale che le persone si prefiggono semplicemente per avere un obiettivo da raggiungere o, lasciateci dire, semplicemente per la soddisfazione che ricavano dall’inseguire un obiettivo. (…)
63. Così sono stati creati dei bisogni artificiali che (…) garantiscono la dipendenza dal processo del potere. (…) L’uomo moderno deve soddisfare il suo bisogno del processo di potere in gran parte attraverso la ricerca di bisogni artificiali creati dalla pubblicità e dall’industria del marketing, e attraverso attività sostitutive. (…)
66. Oggi la gente vive più in virtù di quello che il sistema fa per loro o a loro che per quello che riescono a fare loro stessi. E quel che fanno per loro è fatto sempre di più dentro canali costruiti dal sistema. Le opportunità tendono a essere quelle che il sistema concede, e ad essere sfruttate in accordo con le regole e i regolamenti, e perché vi sia una possibilità di successo devono essere seguite le tecniche prescritte dagli esperti.
67. Così il processo del potere, nella nostra società, è spezzato attraverso una mancanza di scopi reali e una mancanza di autonomia nel seguire gli obiettivi. (…)
84. (…) un’attività sostitutiva è diretta verso un obiettivo artificiale; l’individuo la pratica per l’interesse verso il processo di “conseguimento” che ne ricava, non perché ha bisogno di soddisfare quello scopo specifico. Per esempio non vi è un motivo pratico per costruirsi enormi muscoli, inviare una piccola palla dentro una buca o acquisire una serie completa di francobolli postali. Tuttavia molte persone nella nostra società si dedicano con passione al body-building, al golf o a collezionare francobolli.”

“Non vi è un vero traguardo: la marcia si conclude quando rimane un unico partecipante, ovvero quando tutti gli altri 99 sono stati eliminati.
Al vincitore viene assegnato tutto ciò che desidera per il resto della sua vita. Questo premio a prima vista potrebbe sembrare il vero motivo che spinge ogni anno 100 ragazzi a rischiare la vita, ma è solo il pretesto che serve a giustificare nella mente di ogni giovanissimo partecipante un disagio interiore, una mancanza di scopi reali nella vita. La Marcia diventa lo scopo, un obiettivo facile da desiderare, ma una volta in gara tutto si rivelerà per quello che è: una lotta per la vita, per non essere eliminati, la voglia di non essere uccisi sotto gli occhi del pubblico in delirio.”

L’anno passato m’han premiato la presunta abilità da parete assieme ad un alpinista politico di professione, stimato fino a ieri al sei per cento (ed ora in caduta libera senza controllo) in vista del comando o della sua rappresentazione. Rappresentiamo spinte contrarie, su diversi terreni ci spingiamo. Talvolta è capitato di scontrarsi via email, di sfiorarsi per strada, d’adocchiarsi in palestra: è l’inutile bellezza della democrazia moderna, che ogni barlume di conflitto smorza e svilisce, ogni genuina speranza di cambiamento spegne ed umilia; “esasperata”“morbosa” (Ortega y Gasset) è un’eguaglianza conformante che non consideri una questione di qualità, tollerando ogni sprofondamento culturale, costringendo ogni spirito critico alla clandestinità. Sul materassone blu dello scimmiodromo di plastica cade ogni argomentazione, non ogni maschera; e tutti portiam la stessa con la stessa anonima, pallida soddisfazione. Non mi avrete mai, insisto bambinescamente, ma nell’arena già ci sono e procedo a giocare senza crescere. Che sia davvero possibile esserci diversamente, orgogliosamente modesto, diversamente instabile? O che debba infine sperare nell’intervento di Unaclimber, sperando altresì che sia affidabile?
Alla premiazione mi son presentato assieme all’invecchiamento attivo dei miei, ma separato. Fra la diffusa anzianità non v’era traccia d’Unaclimber, come invece avrei auspicato. L’incomprensione intergenerazionale è totale e generalizzata, ma egualmente ci si stringe le mani a tempo indeterminato per darsi un contegno, l’altra mano tenuta in tasca magari per strizzarsi le palle. I più vecchi han tanto salito in gioventù da non riuscire oggi a scendere un gradino. Siete voi due i migliori, han sentenziato dopo le rievocazioni di rito, fra sorrisi orgogliosi o imbarazzati; quello di lui raggiante, il mio un po’ più stranito. Migliore è l’arrampicatore che in faccia a giudici e pubblico fa una risata: voi non sapete di che parlo e di che vivo, ovvero perchè scalo. Come potete giudicarmi, se neppur sapevo d’essere in gara? Prestatemi un testo per farmi celebrare al microfono quel che volete, altrimenti biascicherò un grazie a mamma, a papà pensando quando m’accompagnava per bricchi sconosciuti o dimenticati, comunque mai più da alcuno frequentati, abbandonati al romantico ricordo di pochi ed all’ombra che meritano certe memorie delle quali quasi ci si vergogna, foto da cassetto senza più sogni, chiuso a chiave.
Non so perchè salivo: se fosse l’adrenalina delle vacanze estive, un desiderio infantile d’emulazione, un’energia altrimenti frustrata che avevo da domare (l’amore irrisolto per la panettiera), una sete da lunga camminata da placare, cui la camminata più non sarebbe bastata; o forse la semplice, naturale fiducia nella mano paterna, che sfogliava Montale Eugenio e Montagna Euro – suo lo storico libretto Palestre di arrampicamento genovesi del 1963 – con la medesima devotissima emozione e portava per rocce e per scogli me sperando che un giorno avrei forse io portato lui. Entrambi abbiamo avuto compagni col caschetto da affiancare e giornate con compagne di cordata da immortalare.
Ma son passati decenni e non son più bravo di prima se non ad evitar per quanto posso le più inutili fatiche e ad indignarmi più intensamente per ciò che non va e che mai più m’aspetto di veder andare. Vittorio Pescia del CAI Sezione Ligure, giunto a nobile età, sulla Rivista che mi fotografa scrive adirato “S’i’ fosse foco…” e come Cecco chissà cosa farebbe: smonterebbe monti sfigurati ed alpinisti montati suppongo, invece di distribuire premi a profusione.
Tant’è, mi presto alla carnevalata; come disegnava il mitico cartoonist Jules Feiffer i propri antieroi disponibili e rassegnati dinanzi alla “voce dell’uniformità” (“se noi, che siamo i più equilibrati, non facciamo qualche concessione…”), dagli altri ben poca comprensione potremmo aspettarci: la nostra ci tocca offrire. Sedotti dal processo del potere tutti son pronti a farsi vincitori, dal primo che si vanta all’ultimo che arranca. Ad unire i senza dio è la soddisfazione del proprio io. Ma non è La lunga marcia di Bachman questa: giochiam coi numeri sì, ma al bar dopo l’arrampicata, fra rutti e sonnecchi; non c’è suspence, nè vertigine nè orrore, nè tantomeno disperazione; mancano l’ardore, l’ansia, la solitudine, l’eliminazione, il pathos della lotteria. Eppure, sull’ormai impolverato Punto Rosso vent’anni fa un ironico Andrea Gallo già immaginava inquietanti, crudeli, grottesche “competizioni slegati, magari sopra una vasca con i coccodrilli al ritmo dell’house music”… In Spagna, di recente, con la prima gara in assoluto di deep water ci s’è andati vicino: i tempi son dunque maturi e scanzonati, non resta che imbarbarirli ancora un poco. Resisterei se fossi io L’uomo in fuga? Sopravviverei agli Hunger Games? Scalerei più a lungo, più forte, più in alto per non cedere e morire? In maggior numero sarebbero tifosi e cacciatori, solo e al proprio destino abbandonato il climber-giustiziere nemico dello Stato.

Il numero è estratto, ma ad assistere non ci sono più persone. Lo speaker tace. La gara s’è conclusa all’improvviso, a striature rosso sangue il colore delle prese del blocco di finale. Lo schianto è avvenuto alla sede della Federazione. E’ il richiamo tentatore di Unaclimber che t’assale.

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Et voilà, l’analisi antisociale (sul voto mancante) che mancava.

“(…) è chiaro che il “primo partito” di queste elezioni amministrative è il “partito dell’astensione”. Il numero di votanti ha subito un crollo verticale: ha votato soltanto il 39% degli aventi diritto.”

“L’astensione a Genova è la più alta d’Italia o giù di lì, sei genovesi su dieci al secondo turno hanno disertato le urne.”

“A Genova, un sindaco eletto da poco più di centomila persone ne governerà quasi ottocentomila: culmine della farsa, o culmine della democrazia? (…)
Il voto però è solo un piccolo mattoncino del consenso. Se le illusioni e la fiducia nella Politica vengono meno, questo non significa ancora che essa venga rifiutata. I potenti hanno bisogno di noi, del mantenimento dei nostri ruoli sociali, hanno bisogno che rimaniamo al nostro posto. Ma noi non abbiamo bisogno di loro.”

“A Genova su 504.110 elettori il numero dei votanti si è fermato a 263.849. Un’astensione non distante dal 50%. (…)
Se, come ricorda Lenin, perché un processo rivoluzionario si ponga realisticamente all’ordine del giorno occorre che due fattori si sommino: il rifiuto da parte delle masse di continuare a essere governate da una determinata classe dirigente, ovvero la sua obiettiva delegittimazione; l’impossibilità da parte delle classi dominanti di continuare a governare, oggi sembra realistico affermare che, almeno la prima delle due condizioni, è in via di realizzo.”

“Che vergogna averli sostenuti e votati.”

L’altra sera la schiera di fotografi e giornalisti al seguito di Marco Doria ci ha quasi investiti in Piazza delle Fontane Marose.
C’era un codazzo di giovani fans con cappelli e sciarpine che parevano usciti da una vetrina d’abbigliamento alla moda finto-trasandato; e dice che non son snob radical chic, questi della rivoluzione arancione…che poi son mode superate: ci aveva provato anche Biasotti, meglio conciato forse, ma pure lui col don di turno – ora defunto, cioè in pensione.
Avanzavano urlanti con lunghi bastoni camuffati da aste di microfono, per rispetto del dover di cronaca ci avrebbero calpestati. Eroicamente ho detto: non mi sposto mica, non mi sposto! Ma son stato trascinato via da mano amorevole e salvato.
Dichiarazioni da me non ne han volute, son scappati altrove. Peccato, che cose da dir loro ne avrei avute.
A partire dall’errore principale, che è il pensare di star dalla stessa parte – solo perchè quel che vien considerato, con calcistica visione, il “nemico” (almeno quello più appariscente) dall’altra sostiene di stare.
Non è così semplice la Storia, e i tempi prossimi – se il passato non basta – lo chiariranno.
D’altronde è stato già sufficientemente chiaro il maturo supporter del PD che venerdì a Matteotti dalla sua finestra griffata Doria, purtroppo per lui senza balcone, avvertiva noi giovani, “incivilissimi” (Telese dixit) e irresponsabili contestatori, con sfoggio di paternale simpatia, che avremmo dovuto ringraziar gli sbirri poichè stavano lì a difenderci dall’ira dei piddini, e non il contrario: questi son dunque gli stati d’animo e gli schieramenti in campo. Guardano i vittoriosi socialisti francesi, mica il crollo di quelli greci. Si guardano i piedi, insomma; ma lo shoegaze in politica ha poco di sognante e molto di distorto.
Preferiscono non vedere, come il giornalista diciamo d’inchiesta Marco Preve, che, manifestamente schierato sulle posizioni centrosinistre del proprio giornale, si guarda bene di rispondermi su fatti che considera a seconda della convenienza elementi-chiave o inutili dettagli. Gli ho ricordato infatti sul suo blog il fatterello che “a sorreggere Doria è il PD del berlusconiano D’Alema”. Mi risponde subito secco: “Vorrei però ricordarle che l’unico appuntamento saltato da Doria in questa campagna è stato l’unico comizio di D’Alema a Genova. Assenza, quella di Doria sottolineata da tutti gli organi di informazione, ufficiali e alternativi”. Pensa un po’ che comunistone abbiam davanti. Gli dico: ok, ci faccia sapere allora se salterà pure l’appuntamento finale con Bersani… Indovina indovinello: non lo ha saltato. Non avrebbe potuto. E’ intuibile che “snobbare il segretario del primo partito che ti sostiene è complicato”! Quindi? Quindi soffiamo sul gossip del primo salto, silenzio stampa sul salto mancato.
Nessuno ha volontà di dir le cose come stanno, di comprenderle criticamente. Si ha voglia solo di fare il tifo, data per buona l’immutabile necessità della competizione elettorale, e non invece “l’astensione attiva di più di un terzo dell’elettorato” che fa tremar la Grecia. Da questa gara c’è infatti chi si autoesclude od a partecipar per finta si ritrova; il confronto con certi entusiasmi dipinge le due facce d’una sinistra che ha davvero poco da ridere e che dovrebbe ringraziar per le vittorie proprie l’orrendevolezza del “nemico”.
Democrazia è dunque oggi lo sfizio di voler credere di contar qualcosa cedendo all’omologazione, restando con la crisi che dicevano stesse per finire, l’incubo-ricatto della Grecia, e senza diritto di sciopero o ferie, figuriamoci il premio di produzione.
Altra sinistra s’è buttata a destra, fra le braccia del pifferaio populista che ruba i voti al candidato buono, poveretto. Non passa l’antico vizio riformista, ripetuto sempre più spesso, partito dalla Valsusa ribelle col “Teorema Bresso”. L’autocritica è pratica da evitare, Per Dio (PD). Per fortuna ci sta il secondo turno, così essi “saranno riportati per le orecchie alle urne finché non avranno imparato a votare come si deve”.
Risulta chiaro come non sia tanto necessario far di tutto pur di sconfigger nelle urne la destra, quanto far di tutto per cambiar nel cervello la sinistra. Sta in questo rifiuto scortese del meno peggio la differenza abissale fra la mia erre moscia e questo maggio assai poco francese, che mi porterà a non votare al ballottaggio.

Dati sensibili:

Schede bianche 4.813 1,72 %
Schede nulle 10.975 3,92 %
SEGA NORD 8.777 3,80 %

MOVIMENTO 5 STELLE BEPPEGRILLO.IT 32.516 14,08 %
LISTA CIVICA – MARCO DORIA 26.784 11,60 %

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