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Posts Tagged ‘Dani Andrada’

Che cosa significa, anche nel nostro piccolo, green economy? E’ presto detto: “la caca en el monte”.

Il supertop climber Dani Andrada, accucciato con paletta, ripone diligentemente nella vaschetta il proprio miglior prodotto. Chi se l’aspetta che uno scalatore da 8 possa esprimersi tanto bene anche in tale frangente!

Tutti a fare i complimenti per la buona idea ed il bell’esempio…e nessuno che s’accorga che si tratta di pubblicità. Pubblicità-progresso forse – eticamente corretta, certo -, ma pur sempre pubblicità.
Dal circuito di produzione e consumo non si esce: viviamo per mangiare, scalare e defecare, per produrre e consumare; senza mai ragionare con la nostra testa, ma obbedienti a ogni dettame: educati a sprecare, a vendere e a comprare.

Eppure, se vuoi vivere verde senza disseminare merde ed insozzare le falesie coi tuoi maledetti fazzoletti, puoi farcela senza spendere una lira, ad esempio recuperando i sacchetti compostabili dal fruttarolo od al supermercato. Potrai così riportare comodamente a casa il tuo, ed assieme la sporcizia altrui, se necessario. Non è difficile nè pensarci nè riuscirci, tant’è resta impegno snob riservato a pochi eletti (o matti), situazione questa che non saranno l’ennesimo prodotto rivoluzionario nè il suo testimonial d’eccezione a far mutare; specialmente valutando che il secondo sport preferito dai climber sembra continuare ad essere il lancio furtivo nel bosco del cerotto appallottolato, e perciò certificando che di rivoluzionario nel marketing nulla c’è mai stato, se non l’intento di fregare.
Coscienza ecologica? Genio imprenditoriale? Di sicuro qui c’è solo l’intenzione di guadagnar due spiccioli dal nostro sforzo, perfino nello spingerci a cagare.

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Lleida climbs 2011_2Ripubblicato da Roby Benvenuti, giugno 2011 (vecchio sito non più esistente)

Giacchè sembra che la signorina Daila stia o abbia bazzicato dalle nostre parti, rimembriamo volentieri di quando fummo noialtri ad andare in visita a casa sua.

«Fuggi il molteplice» (Áphele tà pànta = lett. fuggi tutte le cose – Plotino)

Una volta qui era tutta campagna. Là, tale è rimasta.
Dagli angoli di libera prostituzione pomeridiana dell’operosa periferia di Lleida (una sveltina in pausa pranzo? Niente male!) all’angolo di paradiso di Sant Llorenç de Montgai il tragitto è breve, la distanza incolmabile.
Lì vive Sharma, ma noi ‘gnurant ancora non sappiamo; e pure quando ne veniamo informati, non lo crediam possibile.
Vivacchiamo affidandoci al ristorante/bar Mirador del Llac, il quale ci lascia mangiare a tarda ora, come qui del resto usa; ci fa assistere a simpatici comizi del Ciu (il partito nazionalista conservatore), che paiono innocue feste di paese; e terminati i suddetti ci permette pure di dormire: prima in un simpatico bugigattolo vista lago, che ogni mattina ci vede aprire la finestra sull’acqua e sulla bandiera catalana al monotono ma riposante canto del cuculo; poi in un poco più ampio ma ben più romantico monolocale, più cupo e ombroso, senza vista lago ma sempre a portata di cuculo – a parer mio collocato apposta ed addestrato dalla locale agenzia del turismo per costringerci a poltrire dappertutto, anche in falesia.
Il gestore è un simpatico traghettatore di anime da lago, commerciante d’eccezione pronto a rifare i calcoli della moglie per accertarsi che noi si sia pagato tutto quanto fino all’ultimo Magnum. Ci sfotte tempo pochi secondi riguardo a Papi Silvio per poi mostrarsi fan destrorso, facendoci capire quanto malmessi stiamo…e il bello è che gli indignados occupano le piazze lì da loro. Vabbè. Ci ridiamo e beviamo su invece d’indignarci, non ne abbiamo il tempo e forse neppure ne varrebbe più la pena. Ci attendono 300 pagine di falesie, e vorresti non far due tiri già la prima sera? Mai decisione fu più entusiastica epperò avventata: solo dopo avrebbero scoperto i nostri due fantozzeschi eroi che la storica Pared de l’Os, nonostante la misera altezza e la poverissima figura estetica, era la più dura, bastarda e severa dell’intero comprensorio. Eppure lo scivolosissimo 6a+ d’esordio, su di un calcare mezzo granito e tutto unto, qualche avvisaglia ce l’avrebbe dovuta dare…avremmo piuttosto detto 6b+, ma anche 6c. Meglio scendere cauti al 6a affianco, che il 6b+/6c ce l’ha tutto in un attimo e in un solo passaggio, per raggiunger la catena.
Spaventoso. Amico, io ho paura: il 9a qui vicino non lo voglio neanche vedere! Eppur paura non fa: vista l’altezza, quasi lo si tocca con un dito. Ma un 6b può bastare: l’amico lo sale all’imbrunire, tremando e lamentandosi come se stesse avvistando Anime Dannate a Finale o Hatù Per Tu in Lecchese. Grado presunto: almeno 6c, forse 6c+, dice, mantenendosi cauto; ed io immagino una roba inimmaginabile.
Si accendono le luci nel paese, già ci abituiamo a vivere la roccia sino a tarda ora: vamos a comer! Non cominciamo proprio bene in ottica verticale, ma ci rifaremo. Secondo me qui il 9a non l’ha fatto neanche Andrada, Sharma l’avrà appena guardato schifato dal parcheggio senza manco aprire la portiera.

Il giorno dopo, quindi, puntiamo ad una falesia seria: Tres Ponts. Ma non riusciamo a raggiungerla.
L’amico ferma la macchina di fronte alla falesia di Oliana, sogna Sharma (o forse la Ojeda) e mi guarda affibbiandomi terribili sensi di colpa per rimediare ai quali mi tocca cedere: e va bien, fratello, si va al Rumbau. Dopo aver rischiato la morte prima per insolazione e poi per un sasso cascato dall’alto nella parte destra della parete, tastiamo la roccia olianese (ovvero di Oliana, anche se pare Oliena): le canne da noi raggiungibili son poche, ma per fortuna buone. Le placche a sinistra han buchi quasi finalesi, con chiodi ceusiani. Correndo come un camoscio l’amico chiude di tutto, io mi trascino e tremo per inseguirlo. Meglio di lui fa solo un altro scalatore, peraltro l’unico presente: un tizio simpatico, con piccolo gruppo di fans al seguito, che prova l’8c e casca simpaticamente ad una presa dalla catena, quasi 50 metri sopra di noi che in più lingue lo tifiamo. Roba da cambiare attività sportiva, o perlomeno da in più lingue bestemmiare. Lui sputa schifato, ma quando scende a terra la rabbia s’è già trasformata in ottimistica rassegnazione: “Sarà per la prossima volta”… Te lo auguriamo di tutto cuore, riverenti. Scampati in extremis a una lavata memorabile, a tarda serata entriam da Diego’s ritrovando noi stessi più che in falesia: 15 euro (incluso vino) il menù di stasera, e non è una fregatura. Le prossime sere spenderemo anche meno, mangiando divinamente. Diego, ti adoro! Tua figlia però, seppur “bonissima” come dici, no, non ce la prendiamo: troppo peso, in due seppur forti e possenti non crediamo di farcela a portarla via.

Lleida climbs 2011A Tres Ponts infine ci andiamo: è una gola (profonda) attraversata un tempo da ponti romani, ma i climber sportivi son timidini e puritani e si fermano all’ingresso. “Qui tutto strapiomba!” è l’urlo gioioso degli escaladori…mentre “Ehi, non tutto strapiomba!” è l’esclamazione entusiastica mia, che strappo ad unghiate il presunto “7b più duro della falesia” (così ha scritto qualcuno sul web) mentre il vento grida indignato dal mio ardire ed il cielo dopo poco piange, credo insoddisfatto dal magro risultato atletico, quale punizione impedendo perciò al compare la successiva e ben più seria performance. Il 7c+ può attendere, e chissà per quanto lo farà; di certo non sentirà la nostra mancanza.
Son tutti tranquilli e preparati all’arrivo della tempesta i locals: grotticella, piumino e cannetta. Uno scherzo del destino dover essere poi noialtri fermati lungo la strada del ritorno dalla polizia in cerca di fumo. E’ giusto di questi giorni l’annuncio che i potenti del mondo starebbero puntando sull’antiproibizionismo, che si sian svegliati? Nel frattempo la falesia resta dappertutto zona franca in cui ciascuno cerca e ancora trova un piccolo spazio di libertà individuale senza doverne strappare neanche un pezzetto a nessun altro.

Una sera il destino, e forse l’alcool, ci riservano una visione: mentre stiamo chini sull’asfalto di fronte al ristorante a cercare d’aiutare un enorme scarabeo ad attraversar la strada, ci assale un cagnone seguito di lì a poco dai padroni: è lui o non è lui? Chris Sharma! E’ lei o non è lei? Daila Ojeda! Ci guardiamo stupiti, ma è un attimo appena, e quell’attimo ci permette giusto un rapido saluto dallo sguardo ebete a fantasmi di tal livello. Non si può mica parlare coi fantasmi, se non nel corso di sedute spiritiche ad hoc; e noi siamo al massimo dei volenterosi anticristo o poco più. Non gli si può certo chiedere l’autografo. Ma che bello sarebbe stato se avessimo potuto parlargli! Avremmo chiesto loro del tempo? Delle falesie? Dei gradi?
Uhm. Meglio non aver chiesto loro niente, allora. Del tempo parlano le vecchine sull’autobus e i vecchietti al parco, di falesie e gradi assatanati e stolti; e noi siamo solo pasionari un po’ bevuti. Passeggiano via le due anime belle mano nella mano verso la luna di Sant Llorenç, passeggiano circondate dall’amor perfetto che fortuna e natura riservano loro, e noi anime brutte ci concediamo appena un po’ d’invidia per una condizione umana che riusciamo solo a immaginare.
Poi, ci penso un attimo meglio: l’amico ha accarezzato il cane di Sharma! Avrebbe funzionato meglio una stretta di mano al padrone, ma comunque domani il tiro è suo. Cazzo, che culo. E non mi riferisco a Daila.

Vediamo Terradets soltanto dalla strada nel corso d’un tour de retour senza più alcuna force. Sembra bella, ci alleneremo.
Le falesie meno da big non sono meno interessanti. Camarasa è una serie di guglie e paretine affacciate sul Rio Segre con expo W/NW. Se non fosse per i tralicci sarebbe un posto notevole, così resta piacevolmente frequentabile e riserva qualche bella salita con vista centrale idroelettrica, molto meglio comunque d’una falesia urbana. Sembrerebbe uno dei luoghi più tranquilli ove scalare…tant’è, in ogni settore da ‘ste parti almeno un 8 non se lo fan mancare, e spesso neppure il 9. Pance, spigoli e prue più o meno sbuchettate affascinano e fino alle prime lettere del 7 (o alle ultime del 6) ci lasciamo attirare; non manca, a cercarla, qualche canna e pure qualche bella placca (l’estivissimo e curioso mini-canyon della Pera), ma preferiamo stare affacciati piuttosto che nascosti alle bellezze della valle.

Tartareu, fin dal nome, di nuovo ricorda la Sardegna. Mancando il mare manca l’isola, ma l’isolamento è pressochè totale. Canta pure qui il cuculo, e non romba alcun motore. Tre soli sarebbero i colori (da terra a cielo, con la bassa vegetazione) se non fosse la roccia a ricordarci quanti regali strambi ci fa madre natura; ma colorazioni a parte la materia qui non è sempre eccezionale, s’ha da stare attenti: alcune salite son piccole imprese alpinistiche, altre accettano il gentile aiuto della resina pur di farsi scalare. Qua e là comunque spuntano delle perle che può dunque far piacere visitare, e una grotta (non relazionata) ed un muro in particolare parrebbero avere un certo interesse. Noi, pur non salendo gli stessi gradi e dormendo fino quasi a mezzogiorno, eravamo più stanchi degli autori della guida ed abbiamo ristretto la scelta dei settori più di loro. Se come noi vi sentiste Relaxing people (bel 6c), pertanto, venite qui: nessuno vi disturberà.

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