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Posts Tagged ‘climbers’

Da domani (ma forse già fin d’ora), tutti leghisti!
Mi ci gioco le scarpette, prima di appenderle al chiodo.
Il pensiero che non mi rincuora è, venendo al sodo: che sia già l’epoca dei giochi di potere anche nella verticale?

“in questi giorni non si parla di Finale come si dovrebbe. Non si parla di calcare. Non si parla delle bellissime vie possibili. Si parla di presunte lotte fra climber e associazioni ambientalistiche. Si parla di giochi di potere. Si parla di tutto tranne che di roccia.”

“anche i climbers sono tanti e votano.”

Ricordate il prode difensore degli arrampicatori (e dei cacciatori) dall’attacco della lobby ambientalista? Il politico verde oggi si riconosce dalla tessera di partito, mica dalla coscienza ecologica. Quanto al climber, il suo miglior difensore spero proprio non debba essere un ottuso regionalista padano; nè evita l’errore il buon Andrea Gallo, nome mitico e nume tutelare del Finalese verticale, nel pensare che lo scalatore d’oggi gli possa in qualche modo somigliare. Son passati i tempi ed oggi solo l’egoismo ha vinto su ogni altro valore. E’ l’egoismo a spingere il leghista imbragato a dar battaglia a negri e ad avvoltoi, per concedere al climber imbranato di potere anch’egli farsi allegramente i fatti suoi, senza trovar nidi con ovetti per cui provar pena, e senza che nessuno gli possa chieder l’elemosina in catena, od all’ingresso serale a Finalborgo, rovinandogli la cena.
Ed è sempre l’egoismo a spingere il praticante medio a lordare il paradiso terrestre di cui può godere, e che dovrebbe difendere a spada tratta se davvero vi tenesse; solo a tenersi in forma invece quello pensa, e tutt’al più ad unirsi in associazione con energumeni simili a lui, al fine di difendere ancora maggiormente il proprio interesse.
Prendo amaramente le distanze dagli uni e dagli altri.
Non credo che la politica debba essere un gioco di ricatti, nè mi basta che si risolva in uno scontro fra piccoli poteri, con piccoli vantaggi dedicati ad i più scaltri o ai meno seri.
Purtroppo anche i climbers votano, temo sia vero, e per fortuna non so come e cosa; procederei pei boschi col falcetto altrimenti, e non per farmi strada fra la vegetazione irta e spinosa.

Mentre a Toirano – zona ancora in fase di espansione – il gruppo di arrampicatori e chiodatori locali scomoda le amministrazioni (leghiste, pure qui, e ben poco green) ad interessarsi allo sblocco dei divieti di chiodatura relativi a certe parti della valle del Vero, nella vecchia Finale succede l’opposto: ovvero, sono le amministrazioni del luogo, assieme al Club Alpino e ad alcuni (supposti) ambientalisti, a denunciare il problema dell’eccesso di chiodi infissi sulle pareti della zona.

Dovrei in teoria inneggiare alla modalità anarcoide con cui chi chioda le falesie si muove liberamente, spesso senza chiedere permessi o consultare enti territoriali; denunciare, come fa Gallo, l’ipocrisia di istituzioni locali ed ufficiali come il CAI, che dando un colpo al cerchio e uno alla botte si muovono subdoli senza far ben capire in quale direzione; e caldeggiare una difesa strenua ad ogni livello del nostro particulare…se non mi preoccupasse invece l’atteggiamento di chi ci patisce, poverino, che gli tocchino il giochino, finendo per attaccarsi al treno veloce delle rivendicazioni politiche più minime e meschine.
A quarant’anni vedo il mio futuro come un insieme di falesie la cui infinità d’itinerari non riuscirò mai a completare; dunque, perchè mai si dovrebbe continuare a chiodare? Per i nuovi arrivati, si dice. Per consentire a tutti d’avere un terreno di gioco. Sembra altruismo, e invece è primariamente profitto, opportunismo: il solito discorso dell’indotto, dello sport-alternativo-ormai-quasi-massificato che ha trasformato un borgo delizioso in un centro commerciale per milanesi annoiati (ma anche per liguri con manie di grandezza), red carpet incluso ed inclusivo di maltolto. Il problema nella sua interezza è inesistente e già risolto: che i climbers e gli ambientalisti si parlino, come è sempre stato fatto, senza necessità che vengano lanciate provocazioni, polemiche e allarmismi a mezzo stampa. Vero è che siamo forse diventati troppi, in un ambiente limitato, a volere usufruire delle stesse bellezze naturali: climbers, bikers e trekkers si contendono il parcheggio a Monte Sordo nel weekend, e nelle feste “sembra di essere all’Ikea” od alla Fiumara.
Si stava meglio quando si stava peggio, quando l’arrampicatore era uno strano, strambo, un poco matto, merce rara. Il chiodatore allora inseguiva un proprio sogno e non le più recenti necessità indotte più o meno a forza dal mercato dell’outdoor. C’era posto per tutti, bestie e cacciatori inclusi, semplicemente perchè s’era in pochi. In merito a questa evoluzione/involuzione ho spesso detto, e non è il caso che ogni volta mi si richiami all’ordine della dittatura democratica per cui si dovrebbe garantire a tutti il diritto alla scalata. Non prendiamoci in giro. Questo sport è stato banalizzato e raccontato come fosse tutt’altra cosa per poter vendere scarpette e imbragature, non ci son diverse spiegazioni o sono tutte fregature. Quando scalavo io, ai tempi della prima palestra d’Italia al liceo King mi guardavano come un cretino ed un marziano, e certo la cosa ha contribuito a farmi crescere adolescente pieno di problemi. Ma bisogna essere scemi per non accorgersi che mode e tendenze son tutte sospinte da un sistema di coercizione sorridente che non ti spiega niente al di là del concetto di divertimento, e del tuo presunto diritto allo stesso. L’arrampicatore idealista e rispettoso che descrive Gallo è ormai quasi estinto, non più riproducibile. L’arrampicatore moderno facilmente sgarra e se ne frega del prossimo suo (alla faccia della comunità) e anche delle regole condivise; per lui esistono solo il grado su cui discettar per ore e la scorecard da aggiornare. Più sento parlare i climbers, ad esempio dei limiti loro ingiustamente imposti, e più divento birdwatcher. Vero è che talvolta, come spesso in questo paese, far rispettare certe regole diventa esercizio grottesco e ingiustificato, come quando volarono le multe nell’albenghese senza che nessuno avesse mai visto più d’un uccellino. Ma quando ti cali a fianco ad una via con un bucone, come mi successe a Cucco, e da quel nido fugge spaventato un volatile facendone cascare un ovetto che si sfracella al suolo…capisci d’esser tu nel posto sbagliato, e non loro ad aver occupato un attico vista mare senza rispetto dell’altrui proprietà. Il cadaverino rosa venne lanciato nel bosco senza troppo riguardo, con appena un minimo di commozione, e poco dopo altri climbers rapaci si preparavano ad affrontare il tiro. Il Rockstore tempo addietro mise un avviso alla partenza di Vivere di rabbia al Solarium (o Specchio) di Monte Sordo: la differenza fra le passioni si vede pure da queste piccole attenzioni ed auto-limitazioni. Perseverare nella difesa dei propri esclusivi voleri, trasformandoli in diritti, è atteggiamento tipico di un certo fascioleghismo attuale, che si sta diffondendo a macchia d’olio ed è facile capir perchè. Andare incontro alle esigenze altrui è comportamento ormai inusuale, fuori moda, sconveniente. Meglio difendere la cosiddetta e supposta propria gente, attività questa assai proficua a livello del politicante, che diventa punto di riferimento di un’èlite fra tante. Ebbene, oggi che siamo tanti e pretendiamo di contare, di levare alta la nostra voce, siamo anche noi un’èlite arrogante che conta solo in quanto spende, uomini valutati in base al portafogli che mantiene in piedi un’economia di nicchia, la quale peraltro sopravviveva anche prima ed ora vive solo una rincorsa al soldo, pur non patendo esattamente i problemi di Kalymnos. L’outdoor è puro business, la chiodatura sfruttamento delle risorse naturali, l’arrampicatore automa; e il tutto mantiene degli antichi valori condivisi solo un pallido ricordo. L’autonomia ed il senso di responsabilità dei climbers, tanto decantati, davvero hanno bisogno di un aiutino politico e della minaccia elettorale? Davvero contiamo in quanto votiamo, e nulla più? Davvero abbisogniamo di questi mezzucci, e ne vogliamo approfittare?
Vorrei proprio capire se anche i climbers, come quasi ogni altra categoria sociale che si rispetti – o meglio, che intenda farsi rispettare (esclusi quindi questuanti, zingari, immigrati e poche altre minoranze) – intendano abbassarsi a buttare in politica anch’essi il proprio patetico, frustrato e sfrontato egoismo di categoria: l’ennesima difesa corporativa; oppure se vogliano, almeno loro, evitare questa squallida deriva.
Se dal coraggioso (benchè poi smentito) ‘manifesto dei diciannove’ siamo discesi al livello delle roboanti dichiarazioni di Rixi una o più ragioni storiche ci devono pur essere, e non è difficile risalirvi. Occorre però farlo per evitare che il nostro entusiasmo si suicidi annegandosi nella torbida palude degli interessi privati, dove si raccolgono gli istinti animaleschi e si scontrano le ottusità di uomini ormai allergici al confronto, a meno che non sia battaglia mediatica di facciata, messinscena ipocrita, teatrino demenziale di una politica in picchiata verso un gran finale pessimo: quello in cui la mia passione sarà regolata, carezzata, blandita, incasellata; difesa da figuri con i quali nulla vorrei avere a che fare, che a stento c’entrano qualcosa con (i valori per me ancora insiti nel)l’arrampicare.

(foto tratta da Genova 24)

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controcorrente_ExilsL’aria a Masouri s’è fatta quasi irrespirabile. Possibile che l’alternativa all’esilio siam davvero noi?

“Ormai il via vai è continuo giù al porto di Pothia. Da ogni angolo del mondo continuano ad arrivare a Kalymnos le barche cariche di climbers”

“This island, along with the rest of Greece, has been faced with an economic crisis. Thanks to climbers, Kalymnos has stayed afloat (so-to-speak). Many locals have been able to avoid unemployment by catering to the needs of tourists – most of whom are climbers.
This island appears tough from the outside, but once you’re living there its amazingly plush in a number of ways. The warmth of the locals with their cozy accommodations, the delicious restaurants, the snuggly cats around every corner…heck – even the climbing grades are soft.”

“Ma fammi capire… State dicendo che un posto con 60mt di 8a fattibili da qualunque scimmia che fa il 6c plastificato, è un paradiso dell’arrampicata?”

Kalymnos è l’esempio di come la bellezza possa confondere e dividere: da chi la osteggia in quanto parco giochi simbolo malefico del grado facile a chi la usa per poi gettarla volentieri sulla scorecard di 8a.nu. Insomma, ci si va o non ci si va pei gradi; andar per gradi in un percorso di conoscenza, invece, è assai più raro. Ma essendo la bellezza dappertutto non puoi rifuggirla, te la ritrovi davanti in ogni angolo: è, chiaramente, l’apparenza, che la più vera e genuina bellezza in realtà ancora nasconde. “Ooooh!” fa in coro il pullman scollinando a Kamari, ma quel che han davvero visto è ancora niente. Ma la voce si diffonde e continua ad arrivare gente.
Così, leggo ogni volta con piacere dell’ennesima vacanza, ma ravviso che a mancare è, come sempre nelle descrizioni comprensibilmente entusiastiche dell’isola (specie al primo approdo), l’aspetto critico. L’occhio che gode e che descrive rimane quello del turista; ma il climber è davvero solo un villeggiante godereccio, spiaggiato e sciabattante come tutti gli altri? Cosa desidera, e da cosa fugge? Perchè a casa propria riesce a giustificare un omicidio a partir dal fatto che “erano in tre sul motorino”, se poi non vede l’ora di correre in tre sul motorino e senza casco lui per primo una volta sbarcato? Sarà la libertà che più temiamo e più inseguiamo e viceversa, fino a condannarla, o almeno quel più vago e fugace senso di libertà che lì si respira.
Ciò che di più bello resta a Kalymnos però è quel che si sta perdendo: il suo carattere selvaggio, quell’atmosfera indimenticabile che non dipende direttamente dal fatto d’essere ormai diventata l’isola dei climbers.
Benchè sia ancora possibile perdersi qua e là per tracce di capre, infatti, l’arrampicatore medio è oggi in grado di smarrirsi coi piedi ancora fermi sull’asfalto, la guida a prova d’idiota in mano e la parete in fronte al naso; e sul sentimento della scoperta avventurosa d’un mondo altro vince il più confortevole senso di appartenenza alla categoria dei turisti verticali: che piacere, anche qui son tutti come me vestiti uguali! E tutti fanno le stesse identiche cose, tutti scalano negli stessi identici posti, persino il bagno lo fanno nella stessa identica spiaggia, come se non ce ne fossero decine d’altre da scoprire, e le stradine di Masouri nell’ottobre festivaliero sono intasate d’auto e motorini e tanto trafficate da dar difficoltà al passaggio dell’autobus. Quando mai fino ad ora s’era visto qualcuno costretto ad alzarsi dal tavolo per andare a spostar la macchina d’intralcio? Va bene l’hype, ma questo mica è calcio!
Se per chi sull’isola vive di turismo è buona cosa ritrovarsi all’improvviso ben quattro negozi di articoli per l’arrampicare (come ad Arco o a Finale), e per cenare nei ristoranti più in voga è diventato necessario prenotare, l’altra faccia della medaglia è un’abitudine miope al consumo ammantata di valori benefici che sa quasi di moderno colonialismo, simboleggiato se si vuole dal solito logo della North Face sparato nottetempo contro la Grande Grotta, o se preferite dal beach party con DJ venuto apposta da Ibiza. Perchè allora, di ritorno a Bergamo, nel confonderti coi passeggeri provenienti da Eivissa cerchi altezzoso di valutar le differenze fra te e quei fricchettoni?
Del resto, si fa presto a smascherar l’ipocrisia: bastano le parole di Mr.8a.nu Jens Larssen, il quale, nel rallegrarsi dei gradi soft e dell’ulteriore calo del costo della vita, ritiene simpatico l’aiuto che diamo a Kalymnos. Ma se davvero volessimo soccorrere un paese moribondo, tanto per cominciare non ci voleremmo con Ryanair…e anzichè rallegrarci di prezzi bassi e sconti, faremmo in modo che il trade fosse più fair. Ecco perchè quest’elemosina è una scusa utile sostanzialmente a giustificar lo status quo: il nostro benessere e la loro agonia.
Anche se tutti battono fidenti su questo stesso tasto (dimenticando le ore di stra-lavoro, le pensioni azzerate, l’assalto dei grandi supermercati, la scelta di certi hotel d’importare il pescato da fuori, ecc.), aiutare un’economia in crisi divertendoci non implica il superamento della crisi: rischia semmai, sotto sotto, di giustificarla, facendola perdurare col vanto beffardo della carità. Il commerciante greco che serve il turista tedesco lo sa e gli sorride, ma lo vorrebbe morto. Il nostro maggior torto è quello di non volerci accorgere che lo spirito dello scalatore non fu mai quello del turismo mordi e fuggi, paga e pretendi; senza sottovalutare il rischio tipico del drogato d’adattarsi sin troppo facilmente ai peggiori caratteri della dipendenza, facendo eco alle voci critiche ma sceme sui gradi “farlocchi” che ci gonfiano l’ego (tanto i gradi quanto le critiche), ma nulla sapendo delle notizie drammatiche in merito alle barche cariche di disperati che vagando in mare in fuga dalla guerra proprio a Kalymnos sbarcano, attendendo la morte prima e l’arresto poi. Ma che ci frega a noi? Noi siamo climbers, siamo altra cosa. Appunto, e che cosa? Siam burattini buoni a ripeterci in gesti ed in commenti, autocostretti al selfie o ad altri esibizionismi imbarazzanti; io stesso nel passeggiar sull’affollato lungomare inizio a sentirmi muovere a scatti, come guidato dall’alto, eterodiretto, scoordinato: che sia la retsina, oppure come tutti gli altri sto per esser trasformato?!
A darci l’addio a Pothia è una zingarella che tende la mano agli ospiti in partenza. E’ per noi solo un arrivederci, almeno sino al giorno in cui la nostra confusionaria presenza renderà necessario inaugurare il primo semaforo dell’isola, magari all’incrocio fra il bar di Fatolitis e gli studios Kokkinidis; laddove qualche local inizia a farti notare che nel venir da Melitsahas sei “wrong way”. L’incanto si potrà dire allora definitivamente spezzato, e non so per evitarlo che farei.

Chiedo scusa per le ferie vergognosamente serie.

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Gullich_Edlinger_Munich89“Sport Climbing is a set of crazy paradoxes and twisted universal truths.”

“per una scalata liberata dall’allenamento. Allenarsi certamente serve, ma era ancora Edlinger nel suo Arrampicare, a notare quanto, dopo l’allenamento a secco, fosse difficile sfruttare a fondo il proprio bagaglio tecnico. L’autore di queste righe è del parere che in questo preciso momento della storia dell’arrampicata e soprattutto presso i cosiddetti amatori, l’allenamento stia sostituendo la scalata, anche e non troppo paradossalmente, in falesia, con un regresso generale dell’evoluzione tecnica che ha dello stupefacente. Forse dovremmo cominciare a dimenticare l’allenamento per riprendere a scalare. (…) Perché un’altra scalata è possibile.”

“Le lotte fra luoghi comuni sono eterne, ottuse, estenuanti e non indicano la via per uscire né dall’uno né dall’altro. A tal scopo suggerisco piuttosto l’attenzione per i luoghi scomunicati. Luoghi non proibiti, ma mai incoraggiati che danno una leggera orticaria a chi gestisce le liturgie pensate per grandi masse di fedeli. (…)
Luogo scomunicato è stato arrampicare con le scarpette quarant’anni fa col Circo volante e oggi continua a esserlo il voler ragionare in parete di intelligenza motoria anziché di forza.”
(Andrea Gobetti)

Ripubblico qui, da Calcarea, un mio commento-fiume ad un post-traduzione di un articolo sul moderno “paradosso” della “forza contro abilità”, a firma di uno famoso e forte (ehm, Steve McClure); articolo/post che ovviamente vi invito prima di tutto a leggere.
Il titolo che ho scelto è ironico e autoironico, nel senso che il perditempo principe son io; ma è anche vero che l’allenamento non mi ha mai coinvolto in maniera seria, ragion per cui il perditempo potrebbe essere considerato chi vi si dedica, così come al contrario chi, non dedicandovisi, finisce poi per perder del gran tempo in falesia. La questione è aperta e per fortuna l’opportunità di scelta libera. Dunque, senza alcuna velleità d’apparir nè atleta nè allenatore esperto – ma soltanto perchè certi cambiamenti non mi piace stare solamente a guardarli, e perchè, molto più semplicemente, zitto non riesco a stare e l’esperienza vuol farsi sentire – nel mio piccolo vorrei aggiungere, se non un tassello, quantomeno un frammento di analisi spero stimolante nella direzione dell’approfondimento della strada che se porti alla forza od all’abilità non so, ma che senz’altro parte dal fascino e dallo stupore.

laceroconfuso said this on aprile 4, 2014 at 3:55 pm

Per acquistare abilità perdendo fiducia nella sola forza e ritornando al ritmo ed al respiro, all’occhio ed all’intuito, all’equilibrio e ai piedi, torna decisamente utile farsi male. Parlo per esperienza. Seguite dunque il mio consiglio spassionato: procuratevi una bella epicondilite (od epitrocleite), e vedrete!

Scherzi a parte, non ho mai capito dove si voglia andare a parare quando si confrontano gli stili, le pratiche, le mode. Sarebbe bello che l’analisi della verticale diventasse (o quantomeno si sposasse alla) critica sociale. Se “la bellezza oggi è bicipiti grossi e addominali a tartaruga”, un motivo ci deve pur essere. La bellezza, oltre ad esser soggettiva, si ritrova oggettivamente sia in placca sia in strapiombo. Può dunque il paradosso ridursi al contrasto fra l’allenamento e la sua utilità? E’ davvero questo “il grande mistero dell’arrampicata odierna”? Riconosco d’esser stato io stesso incapace a trasferire sulla roccia gli immensi ed eccessivi sforzi prodotti sui primi pannelli, ma la semplice domanda “perché mai allenandoci sempre di più non diventiamo automaticamente dei climbers migliori?” è stanca, pur risultando sempre necessaria. E’ evidente che la scalata sia o nasconda anche molto altro al di là del binomio allenamento-prestazione, ma chi glielo spiega ai parvenu?

Jolly mi sembra forse fra i pochi ad ammettere con chiarezza e spirito tanto provocatorio quanto autocritico che se oggi tutti tirano è anche perchè più di ieri gli si dice di tirare; ottenendo così una confusione ed una perdita di consapevolezza che contribuiscono a tratteggiare quella che lui definisce, se non erro, “scalata post romantica”, e che occorrerebbe chiamare con più precisione: consumistica. Siamo infatti nell’epoca del tutto-e-subito, che ha però ben poco a che fare con le rivendicazioni del ’68. Quel che si vuol raggiungere è spesso un traguardo che non implica di per sè neppure un miglioramento individuale, e la massificazione di questa spasmodica ricerca – che ricalca quella al successo, al denaro od al sesso facili, tipiche della nostra frenetica, frustrata e frustrante società – rischia di annullare altre possibilità interpretative dell’attività, e di ridurci a fare senza ben sapere quel che stiamo facendo; semplicemente perchè…è così che si fa, perciò è così che ci piace fare, e tanto ci basta.

Dando per scontato che per acquistare esperienza servano tempo ed umiltà (non incolpiamo quindi i nuovi arrivati per il troppo vigore, semmai per l’eccessiva fretta), e che i gusti siano e restino gusti (ragion per cui ciascuno è giusto che scali un po’ dove e come gli pare), non sarà però un caso che le tre parole-chiave dell’entusiasta climber americano medio siano: cool!, steep! e big jugs! (tutte seguite da punto esclamativo), e che vi siano tentativi maldestri e fuori luogo di far apparire una scelta migliore d’un altra, fra l’altro proprio nel nome di una crescita individuale che ritengo in realtà più apparenza che sostanza.
Che vi sia un aspetto mentale rilevante è cosa stranota, anche se un noto climber-scrittore sostiene che sulla roccia “il corpo prende il sopravvento sulla testa, governa lui”. Ma che sia o no l’arrampicata “the very embodiment of every meaningful struggle we’ll ever face in life”, non è chiaro il motivo per cui tale percorso formativo dovrebbe basarsi sulla battaglia di una rotpunkt (possibilmente in strapiombo) e non giungere attraverso quella di una on sight (magari in placca): di adattamenti diversi si tratta, così come di capacità diverse si ha bisogno nelle varie fasi ed occasioni della vita. Ma ci si può anche nascondere comodamente nella metafora non capendo granchè della vita reale. E si può fare dell’8 ed al contempo cascare sul 6: è la varietà delle situazioni a permetterci di riequilibrarci; si vince e si perde e c’è sempre da lottare e da imparare, l’importante è non raccontarsela e capire della scalata cosa si vuol fare, e se quel che vogliono renderla corrisponda all’idea che di essa ci è piaciuto conservare. Su questo secondo punto, a mio parere, soprattutto quelli che come Jolly hanno o sentono addosso una maggiore responsabilità dovrebbero lavorare. Il rischio è altrimenti che l’arrampicata, mentre discutiamo dell’utilità dell’avambraccio rispetto alla testa o ai piedi, ci sfugga di mano diventando da cosa nostra ad affare loro – un po’ come è stato del calcio, passato da sport popolare a grande business televisivo. Con la differenza che, il nostro, sport vero e proprio non so quando lo sia mai stato e quando lo sia voluto diventare. Ah già, nell’85. E pensare che io lo avevo scelto – o meglio: me lo ero ritrovato appiccicato addosso – proprio in quanto privo di regole ed allenatori, tifoserie ed errori arbitrali.
Ma chi ha trasformato la ricerca personale tramite l’allenamento in ricetta per la performance del weekend? Guai se diventassimo tutti sportivoni uguali!
Tant’è, per il suo valore storico m’attira ancora la Caduta degli dei; ma m’inquieta un nome che ha più possibili interpretazioni, essendo la mia piuttosto profetico-apocalittica.
Chi ricorda a Sportroccia quel passaggio risolutore di Edlinger, laddove gli altri strisciavano col ginocchio? S’i fosse forte, mi terrei; s’i fosse abile, lo stesso passerei.

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hamburger climberE quattro.
Sul nuovo Mac in Sottoripa.

“Insomma, gli hamburger alla Mc Donald non mi fanno certo impazzire!” (Lynn Hill)

“Mangiarli m’interessa zerovirgola, è il concetto.”

Oggi pane, domani fame.
Sotto crisi molto chiude, qualcosa apre; di tutto accade, nulla si comprende. Si tende perloppiù ad una felice rassegnazione, a leccarsi le dita dopo l’amputazione.
A noialtri resta l’arma della (contro)cultura, che è poca cosa e tende a scarseggiare: in altre parole, ci resta la consapevolezza della sconfitta culturale.
Basti dire che a Savona son riusciti a metterlo in via Stalingrado; mentre a Milano, un anno dopo esser stato fatto sloggiare, il Pd (panino democratico) ha riaperto per gratuita acclamazione.
Va in controtendenza la Bolivia, dove McDonald’s sbaracca – pare – oltre che per via della qualità del cibo anche a causa di un rifiuto popolare generato “da questioni etiche e dal sentimento antiamericano e anticapitalista”. Non sia mai che faccian da apripista. Più concrete ancora le ragioni del fallimento in Grecia, dove in compenso “è rimasto alto il consumo dei tradizionali spuntini greci come le ciambelle di pane (koulouri), le tyropite (tortine al formaggio) e i souvlaki”: applausi glocal!
Nel frattempo che invece qui stiamo a guardare, quelli o minacciano manovre critiche o per scongiurar la propria, di crisi, edificano mostri; ma possiamo crederci alla pari, se ci pare: affari nostri. Nei casi migliori, manco a dirlo, non manca neanche il muretto per l’arrampicata: una struttura adatta ai bambini ovviamente, da sempre tenuti in grande considerazione dalla multinazionale, che li insegue per sedurli anche all’asilo.

Pronti come siamo a far di tutto per essa fino a farci più o meno consapevolmente manovrare, della scalata diventeremo presto da amanti utenti e poi da utenti schiavi. Probabilmente già è così, vista l’occupazione straordinaria richiestaci da sempre nuove chiamate alla magnesite e alle scarpette, fra uno Street Boulder, un RocTrip, un Climbing Festival e un Rockshow: ogni buon marchio ha il proprio evento, ogni rock party il suo momento. Eppure si tratterebbe solo di toccar con mano, di aprire un attimo gli occhi nel bloccar sul Parmigiano. Siamo o possiamo diventare un evento promozionale vivente, una mortificante ghiottoneria; un monumento alla fretta d’arrivar nudi alla meta, confondendo il sacrificio con lo spettacolo, l’essenziale con lo spogliarello.

E un domani, quando i Mac in città saranno forse saliti a questo numero, titolerò E9. Per festeggiar l’evento accorreranno urban climbers da ogni dove, e con essi street builderers e boulderers, tutti quanti pronti a farsi scritturare per aggrapparsi al mostro da pagliacci vestiti e volteggiando in danse escalade superare ardite prove.

(foto tratta da Flickr di Fraggy)

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Kalymnos_SportsweekUn pacco gara, per la precisione.

“Visto che siamo arrivati sull’isola per arrampicare abbiamo colto al volo l’occasione e ci siamo subito iscritti all’Open Marathon, visto anche il generoso pacco gara offerto all’iscrizione.”

“vi ricordiamo che sono già aperte le pre-iscrizioni online; ve lo consigliamo vivamente anche per assicurarvi il bel pacco gara!”

“Il pacco gara è spesso argomento di discussione tra i podisti. Chi lo vorrebbe più ricco, chi storce il naso vedendo che non contiene quanto riportato nel volantino (…)”

“annualmente la azienda per cui lavoro offre l’iscrizione (lo chiamano team building).
Con questa opportunità faccio due calcoli, l’iscrizione anche se cara é pagata, il pacco gara include un gilet della Craft, e poi chi affolla questa gara é sempre un gran bel pubblico femminile”

“Conosco biker che si iscrivono solo per il pacco gara, dico sul serio, con 30 euro ritirano prodotti validissimi”

“ma voi alle gare ci andate solo per il pacco gara? (…) visto che non sono stato sveglio ad iscrivermi subito mi danno comunque degli ottimi prodotti tipici.”

Mutuato – suppongo – dalle gare di corsa e di ciclismo, il malloppo del concorrente è divenuta ormai tradizione godereccia parimenti di raduni, happening e competizioni pressochè amichevoli d’arrampicata, ma anche di dry tooling e d’altre strane forme d’alpinismo. Il Kalymnos Climbing Festival non sfugge a questa regola. Quest’anno, a dire il vero, lo abbiamo evitato; fummo però sull’isola per la prima edizione, nel settembre 2012, quando del pacco gara facevan parte, fra le altre cose: n.1 t-shirt o canotta The North Face made in Turkey; n.1 beauty case The North Face made in Vietnam; n.1 borsello The North Face, anch’esso made in Vietnam.
Vi vedo sorridere. Lo so, son provocazioni da bambini. Ma al di là della scontata sorridente rassegnazione dell’homo rampicans ai più banali aspetti della globalizzazione in corso (d’altronde son fatti in Egitto gli stessi jeans che porto addosso, non senza rimorso), c’è altro da dire a mio parere nella congiuntura storica in merito al nostro comportamento e al nostro ruolo, trovandoci anche nel nostro piccolo in presenza di vittime e di dolo.
Il rapporto fra il climber e il pacco gara che contraddistingue l’iscrizione a sagre, fiere e kermesse di natura verticale è spesso il medesimo che sussiste fra il frequentatore delle Feste de l’Unità (oggi pedestremente democratiche) e la tombola o il ballo liscio: entrambi son lì per quello. Persino l’arrampicata è una misera scusa: diciamo la verità, se per quel moschettone a ghiera regalato avessi dovuto iscriverti a una gara di bocce o di cucina, non ci saresti andato? L’italiano in particolare, luogo comune vivente sempre in bilico fra la saggezza e la demenza popolare, è sospinto fisiologicamente e senza scomodar la crisi verso l’iniziativa gratuita, il dono, la regalia: al supermercato insegue il 3×2, e gratta furiosamente per vincere al bar o dal tabacchino, i quali espongono tutti quanti vincite mirabolanti. Nulla ha insegnato il fenomeno Wanna Marchi al tanto onesto quanto allocco cittadino. E come quello nei confronti del mago, tu nei confronti del marchio mostri d’aver fede. Ti sembra quasi che, per una volta, il buon dio fra mille ingiustizie e storture si sia ricordato di te; che tutte le iniquità ed incongruenze della vita possano scomparire alla vista del magico pacco gara; e coglierlo è mossa da furbi che vien premiata, regalo di Natale anticipato, simbolica riequilibratura del giusto e dello sbagliato. Un po’ come rubare, ma legalizzato. Senza contar l’orgoglio d’aver partecipato, che vien testimoniato con un che d’eroico: ebbene sì, io c’ero, anzi ci sono stato! La “voglia di esserci” risulta infatti, fra i tanti, il fattore trainante; è piuttosto considerato in difetto chi non presenzia, senz’altro per snobismo od ottusità, non sapendo – già lo scriveva Andrea Gennari Daneri, Pareti 2005 – quel che si perde. Più volte ho avvertito questo incrocio di (reciproche, in verità) velate accuse, diffidenze e pregiudizi; solamente che quelle lanciate per via mediatica suonano più forti, ed io conosco ben poca gente che possieda riviste e siti web commerciali.
Così, chi è più tranchant, nel rivolgersi agli estranei a certi moderni riti tribal-mercantili si permette di dire “con tutto il rispetto, che è peggio per voi”. Ma poi, insomma, di che c’è da discutere? A sentir qualcuno prender parte è imperativo, mancare inammissibile: “non esserci è semplicemente inconcepibile”. Il sistema totalizzante di massificazione dei comportamenti degli individui nei modelli di mercato è perfettamente funzionante, e dove non arriva la volontà precisa il resto lo fa un genuino, grezzo entusiasmo: il partecipante infervorato, infatti, può affermare raggiante “sì, l’ho visto. Riesci solo a dire io c’ero, l’ho vissuto”. Una manifestazione…divina? E “un po’ diverso mi sento, anche se non ho capito bene il perché, e cosa poi sia veramente successo”. C’è del mistero, come in ogni più intenso sentimento, e misterioso è quel qualcosa che nello spaesamento ti rende confusamente fiero un po’ di quello che ti pare. La sensazione di appartenenza, ad esempio, è certamente una forza determinante, utile a combattere proprio quello smarrimento; e di per sè non negativa, se ci si rende conto di ciò che di bello ed importante ti lega ad altri: come ad esempio la consapevolezza della necessità del rispetto dell’ambiente. Mi resta il dubbio invece su altri aspetti ai quali solo certi ostinati criticoni possono pensare. Scrisse ad esempio a suo tempo uno di questi, che lasciato all’anonimato spero di poter citare:

“Una domenica pomeriggio di pioggia… La immaginate? Pensate di trascorrerla al centro commerciale… Ora potete immaginare il concetto di caos? L’atmosfera di sabato e domenica al Melloblocco 2011 era qualcosa di molto molto simile!
Certo, al posto delle famiglie ci sono i climbers, al posto delle cucine vendono le scarpette, al posto dei divani i crash pad, ma l’atmosfera è quella del primo giorno di saldi, dove alcuni presentano i modelli della prossima stagione e altri colgono l’occasione per far fuori l’invenduto di magazzino.”

L’analogia è tutt’altro che inverosimile. La descrizione, benchè sarcastica, così come il resto del testo che ho tralasciato, fa trapelare il legittimo dubbio che la figura del climber sia sempre più approssimabile a quella del semplice consumatore; il quale oggi, volente o nolente, si ritrova sempre più spesso in coda – nei casi più emozionanti con altre centinaia di persone – come se davvero dovesse “prendere il biglietto come al supermercato” per poter scalare. Contrariamente all’usuale rappresentazione d’ogni evento tutta sport, fun & beer, salutismo trendy e vago hippysmo, eccitazione e proliferazione, ed al di là dell’occasione sempre buona per vendere e per comprare, il succitato scritto contribuisce al riconoscimento di ancor più subdole tracce tipiche della cultura del consumismo, inclusi alcuni noti trucchetti: l’idolatria (“la folla di fans, più che mai alla ricerca di idoli e di modelli da seguire”), gli status symbol (“orologi da comperare”…ma ancora alla Sector di Manolo stiamo fermi?), e soprattutto quell’artificioso senso di appartenenza del quale si diceva e che da che mondo è mondo fa star bene senza dover scomodare troppe inutili domande.
Eppure ne basterebbe una soltanto, questa: cos’è l’uomo di massa? Per Fromm “Si tratta di un essere docile, disciplinato, una creatura (…) dominata principalmente dai suoi riflessi condizionati. Egli è pronto ad accettare modelli comportamentali secondo le esigenze del mercato”. Ecco perchè, anche a causa dell’intervenuta confusione di valori e disvalori (eguaglianza od uniformità?), “siamo sempre più uguali, sempre più uniformi e passivi e quindi destinati ad essere inseriti come automi nell’immenso alveare dell’organizzazione sociale (…). Il trionfo dell’uniformità spegne il motivo dinamico della individualità e, quindi, la capacità dell’uomo di generare forme produttive di esistenza”.
L’arrampicata ci dà appena l’illusione dell’attività individuale; il gruppo, sia esso un nucleo più o meno ristretto, quella dell’appartenenza ad una dimensione collettiva. La differenza rispetto a quel che continuiamo a considerare dopo tutto altro da noi si fa però sempre meno chiara. Il fervore comune ci fa assomigliare gli uni agli altri, ci conforma, ci ammassa (non ci ammazza ancora, ma più poco ci manca, visto quanto il gioco è stato venduto per esser preso sottogamba). E’ vero, produciamo soprattutto passione e sogni e tendiamo a ritrovarci in valori poco in voga; ma la felicità rimane un bene da acquistare, per chi se lo può permettere, e la sua ricerca appare sempre più guidata.
Il succitato AGD aveva firmato anni fa un bell’editoriale di Pareti su “un paese assurdo e flaccido” ben rappresentato da un bambino ciccione, sportivissimo tifoso della Juventus, incocciato dall’autore all’autogrill; e in quel paese irriconoscibile – o meglio, in cui è difficile riconoscersi – noi climbers avremmo rappresentato idealmente l’alternativa attiva, autonoma e produttiva. Ma l’alternativa A CHE COSA, se – tanto per dire – lo sponsor del Kalymnos Climbing Festival 2012-2013 è esattamente il medesimo che “festeggia insieme alla Juventus Campione d’Italia 2012-2013”?!?!
Da un lato, questi moderni e novelli amanti della libertà son pagati per decretare l’esistenza di “2 mondi, quello dell’off road e dell’arrampicata, che condividono gli stessi valori e lo stesso amore per l’avventura” (curioso, non ne ero a conoscenza); dall’altro, “‘Jeep è orgogliosa di aver accompagnato i campioni della Juventus in questa straordinaria avventura, fino alla vetta più alta’.”
Ravviso similari suggestioni in queste descrizioni maliziose d’avventure e vette affrontate a muso duro ed a sponsor sicuro. Monti e calciatori, per chi le gioie e per chi i dolori?
In sostanza, dietro al bambino a forma di pallone, simbolo di passività, proprio come dietro all’atleta che in un paese schiavo del pallone dovrebbe rappresentar, se non la soluzione, il buon esempio, c’è la stessa finalità, la stessa forza: lì disposta a muovere i pullman dei tifosi, a far partire i voli low cost per/da Kos, e a far girar come una palla il mondo intero.
Non riesco sinceramente a vedere cosa tutto questo possa aver a che fare con la “straripante proposta di stile di vita” idealizzata a suo tempo da Güllich; chi abbia stabilito ch’essa dovesse passar per forza attraverso uno spot commerciale; ed infine, come possa far bene allo sport (espressione comune) il bordello che si è generato in seguito al boom della scalata, ivi incluse irresponsabili degenerazioni da chiusura della falesia oltre alle peggiori e talvolta perfino impensabili derive etico-morali.
Tuttavia, complice forse l’arrabbiata discesa in campo d’un mio illustre concittadino, si parla sempre più spesso e in ogni luogo di rivoluzionari mutamenti ai quali si dovrebbe prender parte; le parole partecipazione, movimento e cambiamento mai son state più fuori luogo, eppur di moda. Ma al di là di validissime collette fra appassionati, che non son certo una grande novità, non so cosa voglia dire tutto questo. Di per sè, “sentirsi climber” non implica (più?) niente di speciale oltre all’inseguimento dell’ultima falesia dove presenziare, e la Cronaca della libera s’è fatta tanto clamorosamente spicciola e dispersiva da risultare nauseante e ripetitiva. Le Olimpiadi restano per ora irraggiungibili, ma le nostre Gazzette dello Sport già ce le abbiamo, e la catena che tiene assieme evoluzione e performance, senza farcene accorgere, trasformando il gioco in giogo ci fa restare al palo d’una dipendenza intellettuale.
Se per due doni, due soldi o due fittoni siam disposti a farci raccontar quella dell’uva, cosa ci prepariamo ad accettare? E se nulla nei fatti differenzia uno sport e un business dall’altro, cosa ci resta a parte l’intima importanza dell’esperienza individuale? A dire il vero quella a me bastava e soddisfaceva pienamente anche prima che quest’attività diventasse moda e commercio omologante, innalzamento fisico ed assieme affondamento culturale generale.

Se poi tutto alla gara va davvero bene, manca solo la batteria di pentole in acciaio inox 18/10 e si torna a casa dall’evento veramente a posto, convinti d’essersi trovati al posto giusto nel momento giusto per fare l’affarone. Per questo è l’esaurimento scorte il vero incubo d’ogni atleta pronto all’iscrizione, ma non all’esclusione. Metti che paghi, ma non vinci niente: sei un coglione.

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chiomonte chiusura permanente“SI AVVISANO TUTTI GLI UTENTI CHE: IL SITO ARCHEOLOGICO UTILIZZATO DAGLI APPASSIONATI DI QUESTA PRATICA SPORTIVA E’ MOMENTANEAMENTE CHIUSO E INACCESSIBILE!
CI SCUSIAMO PER IL DISAGIO.”

“Si sono piazzati lì, senza neppure chiedere il permesso. E intanto tutta l’area della Maddalena sta subendo una devastazione vergognosa.”

“anche con lo sport si prosegue l’assedio e la pressione alle reti”

“A Chiomonte si scala, anzi. Bisogna tornare a scalare per riprendersi i propri spazi.”

Col caldo africano alle porte, sono in pochi a partir dal mare per dirigersi in bassa val di Susa. Ma la valle sa riservar sorprese non da poco, e noi a scoprirle andiamo. Le strade son deserte, perciò si viaggia lenti e bene, e la barriera di Avigliana questa volta la saltiamo, più per via delle guardie che per risparmiar denaro: così risparmiamo almeno del nervoso, ch’esser trattati da delinquenti dai segugi dell’antiterrorismo non è divertente.
Serpeggiando per le statali raggiungiamo Giaglione, Dzalhoun o Jalyon a scelta fra il francoprovenzale o l’arpitano: dalla radice arp – dal preindoeuropeo kar-pe = «sotto le rocce» – e tan = «abitante». E qui son strette di mani e pacche sulle spalle, e birra artigianale od acqua fresca di montagna, e polvere e sudore nonostante la breve camminata. Il percorso è il medesimo della passeggiata notturna; ma stavolta alle reti del cantiere, che nel frattempo si è parecchio esteso, neppure ci fanno arrivare. Chi non ne approfitta per un bagno refrigerante e strafottente nelle pozze avanzate ai jersey prosegue per bei sentieri, costeggiando però qua e là file di omini neri pesantemente bardati e a scudo in mano, che manco puoi ritirarti un attimo tranquillo per pisciare. Noi banda di rozzi climbers preferiamo per un tratto risalire, a mo’ di scorciatoia, una ripida scarpata; scopro così riemergendo dal dirupo la famosa area boulder di Chiomonte, sito valutato “sicuramente il più vario del Piemonte per bellezza e difficoltà dei passaggi”: un luogo magico e ancestrale, nascosto nel bosco in una zona di interesse archeologico che i lavori han depredato o quantomeno occluso. Appena pochi mesi fa qualche appassionato ricordava per l’appunto che “è ancora possibile raggiungere l’area boulder di Chiomonte passando da Giaglione”, magari cercando di strusciar furtivi fra i massi, anche se immagino difficile celarsi dietro agli alberi armati di crash pad.
Forse che gl’invasori non debbano aver nulla da temere dall’avanzar degli arrampicatori?
In tempi lontanissimi, quando ancora mi crogiolavo nella mia bolla spazio-temporale verticale, già ebbi da discutere su questo argomento, nell’occasione di un raduno coraggioso che, mescolando assieme politica e arrampicata, nonostante la facile ironia dello slogan (“Meglio l’alta difficoltà…che l’alta velocità!”), rischiava di risultare ostico per molti e perfino fastidioso per alcuni.
Ma l’innegabile stato delle cose attuale è che “In Valle Susa sinora sono stati abbattuti oltre 5000 alberi, molti secolari”, in uno scempio di cui chiunque potrebbe ed anzi dovrebbe personalmente prendere visione; come ha fatto Cremaschi, finendo per collegamenti col descrivere quell’area chiusa al mondo come una nuova zona rossa, “un altro di quei buchi neri che da Genova in poi ingoiano la nostra democrazia”. Non sono paroloni: è evidente anche ai foresti che questa parte di valle sia stata trasformata nel presunto interesse generale “da verde giardino in un cratere lunare”; e i lavori vanno avanti. Ma noi pure, ed un saggio procedere implica il tornar sui propri passi: così, l’evento coi (pardon, sui) sassi è stato ripetuto un anno fa. Sulla pietra son rimaste ben poche tracce di magnesite, in compenso è nata qualche scritta incazzata od ingiuriosa: poca roba rispetto al danno causato dai rappresentanti dello Stato all’area archeologica della Maddalena, “dove ai tempi della Libera Repubblica No Tav si entrava con le pattine e stando attenti a non rovinare l’erba”, e che ora, post-occupazione, “è diventata un parcheggio per camionette e cingolati: nemmeno i cinghiali si comportano così”, commenta commosso chi si ritrovi a muovercisi attorno, con la curiosa e diffusa sensazione però che in gabbia in verità ci siano loro.
Buffo, oltre che inquietante, è il dover sottolineare come anche in questo caso sia tornato utile il fantastico capro espiatorio del black bloc pur di coprire certe nefandezze. Chi volesse saper qualcosa in più del “più importante sito archeologico e museale del Piemonte” (nonchè “tra i tre più importanti siti neolitici dell’Europa occidentale”, definito dai giornali addirittura come “la Pompei del Nord”), troverà a questo e a quest’altro link interessanti informazioni frammiste a note colme d’amarezza, oltre ad una ricostruzione da sbellicarsi dell’inganno che le istituzioni tentano di piazzare pur d’inventarsi la solita montatura dei cattivi che avrebbero “tirato le pietre della necropoli”, laddove “l’area archeologica non solo è recintata, e quindi inaccessibile, ma è il punto in cui le forze dell’ordine hanno organizzato il loro fortino. Inoltre, è impossibile che un uomo riesca a tirare massi di simili dimensioni”. Seppur con l’uso del condizionale, non è difficile dedurre che “I danni sarebbero quindi stati compiuti proprio dalle forze dell’ordine”. Si attendono smentite più credibili rispetto a quella dell’assessore regionale alla Cultura del PdL, il quale dopo un sopralluogo fra intimi ha dichiarato che la necropoli sta benone, che al massimo i danni li hanno fatti i NoTav, e che anzi essa “è stata ulteriormente protetta (…) nell’attesa che si possa procedere alla valorizzazione e alla promozione turistica del parco (…) grazie al progetto finanziato da Arcus-Mibac per 800 mila euro”. Del destino appunto di tale “pioggia di denaro pubblico”, concesso già nel 2010 al comune di Chiomonte per il rilancio del sito, chiese conto due anni fa qualche rompicoglioni d’archeologo; costretto ora, parrebbe, all’attesa paziente della conclusione dei lavori.
Con lo stesso metodo, i soliti democristiani riciclati mai esausti han provato ad addebitare ai manifestanti violenti il problema del turismo, “l’industria più importante dell’Alta Valle”, che secondo un ex sottosegretario del governo Berlusconi starebbe “perdendo il 30% a causa dell’incertezza per chi vuole raggiungere Bardonecchia e gli altri Comuni della Valle”: ci vuol del coraggio a rilasciare fantasie di questo tipo in merito a gente che ha saputo aprire case e baite per dimostrare l’“Ospitalità NoTav”. Ma la massa perloppiù suppone di saper ascoltare e blatera senza sapere, e così crede pure alle invenzioni: bisogna invece andarci in valle, magari un week end lungo, ad arrampicare, camminare, sentire, vivere, vedere cosa intendano per ‘crescita sostenibile’. Almeno al fine di accorgersi che “L’area intorno al cantiere, dove si trovano alcuni dei ripari sotto roccia più belli, è ancora accessibile sebbene più difficilmente e arrivando da Giaglione. Ma il rischio di essere fermati da qualche militare o poliziotto è costante. Lungo le sponde del torrente Clarea le ruspe scavando hanno divelto alberi secolari e tutto l’ambiente circostante è stato massacrato dal cemento”.

E nel frattempo che cammino turbato fra i vitigni e grappoli di sbirri guardo in su, cercando quasi involontariamente d’individuare la falesia dove poi ci recheremo il giorno dopo. Prima però c’è la cena con gli amici, tanto buona da essere a rischio perquisizione: armi non ne han trovate, speriamo solo che non si siano confiscati i funghi.

Il giorno seguente oltre che dalla calura è afflitto dall’afa, ma nuvole nere sparse minacciose ci convincono a non spostarci nè ad alzarci troppo. Non contenti della visita turistica di ieri, dal campeggio di Venaus saliamo alla frazione Santa Chiara per vedere che anche laggiù sotto le rocce c’è il cantiere.
Siamo infatti di nuovo a un passo dalla Val Clarea, curiosamente placidi ed assieme spiritati. Un cartello a bordo strada nel silenzio di boschi e prati spiega la parete della Gran Rotsa, la storia del canale di Maria Bona“un’opera di archeologia eroica” d’epoca medievale – e le suggestive leggende del precipizio che rende il climber equilibrista anche dopo la discesa.
La struttura, soleggiata ma versatile, ci permette di scalare fra le nubi: una brezza gentile tiene al fresco noi e lontane loro. Esposta e (pure troppo) panoramica, essa propone vie lunghe, tecniche ed eleganti su una roccia dura come il granito, ma con le forme sinuose e morbide del calcare. Alla base ha l’armonioso scorrer d’acqua dello storico acquedotto, il quale costringe ad inventarsi curiosi stratagemmi per partir su certe vie, oltre a garantir la corda bagnata dopo ogni salita. Ma queste piccole difficoltà sono un gioco nel gioco che ci rende affascinante il sito e indimenticabile la giornata. A preoccupare è semmai il pensiero delle piccole grandi opere che s’aggiungono a quella enormemente assurda: come le vasche antincendio delle gallerie SITAF dell’autostrada del Frejus, il cui peso non è minimo dal momento che sinora ha generato problemi di approvvigionamento idrico a Giaglione oltre al rischio assurdo, beffardo d’inquinamento del canale. Nel mio piccolo, faccio umilmente notare alla società della Torino-Bardonecchia che sui suoi cartelli autostradali sono tuttora indicati il museo e l’area archeologica di Chiomonte: si fan beffe del turista loro prima di chiunque altro. E noi, per quanto possiamo, i signori dell’autostrada cerchiam di non pagarli. Se il girovagar per la Valsusa ha comunque poco di ecologico, maggiore è il danno causato da chi dimentica l’esistenza di pezzi di valle sotto attacco alla faccia d’una degna pretesa, quel “buon diritto al suolo” che rivendica per tutti Erri De Luca nello sforzo di diffonder la consapevolezza che “l’avvenire sta nelle mani di chi protegge la propria terra”, a costo di doversele sporcare; anche se una volta, con giudizio sprezzante, lo si sarebbe liquidato fin troppo facilmente con l’acronimo NIMBY.
Che sia dunque un conservatore da cortile l’alpinista che vorrebbe “riportare interesse per un luogo affascinante e perso di vista dal mondo dell’alpinismo moderno, ridestare interesse per un territorio ricco di falesie e vie ferrate nel fondovalle colmo di fascino storico e con possibilità di rivisitazioni alpinistiche in quota”? Tutt’altro: “Non è un ricordo nostalgico del passato ma un indirizzo chiaro per il futuro”. Da dove iniziare? Si potrebbero seguir le indicazioni del ministro: “Iniziamo a scalare la montagna”. Buona idea. Ma il signor Lupi che ne sa di dove sta il Rocciamelone? Dietro l’inciucio fra i partiti nemiciamici c’è il tornaconto comune loro, mica il nostro; e oltre agli slogan e alle frasi fatte c’è solamente l’appiglio culturale fortunoso d’un Jovanotti segnalato dalla figlia e penosamente strumentalizzato per giustificare la solita goffa retorica del fare.
A volte mi chiedo dove sia sparito il popolo della montagna, quella vera, e se ne esista uno. Un popolo minoritario, ma consapevole per esperienza radiosamente eversiva, come un’alba rivelatrice, che essa “ha sempre qualcosa da insegnarci”; un popolo in grado di vedere nelle mani di lorsignori sulla montagna una vera e propria “guerra al territorio”, di cui la Tav è solo un esempio simbolico; un popolo che in tempi di tristi svendite al mercato, tragiche spettacolarizzazioni, strumentalizzazioni politiche e svilimenti identitari, invece di adeguarsi allo stato marcio delle cose, sapesse recuperare l’ambiente ed il senso della propria passione.
A chi suona eccessivo il paragone partigiano oggi un poco abusato spero piacerà, in alternativa, il ruolo volontario di moderni custodi d’un bene materiale e culturale nostro e assieme collettivo. Se è vero che “I contadini di queste valli, anche senza aver mai raggiunto alcuna vetta”, furono “portatori dei medesimi valori, basati sul rispetto della natura e sulla imprescindibile simbiosi tra essa e l’uomo che vi vive, che da sempre hanno permeato gli alpinisti” (dalla Introduzione ad Alpinismo per gioco, 1987), allora è a noi che andiamo su queste falesie e per questi sentieri che spettano la difesa indomita, la conoscenza ed il rispetto del territorio; ad altri l’appropriazione arrogante, violenta e indebita.

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