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Posts Tagged ‘cittadini’

A Trieste siamo stati, anche ad arrampicare nella bella val Rosandra, la scorsa primavera. Avrei voluto scriverne, forse ci riuscirò.
Ma in questo caso la città serve solo quale esempio per spiegare, attraverso le vicende che riguardano la multinazionale finlandese Wärtsilä, la grottesca situazione del mondo del lavoro attuale.
Cos’hanno in comune 4000 persone, 48 anni, 69 uscite, 87 voti e 89 giorni? Sono soltanto numeri, ma li si può mettere assieme per capirlo. Basta un click, potete farlo pure voi; ma siete fortunati, per voi l’ho fatto io.

“Domenica 24 Settembre, 4.000 persone, nonostante la pioggia battente, hanno partecipato all’Open Day di Wärtsilä Italia, nello stabilimento di San Dorligo della Valle. Le “porte aperte” alla principale fabbrica italiana della multinazionale finlandese – dedicato ai familiari dei dipendenti e ai cittadini in occasione dei vent’anni di Wärtsilä Italia e nell’anniversario dei cent’anni dell’indipendenza della Finlandia – hanno visto un continuo afflusso di pubblico per tutta la giornata.”

Non manca niente in questa storia, ci son tutti gli elementi necessari.
Partiamo dal peggiore: l’incidente mortale è del 5 giugno scorso; quando una pesantissima barra di metallo ebbe la meglio sui 48 anni di un operaio specializzato. Fatalità, ci s’affretterà a dire, se non più maliziosamente imprudenza (errare è umano), trascurando – per mancanza di tempo da dedicarvi – i più recenti dati sulle morti bianche.
Scarseggia il tempo ormai per far qualsiasi cosa: per lavorare in sicurezza, per rifletterci sopra, per valutare, capire, (evitar di) giudicare. La priorità, rendiamocene conto, va alla merce, al profitto, al capitale. Cioè: a quella barra di metallo. Che se casca, però, può fare male.

Speriamo che la notizia non abbia rovinato l’appetito a quanti partecipavano, tre mesi dopo, al ”percorso di convivialità” enogastronomico organizzato a “Trieste, Genova, Napoli e Taranto, città nelle quali sono presenti stabilimenti Wärtsilä Italia”: 4000 persone sembrano aver gradito l’Open Day, e il morto è già dimenticato. D’altronde è pur vero che, morto un operaio specializzato, se ne fa un altro; ed è pure un posto di lavoro liberato.

Alla Wärtsilä di Genova, fra l’altro, come in altre ditte del settore metalmeccanico cittadine, nel febbraio di quest’anno la Fiom è risultata essere il primo sindacato. Mi sento solidale coi 45 renitenti. Votare o non votare, ogni volta è un dilemma e mai un gioco. E’ stata però la USB, qualche mese prima, a salvare il posto di lavoro in quel di Trieste (dove predomina invece la Fim Cisl) a Sasha Colautti, dopo 89 giorni di sciopero, che al portafogli non pesan proprio poco.

Torniamo qui su temi più allarmanti, ai piani esuberi che s’alternano ai finanziamenti statali ed ai percorsi conviviali. Nonostante ciò, non vi agitate: le prospettive restano buone, e se mai ci fosse bisogno d’intervenire, contro al padrone ma per finta, al posto dei sindacati potete considerare dalla vostra i camerati neofascisti, ormai delegati semi-ufficiali alla propaganda nazionalistica sui luoghi di lavoro; i quali denunciano a mezzo stampa il rischio-delocalizzazione (mica per via degli interessi padronali, quanto per rivalità di bandiera) e svolantinano all’ingresso della fabbrica come ormai ben pochi a sinistra fanno ancora.

Il futuro del lavoro è nero (in tutti i sensi). Se avete capito ciò che intendo, avrete inteso pure che ci vuol poco per capire quel che del lavoro resti da capire. In altre parole: nessun processo di liberazione passa dal lavoro, ma attraversarne il campo è purtroppo necessario per capir da cosa sia necessario liberarsi.
Nell’attesa che qualcuno s’incammini in questa direzione sciagurata, continuiamo a goderci questo (ir)ragionevole teatrino, che ci piace pensar diretto dal destino, e che racconta di uomini fatti contare come numeri e di numeri che contano assai più degli uomini.

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rivolta quotidianaL’attesissima posizione del sottoscritto sulle ultime distrazioni elettorali: di traverso.

“(…) il pragmatismo, anche di sinistra, si rivela sempre più inefficace nella sua adorazione del “reale”. (…) l’utopia, al centro della politica, diventa ogni giorno più necessaria.” (Serge Quadruppani – Un dettaglio francese, da Il cinema, il Maggio e l’utopia)

Impegnato come sono con trazioni e piegamenti, rischiavo di perdermi l’ennesimo gioco delle parti dei dominati e dei dominanti, uniti nella lotta comune a ladri di pattume ed ambulanti.
Mossa da mezz’uomini e quaquaraquà, ha dunque vinto la propaganda contro zingari, lavavetri, centri sociali e vù cumprà – minestrone dell’intolleranza alla genovese -, origini evidenti di tutti i peggiori mali del paese; mentre per combatterli è stata democraticamente scelta da una minoranza d’umanità in disfacimento un’ammucchiata di furfanti dalla faccia perbene, impegnati a tempo pieno a sfottere chi è costretto a modo proprio a lavorare, e sospettati d’andarsene ai monti e al mare con denaro che non gli appartiene. Sembra infatti che certi privilegi a qualcuno piaccia prenderseli – come e più di quanto occupanti, questuanti e venditori abusivi fanno coi diritti, ma con la differenza della necessità -, se verranno confermate le accuse che vedono lorsignori leghisti impegnati in scorribande di piacere nei weekend fra Limone, Aosta e Cormaiore: il tutto a spese nostre, ma senza alcun diffuso malcontento nella pubblica opinione, nè speranza che gli sbirri li trattino in caso di arresto come trattano i migranti nel gestirne l’espulsione.
Non sono però un fan di queste battaglie legalitarie à la Travaglio, per cui rinnovo il più efficace invito a giocar d’anticipo e a non votar nessuno mai, che è sempre meglio. Anche per evitare di confondersi coi “cittadini semplici”, poveri ma illusi, e con “l’elettore conservatore” cosciente delle proprie scelte: macchiette che in realtà si sovrappongono, giacchè è quella che rende l’uomo comune estremista da bar ed il fascismo normalità l’illusione più semplice e credibile, e chissenefrega se essa sostiene un sistema mafioso ed aiuta a vivere nell’ignoranza. Per quanto ce la possano raccontare, non è certo il voto a fare la democrazia: i giochi sono fatti già in un’altra stanza. Il paradosso democratico ormai non riesce più a nascondersi, resiste in ogni secondo che ancora sopportiamo la sensazione di star seduti a forza dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti, ahimè, sono occupati – e ci son quelli rimasti in piedi, quelli in cella, e quelli già affogati.
Non è chiaro infine per quale motivo la presunzione d’innocenza si dovrebbe riconoscere ai soli italianissimi politicanti, mentre i migranti possono essere accusati gratuitamente del pericolosissimo reato di diversità: essi “che nulla sanno di democrazia e Civiltà Occidentale”, come sentenzia uno sparlatore di merda di professione, arrivando ad inventarsi il ridicolissimo complotto d’una invasione negra programmata ad arte in quanto utile ai rossi (essi sì in emergenza) a risollevar le proprie sorti elettorali. Il rischio insomma è che un eventuale voto della nuova classe miserabile possa andare ad incidere su quello dei ricchi patrioti: ciò sarebbe veramente intollerabile, saremmo idioti.
D’accordo che alle primarie del Pd hanno fatto votare anche i cinesi, ma penso che solo sui social possano attecchir panzane di simile grandezza…o forse no, visto che il débat public risulta tendere sempre più sostanzialmente alla monnezza, fino al santanchèvole livello del “metteteveli in casa vostra” gridato da indignados-schifados ben attenti per mestiere a rimanere sempre in mostra.

Il livello medio – di cosa? Di tutto, scalata inclusa – si sta abbassando, e mentre c’è chi dalla crisi vien distrutto, chi governa non può che essere contento; lo conferma anche il destino di Pareti, che una volta il giornalaio credeva essere rivista specializzata sull’arredamento: “Sappiate che le vendite si sono impennate quando abbiamo deciso di tagliare i testi e ingigantire le foto”, avverte scoraggiato il direttore, il quale probabilmente sente avanzare il vuoto e immagina lettori mezzi morti. Cacciatori d’emozioni forti, ben altri scenari delle quattro mura di casa noialtri scalatori ricerchiamo; tant’è, saranno anche ampi gli spazi esterni, ma di nuovi scenari col cervello oltre alle quattro tacche, quattro chiodi o quattro tiri in sequenza proprio non ne riusciamo a immaginare. Il mondo è qua, è quello che è ed ormai ci basta. Con la salita in tasca ritorniamo soddisfatti dai nostri altopiani per scoprire con ritardo che lo scettro del Potere giù in città ha cambiato mani.
Poco male, quelle di prima non erano migliori, e a tutte sembra piaccia puntare il dito sulle mani che arrivano da fuori; tanto da elevare il gesto a simbolo di battaglia per la moralità e legalità, in grado di buttar giù, dopo il castello di carte della Regione, anche quello meno solido ancora del Comune. A dimostrazione che sulla pelle degli ultimi si sta giocando una lotta politica ben più bassa, di interessi e riposizionamenti comodi per restare a galla qualunque treno passa. Ma non è piacevole lo stesso sentirsi così estromessi dalle pur perverse logiche sociali, sguardi luminosi e brucianti (G. P. Motti) contro occhi turati, mani nude confuse con altre mani nude, la priorità ipocrita del gioco su quella del bisogno; richiamati soltanto più ai valori o disvalori del degrado e del decoro, e all’ordine del divertimento e del consumo irresponsabili, o quasi, che dan loro: alla movida senza vetro in centro si risponde ai margini col succo di frutta verde periferico, ogni argomento è trasformato in esposizione tragicomica, in paura irrazionale, in spot elettorale. E come se non fossero bastati quelli allestiti per le elezioni, sotto forma di gazebo s’impone il modello di vita comunitaria manicomiale: il negozio oggi ci insegue biecamente anche in falesia, dove l’acquisto è occasione di festa, simpatica agevolazione che nessuno teme. Peccato che poi tocchi comunque a te tirare fuori il portafogli, che la scarpetta provata sia la sinistra o sia la destra: in ogni caso hai da acquistarle assieme.

(photo by Mon Trésor)

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repdelleidee_infami“Un saluto amaro e fraterno a tutti i delatori. Siete anche voi figli di questo mondo.”

“Il conformista è colui che ha la vista annebbiata, e non vede altro che il “simulacro della realtà”. Colui che silenziosamente aderisce come collaboratore di un regime (apparentemente) vincente e lo fa nella forma più bieca e vigliacca: quella del delatore.”

“If you’re not careful, the newspapers will have you hating the people who are being oppressed, and loving the people who are doing the oppressing.” (Malcolm X)

Colgo l’occasione dell’evento culturale genovese per ricordare una delle idee più geniali avute dalla testata organizzatrice: quella di spingere i cittadini, sull’onda dell’indignazione del momento, alla delazione digitale a danno dei presunti black bloc dopo gli scontri di piazza scoppiati il 15 ottobre 2011 a Roma nel corso della manifestazione dei così detti Indignati del Movimento Occupy; un gran brutto esempio di mediattivismo di regime, spacciato per amore democratico di legalità e giustizia, oltre che delle ragioni di parte del Movimento – tanto che l’editorialista, nel passaggio sottostante, arriva a far proprio l’inno alla rivolta lanciato a suo tempo dal KKE.

“Ribellarsi è giusto. (…)
Quello che non è giusto (…) è che le intemperanze di una minoranza facinorosa, anarco-insurrezionalista o neo-nazista che sia, riducano al silenzio le ragioni di una maggioranza rumorosa, ma non violenta, che chiede all’Italia e all’Europa il coraggio di quel “rise up” che finora è mancato, e del quale c’è ovunque un disperato bisogno. (…)
Per fortuna qui non c’è nessuna “guerra” (…)”

Sorvolo sulla disinvoltura con cui Giannini accosta anarchici e neonazisti, i quali (senza voler andare tanto indietro nella Storia) oggi in Grecia se le danno di santa ragione, col redattore alla finestra e con la differenza non da poco che mentre gli uni tentano la scalata al Potere (e quel che è peggio è che ci riescono democraticamente, nonostante qualche difficoltà posta loro dalla Giustizia statuale), gli altri intenderebbero fermarla. Dove risieda il problema è evidente, ma chi ama i capri espiatori si concentra sui devastatori delle vetrine e non sulle rovine del concetto stesso di democrazia, favoletta ormai utile soltanto al mantenimento della pace sociale, qualunque cosa accada.

Poi ci si domanda perchè mai vinca la Lega… Ma perchè il cervello medio è quello, e il messaggio che mediaticamente si convoglia pure: sparare a vista, sparare in fronte, sparare ai barconi. Dopodichè son pronti a tirar fuori gli anni di piombo ogni qual volta torni loro comodo, e perloppiù a sproposito ovviamente; quando il messaggio carico d’odio e di violenza è a senso unico e lo si vorrebbe cultura diffusa, orgoglio nazionale.
Ricordo ancora quell’indirizzo email fornito dal giornale, al quale inviai, in luogo dell’agognata preda, un mio ripensamento originale. Un’email può fare male, ma può anche provocare un poco d’ordine nel delirio legalitario generale.
Delirio che spinge alla facile accusa anonima senza riconoscer nel presunto teppista il figlio che sbaglia d’un sistema in tutto e per tutto sbagliato, parte d’un mondo che – parole a parte – non si vuole affatto ripensato; così trasformando il cittadino-lettore-segaiolo annoiato in segugio-detective-poliziotto scatenato: nient’altro in realtà che un patetico bigotto, rimasto (e desiderato) tale sin dai tempi del G8.
Oggi come ieri infatti stiamo ancora fermi al concetto infantile dei buoni e dei cattivi, e il cittadino esemplare, che ben conosce tale differenza basilare, dopo i no global può dar ora sfogo al proprio gratuito giudizio democratico coi black bloc, i NoTav o i NoExpo, “contribuendo in tal modo a produrre un notevole calderone di idiozie e mistificazioni insulse”, ma garantendosi probabilmente un posto sicuro in paradiso; e pazienza se la denuncia la si fa coperti in viso.

Se il delatore è quei che porta a notizia, La Repubblica oltre a fornir notizie nel passato s’è dedicata dunque convintamente al ruolo di (Re)pubblica spia; il che è ben peggio del buttarla semplicemente in caciara tramite infotainment, vale a dire lo spettacolo dell’informazione.
“Sparategli in fronte!” allora potrei gridare, come suggeriscono agli sbirri certe democratiche massaie milanesi vittime dell’Expo. Ma ai giornalisti, dico io. Riuscirebbero però i nostri pistoleri a distinguere il lavoratore onesto da quello in cattiva fede, il cronista anonimo e lecchino da quello che con una domanda sola prende il Potere in contropiede?
Forse il mondo andrebbe ripensato incominciando dall’autocritica; iniziando a domandarsi il perchè delle cose e della loro evoluzione (o involuzione), anzichè cavalcare l’indignazione borghese o quella popolare, troppo spesso guidate da interessi più o meno (etero)diretti o da emozioni sapientemente strumentalizzate. Esporre consapevolmente alla gogna mediatica il rivoltoso colpevole di troppa rabbia non esime il delatore, ed il giornale che lo invita, da responsabilità. Son tutti in buona fede, beato chi gli crede. Il punto resta il ruolo di certa informazione allarmistico-terroristica, che a noialtri malpensanti è già ben chiaro: costruire quel “simulacro della realtà” mediamente condivisibile che tanti dibattiti, troppi discorsi mascherano e giustificano.

***

Letture consigliabili nel merito:

16 ottobre 2011
“«Devastatori» li ha definiti il Tg3 questa sera. Non si tratta della violenza dei potentati finanziari, la minaccia del taglio di rating che si trasforma in necessità di tagliare la spesa sociale, quella destinata all’assistenza, all’istruzione pubblica, alla cultura e al patrimonio artistico frutto di millenni di storia di un popolo. No, i devastatori sono dei ragazzotti che hanno sfasciato ieri qualche vetrina e incendiato un furgone (un altro automezzo, lanciato a folle velocità dai soliti galantuomini in divisa, ha gravemente ferito un ragazzo, ma c’è l’ordine di non farlo vedere). Non ho alcuna simpatia per questo genere di violenza, ma di quella dei terroristi della finanza appoggiati dai teppisti di Stato non si parla o lo si fa in guanti bianchi.”

17 ottobre 2011
“la Rete si fa luogo di delazione generalizzata. (…)
Fare (…) diventare la Rete un umorale terreno per l’odio sociale non mi sembra un obiettivo che dovremmo – né noi, né i media generalisti – perseguire.”

17 ottobre 2011
“Oggi mi citava anche Repubblica, come una “binladen” di piazza, una che ha avuto il suo primo orgasmo al primo fumo che s’alzava, poveri deficienti. (…)
Il livello è basso ovunque, nel giornalismo quasi non è calcolabile.
Siamo diventati tutti questurini, delatori, invocatori di carcere, di pestaggi, di separazione tra bello e brutto, buono e cattivo.
Ho visto persone impacchettare minorenni vestiti “non in modo consono ad una sfilata pacifista” e consegnarli alla polizia (…)
Ma come si fa? Ma che siete diventati? Ma dove siamo arrivati?
La cultura di vent’anni di berlusconismo e anche di anti-berlusconismo, vent’anni di editoriali di Repubblica, vent’anni di Santoro ecco a cosa c’hanno portato: ad una società di delazione, di infamia, di rimozione della propria storia, del proprio sangue, delle proprie radici. (…)
Io non adoro chi distrugge bancomat…non penso sia una cosa intelligente nè funzionale al movimento, ma assaltare una caserma e un’agenzia interinale è un atto politico che possiamo certamente non condividere ma che dobbiamo osservare, comprendere, valutare…e invece rispondiamo con “fascisti, via da qui”.
Una manciata di almeno cinquemila persone che affrontano la polizia con quella determinazione e quasi senza alcuna paura…ne vogliamo parlare o risolviamo alla Repubblica, invocando “pene esemplari”?
E poi? Ci lamentiamo se Di Pietro parla di Legge Reale, di sparare a vista?
E’ stato fatto da voi l’altro ieri, compagni cari, e Repubblica ha preso la palla al balzo ed ha un indirizzo email dedicato proprio alla raccolta delle immagini con i volti dei “blackbloc” per consegnarli alla polizia e magari far dare dai 9 ai 15 anni (come già si mormora) a qualche fanciullo o fanciulla (…) che non ha nessuna prospettiva di vita decente e nemmeno nessun sostegno o sbocco politico visto il vuoto pneumatico che le organizzazioni tutte hanno contribuito a costruire in questi ultimi anni. (…)
Fosse stata Londra o Atene, tutti a trasformarsi in sociologi del cazzo per capire il fenomeno della generazione rabbiosa, quando sono i loro figli, son “fascisti, vigliacchi” e cose varie…andate affanculo, andate in pensione, voi che l’avete.”

17 ottobre 2011
“Torme di probi cittadini sono state impegnate nelle ultime ore nella caccia in rete all’infiltrato o in alternativa nella caccia al temibile teppista, a seconda delle differenti sensibilità.
Il fenomeno ha riguardato sia gente di destra che gente di sinistra, che ha attinto in rete dal vasto materiale iconografico disponibile sul 15 ottobre e ha scatenato un vero e proprio linciaggio digitale, per lo più puntando a caso. (…)
Si tratta chiaramente di azioni sconsiderate e non solo perché sono anche reati che, per ironia dell’ignoranza, questi poveretti commettono convinti di partecipare ad un’allegra caccia all’uomo legalizzata dalle buone intenzioni. (…)
Se anche si trattasse degli odiati bleccheblocche, non è comunque bello e lecito scatenare una cagnara del genere. Non spetta alla folla emettere condanne o mandare alla gogna i delinquenti, già ci sono i media che abusano dei derelitti e dei delitti per vendere di più. (…)
Gente che ci mette nome e cognome e che lancia accuse pesantissime e insulti incredibili mentre propone pene sempre più estreme e degradanti. È chiaro che non ci troviamo di fronte a un improvviso fiorire di paladini della giustizia, quanto a una manifestazione d’ignoranza, violenza verbale e maleducazione diffusa, che trova sfogo attraverso i social network.
(…) anche La Repubblica ha messo in piedi una caccia all’uomo digitale: visualdesk@kataweb.it è l’indirizzo a cui mandare le foto dei cattivi che manifestano. Una pessima iniziativa (…)”

17 ottobre 2011
“La Philips annuncia 4.500 licenziamenti e la Borsa spicca il volo. Il Vaticano non ha parlato di «violenza che colpisce la sensibilità dei credenti». Evidentemente son cazzi loro, dei disoccupati, anche se credenti di obbedienza apostolica romana. Del resto, nessuno scrive commenti su internet contro queste minuzie, troppo occupati a dare dei fascisti ai black block, oppure a cercare spiegazioni nell’indole psichica piuttosto che nelle situazioni sociali concrete (la psicologia borghese vanta una consolidata tradizione in materia di esorcismi).”

18 ottobre 2011
“Rivolta morale in Italia! Finalmente i cittadini compatti denunciano il crimine. I mafiosi? No! Gli evasori che tutti conoscono? Nooo! I politici corrotti? Nooooo! Sbatti il mostro in prima pagina, denuncia un black bloc!”

18 ottobre 2011
“Merde. Sterminiamoli tutti. Fotografiamoli e facciamoli arrestare.
Ecco, io invece direi che è il caso di ragionarci su. Perchè c’è una storia. Ci sono cause che vengono da lontano, e altre che interagiscono sulla contingenza immediata.”

19 ottobre 2011
“non ha senso limitarsi a reagire al sintomo senza affrontare la causa, così come non ha senso che decolli l’isteria, dopo che ovunque nel mondo s’è visto di peggio e molte reazioni scomposte in altri paesi sono state salutate con entusiasmo o ammirazione da molti di quelli che oggi s’infuriano perché è successo da noi. Non è stato bello per molti motivi, ma è stato un formidabile stress-test, un evento particolare che ci può dire molto sullo stato delle cose in questo paese, meriterebbe analisi più meditate e prese di posizione più articolate del “se provano a rifarlo li meniamo noi”, pronunciato in fretta da chi si è sentito sfidato in piazza.”

15 novembre 2011
“La Repubblica” ha messo a disposizione di zelanti cittadini il proprio sito, a che si possano rintracciare e punire i “teppisti” del 15 ottobre. Fin qui nulla di nuovo.”

17 novembre 2011
“Hanno trovato il capro espiatorio: il più debole paga per tutti.
Sarà contenta la redazione di Repubblica e tutti coloro che invocavano la polizia o impacchettavano fanciulli.”

11 dicembre 2012
“Pesanti, pesantissime le conseguenze legali per molti giovanissimi dimostranti, che dati in pasto alla stampa (soprattutto grazie al meticoloso lavoro infame di La Repubblica) si sono visti sbranare dai tribunali, con richieste di carcerazioni pesantissime, molte immediatamente effettive.”

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agitazione_con_matitoneLo sproloquio m’è uscito rotondo; la poesia, per chi vuole, sta in fondo.

“Mi chiamo Sallusti, dirigo un giornale, di tendenza centrodestra, sono un liberale. Ma ho criticato il Cavaliere, più volte, non mi asserraglio in nessuna Repubblica di Salò, difendo il mercato e la libertà dell’individuo e il consumismo occidentale”

“Genova è una città nel caos. (…) Ieri nessun autobus ha circolato e gran parte dei 2.300 dipendenti ha invaso il Consiglio comunale interrompendo la seduta con slogan, striscioni, insulti e minacce verso il sindaco Marco Doria, che se l’è cavata solo grazie all’intervento dei vigili. Un atteggiamento squadrista che ha paralizzato la città (…). Il giorno dopo Doria ha capitolato di fronte allo squadrismo rosso (…).
(…) la questione attorno alla privatizzazione non è ideologica, ma economica, non si tratta di una scelta strategica, ma di una decisione inevitabile. (…) l’amministrazione non si trova a percorrere la via della privatizzazione perché folgorata sulla via del “neoliberismo selvaggio” ma perché i soldi da sprecare sono finiti (…).
Ciò che più sconcerta (…) è la reazione dei genovesi allo sciopero selvaggio. Da un video del Secolo XIX si vedono gli automobilisti bloccati nel traffico solidarizzare con i manifestanti”

La Storia si ripete, e non si fermerà alle cosiddette “cinque giornate” di Genova. Salvo stimabili eccezioni, costituite per gran parte da nobilissimi e testardi teppisti e provocatori, essa è rappresentata da un chinarsi continuo alla legge della guerra. E la legge della guerra è la stessa delle privatizzazioni: mors tua, vita mea; oggi a me, domani a te. La guerra stessa, del resto, è stata privatizzata; più di tutti lo dimostra Israele, che ne ha tanta da fare che i militari di leva non gli bastano.
E’ una legge che in entrambi i casi tentano di farci digerire mostrandola nella prospettiva della fatalità: “L’abilità (…) è stata quella di far apparire gli interessi del grande capitale come esigenze naturali dello sviluppo, e, per contro, retrograde e parassitarie le resistenze al cambiamento.” Le nuove forme di dominio infatti puntano su “una logica della causalità. Cioè a una forma di necessità annunciata. La critica (…) ha meno presa: ai dominati viene solo chiesto di essere realisti.” I soldi dunque sono finiti (colpa tua, per giunta, che gozzovigliavi), però – chissa perchè – ogni costosissima soluzione bellica è sempre inevitabilmente ben accetta (alcuni, come la Signora della Guerra – benchè ex pacifista no global – Pinotti, l’han perfino resa una fissa personale); e chi resta a lottare per qualunque causa si presume lo faccia per difendere “strutture di potere e diritti acquisiti”, insomma privilegi, mica il bene comune. A quest’ultimo, peraltro, dicono di pensar per noi già lorsignori, che potere, diritti e privilegi stabilmente già detengono; non c’è quindi da preoccuparsi, e chi osasse verrà tacciato, come minimo, di “benecomunismo”.
Peggio, come avete letto poco sopra, fanno gli sgherri de L’Intraprendente, che spronano da destra il marchese rosè a farsi sempre più annacquato, e che da bravi reazionari vedono un mondo a perenne rischio-rivoluzione, dove pericolosamente (per loro, che han qualcosa da farsi rubare: potere, diritti e privilegi per l’appunto) “Tornano i sogni del ’17 e del ’68: quel che è mio è mio e quel che è tuo deve essere di tutti”.
Non è inutile ricordare, visto il lontano riferimento e per restare in casa nostra (prescindendo perciò dalla Rivoluzione d’ottobre), che a Torino, nell’agosto del 1917, agitazioni, scioperi e rivolte furon motivati non soltanto dalle “difficili condizioni in cui si trovavano a lavorare la maggior parte dei proletari italiani”, bensì anche dal fatto che alle loro legittime rivendicazioni economiche “si intreccia la propaganda per la pace”, così assumendo le proteste “un carattere antimilitarista contro la guerra in atto”. Questi signori che vedon comunisti mangiabambini dappertutto, insomma, bene farebbero a riflettere sulle ragioni che storicamente muovono le masse alla rivolta: eviterebbero in tal modo di provar sconcerto dinanzi alla solidarietà fra cittadini e lavoratori, ch’essi preferiscono mandare gli uni con gli altri a farsi fuori.
La questione, comunque, in questo caso è tutta da risolversi in famiglia: il fogliaccio di cui parliamo è diretto infatti da Giovanni Sallusti, nipote del fin troppo noto direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti, a sua volta nipote di Biagio Sallusti, “tenente colonnello del Regio Esercito che dopo l’armistizio aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana e che fu giustiziato dai partigiani per aver presieduto il Tribunale speciale che aveva condannato alla fucilazione il partigiano Giancarlo Puecher Passavalli”. Quest’ultimo, sia chiaro, fu eliminato “non per omicidio, ma per «aver promosso, organizzato e comandato una banda armata di sbandati (…) allo scopo di sovvertire le istituzioni dello Stato»”: squadristi antifascisti. Conferma il Sallusti arcigno e pelato che quella “era la legge della guerra”; ma Puecher, a sentire il maggiore Mario Noseda, “Era un idealista, uno che, ne sono certo, non aveva mai sparato un solo colpo di rivoltella”. Questo assieme il suo merito e la sua colpa, a conferma che a pagare sempre il conto più pesante è chi alla legge della guerra non si piega, chi si ostina ad andare in direzione contraria al senso crudele preso a forza dalle cose.

Figlio d’una consapevolezza che questi degni eredi del fascismo definiscono, rigirando maldestramente la frittata per meglio mantenere vivo un odio antico, “atteggiamento squadrista” o più chiaramente “squadrismo rosso”, raccolgo qui di seguito alcune umili memorie personali di quando ancora il trasporto pubblico, oltre a funzionare, era anche un mezzo per sorridere, leggere, riflettere, sognare; un luogo confortevole, accogliente da difendere dalla macchina del fango e del terrore retroattiva e sempre attiva, la quale trova ogni giorno d’ogni epoca nuovi servi compiacenti – pronti a tutto, dietro pagamento – da far propri strumenti.

Tram

Fasci di luce scompongono il fervore
elettrico scintillio di vite antiche
attraverso questo vetro appannato
ogni volto ha una maschera d’oro
monotoni quadri e rumori si alternano
eccitante umida sporca desolazione
un lampo
una lacrima scivola
triste
zittito dal ghiaccio
dietro questo vetro appannato
mi sento sicuro

La lacrima è in fondo al vetro
troppo vento
scendendo

 —

Autobus per il centro

Ho sorriso guardandola faticosamente
conquistare il posto più comodo
per la salita e la discesa

Le borse della spesa
trascinate nell’angolo più sporco
un angolo del mezzo, un angolo del mondo

Perchè è questo che ci basta, in fondo:
portandoci appresso il nostro inestimabile peso
che tutto vada per il meglio
nel salire a bordo e nello scendere

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