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Posts Tagged ‘Chris Sharma’

Lleida climbs 2011_2Ripubblicato da Roby Benvenuti, giugno 2011 (vecchio sito non più esistente)

Giacchè sembra che la signorina Daila stia o abbia bazzicato dalle nostre parti, rimembriamo volentieri di quando fummo noialtri ad andare in visita a casa sua.

«Fuggi il molteplice» (Áphele tà pànta = lett. fuggi tutte le cose – Plotino)

Una volta qui era tutta campagna. Là, tale è rimasta.
Dagli angoli di libera prostituzione pomeridiana dell’operosa periferia di Lleida (una sveltina in pausa pranzo? Niente male!) all’angolo di paradiso di Sant Llorenç de Montgai il tragitto è breve, la distanza incolmabile.
Lì vive Sharma, ma noi ‘gnurant ancora non sappiamo; e pure quando ne veniamo informati, non lo crediam possibile.
Vivacchiamo affidandoci al ristorante/bar Mirador del Llac, il quale ci lascia mangiare a tarda ora, come qui del resto usa; ci fa assistere a simpatici comizi del Ciu (il partito nazionalista conservatore), che paiono innocue feste di paese; e terminati i suddetti ci permette pure di dormire: prima in un simpatico bugigattolo vista lago, che ogni mattina ci vede aprire la finestra sull’acqua e sulla bandiera catalana al monotono ma riposante canto del cuculo; poi in un poco più ampio ma ben più romantico monolocale, più cupo e ombroso, senza vista lago ma sempre a portata di cuculo – a parer mio collocato apposta ed addestrato dalla locale agenzia del turismo per costringerci a poltrire dappertutto, anche in falesia.
Il gestore è un simpatico traghettatore di anime da lago, commerciante d’eccezione pronto a rifare i calcoli della moglie per accertarsi che noi si sia pagato tutto quanto fino all’ultimo Magnum. Ci sfotte tempo pochi secondi riguardo a Papi Silvio per poi mostrarsi fan destrorso, facendoci capire quanto malmessi stiamo…e il bello è che gli indignados occupano le piazze lì da loro. Vabbè. Ci ridiamo e beviamo su invece d’indignarci, non ne abbiamo il tempo e forse neppure ne varrebbe più la pena. Ci attendono 300 pagine di falesie, e vorresti non far due tiri già la prima sera? Mai decisione fu più entusiastica epperò avventata: solo dopo avrebbero scoperto i nostri due fantozzeschi eroi che la storica Pared de l’Os, nonostante la misera altezza e la poverissima figura estetica, era la più dura, bastarda e severa dell’intero comprensorio. Eppure lo scivolosissimo 6a+ d’esordio, su di un calcare mezzo granito e tutto unto, qualche avvisaglia ce l’avrebbe dovuta dare…avremmo piuttosto detto 6b+, ma anche 6c. Meglio scendere cauti al 6a affianco, che il 6b+/6c ce l’ha tutto in un attimo e in un solo passaggio, per raggiunger la catena.
Spaventoso. Amico, io ho paura: il 9a qui vicino non lo voglio neanche vedere! Eppur paura non fa: vista l’altezza, quasi lo si tocca con un dito. Ma un 6b può bastare: l’amico lo sale all’imbrunire, tremando e lamentandosi come se stesse avvistando Anime Dannate a Finale o Hatù Per Tu in Lecchese. Grado presunto: almeno 6c, forse 6c+, dice, mantenendosi cauto; ed io immagino una roba inimmaginabile.
Si accendono le luci nel paese, già ci abituiamo a vivere la roccia sino a tarda ora: vamos a comer! Non cominciamo proprio bene in ottica verticale, ma ci rifaremo. Secondo me qui il 9a non l’ha fatto neanche Andrada, Sharma l’avrà appena guardato schifato dal parcheggio senza manco aprire la portiera.

Il giorno dopo, quindi, puntiamo ad una falesia seria: Tres Ponts. Ma non riusciamo a raggiungerla.
L’amico ferma la macchina di fronte alla falesia di Oliana, sogna Sharma (o forse la Ojeda) e mi guarda affibbiandomi terribili sensi di colpa per rimediare ai quali mi tocca cedere: e va bien, fratello, si va al Rumbau. Dopo aver rischiato la morte prima per insolazione e poi per un sasso cascato dall’alto nella parte destra della parete, tastiamo la roccia olianese (ovvero di Oliana, anche se pare Oliena): le canne da noi raggiungibili son poche, ma per fortuna buone. Le placche a sinistra han buchi quasi finalesi, con chiodi ceusiani. Correndo come un camoscio l’amico chiude di tutto, io mi trascino e tremo per inseguirlo. Meglio di lui fa solo un altro scalatore, peraltro l’unico presente: un tizio simpatico, con piccolo gruppo di fans al seguito, che prova l’8c e casca simpaticamente ad una presa dalla catena, quasi 50 metri sopra di noi che in più lingue lo tifiamo. Roba da cambiare attività sportiva, o perlomeno da in più lingue bestemmiare. Lui sputa schifato, ma quando scende a terra la rabbia s’è già trasformata in ottimistica rassegnazione: “Sarà per la prossima volta”… Te lo auguriamo di tutto cuore, riverenti. Scampati in extremis a una lavata memorabile, a tarda serata entriam da Diego’s ritrovando noi stessi più che in falesia: 15 euro (incluso vino) il menù di stasera, e non è una fregatura. Le prossime sere spenderemo anche meno, mangiando divinamente. Diego, ti adoro! Tua figlia però, seppur “bonissima” come dici, no, non ce la prendiamo: troppo peso, in due seppur forti e possenti non crediamo di farcela a portarla via.

Lleida climbs 2011A Tres Ponts infine ci andiamo: è una gola (profonda) attraversata un tempo da ponti romani, ma i climber sportivi son timidini e puritani e si fermano all’ingresso. “Qui tutto strapiomba!” è l’urlo gioioso degli escaladori…mentre “Ehi, non tutto strapiomba!” è l’esclamazione entusiastica mia, che strappo ad unghiate il presunto “7b più duro della falesia” (così ha scritto qualcuno sul web) mentre il vento grida indignato dal mio ardire ed il cielo dopo poco piange, credo insoddisfatto dal magro risultato atletico, quale punizione impedendo perciò al compare la successiva e ben più seria performance. Il 7c+ può attendere, e chissà per quanto lo farà; di certo non sentirà la nostra mancanza.
Son tutti tranquilli e preparati all’arrivo della tempesta i locals: grotticella, piumino e cannetta. Uno scherzo del destino dover essere poi noialtri fermati lungo la strada del ritorno dalla polizia in cerca di fumo. E’ giusto di questi giorni l’annuncio che i potenti del mondo starebbero puntando sull’antiproibizionismo, che si sian svegliati? Nel frattempo la falesia resta dappertutto zona franca in cui ciascuno cerca e ancora trova un piccolo spazio di libertà individuale senza doverne strappare neanche un pezzetto a nessun altro.

Una sera il destino, e forse l’alcool, ci riservano una visione: mentre stiamo chini sull’asfalto di fronte al ristorante a cercare d’aiutare un enorme scarabeo ad attraversar la strada, ci assale un cagnone seguito di lì a poco dai padroni: è lui o non è lui? Chris Sharma! E’ lei o non è lei? Daila Ojeda! Ci guardiamo stupiti, ma è un attimo appena, e quell’attimo ci permette giusto un rapido saluto dallo sguardo ebete a fantasmi di tal livello. Non si può mica parlare coi fantasmi, se non nel corso di sedute spiritiche ad hoc; e noi siamo al massimo dei volenterosi anticristo o poco più. Non gli si può certo chiedere l’autografo. Ma che bello sarebbe stato se avessimo potuto parlargli! Avremmo chiesto loro del tempo? Delle falesie? Dei gradi?
Uhm. Meglio non aver chiesto loro niente, allora. Del tempo parlano le vecchine sull’autobus e i vecchietti al parco, di falesie e gradi assatanati e stolti; e noi siamo solo pasionari un po’ bevuti. Passeggiano via le due anime belle mano nella mano verso la luna di Sant Llorenç, passeggiano circondate dall’amor perfetto che fortuna e natura riservano loro, e noi anime brutte ci concediamo appena un po’ d’invidia per una condizione umana che riusciamo solo a immaginare.
Poi, ci penso un attimo meglio: l’amico ha accarezzato il cane di Sharma! Avrebbe funzionato meglio una stretta di mano al padrone, ma comunque domani il tiro è suo. Cazzo, che culo. E non mi riferisco a Daila.

Vediamo Terradets soltanto dalla strada nel corso d’un tour de retour senza più alcuna force. Sembra bella, ci alleneremo.
Le falesie meno da big non sono meno interessanti. Camarasa è una serie di guglie e paretine affacciate sul Rio Segre con expo W/NW. Se non fosse per i tralicci sarebbe un posto notevole, così resta piacevolmente frequentabile e riserva qualche bella salita con vista centrale idroelettrica, molto meglio comunque d’una falesia urbana. Sembrerebbe uno dei luoghi più tranquilli ove scalare…tant’è, in ogni settore da ‘ste parti almeno un 8 non se lo fan mancare, e spesso neppure il 9. Pance, spigoli e prue più o meno sbuchettate affascinano e fino alle prime lettere del 7 (o alle ultime del 6) ci lasciamo attirare; non manca, a cercarla, qualche canna e pure qualche bella placca (l’estivissimo e curioso mini-canyon della Pera), ma preferiamo stare affacciati piuttosto che nascosti alle bellezze della valle.

Tartareu, fin dal nome, di nuovo ricorda la Sardegna. Mancando il mare manca l’isola, ma l’isolamento è pressochè totale. Canta pure qui il cuculo, e non romba alcun motore. Tre soli sarebbero i colori (da terra a cielo, con la bassa vegetazione) se non fosse la roccia a ricordarci quanti regali strambi ci fa madre natura; ma colorazioni a parte la materia qui non è sempre eccezionale, s’ha da stare attenti: alcune salite son piccole imprese alpinistiche, altre accettano il gentile aiuto della resina pur di farsi scalare. Qua e là comunque spuntano delle perle che può dunque far piacere visitare, e una grotta (non relazionata) ed un muro in particolare parrebbero avere un certo interesse. Noi, pur non salendo gli stessi gradi e dormendo fino quasi a mezzogiorno, eravamo più stanchi degli autori della guida ed abbiamo ristretto la scelta dei settori più di loro. Se come noi vi sentiste Relaxing people (bel 6c), pertanto, venite qui: nessuno vi disturberà.

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Del sogno olimpico e d’altre imposizioni culturali.

Non dirò che non voglio l’arrampicata olimpica: dirò che non esistono ragionevoli motivi per volerla, se non quelli del business, mediaticamente serviti e pronti da introiettare; e che a tale riguardo non esiste dunque che una sola voce uniformante, quella dell’entusiasmo olimpico padronale.

“Siamo diventati un vero sport”

“AAAh i nostalgici, quelli che arrampicano per trovare la loro libertà… quanti ne conosco… e quanto li odio…”

“La nostra struttura sociale è fondata sulla competizione, quindi sull’esclusione.”

“C’è gente che è competitiva anche a pelare le patate.”

Dai tempi del celebre ‘manifesto dei diciannove’ contro le competizioni ne son cambiate di cose, ne son stati sostituiti di chiodi, ne abbiam raccolta di spazzatura. Era il tempo di Sport Roccia ’85, un nome una necessità, per alcuni (fra i quali un famoso giornalista di Tuttosport); per altri, una contraddizione in termini.
E’ o non è stato il settore delle Gare in Valle Stretta, nonostante i “purtroppo” e i “che tristezza!!” anticipati di Andrea Gallo (guida di Alp ai Luoghi della libera, 1987), il “primo rocciodromo all’aperto d’Italia”?
Quando si definisce un’attività in “crescita formidabile” si sta parlando in termini di quantità o di qualità?
Per carità, meglio esser libri di resina e cemento che di sangue.
Non è però mai stato chiarito al grande pubblico (che un tempo si chiamava società civile) cosa debba significare il termine progresso: pensavo si dovesse trattare d’una evoluzione, d’un cambiamento in meglio, e che dovesse forse coincidere con il termine delle nostre fatiche, o con l’inizio d’un benessere diffuso, equamente distribuito. Ma, a prescindere dal fatto che noialtri si fatichi abitualmente per divertimento, qui mi si vuol comunque convincere che non tutte le evoluzioni vengano per nuocere, anzi: che sia in ogni caso necessario e ben gradito compiacersene.
La presunta ‘naturale’ evoluzione della scalata a mani nude in sport agonistico, ad esempio, non so quando sia mai stata dimostrata. M’ostino a pensare che nella vita ci si possa confrontare per comprendere, senza per forza dover decidere chi sia il migliore. Ogni classifica, se a qualcuno dovesse proprio interessare, è peraltro relativa. D’assolutamente certo c’è che in falesia è possibile avvistare un’intera fila di agghiaccianti 7 ed 8, restando fregati dall’unico spigolino tecnico di seicippiù: là dove quasi tutto è possibile, più che altrove entra in gioco l’imponderabile, che rendendo l’imprecazione facile ti rende inclassificabile. Bravo, forte…che cosa può non dico solo importare, ma significare? Che sia dunque l’illustre sconosciuto ad esser coglione per scelta, quello che la scorecard o non l’ha o non la ricorda, quello che magari annota, ma non per (di)mostrare? Non sto parlando di fantasmi: essi vivono, e lottano ormai soltanto più per conservar se stessi integri e sani, nascondendo la performance allo sponsor, perseguendo obiettivi fuori moda in falesie irraggiungibili.
Se mai sarà olimpica, arrampicata farà rima probabilmente con velocità: il riassunto stringato d’una attività descritta banalmente ad uso (inter)nazional-popolare. In questi tempi critici e frenetici, d’arrampicare con lentezza c’è bisogno; anche se poi la via magari la chiudi con un lancio improvviso. Ma la concentrazione non esclude il dinamismo; ottuso è piuttosto il troppo semplificare, che rende penoso il gioco.
Le categorie (spesso fra loro collegate) della bellezza estetica e del significato profondo delle cose non vengono considerate, non servono, non producono nè vendono, non fanno classifica; ma resistono proprio perchè non possono nè vincere nè perdere: esse semplicemente esistono, anche se non son quasi più riconosciute. Così vedi la linea bella, magica, pura ma ti lasci attirare da quella brutta, orribile, costretta, che a farla bella e ad attizzarti chissà cos’è, forse il push up del grado, o un certo grado di malizioso, cupo sudiciume. Buon per me: la bella non avrà coda e potrò farla mia (lo temevo, ricasco in un elitarismo compiaciuto!).
Ma il tempo stringe. Non abbiamo tempo. Presto che è tardi!
Devo lavorare per consumare e così consumar la vita a desiderar di consumare. Devo vincere per guadagnare, è dignitoso ma mi fa, pur se vittorioso, poco eccezionale.
Ma io, che non ho più tempo di vincere, e mai peraltro ne ho avuto le forze, qualcuno dovrò pur applaudire. “Eravamo atleti, diventeremo tifosi”, sentenziava lagnoso un praticante polemico di codesta attività – così almeno m’è stato tramandato. Ma già atleta è una parola grossa, un riconoscersi cavia, bestiola, furetto. Fatico a riconoscermi da solo nello specchio e non soltanto nell’alzarmi mattutino, figuriamoci se potrei cedere al riconoscimento che qualcuno potrebbe volermi dedicare. Certo, non mi s’impone niente, almeno direttamente. In maniera indiretta, però, ti dicono che cosa è bene o male; ed era un bene sino a ieri, ad esempio, intendere il pallone come “un’attività alternativa alla guerra”, mentre oggi il campioncino porta amorevolmente la guerra stretta al braccio agli Europei. Ne cambiano di cose – continuamente, progressivamente. Loro, naturalmente; e ben poco naturalmente. D’altronde lo stesso barone De Coubertin sapeva benissimo che “l’atletismo (…) può essere usato per consolidare la pace così come per preparare la guerra”. Ecco perchè odo cazzate ed intuisco male intenzioni, ravviso fraintendimenti, vedo nel “vero sport” un vero spot, cinque cerchietti per le allodole; mentre m’assordano gli slogan ed immagino i fuochi d’artificio, il soundtrack ufficiale.
Per Tuttosport siamo già “il Climbing”, che americanizzato fa assai figo… Disciplina in rapida trasformazione: per l’Economist “quella che un tempo era un’attività di nicchia si sta trasformando in uno sport vero e proprio”, anzi il “nuovo sport di tendenza”, pronto alla passerella e alla sfilata. “Se la trasformazione sarà completa lo deciderà il CIO”, mica io, dopo aver osservato il nostro (oddio! M’è scappato) tentativo di battere Baseball, Karate, Roller Sports, Softball, Squash, Wakeboard e Wushu, tutti maiuscoli, maschi ed incazzati.
Per una cannetta fatta pagare a Sharma c’è l’Eritropoietina lacrimevole di Schwazer a ricordarci come si può marcire nel marciare in una certa direzione.
Per un tocco libero di genio a rischio arresto causa Olimpiadi c’è un tentativo sicuro di vender lo squallore tricolore.
Lo so, vorreste convincermi che tutto questo sia normale. Peccato: il consiglio per l’acquisto non fa parte del mio bagaglio culturale verticale.
E ancora non mi sono chiari i motivi reali e concreti in base ai quali dovremmo tutti quanti considerare “molto positivo per l’attività che l’arrampicata entri a far parte della famiglia olimpica”, come sostiene Scolaris. Ma tant’è… Così come per il Tav, ormai il pensiero che dev’essere anche mio è stato deciso, ed il solo che post-manifesto restò coerentemente contrario alle gare è defunto di mal di montagna. Perciò, che squillino le trombe! The show (-business) must go on.
Cosa ci sarà poi tanto da discutere non so. L’arrampicata non è sport olimpico? Ma la carabina sì: è sport olimpico sin dalla prima edizione dei Giochi olimpici moderni (Atene, 1896), pensate un po’ che dignità. Non mi pare che ci sia da spararsi, vergognarsi od offendersi per questo.
Se proprio devo scegliere, fra tiri in porta, tiri a segno o tiri a canestro, perfino il lancio disperato alla catena mi pare più elegante e onesto.

Sondaggi, soldini, squadroni e benedizioni:
“Ma insomma, perché dovrei tifare per l’arrampicata?”
“43 % of the 2250 who have answered the Olympic poll, have voted, “Absolutely – WOW!”.”
“Clearly, climbing should be part of the Olympics but it seems very difficult as they do not want more sports in the game.”
“Climbing is one of the biggest sports that has not yet made it to the Olympics. Most climbers are in favour and of course this would make a huge impact on sponsor money etc.”
“con il progetto «Sport climbing – 2020 dream» si stanno intensificando le iniziative per dare la massima visibilità all’arrampicata”
“Ovviamente nella scelta contano molti fattori, alcuni dei quali esulano dallo sport in senso stretto: politica, lobbying e contatti hanno un grosso peso, e in questo quadro va intesa anche la decisione di organizzare un evento in Piazza San Pietro, sotto i buoni auspici del Papa”
“Ora, la componente competitiva è parte di quella ludica e, salvo gli eccessi e le perversioni cui sa elevarla l’essere umano, componente non trascurabile della nostra esistenza.
E poi, diciamolo, non se ne può più di certe contrapposizioni che affliggono endemicamente il nostro paese. Senza sindromi esterofile, guardiamo in Francia, per esempio: è vero, a suo tempo ci fu il “manifesto dei 19” contrari alle gare di arrampicata, ma quella società, così infinitamente più avvezza alla cultura della montagna, quanto è più vicina a una sintesi fra azione e contemplazione, fra l’andar per monti senza fine e l’andarci con il doppio fine, quello di salire e di vincere? Momenti diversi, complementari, compresenti, ora questo ora quello, della vita. Senza contrapposizioni assolute.”

“Perchè l’arrampicata ha delle componenti sportive a mio modo di vedere NON è semplicemente uno sport come invece lo è stare su 100 metri di pista.
Le componenti sportive dell’arrampicata sono sempre state, ed è giusto che così sia (sempre che si vogliano preservare i valori che l’alpinismo e l’arrampicata hanno sempre avuto), relativamente marginali.”

“Ci stiamo avviando verso l’irregimentazione culturale: giornali e televisioni locali, nazionali, mostre, festival del cinema, programmi scolastici, tutti pervasi dagli ideali ‘olimpici’… La cultura a senso unico è sempre stata un nemico da temere. Figuriamoci quando reclamizza prodotti commerciali.”
“si parte celebrando lo spirito olimpico (…) però in realtà tutti agitiamo le bandierine del nazionalismo. (…) Dove non c’è il tifo, ahimè, non c’è sport”
“Passerella di sport che nessuno conosce, trionfo dei nazionalismi, medaglieri per atleti che poi andranno in Parlamento, bromuro quotidiano sponsorizzato dalle multinazionali.”
“una delle più importanti strategie di accumulazione inventate dal neoliberismo è proprio quella del marketing urbanistico, del grande evento come punta avanzata di capitalizzazione che usa lo spazio metropolitano per l’estrazione di plusvalore.
Molti analisti britannici, non senza alcune ragioni, stanno parlando delle Olimpiadi come ultima vera istituzione globale multilaterale”

“Possano le Olimpiadi essere «un momento di rinnovata amicizia in cui forgiare la pace»: così l’arcivescovo di Westminster ha salutato gli atleti giunti a Londra da tutto il mondo. Proprio per rappresentare questo spirito, nella cerimonia di apertura il governo di Sua Maestà britannica ha fatto issare la bandiera olimpica con i cinque cerchi, simbolo di pace, da una squadra di 16 militari britannici, scelti tra quelli maggiormente distintisi nelle ultime guerre.”
“I media invitano il cittadino medio a esaltarsi per Valentino Rossi su Ducati, per la Pellegrini in vasca o per la vittoria dell’Italia di Prandelli contro la Germania non solo sventolando la bandiera dell’orgoglio nazionale, ma anche millantando improbabili collegamenti con l’economia reale: sono tutte cazzate, non servirebbe neanche ribadirlo. (…) Insomma, avremmo anche potuto fare il pieno di medaglie alle Olimpiadi, ma avremmo continuato a vivere in un Paese di merda.”

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