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Posts Tagged ‘Ceuse’

Dal nostro eroico inviato speciale a Medjug…pardon, Kalymnos.

“Diario di un’arrampicata: nel Dodecaneso tra Jeep, moussaka ed eroi.”

“I thought I owed myself a trip away/I wanted to go to places I have never been away/I looked at the pictures, imagine where they lay away/On a beach by the sand, where their clothes all lay away/Horizon is oblivious, chartered trip away/Said “There’s no returning from this chartered trip away.”” (Hüsker Dü, da Chartered Trips)

Qui dove tutto si crea e nulla (cannone di Trella escluso) si distrugge, qualcosina volendolo davvero si rifugge – se non nella sostanza, almeno nella forma.
L’Elena Village è un pugno in faccia verde elettrico nella notte stellata, e sta (sotto) alla Grande Grotta a Massouri come il grattacielo della Intesa Sanpaolo starà (a fianco) alla Mole Antonelliana a Cit Turin.
Non credo però che a sindaco o climbers possa fregar granchè della coastline del paese, così come della skyline torinese ci s’è fatti un baffo; l’importante, a Dubai come a Savona, è sfoggiare cazzi in tiro mostrando d’averlo più lungo o più grosso, monumenti alla immensità della propria primaria passione.
Le bizze di Ryanair non son riuscite ad intaccare il trasporto cui induce l’immutabilità d’uno scenario mai sontuoso ma seducente. Piscine e spazzatura continuano ad abbondare, la seconda ci ha fruttato in alcuni casi (Kasteli) imbarazzanti sacchettate. A Poeti il “permanent Kalymnos resident” ed équipeur Claude Idoux ci ha detto di ritrovarsi purtroppo a raccoglierne tutti i giorni. Alla base di Local Freezer un sacchetto di plastica rosa è stato abitato da lumache ed altri esseri: l’immagine faceva tenerezza, così gliel’ho lasciato.
Sul viso degli stolti abbonda il riso dell’irriconoscenza, dell’uso e del consumo, del tempo perso ad inseguire vanità di pietra mettendosi in coda senza numerino, entrando in gioco con l’inganno, la rincorsa, il gioco d’anticipo: la sveglia è tanto mattutina che c’è gente pronta a camminar verso la grotta che fa ancora buio. Sono ancora indeciso se trovar la cosa patetica o suggestiva.
Telendos nell’incupirsi si fa bella in questa stagione. Laddove il viaggio si fa più faticoso, specie se si sceglie la splendida mezz’ora di sentiero, rifiuti e sporcizia – che fan rima con pigrizia – faticano ad arrivare: il climber si ferma al primo piano se non c’è l’ascensore, contraddizione non da poco! Ma come ironizzava (neanche poi tanto) un caro amico amante dello sport verticale, “oltre la mezz’ora di cammino è già alpinismo”. La più bella falesia perlomeno di Francia (ma Jolly dice del mondo) dunque dovrà aspettare, se non ti fai portare il materiale su a Céüse con l’elicottero, e di questi tempi su certe proposte non c’è troppo da scherzare: se lo utilizzi per poi discender con gli sci, non si vede perchè non lo dovresti fare anche per poi salir con le scarpette.
Secondo Grimper comunque ti puoi ben consolare con St-Léger du Ventoux, salita alla ribalta di recente con l’ampliamento dei lavori di chiodatura, sebbene sempre a rischio a causa della proprietà dei terreni e, come Céüse, dell’inciviltà ormai manifesta degli arrampicatori.
E Saint Léger è certo notevole, ma vuoi metter la Baleine coi calamari e i maridaki dell’isola minuscola ove immenso è lo scalare, troppo grande il sogno, e tutto – per espressa ammissione dei migliori fra i locali venditori – diventa possibile? Ebbene, nella lista nazionalista dei 20 spot più fighi del mondo, nonostante un editoriale infarcito di paragoni olimpici, Kalymnos non compare: forse ritenuta non più falesia bensì parco giochi, o forse data per scontata, svenduta in saldo, ceduta all’abitudinarietà delle ferie organizzate casa e famiglia o con l’amante più cara; quella con cui c’è feeling e confidenza, che queste falesie avevano col sottoscritto quando forse ancora le riviste che cianciano di uno sport diverso dagli altri non si facevano mandare in stampa in Estonia (“Là est donc la vraie richesse de l’escalade”…nei Paesi Baltici?) ed i climber non si facevano mandare affanculo perchè fra di essi vigeva un certo rispetto ad annullar la coda, la corsa ed il biglietto.
La Grande Grotta si lascia illuminare e noi babbei pronti ad illuderci che possa riuscirvi una magia della luna, quand’è invece la North Face! Il prezzo da pagare per una intera nuova falesia creata per l’occasione (Psili Riza, falesia ‘di marca’ sopra Panormos) è un logo sparato nottetempo sulle canne, appropriazione indebita – per quanto virtuale ed estemporanea – di un luogo, di una pratica e di un sogno che a nessun marchio registrato potrebbero appartenere. Inquietante, anche se indolore.
Mi suggeriscono peraltro dalla regia che senz’altro la capra di casa fra la grotta ed Afternoon, se solo le avessero chiesto il permesso, non sarebbe stata d’accordo; al momento non abbiamo però ancora avuto la possibilità d’intervistarla.
I locals rimasti invece si sfregano le mani e chiedono più clienti e più guide, ma per ora ad aumentare son le ambizioni suicide: Climber’s Nest avvisa d’un aumento preoccupante degli incidenti in falesia, siate malfidenti e date ascolto a un coglione: cambiate al più presto passione.
Lo so, io sono ipocrita ed egoista e vorrei l’isola tutta per me e gli abitanti non ancora fuggiti in Australia disoccupati. Antonis ha ragione: l’isola non deve morire; ma neppure il mio desiderio d’arrampicare. Se su di esso vogliono erigere un monumento al business ed al consumerism internazionali, vista l’assenza pressochè totale di resistenze, possono fare. Sarò dunque io a trovarmi un’altra passione, un altro mare, un’altra Mecca, un’altra cattedrale.

Da Kalymnos è tutto – ma che dico, son già tornato a Milano a soffocare.

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La Storia Infinita“Quando avevo scoperto il castello senza nome, ero ad un’altezza, ad un grado di perfezione e di purezza che non raggiungerò mai più.”
(Alain-Fournier, Il grande Meaulnes)

Parafrasando i Sisters Of Mercy denuncio l’incapacità di scelta della massa rampicante, trascinata da ovest ad est da cuciture made in China, sirene zoppe e false muse, fra grotti e discoteche, giardinetti solinghi e adunate in cimiteri, da un frastuono di numeri e lettere poco colte sulle quali all’infinito interrogarsi e litigare a stanchi sguardi di venditori in sandali e braghette nel campeggio di Ceuse. Dove si vada anche ‘sto weekend è decisione del destino solo se la nostra passione è fragile, o se ad essa ci siamo davvero abbandonati? Non sempre vagare significa perdersi, Tolkien c’insegna. E pure il perdersi – almeno qui, tra Finaleros – è motivo di vanto e dà soddisfazione: poichè, come sappiamo per averlo un tempo o nel tempo imparato, imparati non si nasce, e l’imparare è maturazione che s’avverte sulla pelle a forza di graffi e di ferite e che salva, quantomeno il cervello, dalla marcescenza.
Il Castello con i suoi muri bianchi e grigi perfettamente verticali non è qua, sta altrove, poco distante ma abbastanza per lamentarsene: sta sull’isola che c’è, ma è diventata cara come il fuoco e così d’isole magiche se ne sognano altre e per più comode ma intricate boscaglie ci s’accontenta di girar perdutamente. Cornei ad esempio è un mare tempestoso, un gorgo, un vortice di ricordi e d’emozioni: una poesia intrisa di sconforto ritrovata una mattina alla Bocca di Bacco, una passeggiata al sole bruciante d’un inverno inquieto accompagnati o in cerca di top model che sappiano placar fra i Ciappi i soliti umanissimi desideri.
Oppure la falesia fantasma del Castagno, ne vogliamo parlare? L’amico grande Gustavo, pur combattendo eroicamente nella foresta coi fantasmi suoi, novello (e corpulento) Atréju arrancante come noialtri a bicchiere in mano nelle Paludi della Tristezza, mai riuscì a raggiungerla. Ma non tutti i desideri valgono la sofferenza e la fatica, ci dicemmo allora; e ci apprestammo sudati e rassegnati a spendere il secondo o terzo buono-consumazione. Fantàsia non fu non dico salvata, ma neppure mai scovata. L’Infanta Imperatrice forse ancora ci aspetta: ma spero si sia scocciata e sia fuggita altrove, magari a Scimarco o meglio ancora in qualche falesia dove ho già stra-salito tutto ed ogni segreto, ogni appiglio, ogni piega o ruga della pietra già conosco. Così potrei raggiungerla e raccontarle di quanto l’abbiamo cercata invano sin dai tempi degli infidi presunti quinti gradi, e poi i 6a e poi i durissimi 6b di gioventù, fino ai gradoni odierni che nulla più valgono una volta decaduto il sogno, svanita l’avventura. Finalmente Lei sarà mia assieme a tutti i gradi alcoolici e non del mondo ed il segreto Dominio allora sarà nostro, sarà sempiterna festa e forse solo allora cesseremo di arrampicare e di vagare.

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