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Da domani (ma forse già fin d’ora), tutti leghisti!
Mi ci gioco le scarpette, prima di appenderle al chiodo.
Il pensiero che non mi rincuora è, venendo al sodo: che sia già l’epoca dei giochi di potere anche nella verticale?

“in questi giorni non si parla di Finale come si dovrebbe. Non si parla di calcare. Non si parla delle bellissime vie possibili. Si parla di presunte lotte fra climber e associazioni ambientalistiche. Si parla di giochi di potere. Si parla di tutto tranne che di roccia.”

“anche i climbers sono tanti e votano.”

Ricordate il prode difensore degli arrampicatori (e dei cacciatori) dall’attacco della lobby ambientalista? Il politico verde oggi si riconosce dalla tessera di partito, mica dalla coscienza ecologica. Quanto al climber, il suo miglior difensore spero proprio non debba essere un ottuso regionalista padano; nè evita l’errore il buon Andrea Gallo, nome mitico e nume tutelare del Finalese verticale, nel pensare che lo scalatore d’oggi gli possa in qualche modo somigliare. Son passati i tempi ed oggi solo l’egoismo ha vinto su ogni altro valore. E’ l’egoismo a spingere il leghista imbragato a dar battaglia a negri e ad avvoltoi, per concedere al climber imbranato di potere anch’egli farsi allegramente i fatti suoi, senza trovar nidi con ovetti per cui provar pena, e senza che nessuno gli possa chieder l’elemosina in catena, od all’ingresso serale a Finalborgo, rovinandogli la cena.
Ed è sempre l’egoismo a spingere il praticante medio a lordare il paradiso terrestre di cui può godere, e che dovrebbe difendere a spada tratta se davvero vi tenesse; solo a tenersi in forma invece quello pensa, e tutt’al più ad unirsi in associazione con energumeni simili a lui, al fine di difendere ancora maggiormente il proprio interesse.
Prendo amaramente le distanze dagli uni e dagli altri.
Non credo che la politica debba essere un gioco di ricatti, nè mi basta che si risolva in uno scontro fra piccoli poteri, con piccoli vantaggi dedicati ad i più scaltri o ai meno seri.
Purtroppo anche i climbers votano, temo sia vero, e per fortuna non so come e cosa; procederei pei boschi col falcetto altrimenti, e non per farmi strada fra la vegetazione irta e spinosa.

Mentre a Toirano – zona ancora in fase di espansione – il gruppo di arrampicatori e chiodatori locali scomoda le amministrazioni (leghiste, pure qui, e ben poco green) ad interessarsi allo sblocco dei divieti di chiodatura relativi a certe parti della valle del Vero, nella vecchia Finale succede l’opposto: ovvero, sono le amministrazioni del luogo, assieme al Club Alpino e ad alcuni (supposti) ambientalisti, a denunciare il problema dell’eccesso di chiodi infissi sulle pareti della zona.

Dovrei in teoria inneggiare alla modalità anarcoide con cui chi chioda le falesie si muove liberamente, spesso senza chiedere permessi o consultare enti territoriali; denunciare, come fa Gallo, l’ipocrisia di istituzioni locali ed ufficiali come il CAI, che dando un colpo al cerchio e uno alla botte si muovono subdoli senza far ben capire in quale direzione; e caldeggiare una difesa strenua ad ogni livello del nostro particulare…se non mi preoccupasse invece l’atteggiamento di chi ci patisce, poverino, che gli tocchino il giochino, finendo per attaccarsi al treno veloce delle rivendicazioni politiche più minime e meschine.
A quarant’anni vedo il mio futuro come un insieme di falesie la cui infinità d’itinerari non riuscirò mai a completare; dunque, perchè mai si dovrebbe continuare a chiodare? Per i nuovi arrivati, si dice. Per consentire a tutti d’avere un terreno di gioco. Sembra altruismo, e invece è primariamente profitto, opportunismo: il solito discorso dell’indotto, dello sport-alternativo-ormai-quasi-massificato che ha trasformato un borgo delizioso in un centro commerciale per milanesi annoiati (ma anche per liguri con manie di grandezza), red carpet incluso ed inclusivo di maltolto. Il problema nella sua interezza è inesistente e già risolto: che i climbers e gli ambientalisti si parlino, come è sempre stato fatto, senza necessità che vengano lanciate provocazioni, polemiche e allarmismi a mezzo stampa. Vero è che siamo forse diventati troppi, in un ambiente limitato, a volere usufruire delle stesse bellezze naturali: climbers, bikers e trekkers si contendono il parcheggio a Monte Sordo nel weekend, e nelle feste “sembra di essere all’Ikea” od alla Fiumara.
Si stava meglio quando si stava peggio, quando l’arrampicatore era uno strano, strambo, un poco matto, merce rara. Il chiodatore allora inseguiva un proprio sogno e non le più recenti necessità indotte più o meno a forza dal mercato dell’outdoor. C’era posto per tutti, bestie e cacciatori inclusi, semplicemente perchè s’era in pochi. In merito a questa evoluzione/involuzione ho spesso detto, e non è il caso che ogni volta mi si richiami all’ordine della dittatura democratica per cui si dovrebbe garantire a tutti il diritto alla scalata. Non prendiamoci in giro. Questo sport è stato banalizzato e raccontato come fosse tutt’altra cosa per poter vendere scarpette e imbragature, non ci son diverse spiegazioni o sono tutte fregature. Quando scalavo io, ai tempi della prima palestra d’Italia al liceo King mi guardavano come un cretino ed un marziano, e certo la cosa ha contribuito a farmi crescere adolescente pieno di problemi. Ma bisogna essere scemi per non accorgersi che mode e tendenze son tutte sospinte da un sistema di coercizione sorridente che non ti spiega niente al di là del concetto di divertimento, e del tuo presunto diritto allo stesso. L’arrampicatore idealista e rispettoso che descrive Gallo è ormai quasi estinto, non più riproducibile. L’arrampicatore moderno facilmente sgarra e se ne frega del prossimo suo (alla faccia della comunità) e anche delle regole condivise; per lui esistono solo il grado su cui discettar per ore e la scorecard da aggiornare. Più sento parlare i climbers, ad esempio dei limiti loro ingiustamente imposti, e più divento birdwatcher. Vero è che talvolta, come spesso in questo paese, far rispettare certe regole diventa esercizio grottesco e ingiustificato, come quando volarono le multe nell’albenghese senza che nessuno avesse mai visto più d’un uccellino. Ma quando ti cali a fianco ad una via con un bucone, come mi successe a Cucco, e da quel nido fugge spaventato un volatile facendone cascare un ovetto che si sfracella al suolo…capisci d’esser tu nel posto sbagliato, e non loro ad aver occupato un attico vista mare senza rispetto dell’altrui proprietà. Il cadaverino rosa venne lanciato nel bosco senza troppo riguardo, con appena un minimo di commozione, e poco dopo altri climbers rapaci si preparavano ad affrontare il tiro. Il Rockstore tempo addietro mise un avviso alla partenza di Vivere di rabbia al Solarium (o Specchio) di Monte Sordo: la differenza fra le passioni si vede pure da queste piccole attenzioni ed auto-limitazioni. Perseverare nella difesa dei propri esclusivi voleri, trasformandoli in diritti, è atteggiamento tipico di un certo fascioleghismo attuale, che si sta diffondendo a macchia d’olio ed è facile capir perchè. Andare incontro alle esigenze altrui è comportamento ormai inusuale, fuori moda, sconveniente. Meglio difendere la cosiddetta e supposta propria gente, attività questa assai proficua a livello del politicante, che diventa punto di riferimento di un’èlite fra tante. Ebbene, oggi che siamo tanti e pretendiamo di contare, di levare alta la nostra voce, siamo anche noi un’èlite arrogante che conta solo in quanto spende, uomini valutati in base al portafogli che mantiene in piedi un’economia di nicchia, la quale peraltro sopravviveva anche prima ed ora vive solo una rincorsa al soldo, pur non patendo esattamente i problemi di Kalymnos. L’outdoor è puro business, la chiodatura sfruttamento delle risorse naturali, l’arrampicatore automa; e il tutto mantiene degli antichi valori condivisi solo un pallido ricordo. L’autonomia ed il senso di responsabilità dei climbers, tanto decantati, davvero hanno bisogno di un aiutino politico e della minaccia elettorale? Davvero contiamo in quanto votiamo, e nulla più? Davvero abbisogniamo di questi mezzucci, e ne vogliamo approfittare?
Vorrei proprio capire se anche i climbers, come quasi ogni altra categoria sociale che si rispetti – o meglio, che intenda farsi rispettare (esclusi quindi questuanti, zingari, immigrati e poche altre minoranze) – intendano abbassarsi a buttare in politica anch’essi il proprio patetico, frustrato e sfrontato egoismo di categoria: l’ennesima difesa corporativa; oppure se vogliano, almeno loro, evitare questa squallida deriva.
Se dal coraggioso (benchè poi smentito) ‘manifesto dei diciannove’ siamo discesi al livello delle roboanti dichiarazioni di Rixi una o più ragioni storiche ci devono pur essere, e non è difficile risalirvi. Occorre però farlo per evitare che il nostro entusiasmo si suicidi annegandosi nella torbida palude degli interessi privati, dove si raccolgono gli istinti animaleschi e si scontrano le ottusità di uomini ormai allergici al confronto, a meno che non sia battaglia mediatica di facciata, messinscena ipocrita, teatrino demenziale di una politica in picchiata verso un gran finale pessimo: quello in cui la mia passione sarà regolata, carezzata, blandita, incasellata; difesa da figuri con i quali nulla vorrei avere a che fare, che a stento c’entrano qualcosa con (i valori per me ancora insiti nel)l’arrampicare.

(foto tratta da Genova 24)

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piloni_THTAl di là delle linee…di arrampicata. Dopo Chiomonte, Brianzone; dopo l’alta velocità, l’altissima tensione.

“Il progetto di linee ad altissima tensione avanza poco a poco. Un moderno pilone ad Argentière, la dichiarazione di pubblica utilità firmata da ministri e prefettura (…)
Lo Stato e la società elettrica pensano di aver vinto la partita e di poter rovinare una piccola valle, ma senza fare i conti con gli abitanti della valle stessa e delle vicinanze, i loro amici e tutti coloro che non vogliono che questo progetto venga realizzato e che distruggeranno il loro “bel pilone di design”.
(…) non lo lasceremo costruire né in Haute Durance, né altrove.”

Très haute tension dans la haute vallée de la Durance: come vi suona? A me, dico la verità, e non per il francese rabberciato, stona. Eppure quasi non ne parla nè se ne interessa alcuno, NoTav ed ecologisti oltranzisti esclusi, come se a pochi dovesse importare della vergognosa offesa ad una valle di montagna che vive di turismo e che mostra ad oggi appena qualche primo timido segnale di difesa. La valle coinvolta non è la val di Susa, ma quella che si raggiunge subito dopo, svalicando il Monginevro; la quale da Briancon discende dolcemente fino a Gap in un riquadro verde e azzurro pressochè perfetto, cui solo le condotte forzate fanno danno, con spazio e attività open air per tutti e non so più quanti giorni di sole vantati all’anno.
A vent’anni iniziavamo proprio qui a provare i primi 6b e 6c, su rocce che hanno fatto a loro modo storia (La Roche de Rame, Saint Crépin); qualcuna invece è stata nel tempo dimenticata (Panacelle, Barachin), qualcuna bandita, e qualcun’altra credo sia perfino sparita, inghiottita dalle cave. Altre ancora resistono orgogliosamente fra le nuove creazioni, e mi piace pensar che qualcosa ricordino anch’esse delle mie migliori stagioni.
Oggi, a distanza di decenni, ritorno a L’Argentière nello stesso campeggio in cui vivevamo i nostri primi sogni giovanili per scoprire che l’elettricità farà il percorso stesso nostro, passando da Briancon fin giù al lago di Serre-Ponçon non senza impatto: per cui si parla già fra i valligiani di un probabile ecomostro. Come sempre, invece, con gran tatto chi ha interesse a costruire presenta l’opera come un’architettura geniale, oltre che una fantastica opportunità di conservazione ambientale…vincendo il plauso e la firmetta di chi si occupa della biodiversità nella riserva naturale. Se anche la verità stesse nel mezzo, qui la questione come altrove si riduce al sì od al no, e all’uso della forza di Stato che non ammette alcun però.
Però, un però lo dico io. Perchè i nomi dei luoghi interessati a me son noti, ma dicono tutt’altro: le falesie innanzitutto, e poi fiumi e torrenti, laghetti e campeggi, serate danzanti, i fuochi a S.Lorenzo, le cene con amici e fidanzate, i progetti personali risolti e quelli eterni. Dovrà lasciare il posto questa magia estiva ogni anno riproducibile a nuovi inevitabili e prolungati inverni? Come conviveranno free climbers e free booters, l’energia che sale e quella che discende? A parer mio la valle è troppo piccola per tutti e due. Ma è più facile che gli uni non s’accorgano degli altri, se non a cose (male) fatte: occhi coperti da bende o accecati da prebende.
Le proteste come al solito son limitate, sembra che o sei anarco-insurrezionalista o sennò quel che succede, anche se ti passa sopra come l’asfalto sul terreno, ti stia sempre bene. Eppure, proprio perchè legato al territorio, a valori anche concreti, materiali, dovresti predisporti culturalmente e fisicamente ad un “insorgere d’accordo” (Federigo Tozzi, da Con gli occhi chiusi). Su qualche muro son comparse scritte NO THT, evidenti abusi che la solerte amministrazione ha fatto presto cancellare; mentre già svetta a monito il primo doppio palo bianco, un monumento al nulla in mezzo al mare. Mi sento sempre più invecchiato e stanco. L’orrore del business è che non guarda in faccia a nulla e nessuno, si mostra sfacciato, e figurarsi se si preoccupa del mio nostalgico passato. Dovremmo piuttosto essere noi a prenderci cura del nostro futuro, al fine di evitarci nostalgie molto più amare: come quella celebre e contestatissima delle ciminiere savonesi per Gramellini – che a dire il vero nel lontano 1994 le cantava agli altri (a meno che il cronista avesse solo il nome uguale), prima d’arrivare alla prima pagina passando per la rubrica della posta sentimentale. C’è altrimenti il rischio di non sapere più distinguere ciò che davvero sia progresso dal deserto, di rovinare tutto uniformando all’utile il bello e pure il brutto, di trasformare coste e valli verdi in un cesso a cielo aperto, per poi arrivare col solito colpevole italianissimo ritardo a ‘scoprire’ che il progresso era devastazione ambientale o disastro colposo, ed il progetto fascinoso presentato un grande azzardo. Ci nasconderemo allora nella gola del Rif d’Oriol non solamente per sfuggire alla calura, ma anche per evitare di vedere lo sfacelo tutt’attorno, il delitto commesso a danno di madre natura; dopodichè, distesi a bordo strada su un francobollo di prato, rimugineremo di un territorio d’alta quota saccheggiato.

***

Una nuova manifestazione popolare è prevista per domenica 20 settembre 2015 con partenza da Eygliers, ai piedi delle rocce di Mont-Dauphin.

Plus d’info:
En Haute Durance et ailleurs contre la THT, le nucléaire et son monde
Stop-THT
Assemblée anti-THT

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“Andare e provare per credere. Il miraggio di Kalymnos è forte. Sarà un po’ consumistico, preconfezionato, troppo perfetto, low-cost e in fondo a portata di mano, però diventa come il mal d’Africa. (…)
Speriamo che a forza di bucare l’isola non diventi tutta una grande, enorme spugna tristemente in vendita ai turisti.”

“Il massimo trionfo della scienza sembra consistere nella velocità crescente con cui lo stupido può trasferire la sua stupidità da un luogo a un altro.” (Nicolás Gómez Dávila)

Ho già avuto modo di scrivere dell’isola (qui in inglese), non dell’utopia.
Mi concentravo come al solito sui dati negativi, sul conto delle cartacce, sulla fine della mia pazienza e fors’anche delle mie cartucce. Senza dimenticare il vento incessante che trasporta i sacchetti e la coscienza ambientale pressochè inesistente fra i locali, ma sottolineando le cattive abitudini che rendono il climber ospite deprimente, consumator danzante, turista come tanti e tante.
Quando ti ritrovi in coda per il check-in a Bergamo hai già capito d’essere parte del film: la fila è composta da tuoi simili tutti vestiti eguali a te e fra loro ma distinti, nel portamento e nell’abbigliamento, che dal rasta allo skin ci divide e assieme ci accomuna. Ci vuol fortuna ad agguantare il volo quando vuoi, han deciso di fare affari ad agosto adesso, e nessuno che sia informato sul compleanno fuori stagione del sottoscritto, ricorrenza più ambita della stessa Pasqua ortodossa. Per questo, son sicuro, cantavano odi al cospetto di Zeus mentre salivo a gemiti Pipe Cleaner fino al rantolo finale del tramonto, e ci sarebbe stato quasi da scusarsi per aver turbato quell’atmosfera magica, irreale.
Il primo anno un locale dalle luci blu soffuse mi ricordava ad ogni passaggio serale lo status di Lucky Man cui toccò anzitempo il privilegio di toccare il cielo senz’aver pensato mai di volerlo raggiungere davvero. Telendos era un luogo ancora da esplorare, prendemmo il sole in spiaggia senza neppure pensar d’arrampicare; tornando indietro scarabocchiai memorie per un abbraccio dal sapor di salsedine, spinto dal freddo ed adorato per l’affetto. Anni dopo vivemmo più compiutamente l’esperienza definitiva dell’isola nell’isola, del sogno interno al sogno: non tutti i bagni di luna si somigliano, così come le isole coi gatti e i ristoranti di pesce. Quasi dimenticando le rocce da poco abbandonate, col buio del sentiero anzichè con la luce dell’alba ritorni barcollando alla vita – a tenerci davvero alla vita -, ad una libertà non democratica ma fisiologica che all’unisono vede realizzarsi subito – non oggi nè domani: qui, ora – ogni desiderio, come lo desidera e ne gode un bimbo. Ed il resto del mondo per oggi può aspettare. Il cuoco aspetterà che tu abbia finito di sguazzare, il capitano che tu abbia finito di cenare; i gatti, che tu voglia dar qualcosa pure a loro.

Ma poi non è più stata la prima volta, e neanche la seconda.
Come sempre, prima di scrivere dell’isola (per trovar pace anche quando senz’isola), mi torturavo: parlarne o non parlarne? Promuovere o celare un sogno che non si vorrebbe rovinato, e che si vorrebbe poter continuare a scoprir vero alla mattina, ogni nuova mattina con lo stesso strepitoso panorama perpetuato? Un tempo anche la pace credo facesse parte della “straripante proposta di stile di vita” (Wolfgang Güllich) dell’arrampicata, o quantomeno era questa l’interpretazione del perfetto misantropo; oggi va ricercata fuggendo dalla Grande Grotta come si vorrebbe evitare a Milano la tangenziale. Lo dicevamo a Sakis che l’aereoporto sull’isola non ci sembrava un buon segnale.
Scrivo del passato perchè il futuro è già scritto: qualche altro americano scoprirà i grandi strapiombi esclamando paonazzo “Cool! Steep! Big jugs!”, qualche altra scritta a spray di affiliati al KKE comparirà rossa sui muri, e qualche altra ragione per portar denari (noialtri) e solidarietà (loro) e per unir persone e circostanze ci sarà sempre, ma il punto è che a me quest’angolo di terra di Grecia spuntata dal mare comunque sempre risolverà l’eterna ed incostante crisi emotiva, psicofisica, motivazionale; facendomi ammalar d’un altro male, che per chi vien qui da un po’ oramai è normale. D’altronde Panacea è una figura della mitologia greca, anche se io non son proprio la personificazione della guarigione.

Ma da quest’anno a Kalymnos oltre alle tufas c’è di più: la Federica! Curioso, prima d’ora – annebbiato, immagino, dai fumi della magnesite – non ne avevo mai sentito parlare. Il North Face Kalymnos Climbing Festival s’accoppia infatti con uno sponsor d’eccezione: la Jeep. La quale forse non si rende conto che andare a pubblicizzare i propri prodotti a Kalymnos, dove l’automobile in pratica non serve neppure…è piuttosto ridicolo. E la quale sull’isola trasporta l’uomo di punta Simone Moro, alpinista internazionale e testimonial dell’azienda, accompagnato (beato lui) dalla showgirl romana Federica Nargi, già nota per esser stata protagonista d’un reality televisivo in onda su Rai 2, oltre che velina mora di Striscia la Notizia sulla rete concorrente.
Lo stacco di coscia, per carità, non si discute, e la tetta è rotonda come la ‘O’ di Giotto. Mi domando però, mentre li guardo sorrider compiaciuti e mi prevedo a passeggiare su una solitary beach riflettendo sulle mie disillusioni, che c’azzecchi tutto questo con l’isola ed il sogno, con lo stile di vita e la magia, con la decantata “condivisione degli stessi valori di avventura, passione e libertà” che gambe e motori dovrebbero secondo qualcuno promuovere ed esemplificare dal momento che sulla fiancata del mezzo ci hai fatto scriver “Mountain”.
Va bene Di Bari col trapano a trafugare canne, che ormai l’hanno capito ch’era ladro solo d’emozioni privilegiate da redistribuire; e va bene che siam stati noi italiani a portar sin qui l’arrampicata (oltre all’occupazione militare)…ma dovevamo proprio portarci tutti gli aspetti pseudo-culturali d’un paese ch’era mondo dappertutto fuorchè forse a Massouri, trasformandola, oltre al business ed alla competition, pure in un format neocoloniale all’amatriciana?
Questo sarà ricordato come l’anno delle veline a Kalymnos. Credo che anche i locali a questo punto abbiano visto davvero tutto; ed io in cuor mio, scusate, son distrutto.

Autogiustificazioni, equilibrismi ed ipocrisie da viaggio:
““I Italì itan kalì” ovvero italiani brava gente. Insieme all’espressione “Mia fatza, mia raza” – una faccia una razza – è forse quella che meglio di tanti saggi o trattati riesce ad inquadrare efficacemente il rapporto tra i greci ed il nostro paese.”
“We seek to justify our traveling around the world in our hunt for the most beautiful cliffs and mountains, by doing our best to minimize our negative impact on nature and supporting the local communities and tradesmen.”
“purtroppo l’ambiente non è il problema principale degli abitanti di Kalymnos; spesso infatti si trovano parecchi rifiuti lungo le strade e talvolta anche vicino alle spiagge (ma per fortuna mai nelle falesie!) e questo è un vero peccato visto la bellezza dell’isola.”
“La Commissione è stata forse contattata in merito all’incenerimento di rifiuti domestici sulle colline delle isole greche (in particolare presso Pothia, Kalymnos)? Sta passando al vaglio tali affermazioni? Intende la Commissione avviare un’indagine?”
“Particolare è il “LonglineJeep Contest”, che si svolgerà presso l’area del Village e prevede l’utilizzo di 2 Jeep Wrangler poste all’estremità della corda per la gara di Slacklining. Un evento da seguire anche da casa vostra, comodamente seduti davanti al vostro pc.”

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Del sogno olimpico e d’altre imposizioni culturali.

Non dirò che non voglio l’arrampicata olimpica: dirò che non esistono ragionevoli motivi per volerla, se non quelli del business, mediaticamente serviti e pronti da introiettare; e che a tale riguardo non esiste dunque che una sola voce uniformante, quella dell’entusiasmo olimpico padronale.

“Siamo diventati un vero sport”

“AAAh i nostalgici, quelli che arrampicano per trovare la loro libertà… quanti ne conosco… e quanto li odio…”

“La nostra struttura sociale è fondata sulla competizione, quindi sull’esclusione.”

“C’è gente che è competitiva anche a pelare le patate.”

Dai tempi del celebre ‘manifesto dei diciannove’ contro le competizioni ne son cambiate di cose, ne son stati sostituiti di chiodi, ne abbiam raccolta di spazzatura. Era il tempo di Sport Roccia ’85, un nome una necessità, per alcuni (fra i quali un famoso giornalista di Tuttosport); per altri, una contraddizione in termini.
E’ o non è stato il settore delle Gare in Valle Stretta, nonostante i “purtroppo” e i “che tristezza!!” anticipati di Andrea Gallo (guida di Alp ai Luoghi della libera, 1987), il “primo rocciodromo all’aperto d’Italia”?
Quando si definisce un’attività in “crescita formidabile” si sta parlando in termini di quantità o di qualità?
Per carità, meglio esser libri di resina e cemento che di sangue.
Non è però mai stato chiarito al grande pubblico (che un tempo si chiamava società civile) cosa debba significare il termine progresso: pensavo si dovesse trattare d’una evoluzione, d’un cambiamento in meglio, e che dovesse forse coincidere con il termine delle nostre fatiche, o con l’inizio d’un benessere diffuso, equamente distribuito. Ma, a prescindere dal fatto che noialtri si fatichi abitualmente per divertimento, qui mi si vuol comunque convincere che non tutte le evoluzioni vengano per nuocere, anzi: che sia in ogni caso necessario e ben gradito compiacersene.
La presunta ‘naturale’ evoluzione della scalata a mani nude in sport agonistico, ad esempio, non so quando sia mai stata dimostrata. M’ostino a pensare che nella vita ci si possa confrontare per comprendere, senza per forza dover decidere chi sia il migliore. Ogni classifica, se a qualcuno dovesse proprio interessare, è peraltro relativa. D’assolutamente certo c’è che in falesia è possibile avvistare un’intera fila di agghiaccianti 7 ed 8, restando fregati dall’unico spigolino tecnico di seicippiù: là dove quasi tutto è possibile, più che altrove entra in gioco l’imponderabile, che rendendo l’imprecazione facile ti rende inclassificabile. Bravo, forte…che cosa può non dico solo importare, ma significare? Che sia dunque l’illustre sconosciuto ad esser coglione per scelta, quello che la scorecard o non l’ha o non la ricorda, quello che magari annota, ma non per (di)mostrare? Non sto parlando di fantasmi: essi vivono, e lottano ormai soltanto più per conservar se stessi integri e sani, nascondendo la performance allo sponsor, perseguendo obiettivi fuori moda in falesie irraggiungibili.
Se mai sarà olimpica, arrampicata farà rima probabilmente con velocità: il riassunto stringato d’una attività descritta banalmente ad uso (inter)nazional-popolare. In questi tempi critici e frenetici, d’arrampicare con lentezza c’è bisogno; anche se poi la via magari la chiudi con un lancio improvviso. Ma la concentrazione non esclude il dinamismo; ottuso è piuttosto il troppo semplificare, che rende penoso il gioco.
Le categorie (spesso fra loro collegate) della bellezza estetica e del significato profondo delle cose non vengono considerate, non servono, non producono nè vendono, non fanno classifica; ma resistono proprio perchè non possono nè vincere nè perdere: esse semplicemente esistono, anche se non son quasi più riconosciute. Così vedi la linea bella, magica, pura ma ti lasci attirare da quella brutta, orribile, costretta, che a farla bella e ad attizzarti chissà cos’è, forse il push up del grado, o un certo grado di malizioso, cupo sudiciume. Buon per me: la bella non avrà coda e potrò farla mia (lo temevo, ricasco in un elitarismo compiaciuto!).
Ma il tempo stringe. Non abbiamo tempo. Presto che è tardi!
Devo lavorare per consumare e così consumar la vita a desiderar di consumare. Devo vincere per guadagnare, è dignitoso ma mi fa, pur se vittorioso, poco eccezionale.
Ma io, che non ho più tempo di vincere, e mai peraltro ne ho avuto le forze, qualcuno dovrò pur applaudire. “Eravamo atleti, diventeremo tifosi”, sentenziava lagnoso un praticante polemico di codesta attività – così almeno m’è stato tramandato. Ma già atleta è una parola grossa, un riconoscersi cavia, bestiola, furetto. Fatico a riconoscermi da solo nello specchio e non soltanto nell’alzarmi mattutino, figuriamoci se potrei cedere al riconoscimento che qualcuno potrebbe volermi dedicare. Certo, non mi s’impone niente, almeno direttamente. In maniera indiretta, però, ti dicono che cosa è bene o male; ed era un bene sino a ieri, ad esempio, intendere il pallone come “un’attività alternativa alla guerra”, mentre oggi il campioncino porta amorevolmente la guerra stretta al braccio agli Europei. Ne cambiano di cose – continuamente, progressivamente. Loro, naturalmente; e ben poco naturalmente. D’altronde lo stesso barone De Coubertin sapeva benissimo che “l’atletismo (…) può essere usato per consolidare la pace così come per preparare la guerra”. Ecco perchè odo cazzate ed intuisco male intenzioni, ravviso fraintendimenti, vedo nel “vero sport” un vero spot, cinque cerchietti per le allodole; mentre m’assordano gli slogan ed immagino i fuochi d’artificio, il soundtrack ufficiale.
Per Tuttosport siamo già “il Climbing”, che americanizzato fa assai figo… Disciplina in rapida trasformazione: per l’Economist “quella che un tempo era un’attività di nicchia si sta trasformando in uno sport vero e proprio”, anzi il “nuovo sport di tendenza”, pronto alla passerella e alla sfilata. “Se la trasformazione sarà completa lo deciderà il CIO”, mica io, dopo aver osservato il nostro (oddio! M’è scappato) tentativo di battere Baseball, Karate, Roller Sports, Softball, Squash, Wakeboard e Wushu, tutti maiuscoli, maschi ed incazzati.
Per una cannetta fatta pagare a Sharma c’è l’Eritropoietina lacrimevole di Schwazer a ricordarci come si può marcire nel marciare in una certa direzione.
Per un tocco libero di genio a rischio arresto causa Olimpiadi c’è un tentativo sicuro di vender lo squallore tricolore.
Lo so, vorreste convincermi che tutto questo sia normale. Peccato: il consiglio per l’acquisto non fa parte del mio bagaglio culturale verticale.
E ancora non mi sono chiari i motivi reali e concreti in base ai quali dovremmo tutti quanti considerare “molto positivo per l’attività che l’arrampicata entri a far parte della famiglia olimpica”, come sostiene Scolaris. Ma tant’è… Così come per il Tav, ormai il pensiero che dev’essere anche mio è stato deciso, ed il solo che post-manifesto restò coerentemente contrario alle gare è defunto di mal di montagna. Perciò, che squillino le trombe! The show (-business) must go on.
Cosa ci sarà poi tanto da discutere non so. L’arrampicata non è sport olimpico? Ma la carabina sì: è sport olimpico sin dalla prima edizione dei Giochi olimpici moderni (Atene, 1896), pensate un po’ che dignità. Non mi pare che ci sia da spararsi, vergognarsi od offendersi per questo.
Se proprio devo scegliere, fra tiri in porta, tiri a segno o tiri a canestro, perfino il lancio disperato alla catena mi pare più elegante e onesto.

Sondaggi, soldini, squadroni e benedizioni:
“Ma insomma, perché dovrei tifare per l’arrampicata?”
“43 % of the 2250 who have answered the Olympic poll, have voted, “Absolutely – WOW!”.”
“Clearly, climbing should be part of the Olympics but it seems very difficult as they do not want more sports in the game.”
“Climbing is one of the biggest sports that has not yet made it to the Olympics. Most climbers are in favour and of course this would make a huge impact on sponsor money etc.”
“con il progetto «Sport climbing – 2020 dream» si stanno intensificando le iniziative per dare la massima visibilità all’arrampicata”
“Ovviamente nella scelta contano molti fattori, alcuni dei quali esulano dallo sport in senso stretto: politica, lobbying e contatti hanno un grosso peso, e in questo quadro va intesa anche la decisione di organizzare un evento in Piazza San Pietro, sotto i buoni auspici del Papa”
“Ora, la componente competitiva è parte di quella ludica e, salvo gli eccessi e le perversioni cui sa elevarla l’essere umano, componente non trascurabile della nostra esistenza.
E poi, diciamolo, non se ne può più di certe contrapposizioni che affliggono endemicamente il nostro paese. Senza sindromi esterofile, guardiamo in Francia, per esempio: è vero, a suo tempo ci fu il “manifesto dei 19” contrari alle gare di arrampicata, ma quella società, così infinitamente più avvezza alla cultura della montagna, quanto è più vicina a una sintesi fra azione e contemplazione, fra l’andar per monti senza fine e l’andarci con il doppio fine, quello di salire e di vincere? Momenti diversi, complementari, compresenti, ora questo ora quello, della vita. Senza contrapposizioni assolute.”

“Perchè l’arrampicata ha delle componenti sportive a mio modo di vedere NON è semplicemente uno sport come invece lo è stare su 100 metri di pista.
Le componenti sportive dell’arrampicata sono sempre state, ed è giusto che così sia (sempre che si vogliano preservare i valori che l’alpinismo e l’arrampicata hanno sempre avuto), relativamente marginali.”

“Ci stiamo avviando verso l’irregimentazione culturale: giornali e televisioni locali, nazionali, mostre, festival del cinema, programmi scolastici, tutti pervasi dagli ideali ‘olimpici’… La cultura a senso unico è sempre stata un nemico da temere. Figuriamoci quando reclamizza prodotti commerciali.”
“si parte celebrando lo spirito olimpico (…) però in realtà tutti agitiamo le bandierine del nazionalismo. (…) Dove non c’è il tifo, ahimè, non c’è sport”
“Passerella di sport che nessuno conosce, trionfo dei nazionalismi, medaglieri per atleti che poi andranno in Parlamento, bromuro quotidiano sponsorizzato dalle multinazionali.”
“una delle più importanti strategie di accumulazione inventate dal neoliberismo è proprio quella del marketing urbanistico, del grande evento come punta avanzata di capitalizzazione che usa lo spazio metropolitano per l’estrazione di plusvalore.
Molti analisti britannici, non senza alcune ragioni, stanno parlando delle Olimpiadi come ultima vera istituzione globale multilaterale”

“Possano le Olimpiadi essere «un momento di rinnovata amicizia in cui forgiare la pace»: così l’arcivescovo di Westminster ha salutato gli atleti giunti a Londra da tutto il mondo. Proprio per rappresentare questo spirito, nella cerimonia di apertura il governo di Sua Maestà britannica ha fatto issare la bandiera olimpica con i cinque cerchi, simbolo di pace, da una squadra di 16 militari britannici, scelti tra quelli maggiormente distintisi nelle ultime guerre.”
“I media invitano il cittadino medio a esaltarsi per Valentino Rossi su Ducati, per la Pellegrini in vasca o per la vittoria dell’Italia di Prandelli contro la Germania non solo sventolando la bandiera dell’orgoglio nazionale, ma anche millantando improbabili collegamenti con l’economia reale: sono tutte cazzate, non servirebbe neanche ribadirlo. (…) Insomma, avremmo anche potuto fare il pieno di medaglie alle Olimpiadi, ma avremmo continuato a vivere in un Paese di merda.”

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