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Posts Tagged ‘Bill Knott’

Due righe, o poco più, per meglio spiegare il proposito e lo scontento dello scrivere quale alternativa sovversiva consapevolmente fallimentare – come amare a vuoto, come fra mille grida sussurrare – alla fuga isterica e divertita dall’incubo esistenziale.

Seguono alcune robe mie; per l’occhialuto Bill vorrete cortesemente pazientare fino in fondo.

Autonomia poetica

Il riconoscimento
me lo darò da solo

La strada per il successo

Se a giudicarmi fosse il pubblico, non avrò fans.
Se a giudicarmi fossi io, non mi dò chances.

Vana testimonianza

Non aspetterò di morire
per avere il vostro plauso

Qualunque artista non riconosciuto tale
s’inchina comunque rispettoso al proprio pubblico immaginario

Indisposizione volontaria

Il termine artista m’indispone:
voglio un altro cognome.

Sulla poesia al tempo di internet c’è da riflettere. Qualcuno lo ha già fatto, ed assai bene:

“Questa è un’epoca che ha deciso di rinunciare alla poesia per il semplice motivo che la poesia è il più grande nemico del binomio produzione-consumo in cui abbiamo calato ogni esistenza, compresa quella del pianeta. La poesia è un tentativo d’intensità e come tale è un tentativo losco in un momento in cui la vita somiglia sempre più ai farmaci omeopatici: sostanza diluita fino all’inesistenza.” (Franco Arminio, da Il primo amore)

Se la vita è vuota come un farmaco omeopatico e l’arrampicata “uno Xanax”, “una droga che serve per placare il dolore e il disagio della civiltà” (Jolly Lamberti, da Aumentare il rendimento) e quindi della vita stessa, come alternative per una sopravvivenza dignitosa non restano altro che l’amplesso liberatorio – droga naturale e contropotere idealizzata da Orwell in 1984 (“«Quando fai all’amore, spendi energia; e dopo ti senti felice e non te ne frega più di niente. Loro non possono tollerare che ci si senta in questo modo.»”) – e la scappatoia della poesia, orgasmico “tentativo d’intensità” che per di più non passa, ma resta nero su bianco o nella testa.
Al tempo in cui pensavo di partecipare anch’io umilmente a questo “tentativo losco”, non avrei potuto non tenere conto che dalla medesima riflessione scaturissero determinati problemi:

“La circolazione delle poesie in rete o via Mail in realtà è molto pericolosa. Uno ha la sensazione di raggiungere più velocemente gli altri, di emozionarli col proprio dolore e invece non succede niente. Giusto uno sguardo ai tuoi testi e via, perché tutti sono impegnati a mostrare i loro.
La poesia al tempo dell’autismo corale è destinata a circolare senza suscitare domande. (…) L’autismo corale è il colpo di grazia alla poesia.”

Il libero esibizionismo in versi lanciato nella rete ha un’ulteriore controindicazione, ovvero che “nessuno più legge. O, più precisamente, nessuno è più in grado di leggere” (Andrea Cortellessa, da Doppiozero).
Senza considerare che c’è qualcosa di perverso, di sbagliato nel “piacere che si prova a condividere tutto di sé” con moltitudini di sconosciuti. Vengo letto, quindi sono (capito)? “Viviamo in una società-confessionale che ha promosso l’auto esposizione al rango di prova prima e più facilmente disponibile dell’esistenza sociale”, sostiene Bauman. Ma, nell’espormi, oltre a rendermi più facilmente sorvegliabile, almeno agli altri comunico qualcosa? Preferiamo buttarla in gossip ed in caciara sotto l’occhio indiscreto del Potere, o vogliamo riaffermare – con John Fitzgerald Kennedy – che “Quando il potere corrompe, la poesia purifica”?
Avevo dunque timori forti di gettarmi in una sorta di iperdemocratico calderone, sfogatoio informatico per PC (Personali Congetture), mostra frettolosa di residui di WC. Ma è pur vero che senz’apparire, oggi, non si esiste neppure. E che la tela del ragno è splendida dopo la pioggia, addobbata come la si ritrova di graziose goccioline. Così vedo la rete, non perchè ami i temporali (sono anzi meteoropatico), ma per una ormai certificata adorazione per la casualità, anche digitale, che incrocia i destini elevando allo status di fortuna ogni fulminea, formidabile coincidenza.

Poesia alla Poesia

Poesia,
sei un campo elettrico,
magico–come lo spazio
fra le braccia protese di un sonnambulo!

(Bill Knott, tratta da PoemHunter. Traduzione mia)

Ho scoperto diversi anni fa l’americano Bill Knott grazie ad una impolverata raccolta di poesie intitolata Giovani poeti americani (Einaudi, 1973). L’ho fin da subito adorato. Ci ha provato prima di me col web e gli è andata storta; almeno secondo lui. Io ci ho guadagnato invece un modello da seguire, tradurre, diffondere e far apprezzare; già cantato da Richard Hell, celebre idolo punk (Television, Heartbreakers), e poi trasformatosi in pittore, Knott è stato un outsider della poesia, “lirico ma politico, allo stesso tempo tragico e comico”, complicato e tortuoso o ermeticamente suggestivo, adorabile.
Pur essendo di vanità egli stesso reo confesso, ha scritto lapidario questo ribelle in rime purificatrici: “Escludendo me stesso; escludendo me stesso, crescerò.”
Di seguito riporto (con traduzione mia, che credo purtroppo inadeguata) due suoi interventi tra il serio ed il faceto riguardo all’argomento qui considerato.
Se è vero che “Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese”, Knott l’aveva già esplicato, chiarito ed esteso senza mostrar stupore e decretando che “Tutte le società esistono per un solo scopo: uccidere i poeti”.

“Ho aperto il mio blog per la vanità di pubblicare le mie poesie, e per offrire file scaricabili di libri vanitosi, che fino ad ora avevo stampato e distribuito io stesso. Ma sono stanco dei costi da sostenere per farlo.
Niente che abbia a che fare con l’ipocrisia o l’establishment della poesia…
Il mio fallimento come poeta è solo mio, non dò la colpa a nessun altro.”
(da Memorious)

Bill Knott su poesia e fallimento

Masochisti, depressi maniacali, suicidi, tutti i poeti sono nevrotici della pulsione di morte, perdenti e falliti che abbracciano la miseria del loro miserabile lavoro, che sguazzano nella sua aura servile di diminuzione e di squallore – la sua pratica meschina.

Ma fra i poeti, quei tristi pasticcioni sconfitti e codardi abituati a mordere dietro l’angolo attratti da vili Virgilio nell’abisso dei versi, pochi fortunati riescono ad occupare i più alti cieli, i suoi gironi più elevati –

Persino fra i dannati ci sono divisioni…ci sono anche (ed è quasi incredibile che possano esistere) alcuni poeti che vogliono avere successo! Che vogliono che le loro poesie vengano lette! Che provano davvero a scrivere una poesia che sia accessibile e possa raggiungere un pubblico! –

Quali traditori son questi della loro classe – (Cavolo, se non volevano essere dei falliti, perché son diventati poeti?!)

(da HTMLGIANT)

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duncecapDell’arrampicata, ovviamente.
Ricordo epistolare d’un progetto meritevole di plauso elaborato da climber forse ancora poco maestri, ma di certo non ancora ammaestrati.
Ed applauso infine fu.
Oggi, nel tenermi a debita distanza dall’evangelizzazione e dall’apostolato, rileggendo queste poche righe l’applauso me lo faccio anche da solo. Clap clap.

Lezione

Anche se la montagna che ho scalato
s’è dimostrata in verità un cappello d’asino,
è stato soltanto vincendo la sua cima
che quella consapevolezza mi ha raggiunto.

(Bill Knott, tratta da PoemHunter. Traduzione mia)

21 novembre 2011

Per la lezione io imposterei un discorso introduttivo di questo tipo.

Fino ad ora vi sono stati forniti degli elementi di tecnica/sicurezza che sono fondamentali per la pratica di questa attività.
Stasera approfondiamo un elemento che a suo modo è egualmente importante: ed è il motivo stesso per cui la pratichiamo; la molla che forse vi ha spinti ad iscrivervi, oppure quella che vi spingerà a continuare.
In realtà ognuno ne ha uno proprio di motivo, personale, legittimo, che conserva più o meno inconsapevolmente dentro di sè e che esprimerà diversamente nel corso della propria esperienza, praticando l’arrampicata nelle sue varie forme e con diversa costanza o intensità a seconda dei propri gusti, della propria cultura, della propria emotività. Perciò noi non possiamo, nè vogliamo, fornirvene uno preconfezionato. Possiamo invece raccontarvi i motivi che hanno avuto quelli che prima di noi sono venuti e che hanno contribuito ad inventare (o meglio, visto che ben poco d’inventato c’è: che hanno portato, nel corso di un processo storico, alla nascita di) questa attività.
La somma delle loro motivazioni determina la passione che è il filo conduttore di questa storia, e che lega gli alpinisti eroici degli anni ’30 all’ultimo atleta moderno della verticale, Tita Piaz ad Adam Ondra, passando per il free climbing ed il Nuovo Mattino fino all’epoca dell’artifizio e dello scavato, alle competizioni, ai ‘raduni di comunità’ e forse – chi lo sa – alle Olimpiadi, sempre alla ricerca affannosa e spesso confusa, ma comunque trascinante, di nuove forme pratiche e concezioni filosofiche di libertà (conquista eroica della vetta -> gioco, attività ludica guidata da bellezza estetica e difficoltà -> sostanziale omologazione consumistica).
Questa passione noi vi racconteremo sinteticamente nel tentativo d’infondervene un poco, nella speranza che v’affascini, e affinchè vi guidi quale sacro fuoco nel vostro spingervi da una roccia o da una cima all’altra con la maggior consapevolezza possibile di quel che si sta facendo, e di conseguenza con la maggior possibile soddisfazione.

Quindi, in sostanza:
1) arrampicata come evoluzione sociale e storica di una passione (che si evolve assieme ai processi economici, storici e sociali);
2) legame storico alpinismo-arrampicata;
3) esempi (Manolo/Berhault/Edlinger mezzi alpinisti e mezzi arrampicatori, vissuti nel periodo di transizione ed artefici della stessa) proposti con aiuti testuali e video.

Scusa le banalità e il solito tentato afflato poetico. Ogni proposta è bene accetta e ne parliam mercoledì.
Ciao

N.B.: questo post fintamente nostalgico è solo uno stupido trucco per poter riavere indietro dall’amico un libro meraviglioso sfruttato per l’occasione. 🙂

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coda in autostradaRipubblicato da Roby Benvenuti, luglio 2011 (vecchio sito non più esistente)

“E oggi sono molto contento, contentissimo, di non avere il mio nome stampato sulla fronte: per non dover spiegare, raccontare, giustificarmi, per poter salvare la mia libertà di essere diverso in questo vecchio e stanco anfiteatro calcareo.” (Enrico Camanni, Il Circo – Rivista della montagna, 1983)

Rileggevo giusto ieri Andrea Di Bari, l’introduzione ad una vecchia guida di falesie, anni ’90: la ricerca di un proprio spazio vitale nell’ambito della democraticizzazione del sogno verticale. Riportava alla mente l’“amarezza” di Camanni, spaesato nel circo finalese degli ’80 al Monte Cucco, “per un’attività libera che non lo è più”. Vero o falso che sia, è ancora possibile, nel 2011, in tempi di raduni ed adunate ed emozioni sponsorizzate, riuscire ad arrampicare fuori dalla “ridda delle grida”, senza dover fuggire in eremitaggio (e in pericolosa solitaria) in cima ai monti? Certo, basta essere locals. Non un inno elitario/snob ad asocialità e misantropia, ma all’aurea benchè modesta sapienza del conoscitore mezzo climber e mezzo etnoantropologo, per andar contrariamente al consumismo verticale presenzialista e modaiolo oggi imperante. Scusate le parole.
Il primo segreto del vero locale è però ch’egli tutto sapendo, ben poco riveli. Mi limiterò pertanto ad una descrizione in vaga, rozza prosa poetica, priva d’accessi e informazioni utili, ma solo di tanta inutile passione, che solo in altra passione è monetizzabile, poichè solo in altra passione si trasforma. Vocabolo che vien da patimento e sofferenza, non vorrete averci a che fare.

Prendi dunque un normale weekend di luglio, che al mare di notte non si dorme dal caldo e pure a cercar del fresco fra gli alberi la calura t’assale, un weekend che non vedresti l’ora di tuffarti se non dovessi esser costretto anche al bagno di folla consuetudinario fra orde di panzuti turisti in panciolle, smidollati e sbragati, che strepitano divertendosi ma ammazzerebbero per un parcheggio. Quindi, niente mare: lì ci porteremo ad ululare la morosa, forse, una notte con la luna. Parcheggiamo l’auto al solito parcheggio da dove tutti vanno a scalare sempre sulle stesse vie, dagli appigli ormai divenuti color rosa-arancione, e c’incamminiamo altrove. Come parcheggiare comodi in periferia per recarsi in centro città, raggiungendolo tramite una scorciatoia e scoprendolo stupendamente deserto. Only locals. Eppure la falesia esiste, c’è, è pure relazionata. Bianca o grigia che sia, la sua roccia risplende d’una bellezza pura, candida, immacolata: un vero gioiello. Dappertutto scali senza solo tirare, le linee non son strisce di fittoni bensì le capiresti ad occhio nudo, oltre ad immaginarle in sogno; ed alcune sappiamo bene che le potremo immaginar soltanto… Ma le altre le saliamo affamati di calcare, ansiosi da cascare, malati da curare. Una ancora, la più bella, ha da cedere alle nostre maschie insistenze, e stavolta non saprà resistere a lamenti e sbuffi, abbracciando materna e consolatoria gli spavaldi. Questione non di charme, ma di confidenza. Only locals.

Tutta un’altra aria tira nella terra che con la nostra confina: basta saper resistere, in ordine, al cappuccino bollente del sempre più boicottabile autogrill delle Autostrade per Benetton, che neppure mi riusciva di stringer fra le dita la tazzina; ed alle curve nauseanti che invitano a sagre d’innominabili, inquietanti specialità locali – pur evocando violenti ceffoni, di focaccine mi dicono alfine trattarsi. Dopodichè, occorre saper guardare ove di roccia non se ne vede, intuire fra le dolci curve dei colli e gli orrendi scavi delle cave, fantasticare con gli occhi tra le nuvole, immaginar salendo. Impresa ardua per tutti oggigiorno, fuorchè per i matti e per chi, amico dei matti, il segreto già conosce, essendogli stato da questi raccontato. Egli sa che, ad esser particolarmente fortunati, lassù si troverà aria fresca di primavera, da infilarsi un maglione, ad avercelo! E pensare che stanotte dal caldo quasi non ho dormito. E che l’ultima volta che venimmo qua la parete grondava furibonda il proprio stesso sudore. Ma con queste incredibili condizioni di aderenza, dove staranno nascosti i locals? Forse a chiodare l’inchiodabile, che tanto qui pare ci sia sempre qualcuno capace di salirlo? O forse a spiare le nostre goffe movenze fra i rami dei castagni? Non penso proprio, anche se da queste parti stanno alquanto legati al vale/non vale, la gente è riservata ma accogliente, affidabile e serena, e poi la parete è ampia e c’è spazio per tutti…specialmente oggi che siamo in due! Questione di privilegio, non so se meritato. Only locals, o quasi.

Per ultimo, il colpo di scena: spariti sono i locali perfino dalle loro stesse falesie segrete! Ce ne son credo già ben quattro nella zona, ben nascoste fra ripidi pendii boscosi a rischio frana, gole cupe ed oscure, parole dette e non dette. Qualcuna, ohibò!, prende anche sole: da queste parti infossate, ed oggi poi!, con questo cielo nero spaventoso, non l’avrei ritenuto possibile. Non c’interessa: è il fresco che da visitors cerchiamo, ed il miracolo avviene nel pomeriggio sotto forma di venticello da comoda felpa estiva non appena gli unici altri due avventori han deciso d’andarsene, scacciati dall’afa. Approfittiamo e performiamo più che si può; per noi ci vuol poco a festeggiare, anche in tempi di globale critica mestizia e tragiche commemorazioni. Cercano i grandi del mondo la pace nel mondo a suon di bombe a nome nostro, io a nome mio la ritrovo nel buco di culo del mondo che più bugie non permette di sentire, ma soltanto gli uccellini là su i rami e il fiume in fondo. Figlio dei fiori mai, ma è di questo che adesso e forse sempre ho avuto voglia e (bi)sogno: più che di rivalsa pace, più che di rivolta sonno.
I’m tired, so tired. / I have sleep to do. / I have work to dream.” (Bill Knott, (End) of Summer (1966))
Noi siamo appena all’inizio dell’estate, ed il nostro piacevole lavoro extralavoro è fatto prima ancora d’esser stato sognato. Il sogno è (as)salito, provocato, a forza e in fretta e furia realizzato, vinto a suon di frenetiche ma estetiche tallonate. Stanchi ma contenti, anche coi piedi a terra ci mettiamo per traverso occhi alle nuvole, ritrovando il nostro equilibrio nel sonnecchiare abbandonati sullo sbieco tavolato roccioso, che non sai più dov’è il diritto ed il rovescio, ma il giusto e lo sbagliato sì. In direzione ostinata e contraria sognando d’andare, fuori dall’incubo plumbeo e da ogni civilizzata repressione, ingenuamente liberi, cocciuti e diffidenti per espressa vocazione. Only locals, anzi: locals d’adozione.

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Hunter Stockton ThompsonSull’inciviltà dell’arrampicatore del nuovo millennio.
Ancora ho da iniziare a scriver d’emozioni e d’entusiasmi verticali, e già da tempo mi concentro sulla cacca e sulla spazzatura. Sarà anche una bella vita quella del climber, ma è pur sempre una vita dura (e se sei stitico, una discreta fregatura).

“Ognuno deve essere lo spazzino di se stesso. (…) Sin dalla nostra prima infanzia dovremmo avere impressa nelle nostre menti l’idea che siamo tutti spazzini.” (Mahatma Gandhi)

“gli arrampicatori sono cambiati. Non hanno più il rispetto della natura e poco rispetto per il territorio.”

“centuplicano i praticanti, ed aumentano statisticamente i fessi”

“Purtroppo le falesie attirano anche quel pubblico che si porta dietro la città anche in montagna”

“prima eravamo quattro gatti, oggi siamo in tantissimi e non ci rendiamo conto dell’impatto ambientale che abbiamo. In alcuni posti arrivi alla falesia tra le bucce di banana e le cagate all’aria aperta.”

Non passa weekend che non s’abbia da ripulire una falesia: pensavo quasi d’inventarmi una nuova figura professionale.
In due puntate successive alla falesia invernale del Silenzio Alto, i resti (dis)umani abbandonati alla base della parete, e da noi raccolti con ostinata precisione d’ossessionata massaia, puntualmente si son ricreati: là dove mercoledì c’era del nastro per le dita, bianco come il fiocco di neve, oggi giace una cartaccia di caramella o uno scontrino del bar. Là dietro al meraviglioso cespuglio dove pensavi di far pipì, giusto al bordo del sentiero, fa bella mostra di sè una enorme cagata sormontata da un candido fazzolettino. L’altopiano finalese è una riserva di tesori, di testimonianze e di sorprese. M’aspetto più soltanto l’escremento dal valore artistico, pittorescamente piazzato in una delle pozze scavate nel calcare del Ciappo delle Conche, che all’occhio del critico d’arte contemporanea potrebbe trovare ancor più controversa interpretazione, diventando un’astronomica cagata.
Lì di presso, l’Arma dei Buoi finora mi pare sia stata risparmiata da una sottoforma d’umana pietà tipica dell’escursionista, ma è anch’essa struttura a rischio per la rassomiglianza coll’appartato e confortevole w.c.; d’altronde, pur sempre di bestie che cercano riparo si tratta.
Altra valle altro mistero, alla falesia segretamente frequentata di Erli s’era appesa una bottiglia di plastica da riempir delle odiose cicche arancioni e d’altre minuscole schifezze, che poi i climber stessi avrebbero auspicabilmente buttato e sostituito: pareva un grazioso, utopistico inizio di diffusione del buon senso. Debbo dire d’aver veduto in città gente in grado di buttar rumenta nelle aiuole persino col bidone della spazzatura lì di fronte; ma quello è un luogo quasi interamente nonluogo ormai, estensione del centro commerciale, proprietà privata della maleducazione e dell’indifferenza tipiche della società contemporanea. La falesia dovrebbe esser considerata invece luogo sacro, tempio pagano da frequentare a piedi scalzi senza timore di ferirsi con tappi di birra e cocci di bottiglia, come già avviene in spiaggia al calar del sole e dei gabbiani. In falesia dovremmo passare senza lasciar traccia, già inquinando abbastanza con il viaggio necessario per raggiungere i nostri amati dirupi, già abbastanza antropizzati da catenelle e chiodi. Non venga questo recepito come un tentativo di riaccendere polemiche del tipo spit sì/spit no, qui la questione è ben più elementare; e la spiega assai bene il futilista Bill Knott, seppur non credo scali…

Futilista

C’è ancora un solo centimetro–
un millimetro quadrato
sulla faccia del nostro pianeta
sul quale qualche animale
umano od altro
non abbia cagato?

C’è poi da qualche parte almeno un
poro di terreno–
di suolo che non sia mai stato
(non una sola volta nei suoi eoni)
coperto da un qualche
Golgota di sterco?

Se esiste un posto simile,
voglio andarci
e stare lì
in quel luogo
in quel posto, precisamente
e puramente per un istante.

(traduzione mia, da PoemHunter)

Ed invece ci ostiniamo a farci notare, per la gioia del contadino oltre che del prossimo tuo, che così tanto simile a te a questo punto più non si ritiene.
Per via d’una maledetta mania di persecuzione, inizio a pensare che i bastardi forse lo facciano apposta, che sappiano chi sono e conoscano il mio ruolo d’ecologista insostenibile, di uomo timorato. Dev’essere così: cattiveria pura e diretta con precisione all’obiettivo, altrimenti non avrebbe senso; o forse sono io che parlo e scrivo in ostrogoto? Quel che so è che non sono il solo a prenderla sul personale: certi chiodatori son ben più incazzati, tanto da arrivare a schiodar le proprie falesie per l’indignazione; eccesso certamente discutibile, ma significativo. Se la falesia non è da considerarsi proprietà di chi l’attrezza (di quest’argomento forse più in là riparleremo), non è neppure la discarica di chi si prende iperdemocraticamente il diritto di frequentarla senz’accollarsi una benchè minima responsabilità.
Se l’Italia sta diventando il regno dell’arroganza e della stupidità, i colpevoli non van cercati solamente in Parlamento, qualunquismo questo buono per tutte le stagioni. Idealizzare l’“icona anticonformista” di turno, specie post mortem, serve solo a giustificare la nostra comune fallibilità, l’orgogliosa rassegnazione che finisce per omologarci al resto della popolare dementia – altro che “straripante proposta di stile di vita”
Si sarà capito che son contrario alla democraticizzazione spinta di questo sport, che preferivo quando si vagava per sentieri poco battuti col rumore delle foglie secche, in mezzo ai cinghiali e ai cacciatori. Romanticismo, elitarismo o conservatorismo?, condannate pure interpretando come preferite! Il punto è che lo ‘sport per tutti’ corre il rischio della perdita del proprio senso originario, e con esso dei propri valori. L’attività villana che ne deriva è allora una mistificazione di quella originaria, una brutta copia, un’illusione decaduta. Poco romantico è dover pestare merde di climber non seppellite, dover raccogliere rifiuti a sacchettate, nei casi peggiori non poter neppure arrampicare – di solito ai facili, poco interessanti margini della falesia – o non potersi permettere d’oltrepassare il confine fra il sentiero e il bosco; e non penso sia atteggiamento conservatore pretendere che progresso e sviluppo e cambiamenti in genere significhino anche rispetto non di regole od imposizioni, figurarsi!, bensì di un’etica e di una sensibilità che andrebbero aggiornate e diffuse più dell’invito a partecipare all’ennesima festa della birra e della presa colorata. Altrimenti il diritto democratico ad infilarsi un paio di scarpette sottintende la delega ad uno sfigato volontario il quale oltre alle scarpette infila i guanti e con essi i tuoi fazzoletti di merda in un cestino che in falesia non esiste ancora, e personalmente mai vorrei vedere (sebbene, per la verità, la soluzione ironica per cui “chi attrezza le falesie dovrebbe anche metterci un cestino della spazzatura” non sia altro che quella adottata, come si diceva, lassù ad Erli).
La soluzione è autonoma, individuale ed assieme collettiva, dovendosi infine estendere ad atteggiamento dipendente da una consapevolezza generale.
Oppure sarà violenta e spettacolare, à la Climb Fiction.
Dunque, esaminiamo la situazione: normalmente le vostre budella si ritroverebbero sparpagliate per la falesia, ma per caso mi avete trovato in un periodo di transizione, perciò non voglio uccidervi, voglio aiutarvi… Tu levati pure il nastro dalle dita e gettalo nell’erba, se ti fa contento; della bottiglia m’occupo io, e conto fino a cento: ti lascio il tempo di scappare e m’auguro che tu conosca i luoghi, altrimenti del tuo passaggio su questa terra resterà soltanto un doloroso lamento. Ma ci sto provando, ragazzi, ci sto provando, con grande fatica, a diventare il pastore.

***

Alcuni miei umilissimi interventi, gentilmente ospitati:

Iperrealismo falesistico
Idiotismi (Iperrealismo falesistico / 2)
Se la magia di Kalymnos finisse – Cinque domande alla comunità rampicante
If Kalymnos magic was over – Five questions to the climbing community
Nuova falesia a Toirano: il Defecometro
Nuove falesie a Toirano: Defecometro e Belcagare

Schiodature, liberazioni, apparizioni e sparizioni (si accettano delazioni e segnalazioni):

13 giugno 2017
“Ci sarà anche una squadra di volenterosi che provvederà a fare (…) la raccolta dei rifiuti che purtroppo continuano a lordare le falesie a causa della maleducazione e del poco rispetto che purtroppo ancora certi climbers hanno verso il prossimo.”
30 maggio 2017
“Finale, settore: Italsider – Un Domani.
Ennesimo stato di degrado civile che purtroppo si manifesta tramite l’estrema maleducazione insita in molti arrampicatori e fruitori dell’ambiente naturale unico che uno spot come Finale offre a noi umani.
Espletare i propri bisogni fisiologici all’interno di una grotta alla base di belle vie su cui potersi confrontare e su cui corrono inoltre linee boulder (firmate Cristian Core) è un gesto idiota.
Ricordiamoci che gli animali defecano negli angoli… questi ‘uomini’ in mezzo ad un sito di passaggio.”
(dalla pagina Fb Urban Climb Savona)
31 agosto 2015
“Capisco che quando scappa, scappa! Ma se continuiamo a farla lì sotto, dove la pioggia non arriva, questo antro diventerà una vera latrina con residui di bisogni umani, carta igenica e fazzolettini da tutte le parti. Insomma un vero schifo”
7 ottobre 2014
“molto spesso mi capita di portare via della spazzatura dai posti che ho chiodato, o trovare bisogni addirittura sotto alle vie”
3 giugno 2014
“Gli scalatori sono dei maiali”
7 maggio 2014
“Restiamo nel ristretto orticello dell’arrampicata, va! Ce n’è comunque abbastanza per comprendere come un piccolo ‘non sport’, ‘di nicchia’ direbbe Balasso, l’arrampicata, rappresenti con dovizia di particolari ed ampia visuale il declino morale e culturale del vecchio stivale. (…)
Consola sempre meno sbirciare nell’orticello altrui, alle scontate enormità dei tifosi degli sport “nazionali”. A volte anche dei praticanti. (…)
Abbiamo quindi due elementi di assoluta singolarità: la vicinanza alla parete (anche pochi metri) e la mancanza della cacca.
Il cerchio si restringe: chi usa i fazzoletti anche se non deve fare quella grossa? Vedete un po’ voi… (…)
Allora io mi chiedo: perchè così vicino? Esibizionismo? Marcatura del territorio?”

23 novembre 2013
“Non si parla di discariche a cielo aperto, ma certo è che lungo i cammini che portano alle falesie si affastellano rifiuti di vario genere che da anni i volontari rimuovono con azioni dimostrative”
30 ottobre 2013
“eccovi un bel ritrattino di monnezza lasciata abbandonata nei pressi del settore Salto della Strega.”
2 aprile 2013
“Riceviamo (…) una foto che testimonia ancora una volta lo spirito con cui certa gente va a scalare. Alla base del tiro “Il Ramingo” alla Parete Stoppani, una cavità della parete è stata riempita di rifiuti, soprattutto nastri per le dita. (…) Non si conoscono gli autori di questi gesti, sarebbe interessante saperlo… La nostra più sincera speranza è che la smettano una volta per tutte di frequentare le falesie.”
26 marzo 2013
“nel grottino all’estrema destra della cengia trovate una bella raccolta di cacche ricoperte di carta igienica…non è una bella immagine!
Per non essere uguali a quegli stronzi che le hanno fatte, se proprio vi scappa, almeno sotterratela e portatevi a casa la carta.”

26 febbraio 2013
“I’ve noticed this last year that excrements can be found closer and closer to the crag foot.”
9 febbraio 2013
“fin dagli ultimi metri del sentiero che attraversa il prato prima della parete, sono ben evidenti le tracce degli umani, molto meno discreti e ironici di corvi e lucertole: una distesa di fazzoletti usati come carta igienica spicca sullo sfondo dell’Amariana e del Monte Festa.
Su quanto caghino gli scalatori e che livello “on sight” o “rotpunkt” di educazione abbiano, ci siamo già confrontati un anno fa (…). Non è mia intenzione deragliare verso un altro predicozzo morale/ista. Quel che mi sono chiesto ieri, intento nello stesso atto fisiologico, accucciato a poca distanza dalle voci dei miei due compagni di scalata, è stato: “ma non dà esteticamente fastidio la presenza di tutta ‘sta carta sparpagliata?”. Anche l’occhio, non solo il culo, vuole la sua parte!”

30 dicembre 2012
“Segnaliamo che la Falesia del Masone sopra Barzio – Valsassina è inagibile in via definitiva, in quanto i chiodatori stanno smantellando i tiri. (…)
A Masone erano già successi episodi molto spiacevoli, come (…) resti di fuochi (assolutamente vietati) e tanta sporcizia sotto la parete. Poi sono comparsi scavi e migliorie ad appigli e appoggi: si è passati così dalla maleducazione al vero e proprio vandalismo. Non contenti, questi inqualificabili personaggi (che purtroppo sono degli scalatori) hanno pensato bene di disboscare numerose piante (…). E qui siamo al limite del reato.”

24 dicembre 2012
“Una delle più belle falesie del lecchese, di riferimento e frequentazione anche internazionale oggi non esiste più.”
14 dicembre 2012
“proprio in questo periodo, l’accesso a queste pareti è alquanto delicato per le solite ragioni: macchine parcheggiate un po’ ovunque, campeggio selvaggio e spazzatura abbandonata in falesia.”
25 novembre 2012
“Poco dopo la falesia, continuando verso la Grattugia, troviamo un bel “cesso” a cielo aperto, carta igienica ovunque e stronzi a far bella mostra di sè a bordo sentiero.
Possibile che questi “Stronzi” cacatori non abbiano ancora capito che basta portarsi un sacchetto di plastica dove mettere la carta dopo essersi puliti il culo?”

11 novembre 2012
“mi chiedo perchè non si possa cominciare a imitare l’editorialista di Grimper, affrontando direttamente (…) chi in falesia fa gli affaracci suoi, pisciando vicino agli zaini, dipingendo le vie di segni bianchi o decorando la base dei tiri con resti di nastro e cicche.”
13 ottobre 2012
“I always go around collecting garbage but the next week i am at the crag it is more or less the same.”
17 agosto 2012
“Il nostro spirito anarchico e poco incline a farsi imbrigliare ci spinge troppo spesso a ignorare le regole, anche quelle dettate dal buon senso. (…) La sostenibilità del rapporto fra l’homo rampicans e la natura è il fattore chiave per mantenere intatto il fascino dell’arrampicata.” (n.b.: sorvolo sul travisamento dello spirito anarchico eseguito banalmente dall’autrice…)
13 agosto 2012
“Ora lasciamo da parte le performances e lo show business per parlare della cacca dei nostri amici arrampicatori. Un po’ di buon senso, non CAGATE sotto ai blocchi (…), e seppellite la carta igienica! Vi risparmierò le fotografie per questa volta. Per l’odore, basta passare sul luogo.”
5 maggio 2012
“Spesso i cani scorrazzano liberi e gli uomini sono legati. (…) I primi non ti accorgi neppure di dove depositino le loro scorie, mentre i nostri simili le lasciano in bella evidenza, infiocchettate con la carta igienica o sotto forma di cicche, nastro adesivo, magnesio…”
23 aprile 2012
“1) Se siete abituati a vivere in un letamaio, le falesie non lo sono, e perciò vanno lasciate pulite come si trovano.
2) Noi, come locals, chiodatori, ecc, non siamo i vostri schiavetti per quanto riguarda il pulire l’immondizia che lasciate.”

15 marzo 2012
“Carta igienica ovunque, cicche nei buchi della roccia, segni sulle prese, chiodatura di luoghi protetti, chiodatura sconsiderata, maleducazione nei confronti di chi attrezza, etc…”
13 marzo 2012
“Tu sporchi? Non hai rispetto? Te ne freghi di chi ha chiodato? E io smantello…”
13 marzo 2012
“La questione più urgente (…) è quella dell’approccio culturale alle falesie: lo testimoniano la spazzatura alla base di molte pareti, le prese mai spazzolate o, peggio, segnate in modo ossessivo, il chiasso inutile (cellulari compresi), gli itinerari “occupati” per ore e ore.
Senza voler fare il sociologo, non è difficile capire che queste situazioni sono figlie dell’abitudine al consumo più ottuso: pago-pretendo. Solo che qui manca la prima parte, ma a questa gente importa poco. (…) il quadro è desolante. La crescita della frequentazione ha determinato infatti un proporzionale aumento di persone incivili che farebbero meglio a starsene a casa propria.”

7 marzo 2012
La Provincia – Intervista a Delfino Formenti
21 dicembre 2011
“la solita maleducazione di alcuni climber. Questo sta diventando un problema serio.”
14 dicembre 2011
“Non si tratta né di vandalismi né di precauzione per supposti pericoli oggettivi. Semplicemente Delfino Formenti (chiodatore di diverse falesie del Lecchese, tutte a sue spese) ha verificato lo stato di eccessivo degrado, cartacce, mozziconi, rottura dei gradoni da lui costruiti per migliorare la base della falesia.”
11 dicembre 2011
“lo scalatore si distingue anche per questo, per non essere capace di riportare a casa non dico la cacca nei sacchettini che si usano per i cani, ma neppure le cicche o il nastro per le dita (sporco di cacca, mi auguro!).”
9 dicembre 2011
“Sosteniamo Delfino con amicizia e stima, condividendo il malessere che si prova spesso in falesia nel constatare l’assoluta mancanza di educazione e l’arroganza di una minoranza di climbers, che non conoscono purtroppo le più elementari regole di educazione.”
9 dicembre 2011
Delfino Formenti – Segnali di malcontento
30 novembre 2011
“I climbers fanno casino, disturbano e sporcano.”
29 novembre 2011
“Il fatto, sicuramente non “volutamente” vandalico, è stato commesso da arrampicatori che credendo di far bene o di fare non si sa cosa hanno tagliato rami di ulivi e quant’altro. L’episodio in sé rimediabile ha in realtà avuto una conseguenza radicale ma totalmente capibile da parte del padrone, ovvero la CHIUSURA del campo e ovviamente DELLA FALESIA e così l’impossibilità da ora in poi di accedere, PER TUTTI alla bella falesia in questione”
24 settembre 2011
“noi ci portiamo sempre un sacchetto per fazzoletti usati e altra rumenta, possibile che non ci riesca nessun altro?”
4 luglio 2011
“La scorsa settimana sono andato a mettere a posto un po’ di vie in un settore nel quale non ero più andato da un paio di stagioni.
Ho trovato alcuni itinerari con la scarlattina (decine e decine di bolli di magnesite fatti su tutte le prese), un moschettone rubato da un rinvio fisso (penzola solo più la fettuccia attaccata al maillon), bottiglie di plastica per terra, tappi di bottiglie di birra, fazzolettini sparsi ovunque, nastri per le dita buttati dappertutto… Sconsolante.”

5 maggio 2011
“Sembra impossibile e assurdo doverlo rimarcare, ma purtroppo siamo qui a parlarne: alcune falesie stanno diventando una discarica…abbiamo trovato di tutto, per non parlare di assorbenti ed escrementi vari in bella vista. Oltre a farci il mazzo a chiodare le vie, ci dobbiamo portare via borsate di rumenta per senso civico e per pudore…non aggiungiamo altro in attesa di cogliere gli artefici sul fatto.”
23 febbraio 2011
“In questa bellissima falesia invernale molto frequentata, ci sono, sulla destra, i resti di una vecchia costruzione in muratura di sassi, quella che noi chiamiamo casetta, costruita in epoche non recenti sfruttando il tetto naturale offerto dalla falesia. E’ un piccolo luogo sempre asciutto ed all’ombra, indi per cui è altamente improbabile che la pioggia e le intemperie lavino via gli escrementi che alcuni GENI hanno furbescamente depositato lasciando per giunta i fazzolettini imbrattati che hanno usato per ripulire il loro “popò”.
Evitiamo che la cosa si ripeta, sono sicuro che i lettori della presente bacheca siano più astuti dei sopracitati soggetti!! …. ai quali mi auguro, per la loro prossima visita, che li colga una fulminante stitichezza.”

8 ottobre 2010
“portiamo via i nostri rifiuti, le cicche, ecc., e cerchiamo di nascondere il più possibile l’organico che non riusciamo a trattenere (compresi i fazzolettini…magari sotterrando il tutto?)”
2 ottobre 2010
“cari climber i mozziconi delle sigarette portateli via dalla base, lì non passa lo spazzino, in più a venti metri dalla falesia c’è un cestino per l’immondizia.”
28 febbraio 2010
“E’ tanto bello arrampicare, è tanto bello vivere all’aria aperta e in simbiosi con la natura, è così bello che ci vivremmo sempre, tutti i giorni e tutto il giorno, sì, proprio così ma per poter vivere all’aria aperta e in mezzo alla natura che ci ospita bisogna saperci vivere con la natura. Con questa riflessione vorremmo far pensare le persone che tutte le volte che vanno ad arrampicare gettano cicche di sigarette, carte, rifiuti o ancora coloro che accendono fuochi in luoghi privati, mah, magari i proprietari accettano che si vada ad arrampicare, punto, non che si facciano grigliate e sagre della tacchetta, magari che si taglino pure i rami degli alberi per questo. E’ successo a Trombacco, ci scrivono i chiodatori”
12 maggio 2009
“devo purtroppo segnalare che sto notando un netto aumento di pattume in alcune delle falesie più frequentate del lecchese. Non si tratta di un vero e proprio degrado, tuttavia ce n’è a sufficienza per sentire un certo fastidio…. Se divulgare delle belle falesie significa farle frequentare da persone incivili, allora c’è da chiedersi se ne vale la pena.
Alla base di Erna Sorprese, Lariosauro, Campelli e Galbiate (solo per citarne alcune) mi è capitato di fare una discreta raccolta di: cerotti per bendare le dita, fazzoletti di carta da naso (ed altro), cartacce varie e assortite, un telo (…), cicche di sigaretta…
Delfino Formenti a sua volta ci segnala che alla base della Discoteca, la sua ultima fatica in zona Orsa Maggiore al Lago, la situazione è ancora peggiore, probabilmente a causa della smodata frequentazione che sta subendo questa falesia. Qui sono state rinvenute anche calze (spaiate), un tappetino, pannolini (!), più tutto quanto catalogato sopra.
Non vale la pena di cavarne una morale, visto che si sta parlando dell’ABC della civile convivenza, però la cosa rimane assolutamente spiacevole. Se consideriamo anche che siamo più o meno ad inizio stagione, chissà cosa ci toccherà calpestare il prossimo autunno.
Non si può che segnalare la cosa, stimolando tutti (me compreso) a vigilare e, perchè no, a dotarsi di sacchetto per ramazzare la monnezza che incontriamo.”

2 agosto 2007
“Voci di corridoio davano il proprietario stanco di raccogliere la merda fatta sotto i suoi olivi.”
19 giugno 2007
“Non dico di portare a casa la carta igienica, ma seppellirla! Il nastro poi come è arrivato da casa, così ci può tornare… (…)
Arrampicatori, almeno voi svegliatevi, se pensate di amare la natura cercate di rispettarla e se così non fosse domandatevi perché scalate.”

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