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Posts Tagged ‘arrampicata’

Per sfuggire ad un autunno ormai palese, vi racconterò di questo lontano e un poco strano, ma soave sabato finalese in compagnia di P – come Paolo, Pippo, Pino o Pinco Pallino. Elogio della cengia più o meno segreta, non più nuova e per alcuni già desueta, con assonnata dedica a chi fa l’arrampicata.
Lo considero un post rinfrescante, seppure sia più o meno sempre la solita minestra riscaldata.

05/08/2017. Agosto genovese. Caldo bestiale. Afa. Si dorme poco e male. Che fare: smettere d’arrampicare? Per carità! Raggiungo l’amico P a Savona la mattina, beccandomi comunque il classico traffico estivo, e si va dove si può andare, senza immaginarsi un gran fresco (che difatti non ci sarà), ma abbandonandosi alla necessità verticale, fra sudori e ghiri, rondini e resting (solo miei, a quanto pare).
La Rocca ospita il suo valoroso valorizzatore e aspetta noi umili giocatori, forse per deridere il nostro sforzo sovrumano; e noi abbiamo saputo aspettare lo scadere del divieto per via degli uccelli, con o senza che vi sian gli uccelli (chi lo sa: io diverse volte in cima uno bello grosso l’ho visto volteggiare), e sempre prendendosela con questi dannati uccelli se non si può scalare mai abbastanza nella parete che da questi benedetti uccelli ha preso il nome. O noi, o loro. Ma perchè?
Ancora non si arriva a chieder l’intervento del giustiziere verticale, ma presto vedrete che dovremo arrenderci all’esistenza di questi moderni, buffoneschi eroi.

La cengia è come un piccolo giardino pensile dove tutto ritorna in equilibrio (o quasi), ma dove qualcuno pensa di poter stare nascosto a farsi gli affaracci suoi. Non è così ed io prima o poi lo scovo questo furbo che continua a srotolare metri di nastro blu… Che sia proprio tu, dedito alla lettura? Cambia colore, è un avvertimento: spero di farti paura.
La cengia è un mondo altro, non ancora altopiano, ma già zona franca dalle bassezze della strada e del suo uomo. Lassù già si sta in alto e si comincia ad avvertire il sogno farsi un po’ realtà, il 6a 6b, il 6c 7a. Poi si confrontano le difficoltà sulla base del racconto orale, del local di turno quel giorno, delle diverse fonti; è un gioco appassionante pure questo. C’è il tiro che è passato dal 7a al 6c, quello che s’è assestato sul 6c+, quello che chi si tiene sgrada su Climbook a 6c.5 mentre gli altri lo gonfiano a 7a.2. Nutro la passione con la ricerca storica, più che con la statistica. Dall’on sight al lavorato al sesto giro c’è un mondo di sensazioni e di esperienze che è difficile da descrivere e da sintetizzare: per questo un grado da solo non ci soddisferà mai, o sarà l’ennesima illusione da archiviare. Lo stesso Ondra dovrà vedere prima o poi qualcuno camminargli sopra l’ultimo 9c proposto o confermato, sempre se non torneremo indietro a scavare ad ogni costo ciò che fu già liberato.
L’amico P fa spallucce sulla difficoltà e mi dice di provare. Lui sa meglio di me che il grado è poco se non nulla, e che come disse Seve “si cade anche sul 6c”: basterà questa consapevolezza a rianimarmi? Al primo stop sul primo chiodo, infatti, mi sento un po’ col fiato corto. La chiodatura, dal canto suo, non è certo lunga; tant’è, c’è chi l’ha definita “poco adatta ai deboli di cuore”. Nuovamente la testa e le ferite spiegan molto, ed è bello ritrovarsi a metà strada fra il patimento e l’entusiasmo, la paura e l’eccitazione una volta raggiunto quasi il chiodo dopo e già distanti da quello precedente: credo si chiami adrenalina e non è il caso di spiegarla, diciamo che si trema e ci si sente semidei, ed invece si è soltanto mezzi uomini piazzati a rana, con la cacca nelle mutande e le gambette tremolanti nel frangente. I rapaci ci osservano e le rondini ci sfrecciano vicino, a ricordarci che questa prima di tutto è casa loro, e del falco pellegrino; ma lo è altrettanto dei buffi roditori che dai buchi gridano la loro sete di vendetta allo straniero che gli entra dal balcone. Con quel bel musino, chissà se ci vedono come noi adocchiamo quegli sciagurati musi neri che ci arrivan col barcone.
Il litorale peraltro da qui resta nascosto, ma lo sguardo dalla cengia spazia egualmente, a nord, verso l’interno silente ed assolato degli ulivi, delle fasce, dei fichi, dei rovi; verso la vita apparentemente stanca e sonnecchiosa, ma in verità operosa delle vallate dell’immediato entroterra, che più del bagnasciuga spiegano dove ti trovi. Il resto è vita altra, d’altri e per oggi non c’interessa. Il nostro riparo è all’ombra del mondo esterno: parliamo con gli animali, strizziamo l’occhio ai volatili, nessuno ci capirebbe.
L’amico P intuisce che son stanco e mi conduce al nuovo vecchio settore, dove si stanno riprendendo antiche chiodature, donando nuova vita ad una piccola parete. La progettualità verticale in queste zone pare quasi infinita, giri l’angolo e scopri nuove possibilità o storie passate da recuperare, gesti da riprodurre. Che tutto questo non sia solo sport continua a essermi chiaro, o forse sono io che uno sportivo non mi sento più da anni, e proprio per poco sono stato atleta. Meglio così, perchè fra questi mostri più o meno sacri non mi troverei, e non concepisco che una passione possa diventare un primo o secondo lavoro, richiedendo la dedizione dell’asceta. Ma in fondo è quello che fa il chiodatore, sacrificandosi volontariamente per noi tutti, che lo ringraziamo solo raramente e assai più spesso lo critichiamo, esprimendoci a bestemmie ed a mannaggia.
C’è davvero poca gente oggi su questa cengia; il caldo ha trattenuto alcuni amici, e anch’io mi andrei a stravaccare in spiaggia. Ma salire fin quassù è liberatorio quasi quanto un tuffo in mare. Parlare, ridere, scherzare qui è possibile in totale libertà, disturbati solo dalle zanzare. I chiodi indicano la strada per raggiungere altezze superiori, delle quali troppo spesso dimostriamo di non esser degni. Allenarsi non basta, questo lo capii già al tempo in cui certi quarantenni con la panzetta mi passeggiavano davanti baldanzosi su gradi che i miei tendini adolescenti non potevan sopportare. Oggi so che per salire fin lassù bisogna innanzitutto saper sognare, secondi solo rispetto al chiodatore. Chissà poi se il suo sogno sia lo stesso mio, e se il nostro sia comune; forse la stessa strada può condurre diversi salitori lungo percorsi e verso mete differenti. Meglio così, che i sogni siano tanti, che ci tengano belli reattivi e svegli e indipendenti, che con tutto quello che ci accade attorno non rimangano a dormire od a sognare solo rocce tutti quanti.

L’amico P all’improvviso mi sveglia, immagino pretenda una sicura: devo essermi appisolato sopra un sasso accogliente, quasi morbido, dalla superficie grigio scura perfettamente piana. La vita appare più affascinante ridestandosi in falesia nel fine settimana.

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Evoluzione o involuzione (ancora dobbiamo capirlo), dopo il free-climbing abbiamo inventato l’arrampicata-spazzatura.

“Portatevi a casa la vostra immondizia! Tutta!”

A fine dicembre un climber straniero mi ha fatto i complimenti per la maglietta anti-nazista all’Antro delle Streghe. Son soddisfazioni. Porto con leggerezza un po’ di politica in falesia; sarebbe bello che anche da quest’ultima ne uscisse un pochettino, anzichè produrre only monnezza come pare che sappiamo fare (tanto da smuovere – ottima idea, politica a suo modo, e non soltanto in senso commerciale – un marchio mica male). Nel nuovo anno ne ho raccolto un’ennesima sacchettata sulla cengia superiore delle Ombre Blu, capolavoro finalese: un locus amoenus come pochi altri, immediatamente rovinato dagli omuncoli che lo frequentano per consumarne roccia e gradi, e fare, fare, fare. Fare che? Fare schifo, visti i risultati, in parete e sotto (delle vostre scorecard, onestamente, me ne fotto). Sarebbe opportuno sapeste che la capretta che ivi pascola schifa tanto le vostre bucce di arancia e di banana quanto le odiose cicche, la plastica dei biscotti, il nastro appallottolato.
Resto disgustato, ma di scalare non posso stare senza; valuto solo che, in questi anni di generale crisi e decadenza, in roccia come altrove brillano tanto i fittoni quanto la vostra media intelligenza.

(foto tratta da Mount Live)

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“Nessun uomo è un’isola, intero per se stesso” (John Donne, da Devotions Upon Emergent Occasions, 1624)

Le ultime notizie da Kalymnos ci raccontano di una bambina spagnola di appena 10 anni che avrebbe chiuso un 8a. Buon per lei e complimenti.

Ma quel che dalle nostre succinte e ottuse cronache non esce fuori è che Kalymnos non è soltanto il grande circo dell’arrampicata, come chiunque vi si sia recato privo di paraocchi ha ben potuto riscontrare. Kalymnos vive, anche se di riflesso, le stesse identiche problematiche della Grecia continentale; non mancano dunque bizzarri eccessi d’orgoglio patriottico-nazionalistico, come questa enorme bandiera bianca e azzurra dipinta di recente sulla collina sopra Pothia, in onore di alcuni isolani defunti per un’esplosione avvenuta 38 anni fa proprio nel periodo pasquale (è nota a molti la festaiola e bombarola tradizione locale) – con tutto il rispetto, non esattamente degli eroi o dei rivoluzionari, ecco, se ho ben capito.

Non per niente il presidente Tsipras a gennaio si era recato sull’isola in maniera simbolica nell’ambito delle tensioni geopolitiche esistenti con la Turchia.
Costo dell’ospitalità: 9000 euro, tutto incluso.

Ma a Kalymnos, da cui già moltissimi sono dovuti fuggire, l’orgoglio è forse una delle ultime risorse rimaste e permane un’indigenza neppure troppo nascosta. Da qui il dono pasquale, sotto forma di agnelli, proveniente dall’emigrato in Australia.

Per non parlare di altri effetti della crisi: dopo essere stata una delle isole dei falsi ciechi, quest’estate Kalymnos si è mostrata al mondo come l’isola senza ambulanze.

E poi…e poi ci siamo noi; che non ci siamo più.
Qualcosa nel circuito di produzione e consumo deve non aver funzionato.
Perchè nonostante il battage pubblicitario sui media di settore e non soltanto, ed il recente interesse di Alpitour (“Sono entrate in programmazione Leros e Kalymnos”), Ryanair ci ha chiuso ormai da tempo i portelloni in faccia, e Volotea vola su Kos soltanto da Venezia e Bari, e solo ad agosto.
Conservo un ricordo di Kalydna col piumino al sole d’ottobre che porta con sè un calore tipico proprio di quel posto.
Li abbiam lasciati dunque con le performance altrui, aggrappati al loro misero nazionalismo e ad una diffusa povertà. E’ la legge del mercato, baby: se non rendi, non vendi. Povero (si fa per dire) climber, ohibò, cosa pretendi? Fatti il doppio scalo con visita turistica ad Atene, come un tempo, senza mugugnare, e goditi la fatica che richiedono tipicamente tutte le cose belle, più che da raggiungere, da conquistare. Quel loro nostro mare che oggi è diventato un po’ di tutti, vista la quantità di sangue che vi si è mescolato, attende solo più che vi si rechino gl’impavidi italioti fascioleghisti, memori della dominazione, buoni sostanzialmente al grugno populista, all’ubriachezza molesta ed alla congestione alpino-padana-egea, a fare delle ferie un’occasione per render “prima gli italiani” anche all’Inferno. Quanto a noialtri, che non vogliam sentirci fieri o diventare vittime delle bandiere – siano esse greca, italiana od europea -, cocciuti approderemo a Pothia armati di scarpette anche d’inverno.

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esche_gambero_1Se son riusciti ad inventarsi il retrorunning, ci dev’esser posto anche per il downclimbing; e che diventi disciplina olimpica, accidenti!

“Down climbing is an essential skill to have as a climber.”

“Staying balance-neutral (and in control) on the return to Earth”

“Camminare come i gamberi, ossia all’indietro, pare renda di più in termini di fitness che non il camminare in avanti.”

Quello di tornar sui propri passi dev’essere il percorso ginnico intrapreso da un intero paese.
Scrivevo che “i salitori di ieri mi sembran diventati oggi piuttosto…discensori. Quanto in basso s’intenda arrivare è materia d’analisi verticale che lascio approfondire ai prossimi ricercatori”: provocavo sapendo bene di provocare, ma altresì sperando di poter sbagliare. In montagna oggi si corre, anche all’indietro proporrei, e a chi prende il crepaccio od il burrone…100 punti! Ci s’inventano ragioni irragionevoli pur di poter campare sull’ultimo trend che tira, e tutti dietro a far la fila, ad accodarsi come pecore con la pettorina. Io che le pecore pensavo si contassero per addormentarsi gradirei risvegliarmi senza più business, senza più morti od incidenti, senza più autogiustificazioni e gare da portare avanti. Contemporaneamente s’abbassa il livello medio della cultura e della consapevolezza media dei praticanti: salgono perchè, per cosa tutti quanti?
Sostiene Messner che “la cultura urbana si è allargata sulle montagne, si è spinta sempre più in alto, sempre più in profondità”.
Perchè anche la montagna debba seguir la logica della produttività non mi è per niente chiaro. Se in gioventù m’allenavo con un certo entusiasmo, iniziai poi a trattare allenatori ed allenati con sarcasmo. Dal voler vincere su qualcun altro al voler vincere una continua sfida con se stessi c’è un passaggio che prescinde dalla paura del confronto: è proprio il senso della sfida a cambiare, l’obiettivo del corridore. Arrivare prima degli altri non implica per forza il migliorarsi, il conoscersi a fondo. Quanto alle gare di velocità: trattasi di forme evolutive strane, di curiosi ma inutili esperimenti svolti su cavie umane prestatesi alla moderna fretta del mondo. Escludendo le vie lunghe, dove il tempo è una variabile importante, chi scala un monotiro non ha urgenza, a meno che non debba sfuggire all’acciaio o terminar prima del buio il giro buono. Quindi perchè correre, perchè inseguire gratificazioni imposte o suggerite? Già son le nostre vite quotidiane a trattenerci in vincoli sempre più inevitabili, cosicchè il tempo libero residuo finisce per trasformarsi in un momento di riposo – mai in una pausa di riflessione – o in un ulteriore impegno sempre più forzato e assiduo; e alla cosa si dà, per di più, maggior valore: pensa un po’, Tizio lavora giorno e notte…eppure fa l’8b+! E quindi? Forse dovrei prenderlo ad esempio in luogo del ciccione (Caio) che indossa la maglia dello sportivo con accanto il figlio Sempronio, altrettanto panzone, a sventolar la bandierina; ma oggettivamente, quale valore sociale mi dovrebbero dimostrare questo e quell’altro caso umano? Il calcolo dell’energia profusa in senso verticale non mi ha mai interessato, ed è rasserenante sapere che non c’è attività come questa che si possa praticar liberamente, come ti pare e piace; forse la corsa, o il nuoto. Al contempo, però, i media veicolano determinate idee che i più tendono a far proprie, cogliendone come sempre i lati più evidenti e superficiali: la trasmissione del vuoto. Non siamo tutti uguali ed è giusto che sia data degna sepoltura anche al boulderista che per guadagnar pochi centimetri sotto al suo blocco ha scavato la fossa. Ma quel che mi domando è se la nostra sia davvero una scalata volontaria, consapevole, da noi stessi riconosciuta; o se invece a vincere siano sempre e solo l’istinto e la passione, splendidi in sè stessi ma sopraffatti ormai dal business della ricostruzione d’un amore svenduto alla competizione e al gossip, all’illusione dello sport per tutti, all’omologazione.
Io dico che non voglio più ottenere niente o quasi; voglio invece rinunciare a fare ciò che mi vien detto dovrei fare per ottenere cose che non ho mai inteso perseguire: numeri, obiettivi, sponsor, schemi e tabelle, grafici, statistiche, proiezioni. Quanti buffoni ho visto cincischiar sull’8a scendendone a metà, ma gridando alla valle il loro ipotetico potere? Sapranno mai costoro cosa sia il vero godere, sapranno mai abbinare il volere al potere senza per forza sentirsi costretti ad un qualche dovere? Se mai l’arrampicata oggi può ancora essere, per noi comuni mortali non professionisti, stile di vita e non hobby saltuario o semplice piacere del weekend, dev’essere una scelta che vada oltre la scoperta iniziale appassionante e l’equilibrio raggiunto tramite pratica e esperienza; dev’essere la volontà d’abbassarsi a capire anzichè innalzarsi laddove non si può, il coraggio dell’umiltà in luogo dell’ardimento, la capacità d’intravvedere il senso più profondo di un’azione contestualizzandolo. Cosa sto dicendo? In sostanza che arrampicare non è lavorare, ma un gioco impegnativo che se mi rende più che vivo può e deve evitare di finir nel calderone delle scorecard, nell’imbuto del risultato che si spiega ma anche s’annulla da sè nella miriade di sforzi e di passioni tutte diverse eppure tutte uguali; un gioco che può e deve invece verificare il proprio contenuto confrontandosi con la realtà circostante, adattandosi o no ad essa a seconda delle circostanze, della sensibilità e della cultura del singolo e della comunità, agevolando la comprensione di cosa significhi scalare in questo posto, qui ed ora, anzichè altrove.
Sarà l’età, come ho già detto, o che non sogno più un pannello artificiale quando piove.

(immagine tratta da Bit di Pensieri in Libertà)

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stop-loi-travailEsiste certamente un delirium tremens da astinenza dall’arrampicata, che colpisce i soggetti affetti da alpinismo cronico; ma anche un altro causato dall’eccessiva ed ossessiva pratica con scarsi risultati.
Delirio semiserio d’un climber vagamente afflitto, speranzoso in un qualche straordinario effetto.

“Recenti indagini di mercato della Nielsen di Milano rilevano che il numero di circa 8000 persone praticanti l’arrampicata sportiva cresce con un tasso annuo del 10%” (dal sito Montagnalavoro, non più esistente)

L’arrampicata è un continuo problema da risolvere: un vero stress.
Non so perchè l’abbia cercata, trovata e scelta, e come abbia fatto poi a resistere – io a lei, ma anche lei a me. Forse perchè, una volta acquisita un po’ d’abilità, in fin dei conti sbagliavo molto poco. Ma se è sbagliando che s’impara, per quanto tempo non ho progredito? E progredire cosa comporta, da cosa si capisce? Dal grado? Nello stile lavorato, oppure a vista?
Perchè tante domande?, direte voi. Perchè tante differenziazioni e specializzazioni?, risponderei. Perchè quest’affidamento a regole e metodi, questa legge francese del numero (più letterina) alla quale tutti, me compreso, c’inchiniamo? Perchè questo volersi ritrovare, più che in compagnia e in comunità, in un branco di bestiole scalpitanti che null’altro hanno da condividere se non inutili informazioni superficiali? Ebbene sì, la tua via è a destra, mentre la mia è a sinistra: diamine, sento che siamo già troppo vicini. Allontanati tu! Io la mia la sogno dal sabato scorso, tu manco sai dove ti trovi e ancora hai da trovarla, e se non c’ero io adesso stavi a girar sperduto alla base della falesia, pensando d’essere in un’altra.
No, non mi vanto d’essere un local, anzi la cosa un po’ mi nausea e mi disgusta; m’annoia insomma, conto i miei passi sul sentiero e penso alle orme che devo averci lasciato a forza di tornare e ritornare. Neanche avessi qualche cosa da provare; ormai è storia passata, vi lascio fare. Sento gridare: dall’altra parte della valle c’è gente più entusiasta di me che in pieno inverno ha deciso di scalare all’ombra, pur di liberare qualche nuova linea nell’ultimo settore rimasto da esplorare – che non è poi mai l’ultimo davvero, giacchè una fortuna geologica specifica assiste il Finalero. Eppure…eppure qualcosa fra questi boschi oggi mi manca, e ancora non so se non lo riesca più io a trovare o se abbia finito quel qualcosa per svanire: una magia che non s’esprime a suon di fittoni e resina, calati ormai dall’alto in modo standard, ma che risaliva placche, muri, spigoli e strapiombi con tutt’altra energia e generando una diversa emozione; forse guidata proprio da una più profonda intuizione, quella di chi vuol scoprire anzichè sfruttare, creare invece di ripetere, immaginare in luogo di conquistare. E noi gli s’andava appassionatamente dietro, collezionando foglietti con schizzi imprecisi, gradi da confermare, nomi da celebrare, valori da dimostrare; fra aggiornamenti già superati, ferite da sciancabraghe, vicoli da streghe. Quando a Triora la processione religiosa svegliò il nostro campeggio originale, capimmo forse già allora la bellezza d’un’esperienza primordiale: accamparsi vicino a un sogno per accarezzarlo, tenerlo premurosamente in vita, che sia chiodato bene o anche chiodato male.
Per carità, io per primo so di essere un banale, misero, innocuo ed incapace ripetitore d’avventure altrui, ma non credo siano soltanto l’età e la stanchezza a separarmi da quella stagione d’entusiasmi sempreverdi. Le strade erano nostre, le pareti pure. Eppure ci avvicinavamo ad esse col rispetto e la circospezione che si hanno nei confronti di un’opera d’arte, anzichè con lo sguardo inebetito di chi si sforza di gettare la cartaccia nella pattumiera. Non avevamo impegni, in compenso avevamo forze: si arrampicava da mattina fino a sera. Gli alberi erano parte della falesia, nessuno richiedeva parchi giochifalesie Family con basi comode per i passeggini, nessuno si lamentava della marcia troppo lunga o della chiodatura assurda. Tutto era od appariva come era giusto che fosse, persino quand’era sbagliato; forse, semplicemente, per il fatto di non esser meglio organizzato. Era libertà pura, di chiodatori e salitori; con la possibilità di ritagliarsi pure dei dolori o malumori. Non c’erano battaglie con il vicinato, salutavamo pure i cacciatori, mentre oggi resto senza fiato ad ascoltar vaccate e fatico talvolta a salutar quelli di fuori. Peraltro mi rendo ben conto di rischiare di cacciarmi nella stessa situazione non appena mi dovessi ritrovar fuori regione. Sarò cambiato io, non ci son dubbi, o sarà cambiata l’attività, ma i salitori di ieri mi sembran diventati oggi piuttosto…discensori. Quanto in basso s’intenda arrivare è materia d’analisi verticale che lascio approfondire ai prossimi ricercatori.

(foto tratta da neXtQuotidiano)

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mare nostrumMigranti e rampicanti nella stagione autunno-inverno 2015 hanno spesso condiviso ancora la medesima destinazione; ma c’è chi dal viaggio intrapreso non è tornato indietro, e chi preferirà non arrischiarsi più ad una vacanza divenuta insolitamente preoccupante.
Con più di 7 mila profughi sbarcati (dati aggiornati a fine ottobre) ed una cifra incalcolabile di morti, Kalymnos è oggi vittima fra le vittime dell’ipocrisia, con o senza e prima e dopo i tragici fatti di Parigi; i quali poi son riassumibili così: finchè a crepare come cani sono gli altri, chi se ne frega…in compenso, noi ci teniamo stretti il cane-eroe. Credo consista proprio in questa consapevolezza cinica e brutale la nostra presunta eppure tanto decantata superiorità culturale; nonchè nella nostra accidentale libertà occidentale di far vacanze libere su tutta la libera terra, libertà mai come adesso tanto platealmente ipocrita cui dedicar retorici editoriali di rito ad accompagnamento di macabre danze di guerra.

“Parliamo, io e te. Parliamo della paura.” (Stephen King, dalla prefazione ad A volte ritornano)

“Dio o chi per lui / sta cercando di dividerci / di farci del male / di farci annegare” (Lucio Dalla – Com’è profondo il mare)

“Il Comune di Kalymnos ha iniziato oggi la distribuzione di riso ai bisognosi, che si concluderà venerdì 11 dicembre 2015”

“non se ne può più, non se ne può più anche solo di immaginare queste traversate e queste morti. E’ una vergogna che non si riesce nemmeno più a raccontare e che andrebbe fermata con le mani di tutti. E’ il più grande fallimento della società e della storia umana, il nostro Mediterraneo di cadaveri”

“questo non è più il luogo idilliaco delle vacanze degli europei. Per paradosso della storia, il Paradiso è diventato l’Inferno. Questo, oggi, è il confine d’Europa, la tragica linea del fronte tra i mondi in disequilibrio.”

Disequilibrio. Con una sola parola, che ben conosciamo, si può riassumere la trasfigurazione subìta recentemente dall’isola da favola d’ogni arrampicatore, dove oggi c’è chi stenta ad arrivare, dando vita ad una “tragica, evitabile, quotidiana contabilità dell’orrore”. Parlavo giustappunto d’inferno negli ultimi aggiornamenti in forma di commento a Kalinikta, dove cerco di tener maldestra traccia di arrivi e di mancati arrivi, fingendo di non voler tenere conto del fatto che continuano ostinate le partenze di nuovi possibili cadaveri.
E noi, presunti vivi, siamo volati decine di volte a Kos, dove la cittadinanza è oggi in rivolta contro campi profughi e centri di registrazione e smistamento (“hotspot”); e di lì a Kalymnos, alla ricerca di pace e di equilibrio: psicofisico, corporeo, verticale. Non so se Simone conosca o pratichi l’arrampicata, per quel che ne so è un appassionato velista. Utilizzando quella parola però ha intuito che quel che ci mantiene attaccati al nostro sogno di roccia corrisponde a ciò che manca all’interno del nostro piccolo mondo, e fra esso e gli altri. E’ sempre stato possibile concepire la scalata quale antidoto (illusorio) al nonsenso ed alle tante assurdità del nostro vivere: un’evasione e assieme una ricerca di un minimo di senso, in ambito ludico-avventuroso, che restituisse un significato allo stare in vita, alla passione, alla fatica; per questo, se pure involontariamente, è stata e viene tuttora così spesso presa tanto seriamente: perchè questa ricerca, per quanto inconsapevole, di una ragione profonda per viaggiare, scoprire e salire riesce ad andare al di là del movimento in sè, del gioco e della competizione. Più di tutti son gli atleti a prendersi sul serio: ma loro son pagati, lo fanno di mestiere. La passione gratuita non restituisce invece altro che emozioni, da sentire e da sapere, da toccare con le dita: e per cos’altro si rimane in vita? Si tratta quindi di un percorso assai importante, che merita un’attenzione maggiore di quella che comunemente si dedica alle tabelle di allenamento ed al registro delle performance. Oltre al gesto atletico c’è un tuffo al di là della realtà, un distacco dal mondo che può diventare introspezione ed infine ritorno consapevole alla realtà di partenza: una sfida basata tutta sull’equilibrio, che ci permette di comportarci al meglio nell’ambiente tridimensionale in cui ci muoviamo e confrontiamo, e non soltanto nel senso del saper restare appesi a volte, grotte e soffitti, ma anche del sapersi (ri)conoscere e mettere in gioco.
Ha detto Dal Prà (in un’intervista su Uomini & Pareti) che ogni scalatore si può immaginare come se avesse “una matita sulla pancia”, e che dalla linea ch’essa traccia sulla parete se ne possa ricavare la personalità, il carattere, lo stato emotivo, piuttosto che la forma fisica: siamo i movimenti che produciamo, l’equilibrio che raggiungiamo. Ma tutto questo avviene nell’ambito di un mondo frenetico e grottesco che lascia poco spazio al senso ed al perchè delle cose, alla pazienza, allo studio, alla conoscenza di sè e degli altri. Numeri e numeretti prendono rapidamente il posto dell’esperienza, e se si sbaglia ci s’incazza: è sempre più il risultato a contare, e non quel ch’esso significa e comporta per davvero. Tentar non nuoce, ma fallire – ammettiamolo – è frustrante; e pensare che per noi è o dovrebbe essere, per l’appunto, solo un gioco. Se così fosse, torno a dire, c’importerebbe poco. C’è invece molto di più, almeno in teoria; nella pratica, invece, il way of life da molti rivendicato a cosa si riduce? A vestir solo la marca pubblicizzata da un big che ti seduce! Ma quel che sta accadendo a Kalymnos (a patto di volersene accorgere) ci sbatte in faccia una realtà cruda e violenta che supera la nostra comune percezione di avventura e wilderness. Noi tutt’al più ci siam perduti al buio di ritorno da Arginonta Skyline; chi rischia la vita per fuggire dal proprio paese ha già oltrepassato un confine che non comprenderemo mai, neppure provando un grado di difficoltà mai prima immaginato. Il fallimento per costoro implica la morte, mentre la vittoria è un insperato terno al lotto. Il nostro sforzo massimo si limita invece a sognare un 7 o un 8, riequilibrando le fatiche dell’allenamento con quelle del lavoro e divertendoci a giocare con la sorte. Rispetto ai rischi che corrono loro siamo sfigati da villaggio vacanza, da sfavillante e squallida prigione d’oro. E ci raccontiamo storie d’imprese memorabili che si sgretolano come pietra poco solida, narrazioni che non reggono alla prova della Storia, utili all’ego d’un me ne frego. Su quest’individualismo fortunato, che fa della nostra vita la vita fra tutte più preziosa, si basa parte del potere del sistema che ci domina. Per questo consideriamo certe tragedie più gravi di altre, e valutiamo i bombardamenti difensivi inevitabili; accettando sproloqui autoassolutori, ossimori ed altri abili giochi di parole, purchè servano a rappresentarci incolpevoli e a garantirci un comfort in realtà del tutto illusorio, una impossibile stabilità definitiva. Quand’anche avessi conquistato il tuo angolo di pace o buen retiro ad Emporios, per esempio – laddove più altro non c’è, giacchè finiscono la terraferma e le falesie -, perfino là ti raggiungerebbero la crudeltà e l’assurdità dell’esistenza, sotto forma di disperati alla deriva.
thanks_KalymnosIn un numero particolarmente ‘impegnato’ (tanto da domandarsi se arrampicare possa essere, in certi frangenti, “un acte politique”), Grimper consiglia di non abbandonare l’isola ed il sogno, di continuare ad aiutare l’economia locale e, se possibile, anche i profughi, facendo appello ad un “esprit solidaire” che già si concretizza nello sforzo di alcuni volontari locali e di qualche climber di buon cuore: parole sante, che però non ci modificano nella nostra essenza, dando per scontato che noi si sia quel che si è, con il nostro fardello di responsabilità collettive, e che non si possa essere altro; turisti non per caso, ma per culo e che si prendon per il naso, turisti intendendo restare. Quale strada prenderebbero le cose con o senza il nostro turistico apporto non si sa, ingrato compito nostro è quello di…continuare a scalare. Sai che rivelazione, e che novità: è quel che facevamo già, e che speriamo ovviamente di poter continuare a fare! Saremo mai altro? Saremo mai qualcosa di più che arrampicatori, o per meglio dire arrampicatori per davvero? Avremo mai il coraggio di specchiarci nella parete che saliamo, e di guardarci salire? Quale immagine ne ricaveremmo, quale disegno a matita? Sensazioni e paure più o meno inconsce o indotte dovrebbero prima o poi lasciare il posto alla consapevolezza acquisita, la stessa che ci dà equilibrio e confidenza permettendoci di progredire. Sapere il motivo per cui si procede non è cosa da tutti, ma il tentativo dona un senso all’alzarsi in piedi d’ogni giorno; ben altra cosa dall’affidare al raggiungimento d’una sosta e un numerello il godimento quasi orgasmico, liberatorio, che dura appena qualche secondo pure quello.

“Godiamoci dunque queste spicciole giornate di ferie, di pausa tra un periodo e l’altro di lavoro e di totale alienazione, questo interludio di diversa distrazione e di consueto rimbambimento, tanto la nostra scelta l’abbiamo già fatta, o meglio, ce la servono pronta. E del resto quale pazzo metterebbe anche solo per un istante a rischio la propria situazione?”

siriani_kosNon resta insomma che accontentarsi ed autogiustificarsi, artificio in cui siamo esperti (“Siamo indulgenti con noi stessi, come sempre”); o pretendere da sè e dagli altri di dare finalmente un obiettivo e una coerenza, e quindi un equilibrio, al tutto. Nel primo caso sarà facile andar dietro all’apologia della vacanza occidentale fatta da Mario Calabresi su La Stampa (molto apprezzata dai compagni neoliberisti del Pd, nonchè dai giovani ciellini, e poi ripresa non a caso da Sallusti sul Giornale), il quale inneggia per l’intero articolo alla libertà d’andare in ferie: un privilegio destinato a pochi, in verità. “Hanno cominciato a toglierci l’ossigeno 14 anni fa, in una mattina di sole di fine estate, quando quattro aerei sequestrati da piloti kamikaze decretarono la fine del nostro modo di viaggiare”. C’è chi è costretto a viaggiar con molto meno, in condizioni climatiche romantiche, benché meno poetiche, rischiando tanto quanto: ma a noi occidentali superiori di queste altre storie terrificanti cosa importa? “Mai più spensieratezza” è la drammatica conclusione: amen, la spensieratezza è morta. Non abbiamo quindi perso granchè, tutto sommato. Forse, caro il mio cronista spensierato, se ognuno di noi si fosse adoperato per ridurre certi drammi e non generarne altri, avremmo anche potuto permetterci di godere il nostro benessere più o meno meritato. Viviamo invece nella più totale inconsapevolezza, pensando sia un nostro diritto naturale. Così, “Prima ci sono state rinunce esotiche”, poi “Siamo arretrati, sempre più chiusi nel cortile di casa”, ed infine ogni luogo è diventato un luogo pericoloso: “Aerei, metropolitane, treni, adesso i bar, le terrazze, i concerti e lo stadio”. Vuole “ricominciare a vivere” spensierato Calabresi, a godersi le vacanze (anche esotiche), il Papa, la Sindone, l’Expo, il Museo Egizio e le rovesciate (ebbene sì!) come se nulla fosse; e non sembra importargli granchè della situazione di quei luoghi esotici, di chi a ricominciare a vivere più non riuscirà, o se vi riusciranno i superstiti dei viaggi veri – non quelli della vacanza, ma della speranza. Fra i viaggiatori per diletto e quelli in cerca d’accoglienza per pietà, sembra che soltanto il ricco uomo bianco possieda una vita sola, garantita in serie A! Le decine di migliaia di morti nel Mediterraneo pesano davvero tanto poco? Presumo che la risposta sottintesa sia: pazienza. “Del resto muore gente senza nome, che non orienta alcun peso politico, alcun peso economico”, sottolinea Perotti giustamente. E’ questo il punto: “anonime sono le migliaia di morti in questo mare vergognoso”, dove soccombe gente che per noi non conta, gente diversa da noi, ben diversa da quella che affolla le nostre sacre metropoli, per la quale si scatenano guerre postume e preventive (insomma perenni), delle quali la politica si ciba e l’economia vive.
Quando Calabresi separa noi da loro, separa quindi concettualmente prima lui del terrorismo due mondi differenti: quello della ricchezza e quello della povertà. Quel che dimentica di dire è che buona parte di tale ricchezza proviene proprio dal fatto d’aver più o meno direttamente costretto altri in condizioni di guerra e/o di povertà, o dall’averne quantomeno approfittato. Se i tanti che s’indignano a comando fossero in buona fede, non dovrebbero considerarlo un trascurabile dettaglio. Ma a costoro importa non tanto la conservazione della propria libertà, quanto quella del proprio tenore di vita; alla faccia di chi ha i soldi solamente per scappare dalla propria invivibile condizione, e trascurando che spesso quell’invivibilità dipende dalle scelte dei nostri cari governi occidentali, e dalle commesse e dagli affari delle nostre amate aziende tricolori. Nessun segreto o mistero, informatevi, e già che uscite a respirare badate a metter soprattutto la testa fuori: scoprirete che certe libertà si conquistano, van meritate. Chi si mette in viaggio per davvero ci prova, vi è costretto; chi va in vacanza nel migliore dei casi prova forse solo a dimenticare per brevissimo tempo quel che è: osservatore passeggero, non pacifico ma imbelle, non incosciente ma impunito, ignavo o rassegnato ad un terrorismo di Stato e di sistema quotidiano, ad una criminalità alta, mafiosa, rispettabile, b(l)andita, giustificata. E a lui, cioè a noi, la compartecipazione psichica con quell’orrore ben studiato, chissà perchè, non verrà mai applicata.
Per esorcizzare colpe e nasconder verità si preferisce accomunare i terrorismi d’oggi e di ieri azzardando arditi parallelismi, perchè è più facile limitarsi a dire che “il terrore fa rima con kalashnikov”, mica con bomba; eppure è quest’ultima, concorderete, a far rima con tomba. Sarà che d’una rima lontana non ci giunge chiara l’eco, ma dovremmo poter capire che se le vittime si moltiplicano non è per via d’una barbarie sola; e se è vero che il terrore colpisce “persone e obiettivi che non hanno alcuna responsabilità per le guerre e i conflitti che si sono determinati nel mondo”, andrebbe aggiunto che ciò è da ritenersi vero se ci si riferisce alle responsabilità individuali…mentre quelle collettive chi se le accolla? Manco a dirlo, dovrebbero farlo i nostri (legittimi?) rappresentanti. Ma, per combinazione, di essi il terrorista si disinteressa (complotto troppo?); viceversa, quelli al terrorista s’interessano eccome: quand’è conveniente, addirittura per salvarlo e tenersi il malloppo. Quanto a noi, fino a che punto si può dir che non c’entriamo? Basta il fatto che non impugnamo volentieri una pistola? Lavoriamo però in tanti diversi campi che hanno più o meno direttamente a che fare con la guerra, con le armi, con repressione e controllo, con la violenza (in America la portano anche a scuola); e tolleriamo fin troppo silenziosamente l’esistenza di leggi che rendono semplice e naturale il traffico di armi ed armamenti, mentre agli esseri migranti abbiamo il coraggio di rendere difficili diritti e movimenti. Pertanto, quale “dialogo” o “processo di pace” s’intenderebbe rilanciare, quando teniamo in piedi noi per primi un sistema di guerra e di violenza che non fa che alimentare nuovi terrorismi? Questa è la verità che ancora una volta si tace, che si evita sempre di guardare, preferendo l’abuso di frasi ad effetto trite e ritrite, luoghi comuni democratici, scuse troppo facili – perfino un incredibile “ricatto” psicologico che subiremmo, oh noi poverini!, da parte degli “occhi dei bambini”
quando_la_guerra_torna_indietroInterventi militari/coloniali a parte, non è forse considerabile come un “attacco alla democrazia, la pace e la libertà” la produzione, la vendita e l’esportazione da parte nostra di bombe che poi vengono lanciate altrove? Oppure il solo fatto ch’esse vengano fabbricate e smerciate qui, ma lanciate da un’altra parte (magari in paesi non propriamente democratici, dove l’estremismo prende piede) ci manleva da questa responsabilità? Quanta ipocrisia in questi piagnistei sindacali unitari, in questa comunione di onerosi sensi, in questo lavoro acritico e senza qualità preso per panacea di tutti mali! Tutti c’entrano ma nessuno c’entra, noi non c’entriamo mai ma qualcun altro chissà come poco più in là crepa, sarà la sfortuna: e non ce ne curiamo…fino a quando l’orrore non tocca improvvisamente noi anzichè, com’è consuetudine, altri più sfigati di noi. Quindi dov’è il problema, perchè tanto sconcerto? Saremo presto turisti-padroni d’un deserto. Nessuno è purtroppo il primo ad esser morto invano, vittima d’un mondo già di per sè inumano – che non è migliore se si scanna per un parcheggio, anzichè per il Corano -, e d’un mercato che sa guardar distante, e che sempre più lontano prova a piantare semi d’odio, generando o soffiando sul fuoco d’irragionevoli conflitti utili a mascherare e ad annullare quell’unico conflitto che potrebbe fargli male.

“Io credo che nonostante le enormi divergenze, la determinazione intellettuale intrepida, costante, fiera, come cittadini, di definire la reale verità delle nostre vite e della nostra società sia un dovere cruciale che incombe su noi tutti. E’ di fatto un obbligo.” (Harold Pinter)

“L’illusione di poter vivere tranquilli mentre il mondo affonda nelle guerre e nell’ingiustizia è soltanto una chimera. (…)
Le bombe russe, americane, inglesi, francesi, forse domani italiane in territori su cui non abbiamo alcun diritto d’azione e operazione, lanceranno sempre schegge su di noi. E ogni volta che qualcuno cade, stupirsene non ha che il senso del paradosso.”

A cader per poco noi, per gioco, siamo già abituati; ma il confronto con il vuoto e con la morte resta potenziale, e tutto interno alla nostra esperienza individuale. Entrano adesso prepotentemente in gioco gli altri, in modo assurdo e criminale, sia che ci attacchino sia che ci chiedano aiuto. Ma gli altri sono sempre esistiti, come esiste da sempre la povertà con i suoi diversi livelli, e a noi tocca confrontarci con nuovi e diversi gradi di difficoltà che riguardano la nostra coscienza: sapremo opporre mai una qualche resistenza? Siamo allenati in tal senso, o possiamo farne a meno? Vorremo mai rivendicare un’esistenza che non sia limitata solo al tenersi stretti il posto più comodo e sicuro, la prima fila sull’orrore, l’indifferenza e la volgarità, sulle verità dei ricchi, sulla loro inciviltà?
Sta bene allora, stipiamo nello zaino tutti i buoni propositi e ritorniamo ad arrampicare anche all’Inferno; ma per favore, vediamo di darci una svegliata per non restare quel che siamo oggi anche domani ed in eterno.

“Mare mare mare / voglio annegare / portami lontano a naufragare / via via via da queste sponde / portami lontano sulle onde.” (Franco Battiato – Summer on a solitary beach)

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reality_monte_biancoDi gufi e divanisti, veline ed alpinisti. Se vi va.
Altrimenti, di tutt’altra idea di libertà.

“Questo reality non s’ha da scalare.”

“I gufi sono quelli che, pure quando una cosa è indiscutibilmente fatta bene, riescono nella faticosa impresa di trovare parole allarmanti e denigratorie per descriverla.”

“Il problema dei reality show è solo uno: chi li guarda.”

“qualcuno ci definì “parassiti sociali” (…). Eravamo costantemente alla ricerca di un confronto: chi con sé stesso, chi con gli altri, ma sempre attraverso la “libera”, (…) per sentirci più “liberi” da quell’omologazione che sembrava serpeggiasse avida di proseliti, sì proprio quella che cantavano i CCCP: “produci-consuma-crepa!”, e vivevamo sempre in attesa di un nostro, del tutto inutile ma nostro, “Mercoledì da Leoni”.” (Giovannino Massari)

“Per la mia generazione la montagna è stata sinonimo di libertà.” (Maurizio Oviglia)

“Dove cavolo è finito quel senso di libertà?” (Alessandro Grillo)

Oggi la montagna rischia di diventar per tutti sinonimo di reality. Cioè, nè più nè meno di quel che è sempre stata: l’avventura vista dal divano. Una montagna che per tutti non è mai stata, che si preferisce in vendita o mal rappresentata. Per chi è abituato a vederla invece come la conquista, se non antica della vetta, quantomeno nuova e più profonda dell’altopiano, il “divanista” parassita è piuttosto colui che, VIP o NIP, alla libertà ha già rinunciato, preferendo la TV allo scarpinare, la mistificazione alla realtà, lo spettacolo passivo e buffonesco della vera o immaginaria vita d’altri ad un’esperienza propria, concreta e genuinamente spettacolare, che si pensa forse di non poter sostenere; per cui al teatrino di quella altrui ci si deve aggrappare.
Amici del divano sono i media, che si limitano a correr dietro a quel che accade finendo acriticamente schiavi della divulgazione del nulla: come se ci dovesse davvero interessare se “Ci siamo persi la bella e simil-perfida Dayane”, appassionandoci all’ennesima telenovela trash, cascando nel crepaccio del gossip e confondendo lo sport col circo, momenti formativi con pillole instupidenti. No, proprio non basta sostenere che “la buona e “perfettibile”, come dice Simone Moro, trasmissione Monte Bianco, (…) merita un pochino più di attenzione dalla gente di montagna e che la montagna la vive e la ama, perché comunque di montagna si parla”: sarebbe preferibile che non se ne parlasse in una certa maniera, e forse, al limite, che non se ne parlasse affatto; giacchè di tutte le emozioni e dei valori dei quali si ciancia, quel che resta a contare è solo il business perdente che sta dietro a questa pantomima di verità, e null’altro. Tutti i principi della montagna che mi son stati trasmessi, e che approfondendo ho fatto miei, cozzano con l’idea stessa di una oscenità simile, una minestra liofilizzata e riscaldata che a quanto pare non offre nulla di nuovo e che va ben oltre le scalate artificiose di Manolo a Jonathan. Se infatti quest’ultimo rappresenta comunque indubitabilmente una delle espressioni più celebri e significative dello spirito dell’arrampicata, queste modelle buttate sulla neve quale senso hanno? Ce le buttassero nude almeno, capirei. Ah, ma già lo fanno?

“Polemiche sui social per i comportamenti della spudorata Dayanne Mello e del capriccioso Stefano Maniscalco. (…) Per la seconda volta di seguito (due puntate su due), Dayane Mello ha mostrato le sue grazie con la scusa di doversi lavare nel fiumiciattolo ghiacciato vicino al Campo Base.”

Non mancano ovviamente, visto che tutto in fondo si basa su quello, foto e video dell’impresa, riproposte anche quando la TV non è più accesa. Quanta bellezza gettata alle ortiche, svilendo anche l’ambiente circostante! Seppure di storie d’alpinisti capricciosi e spudorati ce ne potrebbero esser tante, andar per monti non è andare alla spiaggia: non ci vuole un “gufo reazionario” per poterlo affermare; reazionario non è l’antimoderno, è chi difende una realtà immutabile di squilibri di forze e di sottomissione culturale popolare. Ci manca solo il dover fare ammenda e tanti complimenti per poi buttarci nella ressa, prestando anche soltanto un poco d’attenzione a questi miserabili mezzucci di distrazione di massa.
Badate che non so di che parlo, visto che non possiedo una televisione (lo metto nero su bianco anche nel caso in cui passasse di qui qualcuno deciso a farmi pagar la nuova tassa). E badate che non sono più neppure iscritto al CAI, da quando han palesato di premiar non ciò che sei ma ciò che fai. In più, la risposta accademica al Foglio in merito al programma non mi par risolutiva.
Forse, semplicemente, questo ennesimo format rincitrullente anche senza visione preventiva può essere pensato figlio di quello già sperimentato in forma soft sull’isola greca del boom verticale, con veline al seguito convinte che la montagna sia Courmayeur; proprio come la coppia d’oro zecchino Sallusti & Santanchè, che con chiacchiere e pettegolezzi marcia su un’Italia che marcisce fra scandali e scarsa memoria, e di cui tramite gossip si vorrebbe ricostruir la storia.
Il tentativo bieco è quello di portarci a pensare in blocco come loro più di quanto già non si faccia; a prendere le cose come cultura dominante comanda: cosicchè salirà chi può (i corridori del Tor des Géants, non certo te), qualche fortunato sarà spettatore pagante, e voialtri starete a guardare, o feccia.
Oddio, può essere che sotto sotto questa visione non sia del tutto sbagliata o controproducente: “parassiti sociali” o nuovi guerrieri che fossimo, non eravamo buoni a niente; se invece sei così demente da goderti talpe, secchioni o fattorie dopo il tiggì, puoi continuar tranquillamente a farti rigirar la solita frittata e a non pensare ruminando l’insalata: puoi capire a me quale amarezza mi rimane. Dopo il Monte Bianco, però, ricordati di pulire la cucina e di pisciare il cane.

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