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Posts Tagged ‘Andrea Di Bari’

coda in autostradaRipubblicato da Roby Benvenuti, luglio 2011 (vecchio sito non più esistente)

“E oggi sono molto contento, contentissimo, di non avere il mio nome stampato sulla fronte: per non dover spiegare, raccontare, giustificarmi, per poter salvare la mia libertà di essere diverso in questo vecchio e stanco anfiteatro calcareo.” (Enrico Camanni, Il Circo – Rivista della montagna, 1983)

Rileggevo giusto ieri Andrea Di Bari, l’introduzione ad una vecchia guida di falesie, anni ’90: la ricerca di un proprio spazio vitale nell’ambito della democraticizzazione del sogno verticale. Riportava alla mente l’“amarezza” di Camanni, spaesato nel circo finalese degli ’80 al Monte Cucco, “per un’attività libera che non lo è più”. Vero o falso che sia, è ancora possibile, nel 2011, in tempi di raduni ed adunate ed emozioni sponsorizzate, riuscire ad arrampicare fuori dalla “ridda delle grida”, senza dover fuggire in eremitaggio (e in pericolosa solitaria) in cima ai monti? Certo, basta essere locals. Non un inno elitario/snob ad asocialità e misantropia, ma all’aurea benchè modesta sapienza del conoscitore mezzo climber e mezzo etnoantropologo, per andar contrariamente al consumismo verticale presenzialista e modaiolo oggi imperante. Scusate le parole.
Il primo segreto del vero locale è però ch’egli tutto sapendo, ben poco riveli. Mi limiterò pertanto ad una descrizione in vaga, rozza prosa poetica, priva d’accessi e informazioni utili, ma solo di tanta inutile passione, che solo in altra passione è monetizzabile, poichè solo in altra passione si trasforma. Vocabolo che vien da patimento e sofferenza, non vorrete averci a che fare.

Prendi dunque un normale weekend di luglio, che al mare di notte non si dorme dal caldo e pure a cercar del fresco fra gli alberi la calura t’assale, un weekend che non vedresti l’ora di tuffarti se non dovessi esser costretto anche al bagno di folla consuetudinario fra orde di panzuti turisti in panciolle, smidollati e sbragati, che strepitano divertendosi ma ammazzerebbero per un parcheggio. Quindi, niente mare: lì ci porteremo ad ululare la morosa, forse, una notte con la luna. Parcheggiamo l’auto al solito parcheggio da dove tutti vanno a scalare sempre sulle stesse vie, dagli appigli ormai divenuti color rosa-arancione, e c’incamminiamo altrove. Come parcheggiare comodi in periferia per recarsi in centro città, raggiungendolo tramite una scorciatoia e scoprendolo stupendamente deserto. Only locals. Eppure la falesia esiste, c’è, è pure relazionata. Bianca o grigia che sia, la sua roccia risplende d’una bellezza pura, candida, immacolata: un vero gioiello. Dappertutto scali senza solo tirare, le linee non son strisce di fittoni bensì le capiresti ad occhio nudo, oltre ad immaginarle in sogno; ed alcune sappiamo bene che le potremo immaginar soltanto… Ma le altre le saliamo affamati di calcare, ansiosi da cascare, malati da curare. Una ancora, la più bella, ha da cedere alle nostre maschie insistenze, e stavolta non saprà resistere a lamenti e sbuffi, abbracciando materna e consolatoria gli spavaldi. Questione non di charme, ma di confidenza. Only locals.

Tutta un’altra aria tira nella terra che con la nostra confina: basta saper resistere, in ordine, al cappuccino bollente del sempre più boicottabile autogrill delle Autostrade per Benetton, che neppure mi riusciva di stringer fra le dita la tazzina; ed alle curve nauseanti che invitano a sagre d’innominabili, inquietanti specialità locali – pur evocando violenti ceffoni, di focaccine mi dicono alfine trattarsi. Dopodichè, occorre saper guardare ove di roccia non se ne vede, intuire fra le dolci curve dei colli e gli orrendi scavi delle cave, fantasticare con gli occhi tra le nuvole, immaginar salendo. Impresa ardua per tutti oggigiorno, fuorchè per i matti e per chi, amico dei matti, il segreto già conosce, essendogli stato da questi raccontato. Egli sa che, ad esser particolarmente fortunati, lassù si troverà aria fresca di primavera, da infilarsi un maglione, ad avercelo! E pensare che stanotte dal caldo quasi non ho dormito. E che l’ultima volta che venimmo qua la parete grondava furibonda il proprio stesso sudore. Ma con queste incredibili condizioni di aderenza, dove staranno nascosti i locals? Forse a chiodare l’inchiodabile, che tanto qui pare ci sia sempre qualcuno capace di salirlo? O forse a spiare le nostre goffe movenze fra i rami dei castagni? Non penso proprio, anche se da queste parti stanno alquanto legati al vale/non vale, la gente è riservata ma accogliente, affidabile e serena, e poi la parete è ampia e c’è spazio per tutti…specialmente oggi che siamo in due! Questione di privilegio, non so se meritato. Only locals, o quasi.

Per ultimo, il colpo di scena: spariti sono i locali perfino dalle loro stesse falesie segrete! Ce ne son credo già ben quattro nella zona, ben nascoste fra ripidi pendii boscosi a rischio frana, gole cupe ed oscure, parole dette e non dette. Qualcuna, ohibò!, prende anche sole: da queste parti infossate, ed oggi poi!, con questo cielo nero spaventoso, non l’avrei ritenuto possibile. Non c’interessa: è il fresco che da visitors cerchiamo, ed il miracolo avviene nel pomeriggio sotto forma di venticello da comoda felpa estiva non appena gli unici altri due avventori han deciso d’andarsene, scacciati dall’afa. Approfittiamo e performiamo più che si può; per noi ci vuol poco a festeggiare, anche in tempi di globale critica mestizia e tragiche commemorazioni. Cercano i grandi del mondo la pace nel mondo a suon di bombe a nome nostro, io a nome mio la ritrovo nel buco di culo del mondo che più bugie non permette di sentire, ma soltanto gli uccellini là su i rami e il fiume in fondo. Figlio dei fiori mai, ma è di questo che adesso e forse sempre ho avuto voglia e (bi)sogno: più che di rivalsa pace, più che di rivolta sonno.
I’m tired, so tired. / I have sleep to do. / I have work to dream.” (Bill Knott, (End) of Summer (1966))
Noi siamo appena all’inizio dell’estate, ed il nostro piacevole lavoro extralavoro è fatto prima ancora d’esser stato sognato. Il sogno è (as)salito, provocato, a forza e in fretta e furia realizzato, vinto a suon di frenetiche ma estetiche tallonate. Stanchi ma contenti, anche coi piedi a terra ci mettiamo per traverso occhi alle nuvole, ritrovando il nostro equilibrio nel sonnecchiare abbandonati sullo sbieco tavolato roccioso, che non sai più dov’è il diritto ed il rovescio, ma il giusto e lo sbagliato sì. In direzione ostinata e contraria sognando d’andare, fuori dall’incubo plumbeo e da ogni civilizzata repressione, ingenuamente liberi, cocciuti e diffidenti per espressa vocazione. Only locals, anzi: locals d’adozione.

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“Andare e provare per credere. Il miraggio di Kalymnos è forte. Sarà un po’ consumistico, preconfezionato, troppo perfetto, low-cost e in fondo a portata di mano, però diventa come il mal d’Africa. (…)
Speriamo che a forza di bucare l’isola non diventi tutta una grande, enorme spugna tristemente in vendita ai turisti.”

“Il massimo trionfo della scienza sembra consistere nella velocità crescente con cui lo stupido può trasferire la sua stupidità da un luogo a un altro.” (Nicolás Gómez Dávila)

Ho già avuto modo di scrivere dell’isola (qui in inglese), non dell’utopia.
Mi concentravo come al solito sui dati negativi, sul conto delle cartacce, sulla fine della mia pazienza e fors’anche delle mie cartucce. Senza dimenticare il vento incessante che trasporta i sacchetti e la coscienza ambientale pressochè inesistente fra i locali, ma sottolineando le cattive abitudini che rendono il climber ospite deprimente, consumator danzante, turista come tanti e tante.
Quando ti ritrovi in coda per il check-in a Bergamo hai già capito d’essere parte del film: la fila è composta da tuoi simili tutti vestiti eguali a te e fra loro ma distinti, nel portamento e nell’abbigliamento, che dal rasta allo skin ci divide e assieme ci accomuna. Ci vuol fortuna ad agguantare il volo quando vuoi, han deciso di fare affari ad agosto adesso, e nessuno che sia informato sul compleanno fuori stagione del sottoscritto, ricorrenza più ambita della stessa Pasqua ortodossa. Per questo, son sicuro, cantavano odi al cospetto di Zeus mentre salivo a gemiti Pipe Cleaner fino al rantolo finale del tramonto, e ci sarebbe stato quasi da scusarsi per aver turbato quell’atmosfera magica, irreale.
Il primo anno un locale dalle luci blu soffuse mi ricordava ad ogni passaggio serale lo status di Lucky Man cui toccò anzitempo il privilegio di toccare il cielo senz’aver pensato mai di volerlo raggiungere davvero. Telendos era un luogo ancora da esplorare, prendemmo il sole in spiaggia senza neppure pensar d’arrampicare; tornando indietro scarabocchiai memorie per un abbraccio dal sapor di salsedine, spinto dal freddo ed adorato per l’affetto. Anni dopo vivemmo più compiutamente l’esperienza definitiva dell’isola nell’isola, del sogno interno al sogno: non tutti i bagni di luna si somigliano, così come le isole coi gatti e i ristoranti di pesce. Quasi dimenticando le rocce da poco abbandonate, col buio del sentiero anzichè con la luce dell’alba ritorni barcollando alla vita – a tenerci davvero alla vita -, ad una libertà non democratica ma fisiologica che all’unisono vede realizzarsi subito – non oggi nè domani: qui, ora – ogni desiderio, come lo desidera e ne gode un bimbo. Ed il resto del mondo per oggi può aspettare. Il cuoco aspetterà che tu abbia finito di sguazzare, il capitano che tu abbia finito di cenare; i gatti, che tu voglia dar qualcosa pure a loro.

Ma poi non è più stata la prima volta, e neanche la seconda.
Come sempre, prima di scrivere dell’isola (per trovar pace anche quando senz’isola), mi torturavo: parlarne o non parlarne? Promuovere o celare un sogno che non si vorrebbe rovinato, e che si vorrebbe poter continuare a scoprir vero alla mattina, ogni nuova mattina con lo stesso strepitoso panorama perpetuato? Un tempo anche la pace credo facesse parte della “straripante proposta di stile di vita” (Wolfgang Güllich) dell’arrampicata, o quantomeno era questa l’interpretazione del perfetto misantropo; oggi va ricercata fuggendo dalla Grande Grotta come si vorrebbe evitare a Milano la tangenziale. Lo dicevamo a Sakis che l’aereoporto sull’isola non ci sembrava un buon segnale.
Scrivo del passato perchè il futuro è già scritto: qualche altro americano scoprirà i grandi strapiombi esclamando paonazzo “Cool! Steep! Big jugs!”, qualche altra scritta a spray di affiliati al KKE comparirà rossa sui muri, e qualche altra ragione per portar denari (noialtri) e solidarietà (loro) e per unir persone e circostanze ci sarà sempre, ma il punto è che a me quest’angolo di terra di Grecia spuntata dal mare comunque sempre risolverà l’eterna ed incostante crisi emotiva, psicofisica, motivazionale; facendomi ammalar d’un altro male, che per chi vien qui da un po’ oramai è normale. D’altronde Panacea è una figura della mitologia greca, anche se io non son proprio la personificazione della guarigione.

Ma da quest’anno a Kalymnos oltre alle tufas c’è di più: la Federica! Curioso, prima d’ora – annebbiato, immagino, dai fumi della magnesite – non ne avevo mai sentito parlare. Il North Face Kalymnos Climbing Festival s’accoppia infatti con uno sponsor d’eccezione: la Jeep. La quale forse non si rende conto che andare a pubblicizzare i propri prodotti a Kalymnos, dove l’automobile in pratica non serve neppure…è piuttosto ridicolo. E la quale sull’isola trasporta l’uomo di punta Simone Moro, alpinista internazionale e testimonial dell’azienda, accompagnato (beato lui) dalla showgirl romana Federica Nargi, già nota per esser stata protagonista d’un reality televisivo in onda su Rai 2, oltre che velina mora di Striscia la Notizia sulla rete concorrente.
Lo stacco di coscia, per carità, non si discute, e la tetta è rotonda come la ‘O’ di Giotto. Mi domando però, mentre li guardo sorrider compiaciuti e mi prevedo a passeggiare su una solitary beach riflettendo sulle mie disillusioni, che c’azzecchi tutto questo con l’isola ed il sogno, con lo stile di vita e la magia, con la decantata “condivisione degli stessi valori di avventura, passione e libertà” che gambe e motori dovrebbero secondo qualcuno promuovere ed esemplificare dal momento che sulla fiancata del mezzo ci hai fatto scriver “Mountain”.
Va bene Di Bari col trapano a trafugare canne, che ormai l’hanno capito ch’era ladro solo d’emozioni privilegiate da redistribuire; e va bene che siam stati noi italiani a portar sin qui l’arrampicata (oltre all’occupazione militare)…ma dovevamo proprio portarci tutti gli aspetti pseudo-culturali d’un paese ch’era mondo dappertutto fuorchè forse a Massouri, trasformandola, oltre al business ed alla competition, pure in un format neocoloniale all’amatriciana?
Questo sarà ricordato come l’anno delle veline a Kalymnos. Credo che anche i locali a questo punto abbiano visto davvero tutto; ed io in cuor mio, scusate, son distrutto.

Autogiustificazioni, equilibrismi ed ipocrisie da viaggio:
““I Italì itan kalì” ovvero italiani brava gente. Insieme all’espressione “Mia fatza, mia raza” – una faccia una razza – è forse quella che meglio di tanti saggi o trattati riesce ad inquadrare efficacemente il rapporto tra i greci ed il nostro paese.”
“We seek to justify our traveling around the world in our hunt for the most beautiful cliffs and mountains, by doing our best to minimize our negative impact on nature and supporting the local communities and tradesmen.”
“purtroppo l’ambiente non è il problema principale degli abitanti di Kalymnos; spesso infatti si trovano parecchi rifiuti lungo le strade e talvolta anche vicino alle spiagge (ma per fortuna mai nelle falesie!) e questo è un vero peccato visto la bellezza dell’isola.”
“La Commissione è stata forse contattata in merito all’incenerimento di rifiuti domestici sulle colline delle isole greche (in particolare presso Pothia, Kalymnos)? Sta passando al vaglio tali affermazioni? Intende la Commissione avviare un’indagine?”
“Particolare è il “LonglineJeep Contest”, che si svolgerà presso l’area del Village e prevede l’utilizzo di 2 Jeep Wrangler poste all’estremità della corda per la gara di Slacklining. Un evento da seguire anche da casa vostra, comodamente seduti davanti al vostro pc.”

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