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Posts Tagged ‘amore’

screen-shot-2010-05-10-at-10-04-30-amDi seguito riproduco il contenuto d’un vecchio opuscolo poetico che non so più dire a quale epoca risalga; credo che qualcosa valga, ma ero giovane, e tanto basti per contenervi nel giudizio.

Domani e dopo

Che fare
quando tutti i rami saranno rimasti
spogli e piegati
sulle nostre lenzuola
soffocandoci di grigio?

Montare delle tende pesanti alle finestre forse
o trasferirsi sulla punta del ramo più lungo
per non accorgersi che mi ami
ormai soltanto a cosce strette
attorno ad un sogno sbagliato

Oh, non so come uscire da questa situazione

Dimentica qualsiasi cosa possa essere stata mia

Sento questo e poco altro

Aspettando che tu tornassi
ho dato le spalle alla porta di ingresso

Sento questo e poco altro, che è ciò che voglio:
il calore delle tue mani quando arrivavi assieme all’autunno

Uno solo

Non ci spegneremo nello stesso momento
così come non ci siamo scopati sovrapposti
ma uno prima o dopo l’altro, o in parallelo

Sporgendomi dalla finestra e carezzando il vento
chiudo lento gli occhi e capisco che
uno solo di noi due resisterà all’amore

Tu
getti nel canale la mezza sigaretta

Ricorrenze

Nel giorno della Festa del Lavoro
ho ripulito i miei desideri, rimboccato i comfort
studiato le tue caviglie, cercato quel braccialetto che tenevi
se non sbaglio al piede destro

Nel giorno della Commemorazione dei Caduti
t’ho attesa per una lunga ora come un avvoltoio
appollaiato sulla fontana
poi ho pensato che fossi morta anche tu, lungo la strada

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sampietrini“Noi facevamo il male / il male era fatto bene”
(Jacques Prévert, da Fra le sue mani)

“Hai la rivoluzione in te / mi convinci a risorgere”
(Afterhours, da Elymania)

L’amore esibito non la spaventa: come I ragazzi che si amano di Prévert, anche noi nei lunghi attimi del bacio non ci siamo per nessuno, anche se attorno è folla, traffico e rumore. Ci basta una piazza, un vetro, un portone. Chiudiamo gli occhi immergendoci nell’abbagliante splendore del nostro amore che anche se non ha l’ardore del primo aspira alla dignità di quello che si vorrebbe ultimo, forte, solido, ma che comunque s’ha da accettare per quello che è: pura sorgente d’emozioni conosciute eppure sempre nuove, resistenti all’inedia del tempo presente, alla perdita progressiva di qualsiasi valore, troppo spesso svilite poichè vissute senza più essere comprese.
Agnese, fra le tue mani torno a confonder male e bene, sei tu la donna della mia rivoluzione, artefice seducente del cambiamento, guida affidabile e convincente, scagliata contro il timore della morte prossima e di quella in vita, la piazza Tahrir in cui entro da uomo libero ad impregnarmi d’orgoglio e di passione. Fra le mie mani scopri che non c’è possibilità d’errore nell’esserci cruciale del momento, nell’accadere senza necessità di spiegazioni; nel tentativo di costruire finalmente un mondo a parte sotto il nostro comune controllo, senz’ordine eppure sicuro, liberatorio proprio nell’istante in cui nel gemito ti paralizza.
Se il mio desiderio d’individuo conflittuale e incontenibile da nulla può esser soddisfatto, tu sei la mia eccezione a lungo e faticosamente ricercata. Io il soggetto della rivolta, tu la rivoluzione; io il sasso scagliato e tu la strada.

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SchieleGliamanti“Stiamo abbracciati alla finestra, ci guardano dalla strada:
è tempo che si sappia!”

(Paul Celan, da Corona)

L’amore per i dettagli mi ossessiona. La perfezione ha qualcosa di disumano se ricercata, artefatta, costruita; ma pare un miracolo se è come la pummarola, come natura crea. E la perfezione è nell’armonia globale, e assieme nei dettagli: non c’è armonia nel tutto senza precisione nel particolare. Sia chiaro, perfezione non implica assenza di difetti, bensì coincidenza tra immagine e desiderio, tra sogno e realtà individuali, in un gioco di reciproche e mutevoli aspettative.
Agnese perfetta non è. Fin dal nome suona male, ci s’immaginerebbe una rotondità scomposta a mò d’agnolotto. Invece è magra senza esser spaghetto, ma lunga e affilata come il coltello con cui i suoi occhi intagliano il cuore del malcapitato. Non so più quale forma possa avere assunto il mio, immagino sia a cioccolatino, a fetta di meringata. Spurga infatti talvolta dolcezza nauseabonda.
La guardo sollevarsi dal letto per raggiunger la finestra e mi piace avvertirne a malapena i passi su tappeto e parquet, percepirne fluidità e leggerezza. Non è un fantasma, l’ho da poco toccata e stretta fin quasi a farle male, come per trattenerla appesa a una minaccia d’amore, che infine sia come sappiamo non riuscire ad esser mai: eterno. E’ piuttosto la maniera in cui vedo muoversi il destino in questo periodo: armonioso, stupefacente e senza affanni, senza cadute. Ha caviglie sottili ma forti, scivola con grazia incomprensibile, in punta di piedi arriva a riportar la luce. Sfuggo al richiamo rifugiandomi ancora sotto le coperte. Lo faccio apposta: a quel punto so che mi verrà a svegliare giocosa tra pizzicotti e fusa di gatta, con quegli occhi che tanto ammaliano da spaventare; rabbrividendo ne scruterei i particolari, che una luce più intensa adesso meglio definisce, godendo nel pregustarli e ad ogni nuova carezza, ad ogni nuovo assaggio. Ansimando forse le chiederò d’alzarsi e di camminare ancora, solo per me, maliziosa e crudele come la bestia attorno alla sua preda. M’inchinerò al piacere d’obbedire ad un desiderio superiore, nè sorriso nè dolore, nè stupito nè stanco d’esprimerne e d’assorbirne ancora. Avrò compreso allora quella delicatezza e l’avrò fatta un poco mia.
Agnese, dolce Agnese. Ti volti, ruoti, non cammini, volteggi; sei il gioco e l’oggetto stesso del gioco, o almeno così credo io pensando per un poco al solo balocco mio senz’accorgermi che sai anche tu pretendere o dire basta in un’occhiata; certo, eccedere è una debolezza che patisco. Ma fra le debolezze adoro vederci sprofondare, sino lassù ai fianchi riesco a malapena ad arrivare, da quelle dolci pieghe, da quelle graziose incurvature non mi stacco. Inventiamoci un nuovo modo di giocare, scoprilo, non mi ci far pensare. Frughiamo nei dettagli, cedimi ancora, làsciati ossessionare.

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Ricordo di un’estate

calippobiraFresche di frigo. Suck it and see.

Amore estivo 1

Bisogna rassegnarsi alla caducità della bellezza
e dell’amore, non all’incapacità d’amare.
Ciò nonostante, ti confido dove nasconderei
questo nostro bozzolo d’amore: nel congelatore.

Amore estivo 2

L’amore estivo sa di non poter durare,
per questo lascia il bene senza avere il tempo di far male.
Non conosce questa fugacità l’eterno mare:
per questo anche stasera gliela andiamo a raccontare.

Amore estivo 3

Ostinata è l’onda, mutevole la sabbia,
sempre uguale la tua bellezza qualsiasi viso abbia,
sempre nuovi i tuoi sorrisi, sempre tenero il ricordo.
Se ti ho persa è stato un attimo, ma ancora non demordo.

(immagine tratta da Tempo Libero 2.0)

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Casa nuova, vita nuova

inquilino del terzo pianoComponimenti sul tema. Case sparse per casi chiusi.

Affondo

24 dicembre 2010

Casa nuova, vita nuova
non m’impicco fino a giugno
e finchè mi tengo in pugno
fortunata chi mi trova

L’ospite amore

12 marzo 2011

Probabilmente
la casa non nostra dove c’incontriamo
è il simbolo di quel che non siamo
e di quel che mai diventeremo

Ricordo

Sono tornato nella casa dove
l’abbiamo fatto sul divano aspettando gli ospiti
e il campanello del forno

Ho rimesso le fotografie che avevo rubato
al loro posto
poi, sono tornato al mio

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“Con la bocca non solo il neonato mangia, ma anche pensa” (Susan Isaacs)

Interessante. E l’amante, con la bocca, che ci fa?
Ci pensa pure l*i. Pensa con gusto: al sesso fatto prima, a quello che si farà dopo, a quello ancora fattibile nel frattempo.
Dicono infatti che sesso e cucina formino un’accoppiata vincente. Dipende da chi cucina. Se tocca a me, non si va oltre le prime quattro chiacchiere. “Cosa desideri stasera, cara?”…”Coniglio in umido”…”Bene!”. Come cazzo le sarà venuto in mente, provocatrice nata che non è altro. Io scherzavo! Mostro entusiasmo. O te lo fai, inventando gli ingredienti dei quali non dispongo, o mi lasci il tempo di raggiungere la prima rosticceria. Che a quest’ora è chiusa. Perciò, non si mangia. E non si fa neppure altro, aggiunge lei. “Bene!”, ripeto, e assieme al frigo chiudo ancora più entusiasta la conversazione. Cala un gelo da freezer, con lo stesso vuoto dentro. La tensione è palpabile, non so se sia più per la fame in aumento o per la libidine frustrata. Questa – ma che dico: qualunque – cucina sarà la tomba del nostro amore.
Di solito ci si lascia incazzati, delusi, depressi, indispettiti; noi ci lasceremo affamati, e non certo di vendetta. Ma se anche fosse, con un po’ d’impegno a servire un piatto freddo forse potrei farcela, chessò, un’insalata di riso, offerta senza riso alcuno. E invece la stronza conserva il ghigno e mi chiede il coniglio. Restiamo seduti ai bordi opposti del tavolo aspettando di veder passare la cena, nemica acerrima e spietata killer della nostra passione. Ai miei occhi sognanti si propongono dolci lussuriosi, con ondate di cioccolata e panna che straborda; Agnese invece s’addormenterebbe avvolta in un letto confortevole di calda farinata. Come si vede, idealmente ci completiamo, bevande escluse. Non posso accettare che sia un coniglio a dividerci.
In preda alla gelosia mi chiedo se sogni anche lo chef, magari pure il cameriere, quale prenda come primo e quale per secondo.
Ma in un mondo perfetto io sarei un cuoco d’eccezione. E lei sarebbe in brodo di giuggiole: sempre pronta a collaborare, a lavare, tagliare, carezzare, cuocere il pollo (che sarei io), sciogliere il burro ed accendere il mio fuoco. Saremmo sempre indaffarati e il nostro amore non conoscerebbe noia. Saremmo come sale e pepe, pane e olio, come l’acqua per il cioccolato. Saremmo anima e corpo, odore e sapore, preparazione e consumazione, compimento, amalgama, congiunzione. Uniremmo amore ed odio in un ribollire d’emozioni, tra pentole e ricette, tra cosce, culi e tette. Diventeremmo creature perfette, un piatto solo, due forchette.
Tento di convincerla, spremo le meningi e cito Kundera: se il cibo è legato al sesso, “l’erotismo è come il ballo: c’è sempre uno che conduce l’altro”. Infilati dunque quel dannato grembiule, magari sopra a niente, e inizia a cucinare, penso, mangerò ciò che vorrai; altrimenti scoppieremo invece di scopare. Non la convinco. La prossima volta non mi scelgo una femminista, questo è chiaro, e fanculo all’emancipazione, alla liberazione sessuale e a tutto il resto.
Domani, a colazione, ne riparliamo. Ora sono stanco: per stasera bevo acqua e vado in bianco.

(artwork by alicecoibaffi)

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