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“lo sdegno era di pancia e si potrebbe riassumere in una parola: conformismo. Sicuramente mi disturbava essere guardato, probabilmente ero invidioso di chi scalava meglio, ma il punto stava in quel farlo tutti alla stessa maniera, con gli identici vezzi e le abusate frasi, senza spirito critico. L’omologazione era davvero insopportabile.” (Enrico Camanni, Verso un nuovo mattino – La montagna e il tramonto dell’utopia)

Tutto alla rovescia, sempre controcorrente.

Cosa è cambiato dai tempi dello scritto anti-circense di Camanni (Il circo, Rivista della Montagna, 1982) a quelli dei raduni odierni (prima climbing marathon del Finalese, 2012)? Qualcosa di sicuro, forse molto, ma sostanzialmente…

Ai tempi di Finale capitale (dell’outdoor), coi suoi sentieri e vicoli invasi da climbers e biciclette, può rivelarsi un’apprezzabile esperienza quella di tentare di evitare d’incontrare anima viva, essendosi tramutati gli ex-turisti alternativi in cavallette.

Con gli amici spesso ci domandiamo come sia possibile recuperare oggi ancora un po’ di quella solitaria wilderness che caratterizzava i bei tempi andati, quelli che vennero prima dei fittoni resinati, quando era una passione misteriosa e insana quanto nobile quella che spingeva il chiodatore a spargere placchette in ogni dove, mentre oggi è tutto uniformato alle esigenze di un sistema modellato sul consumo, nascono falesie come supermarket mentre un tempo, alla bisogna, erano alcove.

Non è per facile misantropia che uno ricerca un po’ di pace, quanto per recuperare un minimo rapporto elementare con un mondo che un po’ ci è stato e un poco abbiamo trasformato; per poter toccare ancora con mano la realtà concreta, calpestare le foglie come le attraversa un bimbo, percepire la roccia calda o fredda o l’erba sotto ai piedi.
Oggigiorno è più facile ritrovarsi in un cacatoio al margine della falesia, o fra i rifiuti laddove inizia il bosco: tra fazzoletti, cerotti per le dita, cicche di sigarette, confezioni di barrette ed altri scarti che oramai conosco.
Non vi è forse altro modo per trovare nuove energie positive al termine d’una grigia settimana che ricercare il contatto con la natura assieme alle poche persone cui si vuole bene, pre(te)ndendo finalmente il proprio posto e al tempo stesso posizione: per una forma giocosa di auto-liberazione, per un rinnovato rispetto e una modesta difesa dell’ambiente, per un ritrovarsi umanità che sa perchè sta al mondo anzichè farsi massa al pascolo, che non ambisce a niente.

Così, conto le volte che in falesia gioco alla scalata e al renitente. Con il cuore rivolto nostalgico al passato, un occhio spaventato al futuro e l’altro fisso come un chiodo sul presente. Sognando strabico di non dover pagare più autostrade che crollano, vino con i moscerini, 50 euro di guida superfiga che per tot pagine mente. Sognando altresì calcare non più unto, ma che ho contribuito a rovinare anch’io, ed un ambiente umano che senza troppi sforzi possa avvertire più vicino, mentre me ne allontano. Curiose contraddizioni, che costruisco piano piano.

Dei luoghi che oggi restano più solitari non vi dirò nulla: è tempo che la gente inizi a sbattersi per trovarli, se proprio lo vuole. Che impieghi il tempo necessario per conoscere il posto dove si muove, che sbagli (come nella migliore tradizione finalese), che si perda in val di Nava od a Cornei per riscoprirsi finalmente solo e consapevole, proprietario d’una sapienza che non vale nulla se non fra queste frasche, dove riconosci il sasso e anche l’arbusto e la cosa ti fa stare sorprendentemente, inutilmente bene.

A pensarci meglio sono proprio tante le occasioni in cui abbiamo scalato in coppia nel silenzio, financo di recente; così da potersi domandare ancora, assai diversamente: “Ma questo posto è Finale?”.
Che altro vi posso dire, confidenzialmente, senza far bene nè male? Se va di moda il lungo scegli il corto, se esce l’articolo sulle riviste vai altrove…piuttosto resta chiuso in casa od al pannello con il sole, e scala quando piove!
Scherzi a parte: non inseguire le novità decantate e commercializzate, dai tempo al tempo ed alla roccia di pulirsi, ai gradi di confondersi e di contraddirsi, agli entusiasmi altrui di affievolirsi; al classico ritrovo mattutino chiedi curioso dove abbia intenzione di mettersi in coda l’altra gente, poi dileguati senza dire niente.

Tutto alla rovescia, sempre controcorrente.

(immagine tratta da Outdoor Passion)

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chiomonte chiusura permanente“SI AVVISANO TUTTI GLI UTENTI CHE: IL SITO ARCHEOLOGICO UTILIZZATO DAGLI APPASSIONATI DI QUESTA PRATICA SPORTIVA E’ MOMENTANEAMENTE CHIUSO E INACCESSIBILE!
CI SCUSIAMO PER IL DISAGIO.”

“Si sono piazzati lì, senza neppure chiedere il permesso. E intanto tutta l’area della Maddalena sta subendo una devastazione vergognosa.”

“anche con lo sport si prosegue l’assedio e la pressione alle reti”

“A Chiomonte si scala, anzi. Bisogna tornare a scalare per riprendersi i propri spazi.”

Col caldo africano alle porte, sono in pochi a partir dal mare per dirigersi in bassa val di Susa. Ma la valle sa riservar sorprese non da poco, e noi a scoprirle andiamo. Le strade son deserte, perciò si viaggia lenti e bene, e la barriera di Avigliana questa volta la saltiamo, più per via delle guardie che per risparmiar denaro: così risparmiamo almeno del nervoso, ch’esser trattati da delinquenti dai segugi dell’antiterrorismo non è divertente.
Serpeggiando per le statali raggiungiamo Giaglione, Dzalhoun o Jalyon a scelta fra il francoprovenzale o l’arpitano: dalla radice arp – dal preindoeuropeo kar-pe = «sotto le rocce» – e tan = «abitante». E qui son strette di mani e pacche sulle spalle, e birra artigianale od acqua fresca di montagna, e polvere e sudore nonostante la breve camminata. Il percorso è il medesimo della passeggiata notturna; ma stavolta alle reti del cantiere, che nel frattempo si è parecchio esteso, neppure ci fanno arrivare. Chi non ne approfitta per un bagno refrigerante e strafottente nelle pozze avanzate ai jersey prosegue per bei sentieri, costeggiando però qua e là file di omini neri pesantemente bardati e a scudo in mano, che manco puoi ritirarti un attimo tranquillo per pisciare. Noi banda di rozzi climbers preferiamo per un tratto risalire, a mo’ di scorciatoia, una ripida scarpata; scopro così riemergendo dal dirupo la famosa area boulder di Chiomonte, sito valutato “sicuramente il più vario del Piemonte per bellezza e difficoltà dei passaggi”: un luogo magico e ancestrale, nascosto nel bosco in una zona di interesse archeologico che i lavori han depredato o quantomeno occluso. Appena pochi mesi fa qualche appassionato ricordava per l’appunto che “è ancora possibile raggiungere l’area boulder di Chiomonte passando da Giaglione”, magari cercando di strusciar furtivi fra i massi, anche se immagino difficile celarsi dietro agli alberi armati di crash pad.
Forse che gl’invasori non debbano aver nulla da temere dall’avanzar degli arrampicatori?
In tempi lontanissimi, quando ancora mi crogiolavo nella mia bolla spazio-temporale verticale, già ebbi da discutere su questo argomento, nell’occasione di un raduno coraggioso che, mescolando assieme politica e arrampicata, nonostante la facile ironia dello slogan (“Meglio l’alta difficoltà…che l’alta velocità!”), rischiava di risultare ostico per molti e perfino fastidioso per alcuni.
Ma l’innegabile stato delle cose attuale è che “In Valle Susa sinora sono stati abbattuti oltre 5000 alberi, molti secolari”, in uno scempio di cui chiunque potrebbe ed anzi dovrebbe personalmente prendere visione; come ha fatto Cremaschi, finendo per collegamenti col descrivere quell’area chiusa al mondo come una nuova zona rossa, “un altro di quei buchi neri che da Genova in poi ingoiano la nostra democrazia”. Non sono paroloni: è evidente anche ai foresti che questa parte di valle sia stata trasformata nel presunto interesse generale “da verde giardino in un cratere lunare”; e i lavori vanno avanti. Ma noi pure, ed un saggio procedere implica il tornar sui propri passi: così, l’evento coi (pardon, sui) sassi è stato ripetuto un anno fa. Sulla pietra son rimaste ben poche tracce di magnesite, in compenso è nata qualche scritta incazzata od ingiuriosa: poca roba rispetto al danno causato dai rappresentanti dello Stato all’area archeologica della Maddalena, “dove ai tempi della Libera Repubblica No Tav si entrava con le pattine e stando attenti a non rovinare l’erba”, e che ora, post-occupazione, “è diventata un parcheggio per camionette e cingolati: nemmeno i cinghiali si comportano così”, commenta commosso chi si ritrovi a muovercisi attorno, con la curiosa e diffusa sensazione però che in gabbia in verità ci siano loro.
Buffo, oltre che inquietante, è il dover sottolineare come anche in questo caso sia tornato utile il fantastico capro espiatorio del black bloc pur di coprire certe nefandezze. Chi volesse saper qualcosa in più del “più importante sito archeologico e museale del Piemonte” (nonchè “tra i tre più importanti siti neolitici dell’Europa occidentale”, definito dai giornali addirittura come “la Pompei del Nord”), troverà a questo e a quest’altro link interessanti informazioni frammiste a note colme d’amarezza, oltre ad una ricostruzione da sbellicarsi dell’inganno che le istituzioni tentano di piazzare pur d’inventarsi la solita montatura dei cattivi che avrebbero “tirato le pietre della necropoli”, laddove “l’area archeologica non solo è recintata, e quindi inaccessibile, ma è il punto in cui le forze dell’ordine hanno organizzato il loro fortino. Inoltre, è impossibile che un uomo riesca a tirare massi di simili dimensioni”. Seppur con l’uso del condizionale, non è difficile dedurre che “I danni sarebbero quindi stati compiuti proprio dalle forze dell’ordine”. Si attendono smentite più credibili rispetto a quella dell’assessore regionale alla Cultura del PdL, il quale dopo un sopralluogo fra intimi ha dichiarato che la necropoli sta benone, che al massimo i danni li hanno fatti i NoTav, e che anzi essa “è stata ulteriormente protetta (…) nell’attesa che si possa procedere alla valorizzazione e alla promozione turistica del parco (…) grazie al progetto finanziato da Arcus-Mibac per 800 mila euro”. Del destino appunto di tale “pioggia di denaro pubblico”, concesso già nel 2010 al comune di Chiomonte per il rilancio del sito, chiese conto due anni fa qualche rompicoglioni d’archeologo; costretto ora, parrebbe, all’attesa paziente della conclusione dei lavori.
Con lo stesso metodo, i soliti democristiani riciclati mai esausti han provato ad addebitare ai manifestanti violenti il problema del turismo, “l’industria più importante dell’Alta Valle”, che secondo un ex sottosegretario del governo Berlusconi starebbe “perdendo il 30% a causa dell’incertezza per chi vuole raggiungere Bardonecchia e gli altri Comuni della Valle”: ci vuol del coraggio a rilasciare fantasie di questo tipo in merito a gente che ha saputo aprire case e baite per dimostrare l’“Ospitalità NoTav”. Ma la massa perloppiù suppone di saper ascoltare e blatera senza sapere, e così crede pure alle invenzioni: bisogna invece andarci in valle, magari un week end lungo, ad arrampicare, camminare, sentire, vivere, vedere cosa intendano per ‘crescita sostenibile’. Almeno al fine di accorgersi che “L’area intorno al cantiere, dove si trovano alcuni dei ripari sotto roccia più belli, è ancora accessibile sebbene più difficilmente e arrivando da Giaglione. Ma il rischio di essere fermati da qualche militare o poliziotto è costante. Lungo le sponde del torrente Clarea le ruspe scavando hanno divelto alberi secolari e tutto l’ambiente circostante è stato massacrato dal cemento”.

E nel frattempo che cammino turbato fra i vitigni e grappoli di sbirri guardo in su, cercando quasi involontariamente d’individuare la falesia dove poi ci recheremo il giorno dopo. Prima però c’è la cena con gli amici, tanto buona da essere a rischio perquisizione: armi non ne han trovate, speriamo solo che non si siano confiscati i funghi.

Il giorno seguente oltre che dalla calura è afflitto dall’afa, ma nuvole nere sparse minacciose ci convincono a non spostarci nè ad alzarci troppo. Non contenti della visita turistica di ieri, dal campeggio di Venaus saliamo alla frazione Santa Chiara per vedere che anche laggiù sotto le rocce c’è il cantiere.
Siamo infatti di nuovo a un passo dalla Val Clarea, curiosamente placidi ed assieme spiritati. Un cartello a bordo strada nel silenzio di boschi e prati spiega la parete della Gran Rotsa, la storia del canale di Maria Bona“un’opera di archeologia eroica” d’epoca medievale – e le suggestive leggende del precipizio che rende il climber equilibrista anche dopo la discesa.
La struttura, soleggiata ma versatile, ci permette di scalare fra le nubi: una brezza gentile tiene al fresco noi e lontane loro. Esposta e (pure troppo) panoramica, essa propone vie lunghe, tecniche ed eleganti su una roccia dura come il granito, ma con le forme sinuose e morbide del calcare. Alla base ha l’armonioso scorrer d’acqua dello storico acquedotto, il quale costringe ad inventarsi curiosi stratagemmi per partir su certe vie, oltre a garantir la corda bagnata dopo ogni salita. Ma queste piccole difficoltà sono un gioco nel gioco che ci rende affascinante il sito e indimenticabile la giornata. A preoccupare è semmai il pensiero delle piccole grandi opere che s’aggiungono a quella enormemente assurda: come le vasche antincendio delle gallerie SITAF dell’autostrada del Frejus, il cui peso non è minimo dal momento che sinora ha generato problemi di approvvigionamento idrico a Giaglione oltre al rischio assurdo, beffardo d’inquinamento del canale. Nel mio piccolo, faccio umilmente notare alla società della Torino-Bardonecchia che sui suoi cartelli autostradali sono tuttora indicati il museo e l’area archeologica di Chiomonte: si fan beffe del turista loro prima di chiunque altro. E noi, per quanto possiamo, i signori dell’autostrada cerchiam di non pagarli. Se il girovagar per la Valsusa ha comunque poco di ecologico, maggiore è il danno causato da chi dimentica l’esistenza di pezzi di valle sotto attacco alla faccia d’una degna pretesa, quel “buon diritto al suolo” che rivendica per tutti Erri De Luca nello sforzo di diffonder la consapevolezza che “l’avvenire sta nelle mani di chi protegge la propria terra”, a costo di doversele sporcare; anche se una volta, con giudizio sprezzante, lo si sarebbe liquidato fin troppo facilmente con l’acronimo NIMBY.
Che sia dunque un conservatore da cortile l’alpinista che vorrebbe “riportare interesse per un luogo affascinante e perso di vista dal mondo dell’alpinismo moderno, ridestare interesse per un territorio ricco di falesie e vie ferrate nel fondovalle colmo di fascino storico e con possibilità di rivisitazioni alpinistiche in quota”? Tutt’altro: “Non è un ricordo nostalgico del passato ma un indirizzo chiaro per il futuro”. Da dove iniziare? Si potrebbero seguir le indicazioni del ministro: “Iniziamo a scalare la montagna”. Buona idea. Ma il signor Lupi che ne sa di dove sta il Rocciamelone? Dietro l’inciucio fra i partiti nemiciamici c’è il tornaconto comune loro, mica il nostro; e oltre agli slogan e alle frasi fatte c’è solamente l’appiglio culturale fortunoso d’un Jovanotti segnalato dalla figlia e penosamente strumentalizzato per giustificare la solita goffa retorica del fare.
A volte mi chiedo dove sia sparito il popolo della montagna, quella vera, e se ne esista uno. Un popolo minoritario, ma consapevole per esperienza radiosamente eversiva, come un’alba rivelatrice, che essa “ha sempre qualcosa da insegnarci”; un popolo in grado di vedere nelle mani di lorsignori sulla montagna una vera e propria “guerra al territorio”, di cui la Tav è solo un esempio simbolico; un popolo che in tempi di tristi svendite al mercato, tragiche spettacolarizzazioni, strumentalizzazioni politiche e svilimenti identitari, invece di adeguarsi allo stato marcio delle cose, sapesse recuperare l’ambiente ed il senso della propria passione.
A chi suona eccessivo il paragone partigiano oggi un poco abusato spero piacerà, in alternativa, il ruolo volontario di moderni custodi d’un bene materiale e culturale nostro e assieme collettivo. Se è vero che “I contadini di queste valli, anche senza aver mai raggiunto alcuna vetta”, furono “portatori dei medesimi valori, basati sul rispetto della natura e sulla imprescindibile simbiosi tra essa e l’uomo che vi vive, che da sempre hanno permeato gli alpinisti” (dalla Introduzione ad Alpinismo per gioco, 1987), allora è a noi che andiamo su queste falesie e per questi sentieri che spettano la difesa indomita, la conoscenza ed il rispetto del territorio; ad altri l’appropriazione arrogante, violenta e indebita.

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