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Posts Tagged ‘alpinista’

nuova_sala_di_arrampicataDalla passione gratuita all’arrampicata compensativa.
La nuova palestra di arrampicata che ci stanno preparando a Genova si chiama Terzo Valico: i suoi effetti sono già evidenti ed intaccano luoghi cari all’alpinista uso a scalar per gioco.

“I contadini di queste valli, anche senza aver mai raggiunto alcuna vetta, erano portatori dei medesimi valori, basati sul rispetto della natura e sulla imprescindibile simbiosi tra essa e l’uomo che vi vive, che da sempre hanno permeato gli alpinisti.
Pertanto, arrampicare su queste palestre, su queste falesie, ci porterà inevitabilmente a ripercorrere i sentieri tracciati dalla civiltà contadina, ricollegandoci, almeno idealmente, a quel mondo, a quella cultura.
E così facendo, (…) quelle vallate, quelle montagne non saranno completamente abbandonate e dimenticate.” (dalla Introduzione ad Alpinismo per gioco, 1987)

“Bisogna riscoprire la bellezza dei nostri territori e sviluppare un certo amor proprio per le nostre valli che vanno difese da quello scempio in atto che stanno portando i cantieri del Terzo Valico.”

“se lì ci passerà il Terzo Valico questi topic ce li possiamo scordare”

Dicono che sia il progresso, e che la civiltà contadina debba ormai lasciargli il passo. Il capriolo ha qualche dubbio; quanto al climber?
Non mi dilungherò con noiose e nostalgiche riflessioni sul contrasto fra i ritmi naturali e la presunta, discutibile necessità della velocità; riflessioni che comunque meriterebbero una certa attenzione, dal momento che vi si son spesi, fra gli altri, personaggi autorevoli del mondo della montagna: concentrandosi sia sul valore dell’alpinismo quale antidoto agli obbrobri della civiltà moderna, sia sulla direzione che lo stesso alpinismo sta prendendo, proprio in quanto succube anch’esso dell’influenza della società dei consumi e delle esigenze del mercato.
Non divago su questo anche perchè di alpinismo vero e proprio qui non si tratta, date fra l’altro le modeste altezze, bensì di quel che di lì a poco sarebbe divenuto il gioco-arrampicata, ed oggi è un business basato (quando va bene) su un silenzio-assenso entusiasta e sorridente.
Mi spingo invece a vagar fra quelle antiche falesie quasi urbane per riscoprirne un valore che, a prescindere dall’interesse oggettivo delle singole strutture e dall’affetto che ad esse mi lega, non credo d’essere il solo a giudicare pressochè immutato. Un volume di recente pubblicazione (Onde di Pietra, del 2012: l’Oltrefinale levantina) ha fatto sì che alcuni luoghi siano stati riscoperti o rivalutati, non a caso facendo gli autori appunto cenno al contrasto fra la pace di quei luoghi e le logiche assurde alle quali siamo ormai abituati, e proponendosi col libro “di fare qualche cosa di concreto per migliorare il piccolo mondo che si ha intorno”.
Qualcuno sarà tanto limitato da individuar l’incongruenza di posizioni all’apparenza conservatrici: paradosso già a suo tempo ben spiegato da Pasolini; qualcun altro avrà il coraggio di obiettare che dalle falesie qui citate l’opera neppure si nota: è questa l’ipocrisia utilissima al sistema del perfetto idiota, che meriterebbe di subir nuove disposizioni d’un divieto di scalata generalizzato, se non addirittura la distruzione del giochino, come altrove già avvenuto.
Io le chiamo ormai: le falesie del Terzo Valico (alpinismo ancor per poco).

“Cravasco è un bel paesino dell’alta val Polcevera nell’immediato entroterra Genovese ancora incontaminato, tranne per una immensa cava…”

“Per il Cociv, il consorzio incaricato di progettare e costruire il Terzo Valico, non c’è nulla da temere: a sorvegliare sui lavori ci sono il Ministero dell’Ambiente e le Regioni Liguria e Piemonte.
Non la pensano così gli abitanti di Isoverde, dove le scritte “No Tav” firmano i cassonetti della spazzatura, le pensiline degli autobus e le lenzuola appese alle finestre. Nella montagna dietro al paese, a Cravasco, si scava una delle quattro gallerie di servizio del Valico.”

“Cravasco non è pregiudizialmente contro il Terzo Valico. E’ contro il progetto presentato dal Cociv, che non tiene assolutamente conto del catastrofico impatto ambientale su tutta la Valle Verde, a partire da Campora per Isoverde, fino a Cravasco.
(…) non si può proporre un’opera la cui realizzazione produca più danni che utilità.”

“Non fate che tra vent’anni la Valpolcevera debba diventare famosa come oggi purtroppo sono gli abitanti di Marghera, Caserta o Taranto.”

Ha perduto molto la piccola Grande di Cravasco, quasi un simbolo dell’arrampicata ligure, dove nacquero i Cravasards e dove in tempi più recenti ho conosciuto una discendente dell’autore dello storico volumetto sulle Palestre di arrampicamento genovesi (1962): il contadino come talvolta accade si è stancato (scelta legittima, curioso però che gli scalatori riescano a infastidire più dei cavatori) e ne ha chiuso la metà al sole; resta qualche inusuale placca che dicono facile sul retro ed il Fungo con i suoi boulderosi strapiombetti.
Benchè la sommità sia raggiungibile anche a piedi e la magia di quei tempi sia passata, ancor oggi balzare fuori in cima al sole e al vento dà sempre una gran bella emozione. A poca distanza però si trovano le cave, delle quali una viene assediata notte e giorno dai NoTav.

Poi c’è l’altra ‘grande’, la Pria Grande: un masso più piccolo e nero, infossato ed umido, ma non per questo poi così sfigato, dove “si è cimentato il fior fiore dell’alpinismo genovese e non solo”, mio papà compreso! Anche qui c’è del facile e del 7, e vi si corre volentieri l’estate dopo il lavoro a riprendersi un pezzetto di giornata.

Superiamo a nord il confine regionale passando per la strada della Bocchetta o per la Castagnola. A Voltaggio c’era una falesia moderna che per quanto ne so oggi risulta chiusa. Ma chiuso è stato anche il cantiere, fra le proteste degli operai e dei sindacati, in quanto privo di certificazione antimafia. Alta è stata la tensione sino alla controversa riapertura. Se pure la presenza di mafie o amianto fosse dubbia, una cosa è certa: l’inquinamento c’è già, vista la presenza di rifiuti sotterrati in quantità.
Quanto alla Placca Elena alla cava di Voltaggio, pare che le sue vecchie vie non esistano ormai più; eppure non molto tempo fa circolavano voci addirittura di un romantico progetto di richiodatura.

Siamo già in provincia di Alessandria, perciò procediamo.
Alle nebbie di Gavi sopravvivono alcune falesie sabbiose ma originali, fra le quali una piuttosto nota e frequentata, posta nella conca verde appena dietro al forte, che Bessone prudentemente consigliava “a chi ha dita blindate”.
A sopravvivere, in una zona definita a rischio archeologico alto, sono anche i resti dell’antica civiltà romana, dopo Libarna riesumati pure a Radimero: faran la fine della Maddalena di Chiomonte?
Dice d’aver “Gavi nel cuore” (nome della lista civica) il suo sindaco Nicoletta Albano, che però nel cuore – viste le frequentazioni – deve aver piuttosto Berlusconi. Sul Terzo Valico è blindata da tempo in un silenzio sospetto: forse perchè la interessa una questioncina privata, quale la signora ritiene che sia il destino degli espropriati…dalla sua stessa azienda.

Corriere di SestriTornando infine a bomba e sul territorio genovese, l’ultima (seppur non recentissima) notizia grottesca nel merito – chiaramente non approfondita da alcuno, almeno che io sappia – risale all’anno scorso e riguarda l’arrampicata proposta quale “opera compensativa” per il Terzo Valico: sembra in sostanza che ben presto scaleremo al Monte Gazzo grazie alla lista Doria (e col voto sofferto dei compagni di Sel)! Proposta riciclata, giacchè se ne parla da decenni, ma oggi utile secondo lorsignori a far meglio ingoiare ai cittadini la delibera sulle cave del Chiaravagna (alla faccia del recupero ambientale della zona, da lungo tempo atteso dagli abitanti), oltre al voltafaccia di convenienza d’un sindaco fino a ieri nemico delle cosiddette grandi opere, per bocca sua o dei suoi.
Peraltro, a quale possibile “sito di arrampicata” precisamente ci si riferisca non è chiaro. Speriamo almeno che la falesia con cui ci compenserebbero sia quella esposta a sud, già sognata da molti e inutilmente corteggiata, visibile dall’autostrada… Temo invece che si tratterà del fronte di cava a gradoni esposto ad ovest, se non dei quattro risalti muschiosi già attrezzati a suo tempo dal buon ‘Thomas’: in quest’ultimo caso ci avrebbero promesso quindi una cosa non soltanto di scarso interesse, ma che esiste già.
Il leghistalpinista Rixi, sostenitore dell’opera, era forse anch’egli in dubbio su quale parete si trattasse, cosicchè al momento del voto si è astenuto.

(foto tratta da Repubblica)

 

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chiomonte chiusura permanente“SI AVVISANO TUTTI GLI UTENTI CHE: IL SITO ARCHEOLOGICO UTILIZZATO DAGLI APPASSIONATI DI QUESTA PRATICA SPORTIVA E’ MOMENTANEAMENTE CHIUSO E INACCESSIBILE!
CI SCUSIAMO PER IL DISAGIO.”

“Si sono piazzati lì, senza neppure chiedere il permesso. E intanto tutta l’area della Maddalena sta subendo una devastazione vergognosa.”

“anche con lo sport si prosegue l’assedio e la pressione alle reti”

“A Chiomonte si scala, anzi. Bisogna tornare a scalare per riprendersi i propri spazi.”

Col caldo africano alle porte, sono in pochi a partir dal mare per dirigersi in bassa val di Susa. Ma la valle sa riservar sorprese non da poco, e noi a scoprirle andiamo. Le strade son deserte, perciò si viaggia lenti e bene, e la barriera di Avigliana questa volta la saltiamo, più per via delle guardie che per risparmiar denaro: così risparmiamo almeno del nervoso, ch’esser trattati da delinquenti dai segugi dell’antiterrorismo non è divertente.
Serpeggiando per le statali raggiungiamo Giaglione, Dzalhoun o Jalyon a scelta fra il francoprovenzale o l’arpitano: dalla radice arp – dal preindoeuropeo kar-pe = «sotto le rocce» – e tan = «abitante». E qui son strette di mani e pacche sulle spalle, e birra artigianale od acqua fresca di montagna, e polvere e sudore nonostante la breve camminata. Il percorso è il medesimo della passeggiata notturna; ma stavolta alle reti del cantiere, che nel frattempo si è parecchio esteso, neppure ci fanno arrivare. Chi non ne approfitta per un bagno refrigerante e strafottente nelle pozze avanzate ai jersey prosegue per bei sentieri, costeggiando però qua e là file di omini neri pesantemente bardati e a scudo in mano, che manco puoi ritirarti un attimo tranquillo per pisciare. Noi banda di rozzi climbers preferiamo per un tratto risalire, a mo’ di scorciatoia, una ripida scarpata; scopro così riemergendo dal dirupo la famosa area boulder di Chiomonte, sito valutato “sicuramente il più vario del Piemonte per bellezza e difficoltà dei passaggi”: un luogo magico e ancestrale, nascosto nel bosco in una zona di interesse archeologico che i lavori han depredato o quantomeno occluso. Appena pochi mesi fa qualche appassionato ricordava per l’appunto che “è ancora possibile raggiungere l’area boulder di Chiomonte passando da Giaglione”, magari cercando di strusciar furtivi fra i massi, anche se immagino difficile celarsi dietro agli alberi armati di crash pad.
Forse che gl’invasori non debbano aver nulla da temere dall’avanzar degli arrampicatori?
In tempi lontanissimi, quando ancora mi crogiolavo nella mia bolla spazio-temporale verticale, già ebbi da discutere su questo argomento, nell’occasione di un raduno coraggioso che, mescolando assieme politica e arrampicata, nonostante la facile ironia dello slogan (“Meglio l’alta difficoltà…che l’alta velocità!”), rischiava di risultare ostico per molti e perfino fastidioso per alcuni.
Ma l’innegabile stato delle cose attuale è che “In Valle Susa sinora sono stati abbattuti oltre 5000 alberi, molti secolari”, in uno scempio di cui chiunque potrebbe ed anzi dovrebbe personalmente prendere visione; come ha fatto Cremaschi, finendo per collegamenti col descrivere quell’area chiusa al mondo come una nuova zona rossa, “un altro di quei buchi neri che da Genova in poi ingoiano la nostra democrazia”. Non sono paroloni: è evidente anche ai foresti che questa parte di valle sia stata trasformata nel presunto interesse generale “da verde giardino in un cratere lunare”; e i lavori vanno avanti. Ma noi pure, ed un saggio procedere implica il tornar sui propri passi: così, l’evento coi (pardon, sui) sassi è stato ripetuto un anno fa. Sulla pietra son rimaste ben poche tracce di magnesite, in compenso è nata qualche scritta incazzata od ingiuriosa: poca roba rispetto al danno causato dai rappresentanti dello Stato all’area archeologica della Maddalena, “dove ai tempi della Libera Repubblica No Tav si entrava con le pattine e stando attenti a non rovinare l’erba”, e che ora, post-occupazione, “è diventata un parcheggio per camionette e cingolati: nemmeno i cinghiali si comportano così”, commenta commosso chi si ritrovi a muovercisi attorno, con la curiosa e diffusa sensazione però che in gabbia in verità ci siano loro.
Buffo, oltre che inquietante, è il dover sottolineare come anche in questo caso sia tornato utile il fantastico capro espiatorio del black bloc pur di coprire certe nefandezze. Chi volesse saper qualcosa in più del “più importante sito archeologico e museale del Piemonte” (nonchè “tra i tre più importanti siti neolitici dell’Europa occidentale”, definito dai giornali addirittura come “la Pompei del Nord”), troverà a questo e a quest’altro link interessanti informazioni frammiste a note colme d’amarezza, oltre ad una ricostruzione da sbellicarsi dell’inganno che le istituzioni tentano di piazzare pur d’inventarsi la solita montatura dei cattivi che avrebbero “tirato le pietre della necropoli”, laddove “l’area archeologica non solo è recintata, e quindi inaccessibile, ma è il punto in cui le forze dell’ordine hanno organizzato il loro fortino. Inoltre, è impossibile che un uomo riesca a tirare massi di simili dimensioni”. Seppur con l’uso del condizionale, non è difficile dedurre che “I danni sarebbero quindi stati compiuti proprio dalle forze dell’ordine”. Si attendono smentite più credibili rispetto a quella dell’assessore regionale alla Cultura del PdL, il quale dopo un sopralluogo fra intimi ha dichiarato che la necropoli sta benone, che al massimo i danni li hanno fatti i NoTav, e che anzi essa “è stata ulteriormente protetta (…) nell’attesa che si possa procedere alla valorizzazione e alla promozione turistica del parco (…) grazie al progetto finanziato da Arcus-Mibac per 800 mila euro”. Del destino appunto di tale “pioggia di denaro pubblico”, concesso già nel 2010 al comune di Chiomonte per il rilancio del sito, chiese conto due anni fa qualche rompicoglioni d’archeologo; costretto ora, parrebbe, all’attesa paziente della conclusione dei lavori.
Con lo stesso metodo, i soliti democristiani riciclati mai esausti han provato ad addebitare ai manifestanti violenti il problema del turismo, “l’industria più importante dell’Alta Valle”, che secondo un ex sottosegretario del governo Berlusconi starebbe “perdendo il 30% a causa dell’incertezza per chi vuole raggiungere Bardonecchia e gli altri Comuni della Valle”: ci vuol del coraggio a rilasciare fantasie di questo tipo in merito a gente che ha saputo aprire case e baite per dimostrare l’“Ospitalità NoTav”. Ma la massa perloppiù suppone di saper ascoltare e blatera senza sapere, e così crede pure alle invenzioni: bisogna invece andarci in valle, magari un week end lungo, ad arrampicare, camminare, sentire, vivere, vedere cosa intendano per ‘crescita sostenibile’. Almeno al fine di accorgersi che “L’area intorno al cantiere, dove si trovano alcuni dei ripari sotto roccia più belli, è ancora accessibile sebbene più difficilmente e arrivando da Giaglione. Ma il rischio di essere fermati da qualche militare o poliziotto è costante. Lungo le sponde del torrente Clarea le ruspe scavando hanno divelto alberi secolari e tutto l’ambiente circostante è stato massacrato dal cemento”.

E nel frattempo che cammino turbato fra i vitigni e grappoli di sbirri guardo in su, cercando quasi involontariamente d’individuare la falesia dove poi ci recheremo il giorno dopo. Prima però c’è la cena con gli amici, tanto buona da essere a rischio perquisizione: armi non ne han trovate, speriamo solo che non si siano confiscati i funghi.

Il giorno seguente oltre che dalla calura è afflitto dall’afa, ma nuvole nere sparse minacciose ci convincono a non spostarci nè ad alzarci troppo. Non contenti della visita turistica di ieri, dal campeggio di Venaus saliamo alla frazione Santa Chiara per vedere che anche laggiù sotto le rocce c’è il cantiere.
Siamo infatti di nuovo a un passo dalla Val Clarea, curiosamente placidi ed assieme spiritati. Un cartello a bordo strada nel silenzio di boschi e prati spiega la parete della Gran Rotsa, la storia del canale di Maria Bona“un’opera di archeologia eroica” d’epoca medievale – e le suggestive leggende del precipizio che rende il climber equilibrista anche dopo la discesa.
La struttura, soleggiata ma versatile, ci permette di scalare fra le nubi: una brezza gentile tiene al fresco noi e lontane loro. Esposta e (pure troppo) panoramica, essa propone vie lunghe, tecniche ed eleganti su una roccia dura come il granito, ma con le forme sinuose e morbide del calcare. Alla base ha l’armonioso scorrer d’acqua dello storico acquedotto, il quale costringe ad inventarsi curiosi stratagemmi per partir su certe vie, oltre a garantir la corda bagnata dopo ogni salita. Ma queste piccole difficoltà sono un gioco nel gioco che ci rende affascinante il sito e indimenticabile la giornata. A preoccupare è semmai il pensiero delle piccole grandi opere che s’aggiungono a quella enormemente assurda: come le vasche antincendio delle gallerie SITAF dell’autostrada del Frejus, il cui peso non è minimo dal momento che sinora ha generato problemi di approvvigionamento idrico a Giaglione oltre al rischio assurdo, beffardo d’inquinamento del canale. Nel mio piccolo, faccio umilmente notare alla società della Torino-Bardonecchia che sui suoi cartelli autostradali sono tuttora indicati il museo e l’area archeologica di Chiomonte: si fan beffe del turista loro prima di chiunque altro. E noi, per quanto possiamo, i signori dell’autostrada cerchiam di non pagarli. Se il girovagar per la Valsusa ha comunque poco di ecologico, maggiore è il danno causato da chi dimentica l’esistenza di pezzi di valle sotto attacco alla faccia d’una degna pretesa, quel “buon diritto al suolo” che rivendica per tutti Erri De Luca nello sforzo di diffonder la consapevolezza che “l’avvenire sta nelle mani di chi protegge la propria terra”, a costo di doversele sporcare; anche se una volta, con giudizio sprezzante, lo si sarebbe liquidato fin troppo facilmente con l’acronimo NIMBY.
Che sia dunque un conservatore da cortile l’alpinista che vorrebbe “riportare interesse per un luogo affascinante e perso di vista dal mondo dell’alpinismo moderno, ridestare interesse per un territorio ricco di falesie e vie ferrate nel fondovalle colmo di fascino storico e con possibilità di rivisitazioni alpinistiche in quota”? Tutt’altro: “Non è un ricordo nostalgico del passato ma un indirizzo chiaro per il futuro”. Da dove iniziare? Si potrebbero seguir le indicazioni del ministro: “Iniziamo a scalare la montagna”. Buona idea. Ma il signor Lupi che ne sa di dove sta il Rocciamelone? Dietro l’inciucio fra i partiti nemiciamici c’è il tornaconto comune loro, mica il nostro; e oltre agli slogan e alle frasi fatte c’è solamente l’appiglio culturale fortunoso d’un Jovanotti segnalato dalla figlia e penosamente strumentalizzato per giustificare la solita goffa retorica del fare.
A volte mi chiedo dove sia sparito il popolo della montagna, quella vera, e se ne esista uno. Un popolo minoritario, ma consapevole per esperienza radiosamente eversiva, come un’alba rivelatrice, che essa “ha sempre qualcosa da insegnarci”; un popolo in grado di vedere nelle mani di lorsignori sulla montagna una vera e propria “guerra al territorio”, di cui la Tav è solo un esempio simbolico; un popolo che in tempi di tristi svendite al mercato, tragiche spettacolarizzazioni, strumentalizzazioni politiche e svilimenti identitari, invece di adeguarsi allo stato marcio delle cose, sapesse recuperare l’ambiente ed il senso della propria passione.
A chi suona eccessivo il paragone partigiano oggi un poco abusato spero piacerà, in alternativa, il ruolo volontario di moderni custodi d’un bene materiale e culturale nostro e assieme collettivo. Se è vero che “I contadini di queste valli, anche senza aver mai raggiunto alcuna vetta”, furono “portatori dei medesimi valori, basati sul rispetto della natura e sulla imprescindibile simbiosi tra essa e l’uomo che vi vive, che da sempre hanno permeato gli alpinisti” (dalla Introduzione ad Alpinismo per gioco, 1987), allora è a noi che andiamo su queste falesie e per questi sentieri che spettano la difesa indomita, la conoscenza ed il rispetto del territorio; ad altri l’appropriazione arrogante, violenta e indebita.

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Ripubblicato da Livellozero, maggio 2012 (sito non più esistente, se non per i vecchi articoli; qui un piccolo ricordo), con tanto di ufficiale pubblica presentazione

“39. Usiamo il termine “attività sostitutiva” per designare un’attività diretta verso un obiettivo artificiale che le persone si prefiggono semplicemente per avere un obiettivo da raggiungere o, lasciateci dire, semplicemente per la soddisfazione che ricavano dall’inseguire un obiettivo. (…)
63. Così sono stati creati dei bisogni artificiali che (…) garantiscono la dipendenza dal processo del potere. (…) L’uomo moderno deve soddisfare il suo bisogno del processo di potere in gran parte attraverso la ricerca di bisogni artificiali creati dalla pubblicità e dall’industria del marketing, e attraverso attività sostitutive. (…)
66. Oggi la gente vive più in virtù di quello che il sistema fa per loro o a loro che per quello che riescono a fare loro stessi. E quel che fanno per loro è fatto sempre di più dentro canali costruiti dal sistema. Le opportunità tendono a essere quelle che il sistema concede, e ad essere sfruttate in accordo con le regole e i regolamenti, e perché vi sia una possibilità di successo devono essere seguite le tecniche prescritte dagli esperti.
67. Così il processo del potere, nella nostra società, è spezzato attraverso una mancanza di scopi reali e una mancanza di autonomia nel seguire gli obiettivi. (…)
84. (…) un’attività sostitutiva è diretta verso un obiettivo artificiale; l’individuo la pratica per l’interesse verso il processo di “conseguimento” che ne ricava, non perché ha bisogno di soddisfare quello scopo specifico. Per esempio non vi è un motivo pratico per costruirsi enormi muscoli, inviare una piccola palla dentro una buca o acquisire una serie completa di francobolli postali. Tuttavia molte persone nella nostra società si dedicano con passione al body-building, al golf o a collezionare francobolli.”

“Non vi è un vero traguardo: la marcia si conclude quando rimane un unico partecipante, ovvero quando tutti gli altri 99 sono stati eliminati.
Al vincitore viene assegnato tutto ciò che desidera per il resto della sua vita. Questo premio a prima vista potrebbe sembrare il vero motivo che spinge ogni anno 100 ragazzi a rischiare la vita, ma è solo il pretesto che serve a giustificare nella mente di ogni giovanissimo partecipante un disagio interiore, una mancanza di scopi reali nella vita. La Marcia diventa lo scopo, un obiettivo facile da desiderare, ma una volta in gara tutto si rivelerà per quello che è: una lotta per la vita, per non essere eliminati, la voglia di non essere uccisi sotto gli occhi del pubblico in delirio.”

L’anno passato m’han premiato la presunta abilità da parete assieme ad un alpinista politico di professione, stimato fino a ieri al sei per cento (ed ora in caduta libera senza controllo) in vista del comando o della sua rappresentazione. Rappresentiamo spinte contrarie, su diversi terreni ci spingiamo. Talvolta è capitato di scontrarsi via email, di sfiorarsi per strada, d’adocchiarsi in palestra: è l’inutile bellezza della democrazia moderna, che ogni barlume di conflitto smorza e svilisce, ogni genuina speranza di cambiamento spegne ed umilia; “esasperata”“morbosa” (Ortega y Gasset) è un’eguaglianza conformante che non consideri una questione di qualità, tollerando ogni sprofondamento culturale, costringendo ogni spirito critico alla clandestinità. Sul materassone blu dello scimmiodromo di plastica cade ogni argomentazione, non ogni maschera; e tutti portiam la stessa con la stessa anonima, pallida soddisfazione. Non mi avrete mai, insisto bambinescamente, ma nell’arena già ci sono e procedo a giocare senza crescere. Che sia davvero possibile esserci diversamente, orgogliosamente modesto, diversamente instabile? O che debba infine sperare nell’intervento di Unaclimber, sperando altresì che sia affidabile?
Alla premiazione mi son presentato assieme all’invecchiamento attivo dei miei, ma separato. Fra la diffusa anzianità non v’era traccia d’Unaclimber, come invece avrei auspicato. L’incomprensione intergenerazionale è totale e generalizzata, ma egualmente ci si stringe le mani a tempo indeterminato per darsi un contegno, l’altra mano tenuta in tasca magari per strizzarsi le palle. I più vecchi han tanto salito in gioventù da non riuscire oggi a scendere un gradino. Siete voi due i migliori, han sentenziato dopo le rievocazioni di rito, fra sorrisi orgogliosi o imbarazzati; quello di lui raggiante, il mio un po’ più stranito. Migliore è l’arrampicatore che in faccia a giudici e pubblico fa una risata: voi non sapete di che parlo e di che vivo, ovvero perchè scalo. Come potete giudicarmi, se neppur sapevo d’essere in gara? Prestatemi un testo per farmi celebrare al microfono quel che volete, altrimenti biascicherò un grazie a mamma, a papà pensando quando m’accompagnava per bricchi sconosciuti o dimenticati, comunque mai più da alcuno frequentati, abbandonati al romantico ricordo di pochi ed all’ombra che meritano certe memorie delle quali quasi ci si vergogna, foto da cassetto senza più sogni, chiuso a chiave.
Non so perchè salivo: se fosse l’adrenalina delle vacanze estive, un desiderio infantile d’emulazione, un’energia altrimenti frustrata che avevo da domare (l’amore irrisolto per la panettiera), una sete da lunga camminata da placare, cui la camminata più non sarebbe bastata; o forse la semplice, naturale fiducia nella mano paterna, che sfogliava Montale Eugenio e Montagna Euro – suo lo storico libretto Palestre di arrampicamento genovesi del 1963 – con la medesima devotissima emozione e portava per rocce e per scogli me sperando che un giorno avrei forse io portato lui. Entrambi abbiamo avuto compagni col caschetto da affiancare e giornate con compagne di cordata da immortalare.
Ma son passati decenni e non son più bravo di prima se non ad evitar per quanto posso le più inutili fatiche e ad indignarmi più intensamente per ciò che non va e che mai più m’aspetto di veder andare. Vittorio Pescia del CAI Sezione Ligure, giunto a nobile età, sulla Rivista che mi fotografa scrive adirato “S’i’ fosse foco…” e come Cecco chissà cosa farebbe: smonterebbe monti sfigurati ed alpinisti montati suppongo, invece di distribuire premi a profusione.
Tant’è, mi presto alla carnevalata; come disegnava il mitico cartoonist Jules Feiffer i propri antieroi disponibili e rassegnati dinanzi alla “voce dell’uniformità” (“se noi, che siamo i più equilibrati, non facciamo qualche concessione…”), dagli altri ben poca comprensione potremmo aspettarci: la nostra ci tocca offrire. Sedotti dal processo del potere tutti son pronti a farsi vincitori, dal primo che si vanta all’ultimo che arranca. Ad unire i senza dio è la soddisfazione del proprio io. Ma non è La lunga marcia di Bachman questa: giochiam coi numeri sì, ma al bar dopo l’arrampicata, fra rutti e sonnecchi; non c’è suspence, nè vertigine nè orrore, nè tantomeno disperazione; mancano l’ardore, l’ansia, la solitudine, l’eliminazione, il pathos della lotteria. Eppure, sull’ormai impolverato Punto Rosso vent’anni fa un ironico Andrea Gallo già immaginava inquietanti, crudeli, grottesche “competizioni slegati, magari sopra una vasca con i coccodrilli al ritmo dell’house music”… In Spagna, di recente, con la prima gara in assoluto di deep water ci s’è andati vicino: i tempi son dunque maturi e scanzonati, non resta che imbarbarirli ancora un poco. Resisterei se fossi io L’uomo in fuga? Sopravviverei agli Hunger Games? Scalerei più a lungo, più forte, più in alto per non cedere e morire? In maggior numero sarebbero tifosi e cacciatori, solo e al proprio destino abbandonato il climber-giustiziere nemico dello Stato.

Il numero è estratto, ma ad assistere non ci sono più persone. Lo speaker tace. La gara s’è conclusa all’improvviso, a striature rosso sangue il colore delle prese del blocco di finale. Lo schianto è avvenuto alla sede della Federazione. E’ il richiamo tentatore di Unaclimber che t’assale.

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“Personalmente prima guardo al valore dell’uomo, poi viene quello dell’alpinista.”

“Poi ci sono quelli che tentano, tentano di scalare il muro. (…)
Maledizione, c’è un altro muro!
Eh già, c’è un altro muro, certo. Diverso da quello di prima ma c’è un altro muro da abbattere. E poi ci sono i muri dentro, i muri fuori, muri dappertutto, tanti, tanti muri da abbattere…”

Guardare l’orizzonte oltre la falesia e mettere scalate e scalatori a confronto. Non solo fra di loro e per gioco, ma con se stessi e con il mondo circostante, per cambiarlo; in particolare quando è stato circoscritto, delimitato, occluso, riempito d’odio e recintato. Ci stanno muri o reti dappertutto: dalla insanguinata terra di Palestina ai territori occupati militarmente della Val di Susa. E ci sta gente che li assedia, li circonda, li sfida. Salire il muro, mani sul cemento, sfidando l’oppressione, diventa allora metafora della fuga dalla gabbia in cui ci siamo ritrovati: qualcosa di più d’uno street boulder che bene può far solo agli sponsor e forse all’animo impoverito di qualche presunto ‘alternativo’ wannabe.
Per carità, voglio loro bene, e il bene comune voglio. D’estate dopo la pietra trazionavamo sui balconi, e usava più il tout le monde… che il gioco della bottiglia. Solo, non m’attira più un certo anticonformismo esibizionista, la stravaganza trendy che rende questa incontrollabile passione misurata stramberia, sghiribizzo, ciuffo fuori posto, piercing da ostentare.
Non appena, superata l’involontaria goffaggine delle evoluzioni con lo skate, iniziai a sentire dentro di me la voglia e la paura d’arrampicare e solo potevo sognare le rocce dolomitiche che m’avevano cresciuto fra storie di reticolati, m’attaccavo io per primo dappertutto: dagli scogli sospesi sull’acqua ai muretti a secco. E’ il fondo di verità nascosto sotto ad ogni garetta street: non sport di strada da fighetti modaioli è lo scalare, quello è puro disperato inarrestabile desiderio. Non ho la materia? Me la invento, la ricavo: adattando il corpo alla realtà metropolitana, ed essa allo scopo. Di lì a poco sarebbero arrivati anche per me il mitico muro genovese di Puntavagno (storica la foto in tuta rossa col Micheli, impegnati dopo scuola a bloccar duro su sfondo marchiato “Autonomia operaia”), quello più elitario di Quarto, gli spit marci e la scogliera viscida dei Cica, e con essi l’arte tutta anni ’80 di produrre artificialmente fantasie gestuali urbane vista mare, ravvivate da tossici, pedofili, granchi e bolli colorati; e ancora, il monolito piantato sulla spiaggetta di Quinto ed altri chiodi corrosi ancora su quella più distante di Vesima, attaccati ad un piccolo ma enigmatico tetto Berhault.
Di cool c’era poco o niente, fra l’imbarazzo avvertito o provocato; ma era e resta tutto sommato divertente godersi certe scene di stupore incuriosito da parte di bagnanti, passanti, cittadini medi perbene. Era però all’epoca una diversità genuina, priva di marchio registrato.
Quando, ad esempio, da bambino cercavo di stare aggrappato al muraglione del giardino sotto casa, un signore un giorno mi chiese – non saprei con quanta ironia – se fossi intenzionato a salire per rubare. Avrei dovuto rispondergli di sì: salire per rubare alla monotonia d’una esistenza anonima e annoiata la possibilità d’una visione nuova, forse ancora sfocata a quell’epoca, ma percepita ardente come fuoco. Aggrappato ad un sogno avrei voluto scavalcare le imposizioni d’una società che i sogni sopprime reprimendo le esigenze di chi a qualcos’altro, oltre ad un dignitoso sopravvivere, ambirebbe. Di più: costringe le ambizioni e livella le libertà individuando un obiettivo comune per tutti, tant’è che denari e ricchezze da bimbo, preso per zingaro furtivo, incollato a quel muretto avrei cercato! Credo mi colse allora la vergogna, nell’incapacità d’una valida spiegazione razionale; ma appena il signore se ne fu andato, ricominciai un gioco che in segretezza tornava lecito, e della cui irregolarità mi compiacevo. Non avendo in realtà nessuna meta: era già naturalmente chiaro a quel tempo il concetto dell’arrampicarsi per l’arrampicarsi, a sostegno dell’istinto leggiucchiavo la rubrica Cronaca della libera di Manolo. Così ripresi sulle dita la mia personale traversata, intuendo forse già allora di volere ingenuamente trasformare un pezzetto d’esistenza da una strada che oggi han chiuso con sbarra, in nome della proprietà privata, per far stare quel signore più sicuro.

Blocchi, confini, legàmi:
“lo Street Boulder è finalmente un marchio registrato (r)”
“Ali, durante la sua scalata del muro della vergogna”
“David Rizzi e Dario Franchetti, due cooperanti italiani con la passione per l’arrampicata che si sono incontrati in Palestina e hanno deciso di scalare questo assurdo muro”
“La “cultura” dei muri è all’apice della sua storia…”
“La costruzione di un muro è sempre la più grande delle sconfitte.”

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