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Posts Tagged ‘Alessandro Sallusti’

mare nostrumMigranti e rampicanti nella stagione autunno-inverno 2015 hanno spesso condiviso ancora la medesima destinazione; ma c’è chi dal viaggio intrapreso non è tornato indietro, e chi preferirà non arrischiarsi più ad una vacanza divenuta insolitamente preoccupante.
Con più di 7 mila profughi sbarcati (dati aggiornati a fine ottobre) ed una cifra incalcolabile di morti, Kalymnos è oggi vittima fra le vittime dell’ipocrisia, con o senza e prima e dopo i tragici fatti di Parigi; i quali poi son riassumibili così: finchè a crepare come cani sono gli altri, chi se ne frega…in compenso, noi ci teniamo stretti il cane-eroe. Credo consista proprio in questa consapevolezza cinica e brutale la nostra presunta eppure tanto decantata superiorità culturale; nonchè nella nostra accidentale libertà occidentale di far vacanze libere su tutta la libera terra, libertà mai come adesso tanto platealmente ipocrita cui dedicar retorici editoriali di rito ad accompagnamento di macabre danze di guerra.

“Parliamo, io e te. Parliamo della paura.” (Stephen King, dalla prefazione ad A volte ritornano)

“Dio o chi per lui / sta cercando di dividerci / di farci del male / di farci annegare” (Lucio Dalla – Com’è profondo il mare)

“Il Comune di Kalymnos ha iniziato oggi la distribuzione di riso ai bisognosi, che si concluderà venerdì 11 dicembre 2015”

“non se ne può più, non se ne può più anche solo di immaginare queste traversate e queste morti. E’ una vergogna che non si riesce nemmeno più a raccontare e che andrebbe fermata con le mani di tutti. E’ il più grande fallimento della società e della storia umana, il nostro Mediterraneo di cadaveri”

“questo non è più il luogo idilliaco delle vacanze degli europei. Per paradosso della storia, il Paradiso è diventato l’Inferno. Questo, oggi, è il confine d’Europa, la tragica linea del fronte tra i mondi in disequilibrio.”

Disequilibrio. Con una sola parola, che ben conosciamo, si può riassumere la trasfigurazione subìta recentemente dall’isola da favola d’ogni arrampicatore, dove oggi c’è chi stenta ad arrivare, dando vita ad una “tragica, evitabile, quotidiana contabilità dell’orrore”. Parlavo giustappunto d’inferno negli ultimi aggiornamenti in forma di commento a Kalinikta, dove cerco di tener maldestra traccia di arrivi e di mancati arrivi, fingendo di non voler tenere conto del fatto che continuano ostinate le partenze di nuovi possibili cadaveri.
E noi, presunti vivi, siamo volati decine di volte a Kos, dove la cittadinanza è oggi in rivolta contro campi profughi e centri di registrazione e smistamento (“hotspot”); e di lì a Kalymnos, alla ricerca di pace e di equilibrio: psicofisico, corporeo, verticale. Non so se Simone conosca o pratichi l’arrampicata, per quel che ne so è un appassionato velista. Utilizzando quella parola però ha intuito che quel che ci mantiene attaccati al nostro sogno di roccia corrisponde a ciò che manca all’interno del nostro piccolo mondo, e fra esso e gli altri. E’ sempre stato possibile concepire la scalata quale antidoto (illusorio) al nonsenso ed alle tante assurdità del nostro vivere: un’evasione e assieme una ricerca di un minimo di senso, in ambito ludico-avventuroso, che restituisse un significato allo stare in vita, alla passione, alla fatica; per questo, se pure involontariamente, è stata e viene tuttora così spesso presa tanto seriamente: perchè questa ricerca, per quanto inconsapevole, di una ragione profonda per viaggiare, scoprire e salire riesce ad andare al di là del movimento in sè, del gioco e della competizione. Più di tutti son gli atleti a prendersi sul serio: ma loro son pagati, lo fanno di mestiere. La passione gratuita non restituisce invece altro che emozioni, da sentire e da sapere, da toccare con le dita: e per cos’altro si rimane in vita? Si tratta quindi di un percorso assai importante, che merita un’attenzione maggiore di quella che comunemente si dedica alle tabelle di allenamento ed al registro delle performance. Oltre al gesto atletico c’è un tuffo al di là della realtà, un distacco dal mondo che può diventare introspezione ed infine ritorno consapevole alla realtà di partenza: una sfida basata tutta sull’equilibrio, che ci permette di comportarci al meglio nell’ambiente tridimensionale in cui ci muoviamo e confrontiamo, e non soltanto nel senso del saper restare appesi a volte, grotte e soffitti, ma anche del sapersi (ri)conoscere e mettere in gioco.
Ha detto Dal Prà (in un’intervista su Uomini & Pareti) che ogni scalatore si può immaginare come se avesse “una matita sulla pancia”, e che dalla linea ch’essa traccia sulla parete se ne possa ricavare la personalità, il carattere, lo stato emotivo, piuttosto che la forma fisica: siamo i movimenti che produciamo, l’equilibrio che raggiungiamo. Ma tutto questo avviene nell’ambito di un mondo frenetico e grottesco che lascia poco spazio al senso ed al perchè delle cose, alla pazienza, allo studio, alla conoscenza di sè e degli altri. Numeri e numeretti prendono rapidamente il posto dell’esperienza, e se si sbaglia ci s’incazza: è sempre più il risultato a contare, e non quel ch’esso significa e comporta per davvero. Tentar non nuoce, ma fallire – ammettiamolo – è frustrante; e pensare che per noi è o dovrebbe essere, per l’appunto, solo un gioco. Se così fosse, torno a dire, c’importerebbe poco. C’è invece molto di più, almeno in teoria; nella pratica, invece, il way of life da molti rivendicato a cosa si riduce? A vestir solo la marca pubblicizzata da un big che ti seduce! Ma quel che sta accadendo a Kalymnos (a patto di volersene accorgere) ci sbatte in faccia una realtà cruda e violenta che supera la nostra comune percezione di avventura e wilderness. Noi tutt’al più ci siam perduti al buio di ritorno da Arginonta Skyline; chi rischia la vita per fuggire dal proprio paese ha già oltrepassato un confine che non comprenderemo mai, neppure provando un grado di difficoltà mai prima immaginato. Il fallimento per costoro implica la morte, mentre la vittoria è un insperato terno al lotto. Il nostro sforzo massimo si limita invece a sognare un 7 o un 8, riequilibrando le fatiche dell’allenamento con quelle del lavoro e divertendoci a giocare con la sorte. Rispetto ai rischi che corrono loro siamo sfigati da villaggio vacanza, da sfavillante e squallida prigione d’oro. E ci raccontiamo storie d’imprese memorabili che si sgretolano come pietra poco solida, narrazioni che non reggono alla prova della Storia, utili all’ego d’un me ne frego. Su quest’individualismo fortunato, che fa della nostra vita la vita fra tutte più preziosa, si basa parte del potere del sistema che ci domina. Per questo consideriamo certe tragedie più gravi di altre, e valutiamo i bombardamenti difensivi inevitabili; accettando sproloqui autoassolutori, ossimori ed altri abili giochi di parole, purchè servano a rappresentarci incolpevoli e a garantirci un comfort in realtà del tutto illusorio, una impossibile stabilità definitiva. Quand’anche avessi conquistato il tuo angolo di pace o buen retiro ad Emporios, per esempio – laddove più altro non c’è, giacchè finiscono la terraferma e le falesie -, perfino là ti raggiungerebbero la crudeltà e l’assurdità dell’esistenza, sotto forma di disperati alla deriva.
thanks_KalymnosIn un numero particolarmente ‘impegnato’ (tanto da domandarsi se arrampicare possa essere, in certi frangenti, “un acte politique”), Grimper consiglia di non abbandonare l’isola ed il sogno, di continuare ad aiutare l’economia locale e, se possibile, anche i profughi, facendo appello ad un “esprit solidaire” che già si concretizza nello sforzo di alcuni volontari locali e di qualche climber di buon cuore: parole sante, che però non ci modificano nella nostra essenza, dando per scontato che noi si sia quel che si è, con il nostro fardello di responsabilità collettive, e che non si possa essere altro; turisti non per caso, ma per culo e che si prendon per il naso, turisti intendendo restare. Quale strada prenderebbero le cose con o senza il nostro turistico apporto non si sa, ingrato compito nostro è quello di…continuare a scalare. Sai che rivelazione, e che novità: è quel che facevamo già, e che speriamo ovviamente di poter continuare a fare! Saremo mai altro? Saremo mai qualcosa di più che arrampicatori, o per meglio dire arrampicatori per davvero? Avremo mai il coraggio di specchiarci nella parete che saliamo, e di guardarci salire? Quale immagine ne ricaveremmo, quale disegno a matita? Sensazioni e paure più o meno inconsce o indotte dovrebbero prima o poi lasciare il posto alla consapevolezza acquisita, la stessa che ci dà equilibrio e confidenza permettendoci di progredire. Sapere il motivo per cui si procede non è cosa da tutti, ma il tentativo dona un senso all’alzarsi in piedi d’ogni giorno; ben altra cosa dall’affidare al raggiungimento d’una sosta e un numerello il godimento quasi orgasmico, liberatorio, che dura appena qualche secondo pure quello.

“Godiamoci dunque queste spicciole giornate di ferie, di pausa tra un periodo e l’altro di lavoro e di totale alienazione, questo interludio di diversa distrazione e di consueto rimbambimento, tanto la nostra scelta l’abbiamo già fatta, o meglio, ce la servono pronta. E del resto quale pazzo metterebbe anche solo per un istante a rischio la propria situazione?”

siriani_kosNon resta insomma che accontentarsi ed autogiustificarsi, artificio in cui siamo esperti (“Siamo indulgenti con noi stessi, come sempre”); o pretendere da sè e dagli altri di dare finalmente un obiettivo e una coerenza, e quindi un equilibrio, al tutto. Nel primo caso sarà facile andar dietro all’apologia della vacanza occidentale fatta da Mario Calabresi su La Stampa (molto apprezzata dai compagni neoliberisti del Pd, nonchè dai giovani ciellini, e poi ripresa non a caso da Sallusti sul Giornale), il quale inneggia per l’intero articolo alla libertà d’andare in ferie: un privilegio destinato a pochi, in verità. “Hanno cominciato a toglierci l’ossigeno 14 anni fa, in una mattina di sole di fine estate, quando quattro aerei sequestrati da piloti kamikaze decretarono la fine del nostro modo di viaggiare”. C’è chi è costretto a viaggiar con molto meno, in condizioni climatiche romantiche, benché meno poetiche, rischiando tanto quanto: ma a noi occidentali superiori di queste altre storie terrificanti cosa importa? “Mai più spensieratezza” è la drammatica conclusione: amen, la spensieratezza è morta. Non abbiamo quindi perso granchè, tutto sommato. Forse, caro il mio cronista spensierato, se ognuno di noi si fosse adoperato per ridurre certi drammi e non generarne altri, avremmo anche potuto permetterci di godere il nostro benessere più o meno meritato. Viviamo invece nella più totale inconsapevolezza, pensando sia un nostro diritto naturale. Così, “Prima ci sono state rinunce esotiche”, poi “Siamo arretrati, sempre più chiusi nel cortile di casa”, ed infine ogni luogo è diventato un luogo pericoloso: “Aerei, metropolitane, treni, adesso i bar, le terrazze, i concerti e lo stadio”. Vuole “ricominciare a vivere” spensierato Calabresi, a godersi le vacanze (anche esotiche), il Papa, la Sindone, l’Expo, il Museo Egizio e le rovesciate (ebbene sì!) come se nulla fosse; e non sembra importargli granchè della situazione di quei luoghi esotici, di chi a ricominciare a vivere più non riuscirà, o se vi riusciranno i superstiti dei viaggi veri – non quelli della vacanza, ma della speranza. Fra i viaggiatori per diletto e quelli in cerca d’accoglienza per pietà, sembra che soltanto il ricco uomo bianco possieda una vita sola, garantita in serie A! Le decine di migliaia di morti nel Mediterraneo pesano davvero tanto poco? Presumo che la risposta sottintesa sia: pazienza. “Del resto muore gente senza nome, che non orienta alcun peso politico, alcun peso economico”, sottolinea Perotti giustamente. E’ questo il punto: “anonime sono le migliaia di morti in questo mare vergognoso”, dove soccombe gente che per noi non conta, gente diversa da noi, ben diversa da quella che affolla le nostre sacre metropoli, per la quale si scatenano guerre postume e preventive (insomma perenni), delle quali la politica si ciba e l’economia vive.
Quando Calabresi separa noi da loro, separa quindi concettualmente prima lui del terrorismo due mondi differenti: quello della ricchezza e quello della povertà. Quel che dimentica di dire è che buona parte di tale ricchezza proviene proprio dal fatto d’aver più o meno direttamente costretto altri in condizioni di guerra e/o di povertà, o dall’averne quantomeno approfittato. Se i tanti che s’indignano a comando fossero in buona fede, non dovrebbero considerarlo un trascurabile dettaglio. Ma a costoro importa non tanto la conservazione della propria libertà, quanto quella del proprio tenore di vita; alla faccia di chi ha i soldi solamente per scappare dalla propria invivibile condizione, e trascurando che spesso quell’invivibilità dipende dalle scelte dei nostri cari governi occidentali, e dalle commesse e dagli affari delle nostre amate aziende tricolori. Nessun segreto o mistero, informatevi, e già che uscite a respirare badate a metter soprattutto la testa fuori: scoprirete che certe libertà si conquistano, van meritate. Chi si mette in viaggio per davvero ci prova, vi è costretto; chi va in vacanza nel migliore dei casi prova forse solo a dimenticare per brevissimo tempo quel che è: osservatore passeggero, non pacifico ma imbelle, non incosciente ma impunito, ignavo o rassegnato ad un terrorismo di Stato e di sistema quotidiano, ad una criminalità alta, mafiosa, rispettabile, b(l)andita, giustificata. E a lui, cioè a noi, la compartecipazione psichica con quell’orrore ben studiato, chissà perchè, non verrà mai applicata.
Per esorcizzare colpe e nasconder verità si preferisce accomunare i terrorismi d’oggi e di ieri azzardando arditi parallelismi, perchè è più facile limitarsi a dire che “il terrore fa rima con kalashnikov”, mica con bomba; eppure è quest’ultima, concorderete, a far rima con tomba. Sarà che d’una rima lontana non ci giunge chiara l’eco, ma dovremmo poter capire che se le vittime si moltiplicano non è per via d’una barbarie sola; e se è vero che il terrore colpisce “persone e obiettivi che non hanno alcuna responsabilità per le guerre e i conflitti che si sono determinati nel mondo”, andrebbe aggiunto che ciò è da ritenersi vero se ci si riferisce alle responsabilità individuali…mentre quelle collettive chi se le accolla? Manco a dirlo, dovrebbero farlo i nostri (legittimi?) rappresentanti. Ma, per combinazione, di essi il terrorista si disinteressa (complotto troppo?); viceversa, quelli al terrorista s’interessano eccome: quand’è conveniente, addirittura per salvarlo e tenersi il malloppo. Quanto a noi, fino a che punto si può dir che non c’entriamo? Basta il fatto che non impugnamo volentieri una pistola? Lavoriamo però in tanti diversi campi che hanno più o meno direttamente a che fare con la guerra, con le armi, con repressione e controllo, con la violenza (in America la portano anche a scuola); e tolleriamo fin troppo silenziosamente l’esistenza di leggi che rendono semplice e naturale il traffico di armi ed armamenti, mentre agli esseri migranti abbiamo il coraggio di rendere difficili diritti e movimenti. Pertanto, quale “dialogo” o “processo di pace” s’intenderebbe rilanciare, quando teniamo in piedi noi per primi un sistema di guerra e di violenza che non fa che alimentare nuovi terrorismi? Questa è la verità che ancora una volta si tace, che si evita sempre di guardare, preferendo l’abuso di frasi ad effetto trite e ritrite, luoghi comuni democratici, scuse troppo facili – perfino un incredibile “ricatto” psicologico che subiremmo, oh noi poverini!, da parte degli “occhi dei bambini”
quando_la_guerra_torna_indietroInterventi militari/coloniali a parte, non è forse considerabile come un “attacco alla democrazia, la pace e la libertà” la produzione, la vendita e l’esportazione da parte nostra di bombe che poi vengono lanciate altrove? Oppure il solo fatto ch’esse vengano fabbricate e smerciate qui, ma lanciate da un’altra parte (magari in paesi non propriamente democratici, dove l’estremismo prende piede) ci manleva da questa responsabilità? Quanta ipocrisia in questi piagnistei sindacali unitari, in questa comunione di onerosi sensi, in questo lavoro acritico e senza qualità preso per panacea di tutti mali! Tutti c’entrano ma nessuno c’entra, noi non c’entriamo mai ma qualcun altro chissà come poco più in là crepa, sarà la sfortuna: e non ce ne curiamo…fino a quando l’orrore non tocca improvvisamente noi anzichè, com’è consuetudine, altri più sfigati di noi. Quindi dov’è il problema, perchè tanto sconcerto? Saremo presto turisti-padroni d’un deserto. Nessuno è purtroppo il primo ad esser morto invano, vittima d’un mondo già di per sè inumano – che non è migliore se si scanna per un parcheggio, anzichè per il Corano -, e d’un mercato che sa guardar distante, e che sempre più lontano prova a piantare semi d’odio, generando o soffiando sul fuoco d’irragionevoli conflitti utili a mascherare e ad annullare quell’unico conflitto che potrebbe fargli male.

“Io credo che nonostante le enormi divergenze, la determinazione intellettuale intrepida, costante, fiera, come cittadini, di definire la reale verità delle nostre vite e della nostra società sia un dovere cruciale che incombe su noi tutti. E’ di fatto un obbligo.” (Harold Pinter)

“L’illusione di poter vivere tranquilli mentre il mondo affonda nelle guerre e nell’ingiustizia è soltanto una chimera. (…)
Le bombe russe, americane, inglesi, francesi, forse domani italiane in territori su cui non abbiamo alcun diritto d’azione e operazione, lanceranno sempre schegge su di noi. E ogni volta che qualcuno cade, stupirsene non ha che il senso del paradosso.”

A cader per poco noi, per gioco, siamo già abituati; ma il confronto con il vuoto e con la morte resta potenziale, e tutto interno alla nostra esperienza individuale. Entrano adesso prepotentemente in gioco gli altri, in modo assurdo e criminale, sia che ci attacchino sia che ci chiedano aiuto. Ma gli altri sono sempre esistiti, come esiste da sempre la povertà con i suoi diversi livelli, e a noi tocca confrontarci con nuovi e diversi gradi di difficoltà che riguardano la nostra coscienza: sapremo opporre mai una qualche resistenza? Siamo allenati in tal senso, o possiamo farne a meno? Vorremo mai rivendicare un’esistenza che non sia limitata solo al tenersi stretti il posto più comodo e sicuro, la prima fila sull’orrore, l’indifferenza e la volgarità, sulle verità dei ricchi, sulla loro inciviltà?
Sta bene allora, stipiamo nello zaino tutti i buoni propositi e ritorniamo ad arrampicare anche all’Inferno; ma per favore, vediamo di darci una svegliata per non restare quel che siamo oggi anche domani ed in eterno.

“Mare mare mare / voglio annegare / portami lontano a naufragare / via via via da queste sponde / portami lontano sulle onde.” (Franco Battiato – Summer on a solitary beach)

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reality_monte_biancoDi gufi e divanisti, veline ed alpinisti. Se vi va.
Altrimenti, di tutt’altra idea di libertà.

“Questo reality non s’ha da scalare.”

“I gufi sono quelli che, pure quando una cosa è indiscutibilmente fatta bene, riescono nella faticosa impresa di trovare parole allarmanti e denigratorie per descriverla.”

“Il problema dei reality show è solo uno: chi li guarda.”

“qualcuno ci definì “parassiti sociali” (…). Eravamo costantemente alla ricerca di un confronto: chi con sé stesso, chi con gli altri, ma sempre attraverso la “libera”, (…) per sentirci più “liberi” da quell’omologazione che sembrava serpeggiasse avida di proseliti, sì proprio quella che cantavano i CCCP: “produci-consuma-crepa!”, e vivevamo sempre in attesa di un nostro, del tutto inutile ma nostro, “Mercoledì da Leoni”.” (Giovannino Massari)

“Per la mia generazione la montagna è stata sinonimo di libertà.” (Maurizio Oviglia)

“Dove cavolo è finito quel senso di libertà?” (Alessandro Grillo)

Oggi la montagna rischia di diventar per tutti sinonimo di reality. Cioè, nè più nè meno di quel che è sempre stata: l’avventura vista dal divano. Una montagna che per tutti non è mai stata, che si preferisce in vendita o mal rappresentata. Per chi è abituato a vederla invece come la conquista, se non antica della vetta, quantomeno nuova e più profonda dell’altopiano, il “divanista” parassita è piuttosto colui che, VIP o NIP, alla libertà ha già rinunciato, preferendo la TV allo scarpinare, la mistificazione alla realtà, lo spettacolo passivo e buffonesco della vera o immaginaria vita d’altri ad un’esperienza propria, concreta e genuinamente spettacolare, che si pensa forse di non poter sostenere; per cui al teatrino di quella altrui ci si deve aggrappare.
Amici del divano sono i media, che si limitano a correr dietro a quel che accade finendo acriticamente schiavi della divulgazione del nulla: come se ci dovesse davvero interessare se “Ci siamo persi la bella e simil-perfida Dayane”, appassionandoci all’ennesima telenovela trash, cascando nel crepaccio del gossip e confondendo lo sport col circo, momenti formativi con pillole instupidenti. No, proprio non basta sostenere che “la buona e “perfettibile”, come dice Simone Moro, trasmissione Monte Bianco, (…) merita un pochino più di attenzione dalla gente di montagna e che la montagna la vive e la ama, perché comunque di montagna si parla”: sarebbe preferibile che non se ne parlasse in una certa maniera, e forse, al limite, che non se ne parlasse affatto; giacchè di tutte le emozioni e dei valori dei quali si ciancia, quel che resta a contare è solo il business perdente che sta dietro a questa pantomima di verità, e null’altro. Tutti i principi della montagna che mi son stati trasmessi, e che approfondendo ho fatto miei, cozzano con l’idea stessa di una oscenità simile, una minestra liofilizzata e riscaldata che a quanto pare non offre nulla di nuovo e che va ben oltre le scalate artificiose di Manolo a Jonathan. Se infatti quest’ultimo rappresenta comunque indubitabilmente una delle espressioni più celebri e significative dello spirito dell’arrampicata, queste modelle buttate sulla neve quale senso hanno? Ce le buttassero nude almeno, capirei. Ah, ma già lo fanno?

“Polemiche sui social per i comportamenti della spudorata Dayanne Mello e del capriccioso Stefano Maniscalco. (…) Per la seconda volta di seguito (due puntate su due), Dayane Mello ha mostrato le sue grazie con la scusa di doversi lavare nel fiumiciattolo ghiacciato vicino al Campo Base.”

Non mancano ovviamente, visto che tutto in fondo si basa su quello, foto e video dell’impresa, riproposte anche quando la TV non è più accesa. Quanta bellezza gettata alle ortiche, svilendo anche l’ambiente circostante! Seppure di storie d’alpinisti capricciosi e spudorati ce ne potrebbero esser tante, andar per monti non è andare alla spiaggia: non ci vuole un “gufo reazionario” per poterlo affermare; reazionario non è l’antimoderno, è chi difende una realtà immutabile di squilibri di forze e di sottomissione culturale popolare. Ci manca solo il dover fare ammenda e tanti complimenti per poi buttarci nella ressa, prestando anche soltanto un poco d’attenzione a questi miserabili mezzucci di distrazione di massa.
Badate che non so di che parlo, visto che non possiedo una televisione (lo metto nero su bianco anche nel caso in cui passasse di qui qualcuno deciso a farmi pagar la nuova tassa). E badate che non sono più neppure iscritto al CAI, da quando han palesato di premiar non ciò che sei ma ciò che fai. In più, la risposta accademica al Foglio in merito al programma non mi par risolutiva.
Forse, semplicemente, questo ennesimo format rincitrullente anche senza visione preventiva può essere pensato figlio di quello già sperimentato in forma soft sull’isola greca del boom verticale, con veline al seguito convinte che la montagna sia Courmayeur; proprio come la coppia d’oro zecchino Sallusti & Santanchè, che con chiacchiere e pettegolezzi marcia su un’Italia che marcisce fra scandali e scarsa memoria, e di cui tramite gossip si vorrebbe ricostruir la storia.
Il tentativo bieco è quello di portarci a pensare in blocco come loro più di quanto già non si faccia; a prendere le cose come cultura dominante comanda: cosicchè salirà chi può (i corridori del Tor des Géants, non certo te), qualche fortunato sarà spettatore pagante, e voialtri starete a guardare, o feccia.
Oddio, può essere che sotto sotto questa visione non sia del tutto sbagliata o controproducente: “parassiti sociali” o nuovi guerrieri che fossimo, non eravamo buoni a niente; se invece sei così demente da goderti talpe, secchioni o fattorie dopo il tiggì, puoi continuar tranquillamente a farti rigirar la solita frittata e a non pensare ruminando l’insalata: puoi capire a me quale amarezza mi rimane. Dopo il Monte Bianco, però, ricordati di pulire la cucina e di pisciare il cane.

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agitazione_con_matitoneLo sproloquio m’è uscito rotondo; la poesia, per chi vuole, sta in fondo.

“Mi chiamo Sallusti, dirigo un giornale, di tendenza centrodestra, sono un liberale. Ma ho criticato il Cavaliere, più volte, non mi asserraglio in nessuna Repubblica di Salò, difendo il mercato e la libertà dell’individuo e il consumismo occidentale”

“Genova è una città nel caos. (…) Ieri nessun autobus ha circolato e gran parte dei 2.300 dipendenti ha invaso il Consiglio comunale interrompendo la seduta con slogan, striscioni, insulti e minacce verso il sindaco Marco Doria, che se l’è cavata solo grazie all’intervento dei vigili. Un atteggiamento squadrista che ha paralizzato la città (…). Il giorno dopo Doria ha capitolato di fronte allo squadrismo rosso (…).
(…) la questione attorno alla privatizzazione non è ideologica, ma economica, non si tratta di una scelta strategica, ma di una decisione inevitabile. (…) l’amministrazione non si trova a percorrere la via della privatizzazione perché folgorata sulla via del “neoliberismo selvaggio” ma perché i soldi da sprecare sono finiti (…).
Ciò che più sconcerta (…) è la reazione dei genovesi allo sciopero selvaggio. Da un video del Secolo XIX si vedono gli automobilisti bloccati nel traffico solidarizzare con i manifestanti”

La Storia si ripete, e non si fermerà alle cosiddette “cinque giornate” di Genova. Salvo stimabili eccezioni, costituite per gran parte da nobilissimi e testardi teppisti e provocatori, essa è rappresentata da un chinarsi continuo alla legge della guerra. E la legge della guerra è la stessa delle privatizzazioni: mors tua, vita mea; oggi a me, domani a te. La guerra stessa, del resto, è stata privatizzata; più di tutti lo dimostra Israele, che ne ha tanta da fare che i militari di leva non gli bastano.
E’ una legge che in entrambi i casi tentano di farci digerire mostrandola nella prospettiva della fatalità: “L’abilità (…) è stata quella di far apparire gli interessi del grande capitale come esigenze naturali dello sviluppo, e, per contro, retrograde e parassitarie le resistenze al cambiamento.” Le nuove forme di dominio infatti puntano su “una logica della causalità. Cioè a una forma di necessità annunciata. La critica (…) ha meno presa: ai dominati viene solo chiesto di essere realisti.” I soldi dunque sono finiti (colpa tua, per giunta, che gozzovigliavi), però – chissa perchè – ogni costosissima soluzione bellica è sempre inevitabilmente ben accetta (alcuni, come la Signora della Guerra – benchè ex pacifista no global – Pinotti, l’han perfino resa una fissa personale); e chi resta a lottare per qualunque causa si presume lo faccia per difendere “strutture di potere e diritti acquisiti”, insomma privilegi, mica il bene comune. A quest’ultimo, peraltro, dicono di pensar per noi già lorsignori, che potere, diritti e privilegi stabilmente già detengono; non c’è quindi da preoccuparsi, e chi osasse verrà tacciato, come minimo, di “benecomunismo”.
Peggio, come avete letto poco sopra, fanno gli sgherri de L’Intraprendente, che spronano da destra il marchese rosè a farsi sempre più annacquato, e che da bravi reazionari vedono un mondo a perenne rischio-rivoluzione, dove pericolosamente (per loro, che han qualcosa da farsi rubare: potere, diritti e privilegi per l’appunto) “Tornano i sogni del ’17 e del ’68: quel che è mio è mio e quel che è tuo deve essere di tutti”.
Non è inutile ricordare, visto il lontano riferimento e per restare in casa nostra (prescindendo perciò dalla Rivoluzione d’ottobre), che a Torino, nell’agosto del 1917, agitazioni, scioperi e rivolte furon motivati non soltanto dalle “difficili condizioni in cui si trovavano a lavorare la maggior parte dei proletari italiani”, bensì anche dal fatto che alle loro legittime rivendicazioni economiche “si intreccia la propaganda per la pace”, così assumendo le proteste “un carattere antimilitarista contro la guerra in atto”. Questi signori che vedon comunisti mangiabambini dappertutto, insomma, bene farebbero a riflettere sulle ragioni che storicamente muovono le masse alla rivolta: eviterebbero in tal modo di provar sconcerto dinanzi alla solidarietà fra cittadini e lavoratori, ch’essi preferiscono mandare gli uni con gli altri a farsi fuori.
La questione, comunque, in questo caso è tutta da risolversi in famiglia: il fogliaccio di cui parliamo è diretto infatti da Giovanni Sallusti, nipote del fin troppo noto direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti, a sua volta nipote di Biagio Sallusti, “tenente colonnello del Regio Esercito che dopo l’armistizio aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana e che fu giustiziato dai partigiani per aver presieduto il Tribunale speciale che aveva condannato alla fucilazione il partigiano Giancarlo Puecher Passavalli”. Quest’ultimo, sia chiaro, fu eliminato “non per omicidio, ma per «aver promosso, organizzato e comandato una banda armata di sbandati (…) allo scopo di sovvertire le istituzioni dello Stato»”: squadristi antifascisti. Conferma il Sallusti arcigno e pelato che quella “era la legge della guerra”; ma Puecher, a sentire il maggiore Mario Noseda, “Era un idealista, uno che, ne sono certo, non aveva mai sparato un solo colpo di rivoltella”. Questo assieme il suo merito e la sua colpa, a conferma che a pagare sempre il conto più pesante è chi alla legge della guerra non si piega, chi si ostina ad andare in direzione contraria al senso crudele preso a forza dalle cose.

Figlio d’una consapevolezza che questi degni eredi del fascismo definiscono, rigirando maldestramente la frittata per meglio mantenere vivo un odio antico, “atteggiamento squadrista” o più chiaramente “squadrismo rosso”, raccolgo qui di seguito alcune umili memorie personali di quando ancora il trasporto pubblico, oltre a funzionare, era anche un mezzo per sorridere, leggere, riflettere, sognare; un luogo confortevole, accogliente da difendere dalla macchina del fango e del terrore retroattiva e sempre attiva, la quale trova ogni giorno d’ogni epoca nuovi servi compiacenti – pronti a tutto, dietro pagamento – da far propri strumenti.

Tram

Fasci di luce scompongono il fervore
elettrico scintillio di vite antiche
attraverso questo vetro appannato
ogni volto ha una maschera d’oro
monotoni quadri e rumori si alternano
eccitante umida sporca desolazione
un lampo
una lacrima scivola
triste
zittito dal ghiaccio
dietro questo vetro appannato
mi sento sicuro

La lacrima è in fondo al vetro
troppo vento
scendendo

 —

Autobus per il centro

Ho sorriso guardandola faticosamente
conquistare il posto più comodo
per la salita e la discesa

Le borse della spesa
trascinate nell’angolo più sporco
un angolo del mezzo, un angolo del mondo

Perchè è questo che ci basta, in fondo:
portandoci appresso il nostro inestimabile peso
che tutto vada per il meglio
nel salire a bordo e nello scendere

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