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Posts Tagged ‘Alessandro Jolly Lamberti’

Due righe, o poco più, per meglio spiegare il proposito e lo scontento dello scrivere quale alternativa sovversiva consapevolmente fallimentare – come amare a vuoto, come fra mille grida sussurrare – alla fuga isterica e divertita dall’incubo esistenziale.

Seguono alcune robe mie; per l’occhialuto Bill vorrete cortesemente pazientare fino in fondo.

Autonomia poetica

Il riconoscimento
me lo darò da solo

La strada per il successo

Se a giudicarmi fosse il pubblico, non avrò fans.
Se a giudicarmi fossi io, non mi dò chances.

Vana testimonianza

Non aspetterò di morire
per avere il vostro plauso

Qualunque artista non riconosciuto tale
s’inchina comunque rispettoso al proprio pubblico immaginario

Indisposizione volontaria

Il termine artista m’indispone:
voglio un altro cognome.

Sulla poesia al tempo di internet c’è da riflettere. Qualcuno lo ha già fatto, ed assai bene:

“Questa è un’epoca che ha deciso di rinunciare alla poesia per il semplice motivo che la poesia è il più grande nemico del binomio produzione-consumo in cui abbiamo calato ogni esistenza, compresa quella del pianeta. La poesia è un tentativo d’intensità e come tale è un tentativo losco in un momento in cui la vita somiglia sempre più ai farmaci omeopatici: sostanza diluita fino all’inesistenza.” (Franco Arminio, da Il primo amore)

Se la vita è vuota come un farmaco omeopatico e l’arrampicata “uno Xanax”, “una droga che serve per placare il dolore e il disagio della civiltà” (Jolly Lamberti, da Aumentare il rendimento) e quindi della vita stessa, come alternative per una sopravvivenza dignitosa non restano altro che l’amplesso liberatorio – droga naturale e contropotere idealizzata da Orwell in 1984 (“«Quando fai all’amore, spendi energia; e dopo ti senti felice e non te ne frega più di niente. Loro non possono tollerare che ci si senta in questo modo.»”) – e la scappatoia della poesia, orgasmico “tentativo d’intensità” che per di più non passa, ma resta nero su bianco o nella testa.
Al tempo in cui pensavo di partecipare anch’io umilmente a questo “tentativo losco”, non avrei potuto non tenere conto che dalla medesima riflessione scaturissero determinati problemi:

“La circolazione delle poesie in rete o via Mail in realtà è molto pericolosa. Uno ha la sensazione di raggiungere più velocemente gli altri, di emozionarli col proprio dolore e invece non succede niente. Giusto uno sguardo ai tuoi testi e via, perché tutti sono impegnati a mostrare i loro.
La poesia al tempo dell’autismo corale è destinata a circolare senza suscitare domande. (…) L’autismo corale è il colpo di grazia alla poesia.”

Il libero esibizionismo in versi lanciato nella rete ha un’ulteriore controindicazione, ovvero che “nessuno più legge. O, più precisamente, nessuno è più in grado di leggere” (Andrea Cortellessa, da Doppiozero).
Senza considerare che c’è qualcosa di perverso, di sbagliato nel “piacere che si prova a condividere tutto di sé” con moltitudini di sconosciuti. Vengo letto, quindi sono (capito)? “Viviamo in una società-confessionale che ha promosso l’auto esposizione al rango di prova prima e più facilmente disponibile dell’esistenza sociale”, sostiene Bauman. Ma, nell’espormi, oltre a rendermi più facilmente sorvegliabile, almeno agli altri comunico qualcosa? Preferiamo buttarla in gossip ed in caciara sotto l’occhio indiscreto del Potere, o vogliamo riaffermare – con John Fitzgerald Kennedy – che “Quando il potere corrompe, la poesia purifica”?
Avevo dunque timori forti di gettarmi in una sorta di iperdemocratico calderone, sfogatoio informatico per PC (Personali Congetture), mostra frettolosa di residui di WC. Ma è pur vero che senz’apparire, oggi, non si esiste neppure. E che la tela del ragno è splendida dopo la pioggia, addobbata come la si ritrova di graziose goccioline. Così vedo la rete, non perchè ami i temporali (sono anzi meteoropatico), ma per una ormai certificata adorazione per la casualità, anche digitale, che incrocia i destini elevando allo status di fortuna ogni fulminea, formidabile coincidenza.

Poesia alla Poesia

Poesia,
sei un campo elettrico,
magico–come lo spazio
fra le braccia protese di un sonnambulo!

(Bill Knott, tratta da PoemHunter. Traduzione mia)

Ho scoperto diversi anni fa l’americano Bill Knott grazie ad una impolverata raccolta di poesie intitolata Giovani poeti americani (Einaudi, 1973). L’ho fin da subito adorato. Ci ha provato prima di me col web e gli è andata storta; almeno secondo lui. Io ci ho guadagnato invece un modello da seguire, tradurre, diffondere e far apprezzare; già cantato da Richard Hell, celebre idolo punk (Television, Heartbreakers), e poi trasformatosi in pittore, Knott è stato un outsider della poesia, “lirico ma politico, allo stesso tempo tragico e comico”, complicato e tortuoso o ermeticamente suggestivo, adorabile.
Pur essendo di vanità egli stesso reo confesso, ha scritto lapidario questo ribelle in rime purificatrici: “Escludendo me stesso; escludendo me stesso, crescerò.”
Di seguito riporto (con traduzione mia, che credo purtroppo inadeguata) due suoi interventi tra il serio ed il faceto riguardo all’argomento qui considerato.
Se è vero che “Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese”, Knott l’aveva già esplicato, chiarito ed esteso senza mostrar stupore e decretando che “Tutte le società esistono per un solo scopo: uccidere i poeti”.

“Ho aperto il mio blog per la vanità di pubblicare le mie poesie, e per offrire file scaricabili di libri vanitosi, che fino ad ora avevo stampato e distribuito io stesso. Ma sono stanco dei costi da sostenere per farlo.
Niente che abbia a che fare con l’ipocrisia o l’establishment della poesia…
Il mio fallimento come poeta è solo mio, non dò la colpa a nessun altro.”
(da Memorious)

Bill Knott su poesia e fallimento

Masochisti, depressi maniacali, suicidi, tutti i poeti sono nevrotici della pulsione di morte, perdenti e falliti che abbracciano la miseria del loro miserabile lavoro, che sguazzano nella sua aura servile di diminuzione e di squallore – la sua pratica meschina.

Ma fra i poeti, quei tristi pasticcioni sconfitti e codardi abituati a mordere dietro l’angolo attratti da vili Virgilio nell’abisso dei versi, pochi fortunati riescono ad occupare i più alti cieli, i suoi gironi più elevati –

Persino fra i dannati ci sono divisioni…ci sono anche (ed è quasi incredibile che possano esistere) alcuni poeti che vogliono avere successo! Che vogliono che le loro poesie vengano lette! Che provano davvero a scrivere una poesia che sia accessibile e possa raggiungere un pubblico! –

Quali traditori son questi della loro classe – (Cavolo, se non volevano essere dei falliti, perché son diventati poeti?!)

(da HTMLGIANT)

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Gullich_Edlinger_Munich89“Sport Climbing is a set of crazy paradoxes and twisted universal truths.”

“per una scalata liberata dall’allenamento. Allenarsi certamente serve, ma era ancora Edlinger nel suo Arrampicare, a notare quanto, dopo l’allenamento a secco, fosse difficile sfruttare a fondo il proprio bagaglio tecnico. L’autore di queste righe è del parere che in questo preciso momento della storia dell’arrampicata e soprattutto presso i cosiddetti amatori, l’allenamento stia sostituendo la scalata, anche e non troppo paradossalmente, in falesia, con un regresso generale dell’evoluzione tecnica che ha dello stupefacente. Forse dovremmo cominciare a dimenticare l’allenamento per riprendere a scalare. (…) Perché un’altra scalata è possibile.”

“Le lotte fra luoghi comuni sono eterne, ottuse, estenuanti e non indicano la via per uscire né dall’uno né dall’altro. A tal scopo suggerisco piuttosto l’attenzione per i luoghi scomunicati. Luoghi non proibiti, ma mai incoraggiati che danno una leggera orticaria a chi gestisce le liturgie pensate per grandi masse di fedeli. (…)
Luogo scomunicato è stato arrampicare con le scarpette quarant’anni fa col Circo volante e oggi continua a esserlo il voler ragionare in parete di intelligenza motoria anziché di forza.”
(Andrea Gobetti)

Ripubblico qui, da Calcarea, un mio commento-fiume ad un post-traduzione di un articolo sul moderno “paradosso” della “forza contro abilità”, a firma di uno famoso e forte (ehm, Steve McClure); articolo/post che ovviamente vi invito prima di tutto a leggere.
Il titolo che ho scelto è ironico e autoironico, nel senso che il perditempo principe son io; ma è anche vero che l’allenamento non mi ha mai coinvolto in maniera seria, ragion per cui il perditempo potrebbe essere considerato chi vi si dedica, così come al contrario chi, non dedicandovisi, finisce poi per perder del gran tempo in falesia. La questione è aperta e per fortuna l’opportunità di scelta libera. Dunque, senza alcuna velleità d’apparir nè atleta nè allenatore esperto – ma soltanto perchè certi cambiamenti non mi piace stare solamente a guardarli, e perchè, molto più semplicemente, zitto non riesco a stare e l’esperienza vuol farsi sentire – nel mio piccolo vorrei aggiungere, se non un tassello, quantomeno un frammento di analisi spero stimolante nella direzione dell’approfondimento della strada che se porti alla forza od all’abilità non so, ma che senz’altro parte dal fascino e dallo stupore.

laceroconfuso said this on aprile 4, 2014 at 3:55 pm

Per acquistare abilità perdendo fiducia nella sola forza e ritornando al ritmo ed al respiro, all’occhio ed all’intuito, all’equilibrio e ai piedi, torna decisamente utile farsi male. Parlo per esperienza. Seguite dunque il mio consiglio spassionato: procuratevi una bella epicondilite (od epitrocleite), e vedrete!

Scherzi a parte, non ho mai capito dove si voglia andare a parare quando si confrontano gli stili, le pratiche, le mode. Sarebbe bello che l’analisi della verticale diventasse (o quantomeno si sposasse alla) critica sociale. Se “la bellezza oggi è bicipiti grossi e addominali a tartaruga”, un motivo ci deve pur essere. La bellezza, oltre ad esser soggettiva, si ritrova oggettivamente sia in placca sia in strapiombo. Può dunque il paradosso ridursi al contrasto fra l’allenamento e la sua utilità? E’ davvero questo “il grande mistero dell’arrampicata odierna”? Riconosco d’esser stato io stesso incapace a trasferire sulla roccia gli immensi ed eccessivi sforzi prodotti sui primi pannelli, ma la semplice domanda “perché mai allenandoci sempre di più non diventiamo automaticamente dei climbers migliori?” è stanca, pur risultando sempre necessaria. E’ evidente che la scalata sia o nasconda anche molto altro al di là del binomio allenamento-prestazione, ma chi glielo spiega ai parvenu?

Jolly mi sembra forse fra i pochi ad ammettere con chiarezza e spirito tanto provocatorio quanto autocritico che se oggi tutti tirano è anche perchè più di ieri gli si dice di tirare; ottenendo così una confusione ed una perdita di consapevolezza che contribuiscono a tratteggiare quella che lui definisce, se non erro, “scalata post romantica”, e che occorrerebbe chiamare con più precisione: consumistica. Siamo infatti nell’epoca del tutto-e-subito, che ha però ben poco a che fare con le rivendicazioni del ’68. Quel che si vuol raggiungere è spesso un traguardo che non implica di per sè neppure un miglioramento individuale, e la massificazione di questa spasmodica ricerca – che ricalca quella al successo, al denaro od al sesso facili, tipiche della nostra frenetica, frustrata e frustrante società – rischia di annullare altre possibilità interpretative dell’attività, e di ridurci a fare senza ben sapere quel che stiamo facendo; semplicemente perchè…è così che si fa, perciò è così che ci piace fare, e tanto ci basta.

Dando per scontato che per acquistare esperienza servano tempo ed umiltà (non incolpiamo quindi i nuovi arrivati per il troppo vigore, semmai per l’eccessiva fretta), e che i gusti siano e restino gusti (ragion per cui ciascuno è giusto che scali un po’ dove e come gli pare), non sarà però un caso che le tre parole-chiave dell’entusiasta climber americano medio siano: cool!, steep! e big jugs! (tutte seguite da punto esclamativo), e che vi siano tentativi maldestri e fuori luogo di far apparire una scelta migliore d’un altra, fra l’altro proprio nel nome di una crescita individuale che ritengo in realtà più apparenza che sostanza.
Che vi sia un aspetto mentale rilevante è cosa stranota, anche se un noto climber-scrittore sostiene che sulla roccia “il corpo prende il sopravvento sulla testa, governa lui”. Ma che sia o no l’arrampicata “the very embodiment of every meaningful struggle we’ll ever face in life”, non è chiaro il motivo per cui tale percorso formativo dovrebbe basarsi sulla battaglia di una rotpunkt (possibilmente in strapiombo) e non giungere attraverso quella di una on sight (magari in placca): di adattamenti diversi si tratta, così come di capacità diverse si ha bisogno nelle varie fasi ed occasioni della vita. Ma ci si può anche nascondere comodamente nella metafora non capendo granchè della vita reale. E si può fare dell’8 ed al contempo cascare sul 6: è la varietà delle situazioni a permetterci di riequilibrarci; si vince e si perde e c’è sempre da lottare e da imparare, l’importante è non raccontarsela e capire della scalata cosa si vuol fare, e se quel che vogliono renderla corrisponda all’idea che di essa ci è piaciuto conservare. Su questo secondo punto, a mio parere, soprattutto quelli che come Jolly hanno o sentono addosso una maggiore responsabilità dovrebbero lavorare. Il rischio è altrimenti che l’arrampicata, mentre discutiamo dell’utilità dell’avambraccio rispetto alla testa o ai piedi, ci sfugga di mano diventando da cosa nostra ad affare loro – un po’ come è stato del calcio, passato da sport popolare a grande business televisivo. Con la differenza che, il nostro, sport vero e proprio non so quando lo sia mai stato e quando lo sia voluto diventare. Ah già, nell’85. E pensare che io lo avevo scelto – o meglio: me lo ero ritrovato appiccicato addosso – proprio in quanto privo di regole ed allenatori, tifoserie ed errori arbitrali.
Ma chi ha trasformato la ricerca personale tramite l’allenamento in ricetta per la performance del weekend? Guai se diventassimo tutti sportivoni uguali!
Tant’è, per il suo valore storico m’attira ancora la Caduta degli dei; ma m’inquieta un nome che ha più possibili interpretazioni, essendo la mia piuttosto profetico-apocalittica.
Chi ricorda a Sportroccia quel passaggio risolutore di Edlinger, laddove gli altri strisciavano col ginocchio? S’i fosse forte, mi terrei; s’i fosse abile, lo stesso passerei.

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Dal nostro eroico inviato speciale a Medjug…pardon, Kalymnos.

“Diario di un’arrampicata: nel Dodecaneso tra Jeep, moussaka ed eroi.”

“I thought I owed myself a trip away/I wanted to go to places I have never been away/I looked at the pictures, imagine where they lay away/On a beach by the sand, where their clothes all lay away/Horizon is oblivious, chartered trip away/Said “There’s no returning from this chartered trip away.”” (Hüsker Dü, da Chartered Trips)

Qui dove tutto si crea e nulla (cannone di Trella escluso) si distrugge, qualcosina volendolo davvero si rifugge – se non nella sostanza, almeno nella forma.
L’Elena Village è un pugno in faccia verde elettrico nella notte stellata, e sta (sotto) alla Grande Grotta a Massouri come il grattacielo della Intesa Sanpaolo starà (a fianco) alla Mole Antonelliana a Cit Turin.
Non credo però che a sindaco o climbers possa fregar granchè della coastline del paese, così come della skyline torinese ci s’è fatti un baffo; l’importante, a Dubai come a Savona, è sfoggiare cazzi in tiro mostrando d’averlo più lungo o più grosso, monumenti alla immensità della propria primaria passione.
Le bizze di Ryanair non son riuscite ad intaccare il trasporto cui induce l’immutabilità d’uno scenario mai sontuoso ma seducente. Piscine e spazzatura continuano ad abbondare, la seconda ci ha fruttato in alcuni casi (Kasteli) imbarazzanti sacchettate. A Poeti il “permanent Kalymnos resident” ed équipeur Claude Idoux ci ha detto di ritrovarsi purtroppo a raccoglierne tutti i giorni. Alla base di Local Freezer un sacchetto di plastica rosa è stato abitato da lumache ed altri esseri: l’immagine faceva tenerezza, così gliel’ho lasciato.
Sul viso degli stolti abbonda il riso dell’irriconoscenza, dell’uso e del consumo, del tempo perso ad inseguire vanità di pietra mettendosi in coda senza numerino, entrando in gioco con l’inganno, la rincorsa, il gioco d’anticipo: la sveglia è tanto mattutina che c’è gente pronta a camminar verso la grotta che fa ancora buio. Sono ancora indeciso se trovar la cosa patetica o suggestiva.
Telendos nell’incupirsi si fa bella in questa stagione. Laddove il viaggio si fa più faticoso, specie se si sceglie la splendida mezz’ora di sentiero, rifiuti e sporcizia – che fan rima con pigrizia – faticano ad arrivare: il climber si ferma al primo piano se non c’è l’ascensore, contraddizione non da poco! Ma come ironizzava (neanche poi tanto) un caro amico amante dello sport verticale, “oltre la mezz’ora di cammino è già alpinismo”. La più bella falesia perlomeno di Francia (ma Jolly dice del mondo) dunque dovrà aspettare, se non ti fai portare il materiale su a Céüse con l’elicottero, e di questi tempi su certe proposte non c’è troppo da scherzare: se lo utilizzi per poi discender con gli sci, non si vede perchè non lo dovresti fare anche per poi salir con le scarpette.
Secondo Grimper comunque ti puoi ben consolare con St-Léger du Ventoux, salita alla ribalta di recente con l’ampliamento dei lavori di chiodatura, sebbene sempre a rischio a causa della proprietà dei terreni e, come Céüse, dell’inciviltà ormai manifesta degli arrampicatori.
E Saint Léger è certo notevole, ma vuoi metter la Baleine coi calamari e i maridaki dell’isola minuscola ove immenso è lo scalare, troppo grande il sogno, e tutto – per espressa ammissione dei migliori fra i locali venditori – diventa possibile? Ebbene, nella lista nazionalista dei 20 spot più fighi del mondo, nonostante un editoriale infarcito di paragoni olimpici, Kalymnos non compare: forse ritenuta non più falesia bensì parco giochi, o forse data per scontata, svenduta in saldo, ceduta all’abitudinarietà delle ferie organizzate casa e famiglia o con l’amante più cara; quella con cui c’è feeling e confidenza, che queste falesie avevano col sottoscritto quando forse ancora le riviste che cianciano di uno sport diverso dagli altri non si facevano mandare in stampa in Estonia (“Là est donc la vraie richesse de l’escalade”…nei Paesi Baltici?) ed i climber non si facevano mandare affanculo perchè fra di essi vigeva un certo rispetto ad annullar la coda, la corsa ed il biglietto.
La Grande Grotta si lascia illuminare e noi babbei pronti ad illuderci che possa riuscirvi una magia della luna, quand’è invece la North Face! Il prezzo da pagare per una intera nuova falesia creata per l’occasione (Psili Riza, falesia ‘di marca’ sopra Panormos) è un logo sparato nottetempo sulle canne, appropriazione indebita – per quanto virtuale ed estemporanea – di un luogo, di una pratica e di un sogno che a nessun marchio registrato potrebbero appartenere. Inquietante, anche se indolore.
Mi suggeriscono peraltro dalla regia che senz’altro la capra di casa fra la grotta ed Afternoon, se solo le avessero chiesto il permesso, non sarebbe stata d’accordo; al momento non abbiamo però ancora avuto la possibilità d’intervistarla.
I locals rimasti invece si sfregano le mani e chiedono più clienti e più guide, ma per ora ad aumentare son le ambizioni suicide: Climber’s Nest avvisa d’un aumento preoccupante degli incidenti in falesia, siate malfidenti e date ascolto a un coglione: cambiate al più presto passione.
Lo so, io sono ipocrita ed egoista e vorrei l’isola tutta per me e gli abitanti non ancora fuggiti in Australia disoccupati. Antonis ha ragione: l’isola non deve morire; ma neppure il mio desiderio d’arrampicare. Se su di esso vogliono erigere un monumento al business ed al consumerism internazionali, vista l’assenza pressochè totale di resistenze, possono fare. Sarò dunque io a trovarmi un’altra passione, un altro mare, un’altra Mecca, un’altra cattedrale.

Da Kalymnos è tutto – ma che dico, son già tornato a Milano a soffocare.

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