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Archive for the ‘Politic-Anti’ Category

aquila_passosempioneVi sono migranti di mare e di montagna, e spostamenti lunghi e faticosi come in tempi assai più bellicosi.
Al Sempione e in zona Gondo ho già scalato due o tre volte almeno, e lo scorso weekend scorrazzavamo al fresco fra Premia, Baceno e l’Alpe Devero. Che la Svizzera fosse roba da ricchi mi era chiaro, ma quel che adesso so è che c’è parimenti un’Ossola per chi può permettersela ed un’altra per chi non può.

10 agosto 2016
“(ANSA) – DOMODOSSOLA (VCO), 10 AGO – Hanno cercato di entrare in Svizzera a piedi, passando tra le gole di Gondo, il paese svizzero di confine tra Ossola e Canton Vallese. Undici profughi eritrei e guineani sono stati fermati dalla polizia svizzera di confine e consegnati alla polizia di Domodossola, in provincia di Verbania. Tre di loro avevano tentato di raggiungere la Svizzera, in treno, già il giorno prima, ma erano stati respinti. I profughi sono stati fermati dalla polizia mentre camminavano lungo il Diveria, un torrente che sfocia nel fiume Toce.”

“L’ambiente è stretto e tetro, in basso la Diveria corre giù furiosa trascinando pietre e rami spezzati. In alto, incombono ertissime pareti grige, ben poco rassicuranti. La luce è fioca, dall’aria umida viene un senso di freddo. Le gole di Gondo sono state uno dei più temuti mauvais pas delle Alpi”

Ne è passata di acqua nel Diveria, nel Devero e nel Toce da quando Domodossola fu capitale della locale Repubblica partigiana, dal 10 settembre al 23 ottobre 1944: cacciati dalla Resistenza fascisti e tedeschi, quel territorio si potè dire temporaneamente liberato.
Settant’anni dopo, a nemico meglio nascosto e tollerato, rileggendo mezzo secolo della città suona consolatorio inneggiare alle “tante barriere abbattute” dai tempi delle migrazioni dal Meridione degli anni ’50 e ’60 quando ci si rende conto piuttosto che “tutto è cambiato in peggio”; con l’ulteriore differenza che “Una volta c’era un clima di speranza, oggi regna di più la rassegnazione”.
Così, al tempo in cui le guardie della Fortezza Europa arrestano i profughi in viaggio per queste valli verso il passo del Sempione, quel “non dire mai no a chi bussa alla porta” torna ad essere uno slogan di facile quanto irrealistica enunciazione; e mi domando di cosa stiamo parlando, in cosa consistano i tanto decantati “decenni di profonde trasformazioni”, e infine quale sia il ruolo (a)sociale che spetta ad un alpinismo che dall’alto di quell’altopiano tanto ricercato e filosofeggiato si limita a guardare il fondo, scoprendovi sempre lo stesso mondo chiuso e riservato a pochi, inesplicabile ed assoggettato.

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mare nostrumMigranti e rampicanti nella stagione autunno-inverno 2015 hanno spesso condiviso ancora la medesima destinazione; ma c’è chi dal viaggio intrapreso non è tornato indietro, e chi preferirà non arrischiarsi più ad una vacanza divenuta insolitamente preoccupante.
Con più di 7 mila profughi sbarcati (dati aggiornati a fine ottobre) ed una cifra incalcolabile di morti, Kalymnos è oggi vittima fra le vittime dell’ipocrisia, con o senza e prima e dopo i tragici fatti di Parigi; i quali poi son riassumibili così: finchè a crepare come cani sono gli altri, chi se ne frega…in compenso, noi ci teniamo stretti il cane-eroe. Credo consista proprio in questa consapevolezza cinica e brutale la nostra presunta eppure tanto decantata superiorità culturale; nonchè nella nostra accidentale libertà occidentale di far vacanze libere su tutta la libera terra, libertà mai come adesso tanto platealmente ipocrita cui dedicar retorici editoriali di rito ad accompagnamento di macabre danze di guerra.

“Parliamo, io e te. Parliamo della paura.” (Stephen King, dalla prefazione ad A volte ritornano)

“Dio o chi per lui / sta cercando di dividerci / di farci del male / di farci annegare” (Lucio Dalla – Com’è profondo il mare)

“Il Comune di Kalymnos ha iniziato oggi la distribuzione di riso ai bisognosi, che si concluderà venerdì 11 dicembre 2015”

“non se ne può più, non se ne può più anche solo di immaginare queste traversate e queste morti. E’ una vergogna che non si riesce nemmeno più a raccontare e che andrebbe fermata con le mani di tutti. E’ il più grande fallimento della società e della storia umana, il nostro Mediterraneo di cadaveri”

“questo non è più il luogo idilliaco delle vacanze degli europei. Per paradosso della storia, il Paradiso è diventato l’Inferno. Questo, oggi, è il confine d’Europa, la tragica linea del fronte tra i mondi in disequilibrio.”

Disequilibrio. Con una sola parola, che ben conosciamo, si può riassumere la trasfigurazione subìta recentemente dall’isola da favola d’ogni arrampicatore, dove oggi c’è chi stenta ad arrivare, dando vita ad una “tragica, evitabile, quotidiana contabilità dell’orrore”. Parlavo giustappunto d’inferno negli ultimi aggiornamenti in forma di commento a Kalinikta, dove cerco di tener maldestra traccia di arrivi e di mancati arrivi, fingendo di non voler tenere conto del fatto che continuano ostinate le partenze di nuovi possibili cadaveri.
E noi, presunti vivi, siamo volati decine di volte a Kos, dove la cittadinanza è oggi in rivolta contro campi profughi e centri di registrazione e smistamento (“hotspot”); e di lì a Kalymnos, alla ricerca di pace e di equilibrio: psicofisico, corporeo, verticale. Non so se Simone conosca o pratichi l’arrampicata, per quel che ne so è un appassionato velista. Utilizzando quella parola però ha intuito che quel che ci mantiene attaccati al nostro sogno di roccia corrisponde a ciò che manca all’interno del nostro piccolo mondo, e fra esso e gli altri. E’ sempre stato possibile concepire la scalata quale antidoto (illusorio) al nonsenso ed alle tante assurdità del nostro vivere: un’evasione e assieme una ricerca di un minimo di senso, in ambito ludico-avventuroso, che restituisse un significato allo stare in vita, alla passione, alla fatica; per questo, se pure involontariamente, è stata e viene tuttora così spesso presa tanto seriamente: perchè questa ricerca, per quanto inconsapevole, di una ragione profonda per viaggiare, scoprire e salire riesce ad andare al di là del movimento in sè, del gioco e della competizione. Più di tutti son gli atleti a prendersi sul serio: ma loro son pagati, lo fanno di mestiere. La passione gratuita non restituisce invece altro che emozioni, da sentire e da sapere, da toccare con le dita: e per cos’altro si rimane in vita? Si tratta quindi di un percorso assai importante, che merita un’attenzione maggiore di quella che comunemente si dedica alle tabelle di allenamento ed al registro delle performance. Oltre al gesto atletico c’è un tuffo al di là della realtà, un distacco dal mondo che può diventare introspezione ed infine ritorno consapevole alla realtà di partenza: una sfida basata tutta sull’equilibrio, che ci permette di comportarci al meglio nell’ambiente tridimensionale in cui ci muoviamo e confrontiamo, e non soltanto nel senso del saper restare appesi a volte, grotte e soffitti, ma anche del sapersi (ri)conoscere e mettere in gioco.
Ha detto Dal Prà (in un’intervista su Uomini & Pareti) che ogni scalatore si può immaginare come se avesse “una matita sulla pancia”, e che dalla linea ch’essa traccia sulla parete se ne possa ricavare la personalità, il carattere, lo stato emotivo, piuttosto che la forma fisica: siamo i movimenti che produciamo, l’equilibrio che raggiungiamo. Ma tutto questo avviene nell’ambito di un mondo frenetico e grottesco che lascia poco spazio al senso ed al perchè delle cose, alla pazienza, allo studio, alla conoscenza di sè e degli altri. Numeri e numeretti prendono rapidamente il posto dell’esperienza, e se si sbaglia ci s’incazza: è sempre più il risultato a contare, e non quel ch’esso significa e comporta per davvero. Tentar non nuoce, ma fallire – ammettiamolo – è frustrante; e pensare che per noi è o dovrebbe essere, per l’appunto, solo un gioco. Se così fosse, torno a dire, c’importerebbe poco. C’è invece molto di più, almeno in teoria; nella pratica, invece, il way of life da molti rivendicato a cosa si riduce? A vestir solo la marca pubblicizzata da un big che ti seduce! Ma quel che sta accadendo a Kalymnos (a patto di volersene accorgere) ci sbatte in faccia una realtà cruda e violenta che supera la nostra comune percezione di avventura e wilderness. Noi tutt’al più ci siam perduti al buio di ritorno da Arginonta Skyline; chi rischia la vita per fuggire dal proprio paese ha già oltrepassato un confine che non comprenderemo mai, neppure provando un grado di difficoltà mai prima immaginato. Il fallimento per costoro implica la morte, mentre la vittoria è un insperato terno al lotto. Il nostro sforzo massimo si limita invece a sognare un 7 o un 8, riequilibrando le fatiche dell’allenamento con quelle del lavoro e divertendoci a giocare con la sorte. Rispetto ai rischi che corrono loro siamo sfigati da villaggio vacanza, da sfavillante e squallida prigione d’oro. E ci raccontiamo storie d’imprese memorabili che si sgretolano come pietra poco solida, narrazioni che non reggono alla prova della Storia, utili all’ego d’un me ne frego. Su quest’individualismo fortunato, che fa della nostra vita la vita fra tutte più preziosa, si basa parte del potere del sistema che ci domina. Per questo consideriamo certe tragedie più gravi di altre, e valutiamo i bombardamenti difensivi inevitabili; accettando sproloqui autoassolutori, ossimori ed altri abili giochi di parole, purchè servano a rappresentarci incolpevoli e a garantirci un comfort in realtà del tutto illusorio, una impossibile stabilità definitiva. Quand’anche avessi conquistato il tuo angolo di pace o buen retiro ad Emporios, per esempio – laddove più altro non c’è, giacchè finiscono la terraferma e le falesie -, perfino là ti raggiungerebbero la crudeltà e l’assurdità dell’esistenza, sotto forma di disperati alla deriva.
thanks_KalymnosIn un numero particolarmente ‘impegnato’ (tanto da domandarsi se arrampicare possa essere, in certi frangenti, “un acte politique”), Grimper consiglia di non abbandonare l’isola ed il sogno, di continuare ad aiutare l’economia locale e, se possibile, anche i profughi, facendo appello ad un “esprit solidaire” che già si concretizza nello sforzo di alcuni volontari locali e di qualche climber di buon cuore: parole sante, che però non ci modificano nella nostra essenza, dando per scontato che noi si sia quel che si è, con il nostro fardello di responsabilità collettive, e che non si possa essere altro; turisti non per caso, ma per culo e che si prendon per il naso, turisti intendendo restare. Quale strada prenderebbero le cose con o senza il nostro turistico apporto non si sa, ingrato compito nostro è quello di…continuare a scalare. Sai che rivelazione, e che novità: è quel che facevamo già, e che speriamo ovviamente di poter continuare a fare! Saremo mai altro? Saremo mai qualcosa di più che arrampicatori, o per meglio dire arrampicatori per davvero? Avremo mai il coraggio di specchiarci nella parete che saliamo, e di guardarci salire? Quale immagine ne ricaveremmo, quale disegno a matita? Sensazioni e paure più o meno inconsce o indotte dovrebbero prima o poi lasciare il posto alla consapevolezza acquisita, la stessa che ci dà equilibrio e confidenza permettendoci di progredire. Sapere il motivo per cui si procede non è cosa da tutti, ma il tentativo dona un senso all’alzarsi in piedi d’ogni giorno; ben altra cosa dall’affidare al raggiungimento d’una sosta e un numerello il godimento quasi orgasmico, liberatorio, che dura appena qualche secondo pure quello.

“Godiamoci dunque queste spicciole giornate di ferie, di pausa tra un periodo e l’altro di lavoro e di totale alienazione, questo interludio di diversa distrazione e di consueto rimbambimento, tanto la nostra scelta l’abbiamo già fatta, o meglio, ce la servono pronta. E del resto quale pazzo metterebbe anche solo per un istante a rischio la propria situazione?”

siriani_kosNon resta insomma che accontentarsi ed autogiustificarsi, artificio in cui siamo esperti (“Siamo indulgenti con noi stessi, come sempre”); o pretendere da sè e dagli altri di dare finalmente un obiettivo e una coerenza, e quindi un equilibrio, al tutto. Nel primo caso sarà facile andar dietro all’apologia della vacanza occidentale fatta da Mario Calabresi su La Stampa (molto apprezzata dai compagni neoliberisti del Pd, nonchè dai giovani ciellini, e poi ripresa non a caso da Sallusti sul Giornale), il quale inneggia per l’intero articolo alla libertà d’andare in ferie: un privilegio destinato a pochi, in verità. “Hanno cominciato a toglierci l’ossigeno 14 anni fa, in una mattina di sole di fine estate, quando quattro aerei sequestrati da piloti kamikaze decretarono la fine del nostro modo di viaggiare”. C’è chi è costretto a viaggiar con molto meno, in condizioni climatiche romantiche, benché meno poetiche, rischiando tanto quanto: ma a noi occidentali superiori di queste altre storie terrificanti cosa importa? “Mai più spensieratezza” è la drammatica conclusione: amen, la spensieratezza è morta. Non abbiamo quindi perso granchè, tutto sommato. Forse, caro il mio cronista spensierato, se ognuno di noi si fosse adoperato per ridurre certi drammi e non generarne altri, avremmo anche potuto permetterci di godere il nostro benessere più o meno meritato. Viviamo invece nella più totale inconsapevolezza, pensando sia un nostro diritto naturale. Così, “Prima ci sono state rinunce esotiche”, poi “Siamo arretrati, sempre più chiusi nel cortile di casa”, ed infine ogni luogo è diventato un luogo pericoloso: “Aerei, metropolitane, treni, adesso i bar, le terrazze, i concerti e lo stadio”. Vuole “ricominciare a vivere” spensierato Calabresi, a godersi le vacanze (anche esotiche), il Papa, la Sindone, l’Expo, il Museo Egizio e le rovesciate (ebbene sì!) come se nulla fosse; e non sembra importargli granchè della situazione di quei luoghi esotici, di chi a ricominciare a vivere più non riuscirà, o se vi riusciranno i superstiti dei viaggi veri – non quelli della vacanza, ma della speranza. Fra i viaggiatori per diletto e quelli in cerca d’accoglienza per pietà, sembra che soltanto il ricco uomo bianco possieda una vita sola, garantita in serie A! Le decine di migliaia di morti nel Mediterraneo pesano davvero tanto poco? Presumo che la risposta sottintesa sia: pazienza. “Del resto muore gente senza nome, che non orienta alcun peso politico, alcun peso economico”, sottolinea Perotti giustamente. E’ questo il punto: “anonime sono le migliaia di morti in questo mare vergognoso”, dove soccombe gente che per noi non conta, gente diversa da noi, ben diversa da quella che affolla le nostre sacre metropoli, per la quale si scatenano guerre postume e preventive (insomma perenni), delle quali la politica si ciba e l’economia vive.
Quando Calabresi separa noi da loro, separa quindi concettualmente prima lui del terrorismo due mondi differenti: quello della ricchezza e quello della povertà. Quel che dimentica di dire è che buona parte di tale ricchezza proviene proprio dal fatto d’aver più o meno direttamente costretto altri in condizioni di guerra e/o di povertà, o dall’averne quantomeno approfittato. Se i tanti che s’indignano a comando fossero in buona fede, non dovrebbero considerarlo un trascurabile dettaglio. Ma a costoro importa non tanto la conservazione della propria libertà, quanto quella del proprio tenore di vita; alla faccia di chi ha i soldi solamente per scappare dalla propria invivibile condizione, e trascurando che spesso quell’invivibilità dipende dalle scelte dei nostri cari governi occidentali, e dalle commesse e dagli affari delle nostre amate aziende tricolori. Nessun segreto o mistero, informatevi, e già che uscite a respirare badate a metter soprattutto la testa fuori: scoprirete che certe libertà si conquistano, van meritate. Chi si mette in viaggio per davvero ci prova, vi è costretto; chi va in vacanza nel migliore dei casi prova forse solo a dimenticare per brevissimo tempo quel che è: osservatore passeggero, non pacifico ma imbelle, non incosciente ma impunito, ignavo o rassegnato ad un terrorismo di Stato e di sistema quotidiano, ad una criminalità alta, mafiosa, rispettabile, b(l)andita, giustificata. E a lui, cioè a noi, la compartecipazione psichica con quell’orrore ben studiato, chissà perchè, non verrà mai applicata.
Per esorcizzare colpe e nasconder verità si preferisce accomunare i terrorismi d’oggi e di ieri azzardando arditi parallelismi, perchè è più facile limitarsi a dire che “il terrore fa rima con kalashnikov”, mica con bomba; eppure è quest’ultima, concorderete, a far rima con tomba. Sarà che d’una rima lontana non ci giunge chiara l’eco, ma dovremmo poter capire che se le vittime si moltiplicano non è per via d’una barbarie sola; e se è vero che il terrore colpisce “persone e obiettivi che non hanno alcuna responsabilità per le guerre e i conflitti che si sono determinati nel mondo”, andrebbe aggiunto che ciò è da ritenersi vero se ci si riferisce alle responsabilità individuali…mentre quelle collettive chi se le accolla? Manco a dirlo, dovrebbero farlo i nostri (legittimi?) rappresentanti. Ma, per combinazione, di essi il terrorista si disinteressa (complotto troppo?); viceversa, quelli al terrorista s’interessano eccome: quand’è conveniente, addirittura per salvarlo e tenersi il malloppo. Quanto a noi, fino a che punto si può dir che non c’entriamo? Basta il fatto che non impugnamo volentieri una pistola? Lavoriamo però in tanti diversi campi che hanno più o meno direttamente a che fare con la guerra, con le armi, con repressione e controllo, con la violenza (in America la portano anche a scuola); e tolleriamo fin troppo silenziosamente l’esistenza di leggi che rendono semplice e naturale il traffico di armi ed armamenti, mentre agli esseri migranti abbiamo il coraggio di rendere difficili diritti e movimenti. Pertanto, quale “dialogo” o “processo di pace” s’intenderebbe rilanciare, quando teniamo in piedi noi per primi un sistema di guerra e di violenza che non fa che alimentare nuovi terrorismi? Questa è la verità che ancora una volta si tace, che si evita sempre di guardare, preferendo l’abuso di frasi ad effetto trite e ritrite, luoghi comuni democratici, scuse troppo facili – perfino un incredibile “ricatto” psicologico che subiremmo, oh noi poverini!, da parte degli “occhi dei bambini”
quando_la_guerra_torna_indietroInterventi militari/coloniali a parte, non è forse considerabile come un “attacco alla democrazia, la pace e la libertà” la produzione, la vendita e l’esportazione da parte nostra di bombe che poi vengono lanciate altrove? Oppure il solo fatto ch’esse vengano fabbricate e smerciate qui, ma lanciate da un’altra parte (magari in paesi non propriamente democratici, dove l’estremismo prende piede) ci manleva da questa responsabilità? Quanta ipocrisia in questi piagnistei sindacali unitari, in questa comunione di onerosi sensi, in questo lavoro acritico e senza qualità preso per panacea di tutti mali! Tutti c’entrano ma nessuno c’entra, noi non c’entriamo mai ma qualcun altro chissà come poco più in là crepa, sarà la sfortuna: e non ce ne curiamo…fino a quando l’orrore non tocca improvvisamente noi anzichè, com’è consuetudine, altri più sfigati di noi. Quindi dov’è il problema, perchè tanto sconcerto? Saremo presto turisti-padroni d’un deserto. Nessuno è purtroppo il primo ad esser morto invano, vittima d’un mondo già di per sè inumano – che non è migliore se si scanna per un parcheggio, anzichè per il Corano -, e d’un mercato che sa guardar distante, e che sempre più lontano prova a piantare semi d’odio, generando o soffiando sul fuoco d’irragionevoli conflitti utili a mascherare e ad annullare quell’unico conflitto che potrebbe fargli male.

“Io credo che nonostante le enormi divergenze, la determinazione intellettuale intrepida, costante, fiera, come cittadini, di definire la reale verità delle nostre vite e della nostra società sia un dovere cruciale che incombe su noi tutti. E’ di fatto un obbligo.” (Harold Pinter)

“L’illusione di poter vivere tranquilli mentre il mondo affonda nelle guerre e nell’ingiustizia è soltanto una chimera. (…)
Le bombe russe, americane, inglesi, francesi, forse domani italiane in territori su cui non abbiamo alcun diritto d’azione e operazione, lanceranno sempre schegge su di noi. E ogni volta che qualcuno cade, stupirsene non ha che il senso del paradosso.”

A cader per poco noi, per gioco, siamo già abituati; ma il confronto con il vuoto e con la morte resta potenziale, e tutto interno alla nostra esperienza individuale. Entrano adesso prepotentemente in gioco gli altri, in modo assurdo e criminale, sia che ci attacchino sia che ci chiedano aiuto. Ma gli altri sono sempre esistiti, come esiste da sempre la povertà con i suoi diversi livelli, e a noi tocca confrontarci con nuovi e diversi gradi di difficoltà che riguardano la nostra coscienza: sapremo opporre mai una qualche resistenza? Siamo allenati in tal senso, o possiamo farne a meno? Vorremo mai rivendicare un’esistenza che non sia limitata solo al tenersi stretti il posto più comodo e sicuro, la prima fila sull’orrore, l’indifferenza e la volgarità, sulle verità dei ricchi, sulla loro inciviltà?
Sta bene allora, stipiamo nello zaino tutti i buoni propositi e ritorniamo ad arrampicare anche all’Inferno; ma per favore, vediamo di darci una svegliata per non restare quel che siamo oggi anche domani ed in eterno.

“Mare mare mare / voglio annegare / portami lontano a naufragare / via via via da queste sponde / portami lontano sulle onde.” (Franco Battiato – Summer on a solitary beach)

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Pucciarelli-con-burqa-in-consiglio-regionaleDopo la tensione rivoluzionaria avvertita in Comune sotto Natale, porgo un omaggio stavolta a quest’8 marzo scambiato in Regione per Carnevale.

“Saranno nati prima i politici scadenti o lo scadimento della politica nella considerazione comune? Questa domanda metafisica viene in mente quando si leggono le prodezze intellettuali e culturali di alcuni consiglieri regionali, specie in campo leghista.”

I cittadini ed elettori leghisti senz’altro apprezzeranno. Cambiato l’anno non cambiano le regole del gioco che ci vien giocato addosso in realtà un po’ da tutti i giocatori, con cinguettii, hashtag, selfie e flash mob lanciati a più non posso, persino nei luoghi istituzionali, da personaggi quantomeno singolari.
Questi presunti solidali con le donne musulmane intendono in realtà cavalcar la guerra fra religioni e fra culture, fingendo di non sapere che le donne son maltrattate tanto quanto dagli italianissimi mariti, e che la violenza ci accomuna tutti, inclusi preti e poliziotti, al netto della lista delle scuse (sfiniti, drogati od ubriachi marci); quanto al modo in cui il nostro sistema economico e la nostra cultura occidentale considerano la donna, ovvero come oggetto di consumo, non abbiamo certo di che vantarci. E basta guardare agli esempi sopra esposti per capire che non bastano le quote rosa, non cambiano i nostri destini che sia un uomo od una donna a guidare il paese o la città. Bisognerebbe farne una questione non più di genere, bensì di qualità; ma finchè continueremo ad aggrapparci alle false sicurezze spacciate per verità da questi attori male addestrati e accompagnati, difensori dei diritti ad orologeria, che stanno a fianco degli oppressi a modo loro, battendosi come degli ossessi dalla parte della provocazione politica e della crudeltà umana, non potremo mai aspirare ad una società migliore, più vivibile e più sana.

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Lilli LauroAgli auguri patinati dei consiglieri imbavagliati ne oppongo altri che m’auguro non siano travisati.

A chi pensa che gli odierni politicanti siano “resti di magazzino di diversi anni fa”.
A chi non ha mai sopportato lo spettacolo malandrino delle mani sulla città.
A chi non perde la speranza di cambiare pur dovendosi aggrappare al teatrino della legalità o dei giochi fra poteri.
A chi anche sotto le feste si ostina a parcheggiare senza pagare, e/o a muoversi a piedi come ha fatto sino a ieri.
A chi non spreca gli auguri e a chi ne meriterebbe di sinceri.
A chi crede che potere e autorità siano problemi transitori.
A tutti i miei casuali o fedelissimi lettori.

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piloni_THTAl di là delle linee…di arrampicata. Dopo Chiomonte, Brianzone; dopo l’alta velocità, l’altissima tensione.

“Il progetto di linee ad altissima tensione avanza poco a poco. Un moderno pilone ad Argentière, la dichiarazione di pubblica utilità firmata da ministri e prefettura (…)
Lo Stato e la società elettrica pensano di aver vinto la partita e di poter rovinare una piccola valle, ma senza fare i conti con gli abitanti della valle stessa e delle vicinanze, i loro amici e tutti coloro che non vogliono che questo progetto venga realizzato e che distruggeranno il loro “bel pilone di design”.
(…) non lo lasceremo costruire né in Haute Durance, né altrove.”

Très haute tension dans la haute vallée de la Durance: come vi suona? A me, dico la verità, e non per il francese rabberciato, stona. Eppure quasi non ne parla nè se ne interessa alcuno, NoTav ed ecologisti oltranzisti esclusi, come se a pochi dovesse importare della vergognosa offesa ad una valle di montagna che vive di turismo e che mostra ad oggi appena qualche primo timido segnale di difesa. La valle coinvolta non è la val di Susa, ma quella che si raggiunge subito dopo, svalicando il Monginevro; la quale da Briancon discende dolcemente fino a Gap in un riquadro verde e azzurro pressochè perfetto, cui solo le condotte forzate fanno danno, con spazio e attività open air per tutti e non so più quanti giorni di sole vantati all’anno.
A vent’anni iniziavamo proprio qui a provare i primi 6b e 6c, su rocce che hanno fatto a loro modo storia (La Roche de Rame, Saint Crépin); qualcuna invece è stata nel tempo dimenticata (Panacelle, Barachin), qualcuna bandita, e qualcun’altra credo sia perfino sparita, inghiottita dalle cave. Altre ancora resistono orgogliosamente fra le nuove creazioni, e mi piace pensar che qualcosa ricordino anch’esse delle mie migliori stagioni.
Oggi, a distanza di decenni, ritorno a L’Argentière nello stesso campeggio in cui vivevamo i nostri primi sogni giovanili per scoprire che l’elettricità farà il percorso stesso nostro, passando da Briancon fin giù al lago di Serre-Ponçon non senza impatto: per cui si parla già fra i valligiani di un probabile ecomostro. Come sempre, invece, con gran tatto chi ha interesse a costruire presenta l’opera come un’architettura geniale, oltre che una fantastica opportunità di conservazione ambientale…vincendo il plauso e la firmetta di chi si occupa della biodiversità nella riserva naturale. Se anche la verità stesse nel mezzo, qui la questione come altrove si riduce al sì od al no, e all’uso della forza di Stato che non ammette alcun però.
Però, un però lo dico io. Perchè i nomi dei luoghi interessati a me son noti, ma dicono tutt’altro: le falesie innanzitutto, e poi fiumi e torrenti, laghetti e campeggi, serate danzanti, i fuochi a S.Lorenzo, le cene con amici e fidanzate, i progetti personali risolti e quelli eterni. Dovrà lasciare il posto questa magia estiva ogni anno riproducibile a nuovi inevitabili e prolungati inverni? Come conviveranno free climbers e free booters, l’energia che sale e quella che discende? A parer mio la valle è troppo piccola per tutti e due. Ma è più facile che gli uni non s’accorgano degli altri, se non a cose (male) fatte: occhi coperti da bende o accecati da prebende.
Le proteste come al solito son limitate, sembra che o sei anarco-insurrezionalista o sennò quel che succede, anche se ti passa sopra come l’asfalto sul terreno, ti stia sempre bene. Eppure, proprio perchè legato al territorio, a valori anche concreti, materiali, dovresti predisporti culturalmente e fisicamente ad un “insorgere d’accordo” (Federigo Tozzi, da Con gli occhi chiusi). Su qualche muro son comparse scritte NO THT, evidenti abusi che la solerte amministrazione ha fatto presto cancellare; mentre già svetta a monito il primo doppio palo bianco, un monumento al nulla in mezzo al mare. Mi sento sempre più invecchiato e stanco. L’orrore del business è che non guarda in faccia a nulla e nessuno, si mostra sfacciato, e figurarsi se si preoccupa del mio nostalgico passato. Dovremmo piuttosto essere noi a prenderci cura del nostro futuro, al fine di evitarci nostalgie molto più amare: come quella celebre e contestatissima delle ciminiere savonesi per Gramellini – che a dire il vero nel lontano 1994 le cantava agli altri (a meno che il cronista avesse solo il nome uguale), prima d’arrivare alla prima pagina passando per la rubrica della posta sentimentale. C’è altrimenti il rischio di non sapere più distinguere ciò che davvero sia progresso dal deserto, di rovinare tutto uniformando all’utile il bello e pure il brutto, di trasformare coste e valli verdi in un cesso a cielo aperto, per poi arrivare col solito colpevole italianissimo ritardo a ‘scoprire’ che il progresso era devastazione ambientale o disastro colposo, ed il progetto fascinoso presentato un grande azzardo. Ci nasconderemo allora nella gola del Rif d’Oriol non solamente per sfuggire alla calura, ma anche per evitare di vedere lo sfacelo tutt’attorno, il delitto commesso a danno di madre natura; dopodichè, distesi a bordo strada su un francobollo di prato, rimugineremo di un territorio d’alta quota saccheggiato.

***

Una nuova manifestazione popolare è prevista per domenica 20 settembre 2015 con partenza da Eygliers, ai piedi delle rocce di Mont-Dauphin.

Plus d’info:
En Haute Durance et ailleurs contre la THT, le nucléaire et son monde
Stop-THT
Assemblée anti-THT

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rivolta quotidianaL’attesissima posizione del sottoscritto sulle ultime distrazioni elettorali: di traverso.

“(…) il pragmatismo, anche di sinistra, si rivela sempre più inefficace nella sua adorazione del “reale”. (…) l’utopia, al centro della politica, diventa ogni giorno più necessaria.” (Serge Quadruppani – Un dettaglio francese, da Il cinema, il Maggio e l’utopia)

Impegnato come sono con trazioni e piegamenti, rischiavo di perdermi l’ennesimo gioco delle parti dei dominati e dei dominanti, uniti nella lotta comune a ladri di pattume ed ambulanti.
Mossa da mezz’uomini e quaquaraquà, ha dunque vinto la propaganda contro zingari, lavavetri, centri sociali e vù cumprà – minestrone dell’intolleranza alla genovese -, origini evidenti di tutti i peggiori mali del paese; mentre per combatterli è stata democraticamente scelta da una minoranza d’umanità in disfacimento un’ammucchiata di furfanti dalla faccia perbene, impegnati a tempo pieno a sfottere chi è costretto a modo proprio a lavorare, e sospettati d’andarsene ai monti e al mare con denaro che non gli appartiene. Sembra infatti che certi privilegi a qualcuno piaccia prenderseli – come e più di quanto occupanti, questuanti e venditori abusivi fanno coi diritti, ma con la differenza della necessità -, se verranno confermate le accuse che vedono lorsignori leghisti impegnati in scorribande di piacere nei weekend fra Limone, Aosta e Cormaiore: il tutto a spese nostre, ma senza alcun diffuso malcontento nella pubblica opinione, nè speranza che gli sbirri li trattino in caso di arresto come trattano i migranti nel gestirne l’espulsione.
Non sono però un fan di queste battaglie legalitarie à la Travaglio, per cui rinnovo il più efficace invito a giocar d’anticipo e a non votar nessuno mai, che è sempre meglio. Anche per evitare di confondersi coi “cittadini semplici”, poveri ma illusi, e con “l’elettore conservatore” cosciente delle proprie scelte: macchiette che in realtà si sovrappongono, giacchè è quella che rende l’uomo comune estremista da bar ed il fascismo normalità l’illusione più semplice e credibile, e chissenefrega se essa sostiene un sistema mafioso ed aiuta a vivere nell’ignoranza. Per quanto ce la possano raccontare, non è certo il voto a fare la democrazia: i giochi sono fatti già in un’altra stanza. Il paradosso democratico ormai non riesce più a nascondersi, resiste in ogni secondo che ancora sopportiamo la sensazione di star seduti a forza dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti, ahimè, sono occupati – e ci son quelli rimasti in piedi, quelli in cella, e quelli già affogati.
Non è chiaro infine per quale motivo la presunzione d’innocenza si dovrebbe riconoscere ai soli italianissimi politicanti, mentre i migranti possono essere accusati gratuitamente del pericolosissimo reato di diversità: essi “che nulla sanno di democrazia e Civiltà Occidentale”, come sentenzia uno sparlatore di merda di professione, arrivando ad inventarsi il ridicolissimo complotto d’una invasione negra programmata ad arte in quanto utile ai rossi (essi sì in emergenza) a risollevar le proprie sorti elettorali. Il rischio insomma è che un eventuale voto della nuova classe miserabile possa andare ad incidere su quello dei ricchi patrioti: ciò sarebbe veramente intollerabile, saremmo idioti.
D’accordo che alle primarie del Pd hanno fatto votare anche i cinesi, ma penso che solo sui social possano attecchir panzane di simile grandezza…o forse no, visto che il débat public risulta tendere sempre più sostanzialmente alla monnezza, fino al santanchèvole livello del “metteteveli in casa vostra” gridato da indignados-schifados ben attenti per mestiere a rimanere sempre in mostra.

Il livello medio – di cosa? Di tutto, scalata inclusa – si sta abbassando, e mentre c’è chi dalla crisi vien distrutto, chi governa non può che essere contento; lo conferma anche il destino di Pareti, che una volta il giornalaio credeva essere rivista specializzata sull’arredamento: “Sappiate che le vendite si sono impennate quando abbiamo deciso di tagliare i testi e ingigantire le foto”, avverte scoraggiato il direttore, il quale probabilmente sente avanzare il vuoto e immagina lettori mezzi morti. Cacciatori d’emozioni forti, ben altri scenari delle quattro mura di casa noialtri scalatori ricerchiamo; tant’è, saranno anche ampi gli spazi esterni, ma di nuovi scenari col cervello oltre alle quattro tacche, quattro chiodi o quattro tiri in sequenza proprio non ne riusciamo a immaginare. Il mondo è qua, è quello che è ed ormai ci basta. Con la salita in tasca ritorniamo soddisfatti dai nostri altopiani per scoprire con ritardo che lo scettro del Potere giù in città ha cambiato mani.
Poco male, quelle di prima non erano migliori, e a tutte sembra piaccia puntare il dito sulle mani che arrivano da fuori; tanto da elevare il gesto a simbolo di battaglia per la moralità e legalità, in grado di buttar giù, dopo il castello di carte della Regione, anche quello meno solido ancora del Comune. A dimostrazione che sulla pelle degli ultimi si sta giocando una lotta politica ben più bassa, di interessi e riposizionamenti comodi per restare a galla qualunque treno passa. Ma non è piacevole lo stesso sentirsi così estromessi dalle pur perverse logiche sociali, sguardi luminosi e brucianti (G. P. Motti) contro occhi turati, mani nude confuse con altre mani nude, la priorità ipocrita del gioco su quella del bisogno; richiamati soltanto più ai valori o disvalori del degrado e del decoro, e all’ordine del divertimento e del consumo irresponsabili, o quasi, che dan loro: alla movida senza vetro in centro si risponde ai margini col succo di frutta verde periferico, ogni argomento è trasformato in esposizione tragicomica, in paura irrazionale, in spot elettorale. E come se non fossero bastati quelli allestiti per le elezioni, sotto forma di gazebo s’impone il modello di vita comunitaria manicomiale: il negozio oggi ci insegue biecamente anche in falesia, dove l’acquisto è occasione di festa, simpatica agevolazione che nessuno teme. Peccato che poi tocchi comunque a te tirare fuori il portafogli, che la scarpetta provata sia la sinistra o sia la destra: in ogni caso hai da acquistarle assieme.

(photo by Mon Trésor)

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repdelleidee_infami“Un saluto amaro e fraterno a tutti i delatori. Siete anche voi figli di questo mondo.”

“Il conformista è colui che ha la vista annebbiata, e non vede altro che il “simulacro della realtà”. Colui che silenziosamente aderisce come collaboratore di un regime (apparentemente) vincente e lo fa nella forma più bieca e vigliacca: quella del delatore.”

“If you’re not careful, the newspapers will have you hating the people who are being oppressed, and loving the people who are doing the oppressing.” (Malcolm X)

Colgo l’occasione dell’evento culturale genovese per ricordare una delle idee più geniali avute dalla testata organizzatrice: quella di spingere i cittadini, sull’onda dell’indignazione del momento, alla delazione digitale a danno dei presunti black bloc dopo gli scontri di piazza scoppiati il 15 ottobre 2011 a Roma nel corso della manifestazione dei così detti Indignati del Movimento Occupy; un gran brutto esempio di mediattivismo di regime, spacciato per amore democratico di legalità e giustizia, oltre che delle ragioni di parte del Movimento – tanto che l’editorialista, nel passaggio sottostante, arriva a far proprio l’inno alla rivolta lanciato a suo tempo dal KKE.

“Ribellarsi è giusto. (…)
Quello che non è giusto (…) è che le intemperanze di una minoranza facinorosa, anarco-insurrezionalista o neo-nazista che sia, riducano al silenzio le ragioni di una maggioranza rumorosa, ma non violenta, che chiede all’Italia e all’Europa il coraggio di quel “rise up” che finora è mancato, e del quale c’è ovunque un disperato bisogno. (…)
Per fortuna qui non c’è nessuna “guerra” (…)”

Sorvolo sulla disinvoltura con cui Giannini accosta anarchici e neonazisti, i quali (senza voler andare tanto indietro nella Storia) oggi in Grecia se le danno di santa ragione, col redattore alla finestra e con la differenza non da poco che mentre gli uni tentano la scalata al Potere (e quel che è peggio è che ci riescono democraticamente, nonostante qualche difficoltà posta loro dalla Giustizia statuale), gli altri intenderebbero fermarla. Dove risieda il problema è evidente, ma chi ama i capri espiatori si concentra sui devastatori delle vetrine e non sulle rovine del concetto stesso di democrazia, favoletta ormai utile soltanto al mantenimento della pace sociale, qualunque cosa accada.

Poi ci si domanda perchè mai vinca la Lega… Ma perchè il cervello medio è quello, e il messaggio che mediaticamente si convoglia pure: sparare a vista, sparare in fronte, sparare ai barconi. Dopodichè son pronti a tirar fuori gli anni di piombo ogni qual volta torni loro comodo, e perloppiù a sproposito ovviamente; quando il messaggio carico d’odio e di violenza è a senso unico e lo si vorrebbe cultura diffusa, orgoglio nazionale.
Ricordo ancora quell’indirizzo email fornito dal giornale, al quale inviai, in luogo dell’agognata preda, un mio ripensamento originale. Un’email può fare male, ma può anche provocare un poco d’ordine nel delirio legalitario generale.
Delirio che spinge alla facile accusa anonima senza riconoscer nel presunto teppista il figlio che sbaglia d’un sistema in tutto e per tutto sbagliato, parte d’un mondo che – parole a parte – non si vuole affatto ripensato; così trasformando il cittadino-lettore-segaiolo annoiato in segugio-detective-poliziotto scatenato: nient’altro in realtà che un patetico bigotto, rimasto (e desiderato) tale sin dai tempi del G8.
Oggi come ieri infatti stiamo ancora fermi al concetto infantile dei buoni e dei cattivi, e il cittadino esemplare, che ben conosce tale differenza basilare, dopo i no global può dar ora sfogo al proprio gratuito giudizio democratico coi black bloc, i NoTav o i NoExpo, “contribuendo in tal modo a produrre un notevole calderone di idiozie e mistificazioni insulse”, ma garantendosi probabilmente un posto sicuro in paradiso; e pazienza se la denuncia la si fa coperti in viso.

Se il delatore è quei che porta a notizia, La Repubblica oltre a fornir notizie nel passato s’è dedicata dunque convintamente al ruolo di (Re)pubblica spia; il che è ben peggio del buttarla semplicemente in caciara tramite infotainment, vale a dire lo spettacolo dell’informazione.
“Sparategli in fronte!” allora potrei gridare, come suggeriscono agli sbirri certe democratiche massaie milanesi vittime dell’Expo. Ma ai giornalisti, dico io. Riuscirebbero però i nostri pistoleri a distinguere il lavoratore onesto da quello in cattiva fede, il cronista anonimo e lecchino da quello che con una domanda sola prende il Potere in contropiede?
Forse il mondo andrebbe ripensato incominciando dall’autocritica; iniziando a domandarsi il perchè delle cose e della loro evoluzione (o involuzione), anzichè cavalcare l’indignazione borghese o quella popolare, troppo spesso guidate da interessi più o meno (etero)diretti o da emozioni sapientemente strumentalizzate. Esporre consapevolmente alla gogna mediatica il rivoltoso colpevole di troppa rabbia non esime il delatore, ed il giornale che lo invita, da responsabilità. Son tutti in buona fede, beato chi gli crede. Il punto resta il ruolo di certa informazione allarmistico-terroristica, che a noialtri malpensanti è già ben chiaro: costruire quel “simulacro della realtà” mediamente condivisibile che tanti dibattiti, troppi discorsi mascherano e giustificano.

***

Letture consigliabili nel merito:

16 ottobre 2011
“«Devastatori» li ha definiti il Tg3 questa sera. Non si tratta della violenza dei potentati finanziari, la minaccia del taglio di rating che si trasforma in necessità di tagliare la spesa sociale, quella destinata all’assistenza, all’istruzione pubblica, alla cultura e al patrimonio artistico frutto di millenni di storia di un popolo. No, i devastatori sono dei ragazzotti che hanno sfasciato ieri qualche vetrina e incendiato un furgone (un altro automezzo, lanciato a folle velocità dai soliti galantuomini in divisa, ha gravemente ferito un ragazzo, ma c’è l’ordine di non farlo vedere). Non ho alcuna simpatia per questo genere di violenza, ma di quella dei terroristi della finanza appoggiati dai teppisti di Stato non si parla o lo si fa in guanti bianchi.”

17 ottobre 2011
“la Rete si fa luogo di delazione generalizzata. (…)
Fare (…) diventare la Rete un umorale terreno per l’odio sociale non mi sembra un obiettivo che dovremmo – né noi, né i media generalisti – perseguire.”

17 ottobre 2011
“Oggi mi citava anche Repubblica, come una “binladen” di piazza, una che ha avuto il suo primo orgasmo al primo fumo che s’alzava, poveri deficienti. (…)
Il livello è basso ovunque, nel giornalismo quasi non è calcolabile.
Siamo diventati tutti questurini, delatori, invocatori di carcere, di pestaggi, di separazione tra bello e brutto, buono e cattivo.
Ho visto persone impacchettare minorenni vestiti “non in modo consono ad una sfilata pacifista” e consegnarli alla polizia (…)
Ma come si fa? Ma che siete diventati? Ma dove siamo arrivati?
La cultura di vent’anni di berlusconismo e anche di anti-berlusconismo, vent’anni di editoriali di Repubblica, vent’anni di Santoro ecco a cosa c’hanno portato: ad una società di delazione, di infamia, di rimozione della propria storia, del proprio sangue, delle proprie radici. (…)
Io non adoro chi distrugge bancomat…non penso sia una cosa intelligente nè funzionale al movimento, ma assaltare una caserma e un’agenzia interinale è un atto politico che possiamo certamente non condividere ma che dobbiamo osservare, comprendere, valutare…e invece rispondiamo con “fascisti, via da qui”.
Una manciata di almeno cinquemila persone che affrontano la polizia con quella determinazione e quasi senza alcuna paura…ne vogliamo parlare o risolviamo alla Repubblica, invocando “pene esemplari”?
E poi? Ci lamentiamo se Di Pietro parla di Legge Reale, di sparare a vista?
E’ stato fatto da voi l’altro ieri, compagni cari, e Repubblica ha preso la palla al balzo ed ha un indirizzo email dedicato proprio alla raccolta delle immagini con i volti dei “blackbloc” per consegnarli alla polizia e magari far dare dai 9 ai 15 anni (come già si mormora) a qualche fanciullo o fanciulla (…) che non ha nessuna prospettiva di vita decente e nemmeno nessun sostegno o sbocco politico visto il vuoto pneumatico che le organizzazioni tutte hanno contribuito a costruire in questi ultimi anni. (…)
Fosse stata Londra o Atene, tutti a trasformarsi in sociologi del cazzo per capire il fenomeno della generazione rabbiosa, quando sono i loro figli, son “fascisti, vigliacchi” e cose varie…andate affanculo, andate in pensione, voi che l’avete.”

17 ottobre 2011
“Torme di probi cittadini sono state impegnate nelle ultime ore nella caccia in rete all’infiltrato o in alternativa nella caccia al temibile teppista, a seconda delle differenti sensibilità.
Il fenomeno ha riguardato sia gente di destra che gente di sinistra, che ha attinto in rete dal vasto materiale iconografico disponibile sul 15 ottobre e ha scatenato un vero e proprio linciaggio digitale, per lo più puntando a caso. (…)
Si tratta chiaramente di azioni sconsiderate e non solo perché sono anche reati che, per ironia dell’ignoranza, questi poveretti commettono convinti di partecipare ad un’allegra caccia all’uomo legalizzata dalle buone intenzioni. (…)
Se anche si trattasse degli odiati bleccheblocche, non è comunque bello e lecito scatenare una cagnara del genere. Non spetta alla folla emettere condanne o mandare alla gogna i delinquenti, già ci sono i media che abusano dei derelitti e dei delitti per vendere di più. (…)
Gente che ci mette nome e cognome e che lancia accuse pesantissime e insulti incredibili mentre propone pene sempre più estreme e degradanti. È chiaro che non ci troviamo di fronte a un improvviso fiorire di paladini della giustizia, quanto a una manifestazione d’ignoranza, violenza verbale e maleducazione diffusa, che trova sfogo attraverso i social network.
(…) anche La Repubblica ha messo in piedi una caccia all’uomo digitale: visualdesk@kataweb.it è l’indirizzo a cui mandare le foto dei cattivi che manifestano. Una pessima iniziativa (…)”

17 ottobre 2011
“La Philips annuncia 4.500 licenziamenti e la Borsa spicca il volo. Il Vaticano non ha parlato di «violenza che colpisce la sensibilità dei credenti». Evidentemente son cazzi loro, dei disoccupati, anche se credenti di obbedienza apostolica romana. Del resto, nessuno scrive commenti su internet contro queste minuzie, troppo occupati a dare dei fascisti ai black block, oppure a cercare spiegazioni nell’indole psichica piuttosto che nelle situazioni sociali concrete (la psicologia borghese vanta una consolidata tradizione in materia di esorcismi).”

18 ottobre 2011
“Rivolta morale in Italia! Finalmente i cittadini compatti denunciano il crimine. I mafiosi? No! Gli evasori che tutti conoscono? Nooo! I politici corrotti? Nooooo! Sbatti il mostro in prima pagina, denuncia un black bloc!”

18 ottobre 2011
“Merde. Sterminiamoli tutti. Fotografiamoli e facciamoli arrestare.
Ecco, io invece direi che è il caso di ragionarci su. Perchè c’è una storia. Ci sono cause che vengono da lontano, e altre che interagiscono sulla contingenza immediata.”

19 ottobre 2011
“non ha senso limitarsi a reagire al sintomo senza affrontare la causa, così come non ha senso che decolli l’isteria, dopo che ovunque nel mondo s’è visto di peggio e molte reazioni scomposte in altri paesi sono state salutate con entusiasmo o ammirazione da molti di quelli che oggi s’infuriano perché è successo da noi. Non è stato bello per molti motivi, ma è stato un formidabile stress-test, un evento particolare che ci può dire molto sullo stato delle cose in questo paese, meriterebbe analisi più meditate e prese di posizione più articolate del “se provano a rifarlo li meniamo noi”, pronunciato in fretta da chi si è sentito sfidato in piazza.”

15 novembre 2011
“La Repubblica” ha messo a disposizione di zelanti cittadini il proprio sito, a che si possano rintracciare e punire i “teppisti” del 15 ottobre. Fin qui nulla di nuovo.”

17 novembre 2011
“Hanno trovato il capro espiatorio: il più debole paga per tutti.
Sarà contenta la redazione di Repubblica e tutti coloro che invocavano la polizia o impacchettavano fanciulli.”

11 dicembre 2012
“Pesanti, pesantissime le conseguenze legali per molti giovanissimi dimostranti, che dati in pasto alla stampa (soprattutto grazie al meticoloso lavoro infame di La Repubblica) si sono visti sbranare dai tribunali, con richieste di carcerazioni pesantissime, molte immediatamente effettive.”

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