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Archive for the ‘Poesia’ Category

Metto i puntini sulle i. Ma anche altrove.

Di solito

Scribacchio il titolo prima della stessa poesia:
un punto interrogativo lo segue cauto,
lo rinfranca, lo accudisce, lo rassicura
lo tiene buono sussurrandogli ciò che sarà di lui
e mi lascia libero di pensare
a dove potrà condurmi questa notte
senza pause e che senza di te
si svela anemica, anonima, disarticolata
da reggersi sul ritornello di un rimpianto
mantenuto ad libitum sullo sfondo

Come se per consolazione volessi già decidere
almeno del suo destino
metto davanti a tutto quelle poche parole
consegnando loro la speranza

Senza titolo

Il titolo è buono,
ma la poesia dov’è?

Conto alla rovescia

Cosa resterà (scusate l’incipit)
– me lo domando sempre –
una volta finite tutte le parole,
di tutte le lingue,
e tutte le combinazioni possibili delle parole
in quelle lingue,
e tutte le rime baciate e non baciate e i trucchi lessicali
e le figure preistoriche e la retorica a molle,
della nostra poesia?

Dovrebbe aprirsi una voragine
fra la nostra lingua e il nostro bacio
affinchè il cervello recuperasse il desiderio
reinventandolo parola nuova
e nuovo suono

(.)

Dio è temporaneo:
ora c’è, ora non c’è, ora non ve n’è bisogno
come una virgola
che avrebbe potuto essere più propriamente
punto e virgola, o punto

Ecco Dio
come un mare in tempesta
che d’un tratto si quieta
lasciando uno strano silenzio
il cui significato si spiega da sé

Cosa scrivere ancora

Cosa scrivere ancora
cosa considerare poesia
e come scegliere la posizione dei punti interrogativi
se nemmeno conosco l’origine della domanda
e la direzione che vorrei potesse prendere
la risposta

(immagine tratta da l’Espresso)

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Essi vivono

decisionistiContinuiamo a dibatterci fra verità di falsari, governi di miliardari, subdoli quesiti referendari. Siamo inesorabilmente quel che siamo, ma forse non vogliamo ammetterlo, o più neppure lo sappiamo. Chiunque noi siamo. Chiunque essi siano.

“A ciascuno il suo circo” (Jacques Prévert, da Per ridere in società)

Loro hanno il sole

Protesi verso il cielo, rivelano una maestosità ereditata
e discendendo dal trono, pronunciano parole d’oro
distribuendo verità incontestabili e prove d’eccellenza
che ci lasciano inquieti e sempre più soli

Noi scendiamo dai sentieri verso il fiume
lenti e ricurvi sui nostri piedi incerti
sotto al peso delle ingiurie pronunciate di lassù
scivolando sui sassi, incespicando nei rovi

Deposizione

Ho due vite.

Una sta appesa all’albero genealogico delle contraddizioni

L’altra striscia sui muri come ombra,
sparisce negli angoli e si mischia alla polvere,
agonizza nel buio
ed implora pietà

Ci sono

Milioni di storie
e tutte meritano d’essere raccontate

La mia, per esempio

Nato da speranze vane
e sangue misto
Torturato per mesi
nell’intrico di voci di un call-center
Sopravvissuto al circo
delle ipocrisie d’alto bordo
Assaggiati i mille sapori
della vendetta

Eccomi qui,
dinanzi al vostro impietoso giudizio

Duemilaedieci

Ciò che penso vale appena uno sbadiglio
e non si presenta ad acuti vanitosi la voce della rassegnazione

Perciò,
oltre a promettere solennemente
di continuare ad impegnarmi a darvi noia
metterò nero su bianco questa reciproca insofferenza
firmandomi per vezzo con rosso d’odio D.O.C.
e pur d’amore casalingo e grezzo

Quelli come me

Saltano la corda giocando alla catena
rischiano tutto scommettendo sul rosso
s’ingannano con la massima sincerità
speranzosi, vedono nero

Lucidità

Non ho tempo
la decisione ultima sarà avventata
sarà una corsa nella nebbia a perdifiato
lo scatto istintivo prima della collisione
la mossa vincente senza più carte in mano
o l’eterna condanna che già assaporo

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screen-shot-2010-05-10-at-10-04-30-amDi seguito riproduco il contenuto d’un vecchio opuscolo poetico che non so più dire a quale epoca risalga; credo che qualcosa valga, ma ero giovane, e tanto basti per contenervi nel giudizio.

Domani e dopo

Che fare
quando tutti i rami saranno rimasti
spogli e piegati
sulle nostre lenzuola
soffocandoci di grigio?

Montare delle tende pesanti alle finestre forse
o trasferirsi sulla punta del ramo più lungo
per non accorgersi che mi ami
ormai soltanto a cosce strette
attorno ad un sogno sbagliato

Oh, non so come uscire da questa situazione

Dimentica qualsiasi cosa possa essere stata mia

Sento questo e poco altro

Aspettando che tu tornassi
ho dato le spalle alla porta di ingresso

Sento questo e poco altro, che è ciò che voglio:
il calore delle tue mani quando arrivavi assieme all’autunno

Uno solo

Non ci spegneremo nello stesso momento
così come non ci siamo scopati sovrapposti
ma uno prima o dopo l’altro, o in parallelo

Sporgendomi dalla finestra e carezzando il vento
chiudo lento gli occhi e capisco che
uno solo di noi due resisterà all’amore

Tu
getti nel canale la mezza sigaretta

Ricorrenze

Nel giorno della Festa del Lavoro
ho ripulito i miei desideri, rimboccato i comfort
studiato le tue caviglie, cercato quel braccialetto che tenevi
se non sbaglio al piede destro

Nel giorno della Commemorazione dei Caduti
t’ho attesa per una lunga ora come un avvoltoio
appollaiato sulla fontana
poi ho pensato che fossi morta anche tu, lungo la strada

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Miniature

Miniature-Di muri ed orizzonti, margini e frammenti.

L’occhio del gigante

Le pietre la ghiaia la collina
e anche il profumo sono gli stessi
con le mani che frugano in mucchietti di terra
e lo sguardo gettato a rubare il mondo

Sollevandomi oggi
da tutto quel che è stato
e senza sforzo superato il limite
m’è svanito in pochi passi quel prezioso segreto

(photo by Monica Bani)

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Ombre

Punta CusidoreElogio d’una cordata d’annata.

La corda tesa

A Robi

La corda tesa
fra me e te su questo precipizio
separa il tempo vissuto dal fittizio
unisce gli sforzi, dà senso alle fatiche
di uomini che minuscoli non riescono a sentirsi
e vogliono farsi forti deridendo il trascendente:
ascendere (non trascendere) ci basta
a noi anime nient’affatto salve
in equilibrio tra coerenza e pregiudizio,
tra superbia ed umiltà, gioia e supplizio,
rassegnate al calvario solamente

(photo by Robyclimb)

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Ricordo di un’estate

calippobiraFresche di frigo. Suck it and see.

Amore estivo 1

Bisogna rassegnarsi alla caducità della bellezza
e dell’amore, non all’incapacità d’amare.
Ciò nonostante, ti confido dove nasconderei
questo nostro bozzolo d’amore: nel congelatore.

Amore estivo 2

L’amore estivo sa di non poter durare,
per questo lascia il bene senza avere il tempo di far male.
Non conosce questa fugacità l’eterno mare:
per questo anche stasera gliela andiamo a raccontare.

Amore estivo 3

Ostinata è l’onda, mutevole la sabbia,
sempre uguale la tua bellezza qualsiasi viso abbia,
sempre nuovi i tuoi sorrisi, sempre tenero il ricordo.
Se ti ho persa è stato un attimo, ma ancora non demordo.

(immagine tratta da Tempo Libero 2.0)

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agitazione_con_matitoneLo sproloquio m’è uscito rotondo; la poesia, per chi vuole, sta in fondo.

“Mi chiamo Sallusti, dirigo un giornale, di tendenza centrodestra, sono un liberale. Ma ho criticato il Cavaliere, più volte, non mi asserraglio in nessuna Repubblica di Salò, difendo il mercato e la libertà dell’individuo e il consumismo occidentale”

“Genova è una città nel caos. (…) Ieri nessun autobus ha circolato e gran parte dei 2.300 dipendenti ha invaso il Consiglio comunale interrompendo la seduta con slogan, striscioni, insulti e minacce verso il sindaco Marco Doria, che se l’è cavata solo grazie all’intervento dei vigili. Un atteggiamento squadrista che ha paralizzato la città (…). Il giorno dopo Doria ha capitolato di fronte allo squadrismo rosso (…).
(…) la questione attorno alla privatizzazione non è ideologica, ma economica, non si tratta di una scelta strategica, ma di una decisione inevitabile. (…) l’amministrazione non si trova a percorrere la via della privatizzazione perché folgorata sulla via del “neoliberismo selvaggio” ma perché i soldi da sprecare sono finiti (…).
Ciò che più sconcerta (…) è la reazione dei genovesi allo sciopero selvaggio. Da un video del Secolo XIX si vedono gli automobilisti bloccati nel traffico solidarizzare con i manifestanti”

La Storia si ripete, e non si fermerà alle cosiddette “cinque giornate” di Genova. Salvo stimabili eccezioni, costituite per gran parte da nobilissimi e testardi teppisti e provocatori, essa è rappresentata da un chinarsi continuo alla legge della guerra. E la legge della guerra è la stessa delle privatizzazioni: mors tua, vita mea; oggi a me, domani a te. La guerra stessa, del resto, è stata privatizzata; più di tutti lo dimostra Israele, che ne ha tanta da fare che i militari di leva non gli bastano.
E’ una legge che in entrambi i casi tentano di farci digerire mostrandola nella prospettiva della fatalità: “L’abilità (…) è stata quella di far apparire gli interessi del grande capitale come esigenze naturali dello sviluppo, e, per contro, retrograde e parassitarie le resistenze al cambiamento.” Le nuove forme di dominio infatti puntano su “una logica della causalità. Cioè a una forma di necessità annunciata. La critica (…) ha meno presa: ai dominati viene solo chiesto di essere realisti.” I soldi dunque sono finiti (colpa tua, per giunta, che gozzovigliavi), però – chissa perchè – ogni costosissima soluzione bellica è sempre inevitabilmente ben accetta (alcuni, come la Signora della Guerra – benchè ex pacifista no global – Pinotti, l’han perfino resa una fissa personale); e chi resta a lottare per qualunque causa si presume lo faccia per difendere “strutture di potere e diritti acquisiti”, insomma privilegi, mica il bene comune. A quest’ultimo, peraltro, dicono di pensar per noi già lorsignori, che potere, diritti e privilegi stabilmente già detengono; non c’è quindi da preoccuparsi, e chi osasse verrà tacciato, come minimo, di “benecomunismo”.
Peggio, come avete letto poco sopra, fanno gli sgherri de L’Intraprendente, che spronano da destra il marchese rosè a farsi sempre più annacquato, e che da bravi reazionari vedono un mondo a perenne rischio-rivoluzione, dove pericolosamente (per loro, che han qualcosa da farsi rubare: potere, diritti e privilegi per l’appunto) “Tornano i sogni del ’17 e del ’68: quel che è mio è mio e quel che è tuo deve essere di tutti”.
Non è inutile ricordare, visto il lontano riferimento e per restare in casa nostra (prescindendo perciò dalla Rivoluzione d’ottobre), che a Torino, nell’agosto del 1917, agitazioni, scioperi e rivolte furon motivati non soltanto dalle “difficili condizioni in cui si trovavano a lavorare la maggior parte dei proletari italiani”, bensì anche dal fatto che alle loro legittime rivendicazioni economiche “si intreccia la propaganda per la pace”, così assumendo le proteste “un carattere antimilitarista contro la guerra in atto”. Questi signori che vedon comunisti mangiabambini dappertutto, insomma, bene farebbero a riflettere sulle ragioni che storicamente muovono le masse alla rivolta: eviterebbero in tal modo di provar sconcerto dinanzi alla solidarietà fra cittadini e lavoratori, ch’essi preferiscono mandare gli uni con gli altri a farsi fuori.
La questione, comunque, in questo caso è tutta da risolversi in famiglia: il fogliaccio di cui parliamo è diretto infatti da Giovanni Sallusti, nipote del fin troppo noto direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti, a sua volta nipote di Biagio Sallusti, “tenente colonnello del Regio Esercito che dopo l’armistizio aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana e che fu giustiziato dai partigiani per aver presieduto il Tribunale speciale che aveva condannato alla fucilazione il partigiano Giancarlo Puecher Passavalli”. Quest’ultimo, sia chiaro, fu eliminato “non per omicidio, ma per «aver promosso, organizzato e comandato una banda armata di sbandati (…) allo scopo di sovvertire le istituzioni dello Stato»”: squadristi antifascisti. Conferma il Sallusti arcigno e pelato che quella “era la legge della guerra”; ma Puecher, a sentire il maggiore Mario Noseda, “Era un idealista, uno che, ne sono certo, non aveva mai sparato un solo colpo di rivoltella”. Questo assieme il suo merito e la sua colpa, a conferma che a pagare sempre il conto più pesante è chi alla legge della guerra non si piega, chi si ostina ad andare in direzione contraria al senso crudele preso a forza dalle cose.

Figlio d’una consapevolezza che questi degni eredi del fascismo definiscono, rigirando maldestramente la frittata per meglio mantenere vivo un odio antico, “atteggiamento squadrista” o più chiaramente “squadrismo rosso”, raccolgo qui di seguito alcune umili memorie personali di quando ancora il trasporto pubblico, oltre a funzionare, era anche un mezzo per sorridere, leggere, riflettere, sognare; un luogo confortevole, accogliente da difendere dalla macchina del fango e del terrore retroattiva e sempre attiva, la quale trova ogni giorno d’ogni epoca nuovi servi compiacenti – pronti a tutto, dietro pagamento – da far propri strumenti.

Tram

Fasci di luce scompongono il fervore
elettrico scintillio di vite antiche
attraverso questo vetro appannato
ogni volto ha una maschera d’oro
monotoni quadri e rumori si alternano
eccitante umida sporca desolazione
un lampo
una lacrima scivola
triste
zittito dal ghiaccio
dietro questo vetro appannato
mi sento sicuro

La lacrima è in fondo al vetro
troppo vento
scendendo

 —

Autobus per il centro

Ho sorriso guardandola faticosamente
conquistare il posto più comodo
per la salita e la discesa

Le borse della spesa
trascinate nell’angolo più sporco
un angolo del mezzo, un angolo del mondo

Perchè è questo che ci basta, in fondo:
portandoci appresso il nostro inestimabile peso
che tutto vada per il meglio
nel salire a bordo e nello scendere

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