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Archive for the ‘Appunti’ Category

aquila_passosempioneVi sono migranti di mare e di montagna, e spostamenti lunghi e faticosi come in tempi assai più bellicosi.
Al Sempione e in zona Gondo ho già scalato due o tre volte almeno, e lo scorso weekend scorrazzavamo al fresco fra Premia, Baceno e l’Alpe Devero. Che la Svizzera fosse roba da ricchi mi era chiaro, ma quel che adesso so è che c’è parimenti un’Ossola per chi può permettersela ed un’altra per chi non può.

10 agosto 2016
“(ANSA) – DOMODOSSOLA (VCO), 10 AGO – Hanno cercato di entrare in Svizzera a piedi, passando tra le gole di Gondo, il paese svizzero di confine tra Ossola e Canton Vallese. Undici profughi eritrei e guineani sono stati fermati dalla polizia svizzera di confine e consegnati alla polizia di Domodossola, in provincia di Verbania. Tre di loro avevano tentato di raggiungere la Svizzera, in treno, già il giorno prima, ma erano stati respinti. I profughi sono stati fermati dalla polizia mentre camminavano lungo il Diveria, un torrente che sfocia nel fiume Toce.”

“L’ambiente è stretto e tetro, in basso la Diveria corre giù furiosa trascinando pietre e rami spezzati. In alto, incombono ertissime pareti grige, ben poco rassicuranti. La luce è fioca, dall’aria umida viene un senso di freddo. Le gole di Gondo sono state uno dei più temuti mauvais pas delle Alpi”

Ne è passata di acqua nel Diveria, nel Devero e nel Toce da quando Domodossola fu capitale della locale Repubblica partigiana, dal 10 settembre al 23 ottobre 1944: cacciati dalla Resistenza fascisti e tedeschi, quel territorio si potè dire temporaneamente liberato.
Settant’anni dopo, a nemico meglio nascosto e tollerato, rileggendo mezzo secolo della città suona consolatorio inneggiare alle “tante barriere abbattute” dai tempi delle migrazioni dal Meridione degli anni ’50 e ’60 quando ci si rende conto piuttosto che “tutto è cambiato in peggio”; con l’ulteriore differenza che “Una volta c’era un clima di speranza, oggi regna di più la rassegnazione”.
Così, al tempo in cui le guardie della Fortezza Europa arrestano i profughi in viaggio per queste valli verso il passo del Sempione, quel “non dire mai no a chi bussa alla porta” torna ad essere uno slogan di facile quanto irrealistica enunciazione; e mi domando di cosa stiamo parlando, in cosa consistano i tanto decantati “decenni di profonde trasformazioni”, e infine quale sia il ruolo (a)sociale che spetta ad un alpinismo che dall’alto di quell’altopiano tanto ricercato e filosofeggiato si limita a guardare il fondo, scoprendovi sempre lo stesso mondo chiuso e riservato a pochi, inesplicabile ed assoggettato.

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Pucciarelli-con-burqa-in-consiglio-regionaleDopo la tensione rivoluzionaria avvertita in Comune sotto Natale, porgo un omaggio stavolta a quest’8 marzo scambiato in Regione per Carnevale.

“Saranno nati prima i politici scadenti o lo scadimento della politica nella considerazione comune? Questa domanda metafisica viene in mente quando si leggono le prodezze intellettuali e culturali di alcuni consiglieri regionali, specie in campo leghista.”

I cittadini ed elettori leghisti senz’altro apprezzeranno. Cambiato l’anno non cambiano le regole del gioco che ci vien giocato addosso in realtà un po’ da tutti i giocatori, con cinguettii, hashtag, selfie e flash mob lanciati a più non posso, persino nei luoghi istituzionali, da personaggi quantomeno singolari.
Questi presunti solidali con le donne musulmane intendono in realtà cavalcar la guerra fra religioni e fra culture, fingendo di non sapere che le donne son maltrattate tanto quanto dagli italianissimi mariti, e che la violenza ci accomuna tutti, inclusi preti e poliziotti, al netto della lista delle scuse (sfiniti, drogati od ubriachi marci); quanto al modo in cui il nostro sistema economico e la nostra cultura occidentale considerano la donna, ovvero come oggetto di consumo, non abbiamo certo di che vantarci. E basta guardare agli esempi sopra esposti per capire che non bastano le quote rosa, non cambiano i nostri destini che sia un uomo od una donna a guidare il paese o la città. Bisognerebbe farne una questione non più di genere, bensì di qualità; ma finchè continueremo ad aggrapparci alle false sicurezze spacciate per verità da questi attori male addestrati e accompagnati, difensori dei diritti ad orologeria, che stanno a fianco degli oppressi a modo loro, battendosi come degli ossessi dalla parte della provocazione politica e della crudeltà umana, non potremo mai aspirare ad una società migliore, più vivibile e più sana.

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Lilli LauroAgli auguri patinati dei consiglieri imbavagliati ne oppongo altri che m’auguro non siano travisati.

A chi pensa che gli odierni politicanti siano “resti di magazzino di diversi anni fa”.
A chi non ha mai sopportato lo spettacolo malandrino delle mani sulla città.
A chi non perde la speranza di cambiare pur dovendosi aggrappare al teatrino della legalità o dei giochi fra poteri.
A chi anche sotto le feste si ostina a parcheggiare senza pagare, e/o a muoversi a piedi come ha fatto sino a ieri.
A chi non spreca gli auguri e a chi ne meriterebbe di sinceri.
A chi crede che potere e autorità siano problemi transitori.
A tutti i miei casuali o fedelissimi lettori.

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repdelleidee_infami“Un saluto amaro e fraterno a tutti i delatori. Siete anche voi figli di questo mondo.”

“Il conformista è colui che ha la vista annebbiata, e non vede altro che il “simulacro della realtà”. Colui che silenziosamente aderisce come collaboratore di un regime (apparentemente) vincente e lo fa nella forma più bieca e vigliacca: quella del delatore.”

“If you’re not careful, the newspapers will have you hating the people who are being oppressed, and loving the people who are doing the oppressing.” (Malcolm X)

Colgo l’occasione dell’evento culturale genovese per ricordare una delle idee più geniali avute dalla testata organizzatrice: quella di spingere i cittadini, sull’onda dell’indignazione del momento, alla delazione digitale a danno dei presunti black bloc dopo gli scontri di piazza scoppiati il 15 ottobre 2011 a Roma nel corso della manifestazione dei così detti Indignati del Movimento Occupy; un gran brutto esempio di mediattivismo di regime, spacciato per amore democratico di legalità e giustizia, oltre che delle ragioni di parte del Movimento – tanto che l’editorialista, nel passaggio sottostante, arriva a far proprio l’inno alla rivolta lanciato a suo tempo dal KKE.

“Ribellarsi è giusto. (…)
Quello che non è giusto (…) è che le intemperanze di una minoranza facinorosa, anarco-insurrezionalista o neo-nazista che sia, riducano al silenzio le ragioni di una maggioranza rumorosa, ma non violenta, che chiede all’Italia e all’Europa il coraggio di quel “rise up” che finora è mancato, e del quale c’è ovunque un disperato bisogno. (…)
Per fortuna qui non c’è nessuna “guerra” (…)”

Sorvolo sulla disinvoltura con cui Giannini accosta anarchici e neonazisti, i quali (senza voler andare tanto indietro nella Storia) oggi in Grecia se le danno di santa ragione, col redattore alla finestra e con la differenza non da poco che mentre gli uni tentano la scalata al Potere (e quel che è peggio è che ci riescono democraticamente, nonostante qualche difficoltà posta loro dalla Giustizia statuale), gli altri intenderebbero fermarla. Dove risieda il problema è evidente, ma chi ama i capri espiatori si concentra sui devastatori delle vetrine e non sulle rovine del concetto stesso di democrazia, favoletta ormai utile soltanto al mantenimento della pace sociale, qualunque cosa accada.

Poi ci si domanda perchè mai vinca la Lega… Ma perchè il cervello medio è quello, e il messaggio che mediaticamente si convoglia pure: sparare a vista, sparare in fronte, sparare ai barconi. Dopodichè son pronti a tirar fuori gli anni di piombo ogni qual volta torni loro comodo, e perloppiù a sproposito ovviamente; quando il messaggio carico d’odio e di violenza è a senso unico e lo si vorrebbe cultura diffusa, orgoglio nazionale.
Ricordo ancora quell’indirizzo email fornito dal giornale, al quale inviai, in luogo dell’agognata preda, un mio ripensamento originale. Un’email può fare male, ma può anche provocare un poco d’ordine nel delirio legalitario generale.
Delirio che spinge alla facile accusa anonima senza riconoscer nel presunto teppista il figlio che sbaglia d’un sistema in tutto e per tutto sbagliato, parte d’un mondo che – parole a parte – non si vuole affatto ripensato; così trasformando il cittadino-lettore-segaiolo annoiato in segugio-detective-poliziotto scatenato: nient’altro in realtà che un patetico bigotto, rimasto (e desiderato) tale sin dai tempi del G8.
Oggi come ieri infatti stiamo ancora fermi al concetto infantile dei buoni e dei cattivi, e il cittadino esemplare, che ben conosce tale differenza basilare, dopo i no global può dar ora sfogo al proprio gratuito giudizio democratico coi black bloc, i NoTav o i NoExpo, “contribuendo in tal modo a produrre un notevole calderone di idiozie e mistificazioni insulse”, ma garantendosi probabilmente un posto sicuro in paradiso; e pazienza se la denuncia la si fa coperti in viso.

Se il delatore è quei che porta a notizia, La Repubblica oltre a fornir notizie nel passato s’è dedicata dunque convintamente al ruolo di (Re)pubblica spia; il che è ben peggio del buttarla semplicemente in caciara tramite infotainment, vale a dire lo spettacolo dell’informazione.
“Sparategli in fronte!” allora potrei gridare, come suggeriscono agli sbirri certe democratiche massaie milanesi vittime dell’Expo. Ma ai giornalisti, dico io. Riuscirebbero però i nostri pistoleri a distinguere il lavoratore onesto da quello in cattiva fede, il cronista anonimo e lecchino da quello che con una domanda sola prende il Potere in contropiede?
Forse il mondo andrebbe ripensato incominciando dall’autocritica; iniziando a domandarsi il perchè delle cose e della loro evoluzione (o involuzione), anzichè cavalcare l’indignazione borghese o quella popolare, troppo spesso guidate da interessi più o meno (etero)diretti o da emozioni sapientemente strumentalizzate. Esporre consapevolmente alla gogna mediatica il rivoltoso colpevole di troppa rabbia non esime il delatore, ed il giornale che lo invita, da responsabilità. Son tutti in buona fede, beato chi gli crede. Il punto resta il ruolo di certa informazione allarmistico-terroristica, che a noialtri malpensanti è già ben chiaro: costruire quel “simulacro della realtà” mediamente condivisibile che tanti dibattiti, troppi discorsi mascherano e giustificano.

***

Letture consigliabili nel merito:

16 ottobre 2011
“«Devastatori» li ha definiti il Tg3 questa sera. Non si tratta della violenza dei potentati finanziari, la minaccia del taglio di rating che si trasforma in necessità di tagliare la spesa sociale, quella destinata all’assistenza, all’istruzione pubblica, alla cultura e al patrimonio artistico frutto di millenni di storia di un popolo. No, i devastatori sono dei ragazzotti che hanno sfasciato ieri qualche vetrina e incendiato un furgone (un altro automezzo, lanciato a folle velocità dai soliti galantuomini in divisa, ha gravemente ferito un ragazzo, ma c’è l’ordine di non farlo vedere). Non ho alcuna simpatia per questo genere di violenza, ma di quella dei terroristi della finanza appoggiati dai teppisti di Stato non si parla o lo si fa in guanti bianchi.”

17 ottobre 2011
“la Rete si fa luogo di delazione generalizzata. (…)
Fare (…) diventare la Rete un umorale terreno per l’odio sociale non mi sembra un obiettivo che dovremmo – né noi, né i media generalisti – perseguire.”

17 ottobre 2011
“Oggi mi citava anche Repubblica, come una “binladen” di piazza, una che ha avuto il suo primo orgasmo al primo fumo che s’alzava, poveri deficienti. (…)
Il livello è basso ovunque, nel giornalismo quasi non è calcolabile.
Siamo diventati tutti questurini, delatori, invocatori di carcere, di pestaggi, di separazione tra bello e brutto, buono e cattivo.
Ho visto persone impacchettare minorenni vestiti “non in modo consono ad una sfilata pacifista” e consegnarli alla polizia (…)
Ma come si fa? Ma che siete diventati? Ma dove siamo arrivati?
La cultura di vent’anni di berlusconismo e anche di anti-berlusconismo, vent’anni di editoriali di Repubblica, vent’anni di Santoro ecco a cosa c’hanno portato: ad una società di delazione, di infamia, di rimozione della propria storia, del proprio sangue, delle proprie radici. (…)
Io non adoro chi distrugge bancomat…non penso sia una cosa intelligente nè funzionale al movimento, ma assaltare una caserma e un’agenzia interinale è un atto politico che possiamo certamente non condividere ma che dobbiamo osservare, comprendere, valutare…e invece rispondiamo con “fascisti, via da qui”.
Una manciata di almeno cinquemila persone che affrontano la polizia con quella determinazione e quasi senza alcuna paura…ne vogliamo parlare o risolviamo alla Repubblica, invocando “pene esemplari”?
E poi? Ci lamentiamo se Di Pietro parla di Legge Reale, di sparare a vista?
E’ stato fatto da voi l’altro ieri, compagni cari, e Repubblica ha preso la palla al balzo ed ha un indirizzo email dedicato proprio alla raccolta delle immagini con i volti dei “blackbloc” per consegnarli alla polizia e magari far dare dai 9 ai 15 anni (come già si mormora) a qualche fanciullo o fanciulla (…) che non ha nessuna prospettiva di vita decente e nemmeno nessun sostegno o sbocco politico visto il vuoto pneumatico che le organizzazioni tutte hanno contribuito a costruire in questi ultimi anni. (…)
Fosse stata Londra o Atene, tutti a trasformarsi in sociologi del cazzo per capire il fenomeno della generazione rabbiosa, quando sono i loro figli, son “fascisti, vigliacchi” e cose varie…andate affanculo, andate in pensione, voi che l’avete.”

17 ottobre 2011
“Torme di probi cittadini sono state impegnate nelle ultime ore nella caccia in rete all’infiltrato o in alternativa nella caccia al temibile teppista, a seconda delle differenti sensibilità.
Il fenomeno ha riguardato sia gente di destra che gente di sinistra, che ha attinto in rete dal vasto materiale iconografico disponibile sul 15 ottobre e ha scatenato un vero e proprio linciaggio digitale, per lo più puntando a caso. (…)
Si tratta chiaramente di azioni sconsiderate e non solo perché sono anche reati che, per ironia dell’ignoranza, questi poveretti commettono convinti di partecipare ad un’allegra caccia all’uomo legalizzata dalle buone intenzioni. (…)
Se anche si trattasse degli odiati bleccheblocche, non è comunque bello e lecito scatenare una cagnara del genere. Non spetta alla folla emettere condanne o mandare alla gogna i delinquenti, già ci sono i media che abusano dei derelitti e dei delitti per vendere di più. (…)
Gente che ci mette nome e cognome e che lancia accuse pesantissime e insulti incredibili mentre propone pene sempre più estreme e degradanti. È chiaro che non ci troviamo di fronte a un improvviso fiorire di paladini della giustizia, quanto a una manifestazione d’ignoranza, violenza verbale e maleducazione diffusa, che trova sfogo attraverso i social network.
(…) anche La Repubblica ha messo in piedi una caccia all’uomo digitale: visualdesk@kataweb.it è l’indirizzo a cui mandare le foto dei cattivi che manifestano. Una pessima iniziativa (…)”

17 ottobre 2011
“La Philips annuncia 4.500 licenziamenti e la Borsa spicca il volo. Il Vaticano non ha parlato di «violenza che colpisce la sensibilità dei credenti». Evidentemente son cazzi loro, dei disoccupati, anche se credenti di obbedienza apostolica romana. Del resto, nessuno scrive commenti su internet contro queste minuzie, troppo occupati a dare dei fascisti ai black block, oppure a cercare spiegazioni nell’indole psichica piuttosto che nelle situazioni sociali concrete (la psicologia borghese vanta una consolidata tradizione in materia di esorcismi).”

18 ottobre 2011
“Rivolta morale in Italia! Finalmente i cittadini compatti denunciano il crimine. I mafiosi? No! Gli evasori che tutti conoscono? Nooo! I politici corrotti? Nooooo! Sbatti il mostro in prima pagina, denuncia un black bloc!”

18 ottobre 2011
“Merde. Sterminiamoli tutti. Fotografiamoli e facciamoli arrestare.
Ecco, io invece direi che è il caso di ragionarci su. Perchè c’è una storia. Ci sono cause che vengono da lontano, e altre che interagiscono sulla contingenza immediata.”

19 ottobre 2011
“non ha senso limitarsi a reagire al sintomo senza affrontare la causa, così come non ha senso che decolli l’isteria, dopo che ovunque nel mondo s’è visto di peggio e molte reazioni scomposte in altri paesi sono state salutate con entusiasmo o ammirazione da molti di quelli che oggi s’infuriano perché è successo da noi. Non è stato bello per molti motivi, ma è stato un formidabile stress-test, un evento particolare che ci può dire molto sullo stato delle cose in questo paese, meriterebbe analisi più meditate e prese di posizione più articolate del “se provano a rifarlo li meniamo noi”, pronunciato in fretta da chi si è sentito sfidato in piazza.”

15 novembre 2011
“La Repubblica” ha messo a disposizione di zelanti cittadini il proprio sito, a che si possano rintracciare e punire i “teppisti” del 15 ottobre. Fin qui nulla di nuovo.”

17 novembre 2011
“Hanno trovato il capro espiatorio: il più debole paga per tutti.
Sarà contenta la redazione di Repubblica e tutti coloro che invocavano la polizia o impacchettavano fanciulli.”

11 dicembre 2012
“Pesanti, pesantissime le conseguenze legali per molti giovanissimi dimostranti, che dati in pasto alla stampa (soprattutto grazie al meticoloso lavoro infame di La Repubblica) si sono visti sbranare dai tribunali, con richieste di carcerazioni pesantissime, molte immediatamente effettive.”

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mederma_memerdaAl cambio di stagione cambia l’esposizione, non lo stimolo.

Alla merdosa segnalazione settembrina fatta all’amico Alessio (Liguria Verticale) aggiungo tardivamente questa novità datata domenica 26 ottobre.
Nel raggiungere, passando per gli affollati Gumbi, un deserto Belvedere ci siamo ritrovati una bella scagazzata sul sentiero, guarnita come d’uso da fazzoletti e rozza pila di sassi, assai poco coprente, da non parere vero; non propriamente un bel vedere, oserei dire. Proprio sul sentiero: per la precisione sul lato sinistro, nel salire.
A dirla tutta, il fetore che permaneva ancora ci ha poi assistiti meglio d’un ometto nella discesa a tarda ora. Pur trattandosi di eventi sempre meno rari, per il valore educativo organizzerei pellegrinaggi e seminari.
Due domandine quindi pongo a me stesso, a voi lettori, all’atleta e ai comprimari: possibile che i frequentatori della falesia bassa non sappiano che al di sopra ve ne sono altre? Non ci son mai stati? Meglio! Che s’addestrino alla pigrizia, non soltanto intestinale.
Ma foss’anche il solo sentiero delle Terre Alte, possibile che non pensino d’andare ad appartarsi quantomeno fuori dal passaggio?
Sapere, riflettere, pensare, immaginare, insomma non sforzarsi solamente da appesi o nello stare accovacciati: è chieder troppo? Una volta imbragati vi sentite già oberati?
Se solo conoscessi l’autore della preziosa opera gliene porterei un assaggio.

(artwork by Robyclimb)

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deadly Israeli airstrikeScarred for life: con sit start per qualcuno, con dead end per qualcun altro, stabilmente in ginocchio.

“corposa ripetizione di Scarred For Life sit, 8b+ a Fionnay. Specifichiamo sit poichè è la versione originale aperta da Dave Graham nel 2006 e da allora ci informa Nils non più ripetuta”

““Children should be protected from the violence, and they should not be the victims of a conflict for which they have no responsibility… You have children who are going to be scarred for life because of what they are seeing””

(foto tratta da Al Jazeera America)

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meno_tasse_sul_lavoro“Qualora noi meritassimo una libertà, dovrebbe essere affrancamento dal lavoro e non occupazione sul lavoro.” (Carmelo Bene)

“Porre il lavoro come la manifestazione suprema dell’attività umana equivale a “professare un’ideologia ascetica” tipicamente borghese, dice Horkheimer in pieno accordo con Benjamin e Adorno: essa mira a reprimere la felicità personale che per Horkheimer è in prima analisi legata alla sensibilità, sacrificandola a qualche bene superiore e sostituendola con palliativi di felicità illusoria, quali i divertimenti di massa.”

“L’uomo nel tempo ha cercato di munirsi di strumenti sempre più sofisticati atti a ridurre la fatica, quindi il lavoro. Ma nonostante ciò anziché avere una società dove si lavora meno ore, perché il logorio lo si lascia alle macchine per poter dedicare più tempo a se stessi, si continua ad accentrare il peso del lavoro sulla vita di ciascuno e spesso con conseguenze gravi, quando di questo ce n’è meno.
Allora mi domando quale sia il vero volto del lavoro e che cosa sia veramente il lavoro. (…)
Secondo me il lavoro è saper costruire, con il minor sforzo, il maggior contenuto di libertà per ciascuno: logorandosi un po’ meno. Ma prova a spiegarlo a certi economisti del liberismo spinto!”

“Lavorare per consumare, lavorare sempre di più per poter consumare sempre di più, a discapito del tempo passato con gli altri, vale la pena?”

“Il lavoro come lo intendiamo oggi è un’autentica privazione delle libertà personali. (…) Le 8 ore lavorative al giorno non sono solo un diritto calpestato, ma oggi non possono più essere considerate una conquista dei lavoratori e delle lavoratrici, dal momento che sono a tutti gli effetti ore defraudate alla vita e alle libertà personali degli individui.”

“Tutti noi vogliamo lavorare meno. Sarebbe interessante sapere perché il più importante economista del mondo del dopoguerra credeva che un capitalismo illuminato si sarebbe inevitabilmente evoluto con una radicale riduzione delle ore di lavoro. In “Prospettive economiche per i nostri nipoti” (scritto nel 1930), Keynes predisse un futuro capitalista in cui le persone avrebbero ottenuto un orario di lavoro ridotto a tre ore al giorno. Quello che è invece successo è una graduale eliminazione della separazione tra lavoro e vita, con il lavoro che arriva a permeare ogni aspetto della fabbrica sociale emergente. (…)
Le conquiste propriamente accelerative del neoliberismo non hanno comportato meno lavoro e meno stress.”

“Chi e quando ha stabilito otto ore di lavoro giornaliere? Un secolo fa ci furono aspre lotte per conquistare le otto ore per legge, anziché dieci e anche dodici e più. (…)
E, dunque, ancor oggi, dopo un secolo, ci ritroviamo ancora a fare otto ore di lavoro, come se nel frattempo non fosse accaduto nulla, come se la produttività del lavoro fosse rimasta invariata e non invece, con il perfezionamento delle macchine e delle tecniche, decuplicata più volte. (…)
Non si può (dicono i manager dell’industria, ripetono i politici e declamano i servi della comunicazione borghese) ridurre l’orario di lavoro poiché bisogna essere (il dover essere dello schiavo, sia chiaro) competitivi con l’industria dei cosiddetti paesi emergenti, laddove si lavora ben più di otto ore e pure con ritmi più intensi.”

“Con il nostro lavoro e con i nostri soldi, i grandi papponi del capitale se la spassano alla grande. E, non contenti, ci rimproverano arcigni che non lavoriamo abbastanza, ossia che non siamo abbastanza schiavi. Qual è, nei contenuti essenziali, la differenza tra queste sanguisughe e quelle delle epoche passate? Con il nostro lavoro produciamo un sistema che lavora contro di noi, ormai anche il senso comune ha chiara la questione. Sarà la nostra volontà di vivere a creare la necessità di spezzare queste catene o sarà la necessità storica a stimolare la nostra volontà?”

“è partita la concertazione tutta interna all’asse Pd – Cgil (…), il solito teatrino per poi uscirne più amici di prima.”

“Chi ha detto che non si può produrre tutto ciò che occorre riducendo l’orario di lavoro e aumentando l’occupazione? Chi ha detto che non si può dare salario a tutti, aumentare i consumi, i servizi e soprattutto il tempo di vita liberato dal lavoro?”

“è mai possibile voler produrre di più quando la produzione è già largamente in eccesso? È per creare occupazione, dicono. Perché, per lavorare tutti non basta lavorare ognuno di meno?”

“non c’è una sola riforma del lavoro che accenni anche solo di striscio alla riduzione della giornata lavorativa. Su questo tema è stato imposto il silenzio.”

“siamo in un’epoca in cui il lavoro costituisce una porzione sempre più decrescente in termini di creazione di ricchezza di un Paese.
Non è uno scenario futuribile. E’ in corso. (…)
Di lavoro, pertanto, ne resterà poco. Sempre meno.
(…) sarebbe una grande chance, questo cambiamento di produzione, se invece fosse gestito redistribuendo universalmente la ricchezza creata (anche) con strumenti diversi dal lavoro umano. Cioè garantendo alle persone gli stessi diritti che nel ‘900 si conquistavano solo grazie al lavoro, ma adesso ottenibili anche senza: o con molto meno, con un po’. (…)
È tutto da fare, insomma. Davvero.
A iniziare da un altro articolo: il primo della nostra Costituzione. Altro che fondata sul lavoro. Ecchepalle sto lavoro. La vogliamo fondata sui diritti. Sull’accesso. Sull’uguaglianza. Sulla vita da vivere per davvero, non quella da offrire sull’altare di chi ci ricava o ricavava un profitto.”

“Facevo il cottimista, seguivo la politica dei sindacati! Lavoravo per la produttività, incrementavo io, incrementavo. E adesso? Adesso cosa sono diventato? (…) Lo studente dice che siamo come le macchine. Ecco, io sono come una puleggia, come un bullone. Ecco, io sono una vite. Io sono una cinta di trasmissione, io sono una pompa! E non c’ho più la forza di aggiustarla, la pompa, adesso! Io propongo questa proposta: di lasciare subito il lavoro. Tutti! E chi non lascia il lavoro subito adesso è un crumiro e un faccia de merda!”

“Siamo in presenza (…) di un sistema che falsifica lo scopo della produttività e dove la separazione della propria attività è anzitutto separazione dal proprio tempo, dove la confisca di questo costituisce la privazione della propria vita in un futile pseudo-ciclo che è solo discesa lineare verso l’inferno della schiavitù salariata, dell’anomia consumistica e dell’ipnosi spettacolare.”

“Vorrei chiedere agli attuali dirigenti della ex sinistra e ai relativi simpatizzanti del modello sociale “americano”, a questi attivisti del “libero mercato”, per quale motivo una persona non dovrebbe preferire un modello sociale alternativo, laddove il cittadino abbia effettiva dignità di persona, a cominciare da un lavoro stabile (lavorare tutti e lavorare meglio e molto meno) (…). Non dunque ancora il comunismo, ma una società più razionale nell’uso della ricchezza prodotta socialmente e anche (…) più giusta, in cui insomma l’attenzione e le risorse siano rivolte anzitutto ai più essenziali e degni bisogni delle persone, di tutte le persone, anziché al mercanteggiare. (…)
È vero che le cose che ho elencate, a iniziare dal diritto di lavorare tutti e meno, sono assolutamente incompatibili con gli interessi dei grandi monopoli e le leggi economiche che governano il sistema; ed è pur vero che il settore pubblico lasciato alle logiche clientelari, parassitarie e alle tare burocratiche diventa sclerotico sul piano dell’efficienza e passivo su quello della qualità. Ma voi, cari esponenti della ex sinistra, cosa avete fatto per impedire questa deriva anziché favorirla? Avete semplicemente scelto di mettervi dalla parte del “mercato”, ossia dei grandi interessi e delle ingiustizie sociali, anzi spingendo sull’acceleratore di riforme che razionalizzano la predazione dei beni comuni e le logiche del profitto. (…)
Perciò da voi non abbiamo più nulla da attenderci.”

“Ormai bisogna andare oltre anche la decrescita, occorre una critica radicale a tutto ciò che ci rende servi.
Quelli che noi consideriamo “selvaggi”, dedicano mediamente alla produzione di cibo non più di tre o quattro, massimo cinque ore al giorno; produzione peraltro interrotta da frequenti pause. Il resto è per le relazioni, per se stessi e per la comunità. E non vivono nella miseria, come vorrebbero farci credere, sono invece nella società dell’abbondanza. È la nostra società contemporanea ad aver creato carestie e povertà su larga scala. Ed è la nostra società ad avere talmente interiorizzato il lavoro da non poterlo più mettere in discussione, se non rimettendo in discussione il senso stesso della vita. Ebbene, è ora di farlo.
Per liberarsi occorre smettere di produrre. La nostra unica scelta è tra il lavoro e la liberazione.”

(foto tratta da Il Secolo XIX)

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