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Archive for the ‘Appunti’ Category

A Trieste siamo stati, anche ad arrampicare nella bella val Rosandra, la scorsa primavera. Avrei voluto scriverne, forse ci riuscirò.
Ma in questo caso la città serve solo quale esempio per spiegare, attraverso le vicende che riguardano la multinazionale finlandese Wärtsilä, la grottesca situazione del mondo del lavoro attuale.
Cos’hanno in comune 4000 persone, 48 anni, 69 uscite, 87 voti e 89 giorni? Sono soltanto numeri, ma li si può mettere assieme per capirlo. Basta un click, potete farlo pure voi; ma siete fortunati, per voi l’ho fatto io.

“Domenica 24 Settembre, 4.000 persone, nonostante la pioggia battente, hanno partecipato all’Open Day di Wärtsilä Italia, nello stabilimento di San Dorligo della Valle. Le “porte aperte” alla principale fabbrica italiana della multinazionale finlandese – dedicato ai familiari dei dipendenti e ai cittadini in occasione dei vent’anni di Wärtsilä Italia e nell’anniversario dei cent’anni dell’indipendenza della Finlandia – hanno visto un continuo afflusso di pubblico per tutta la giornata.”

Non manca niente in questa storia, ci son tutti gli elementi necessari.
Partiamo dal peggiore: l’incidente mortale è del 5 giugno scorso; quando una pesantissima barra di metallo ebbe la meglio sui 48 anni di un operaio specializzato. Fatalità, ci s’affretterà a dire, se non più maliziosamente imprudenza (errare è umano), trascurando – per mancanza di tempo da dedicarvi – i più recenti dati sulle morti bianche.
Scarseggia il tempo ormai per far qualsiasi cosa: per lavorare in sicurezza, per rifletterci sopra, per valutare, capire, (evitar di) giudicare. La priorità, rendiamocene conto, va alla merce, al profitto, al capitale. Cioè: a quella barra di metallo. Che se casca, però, può fare male.

Speriamo che la notizia non abbia rovinato l’appetito a quanti partecipavano, tre mesi dopo, al ”percorso di convivialità” enogastronomico organizzato a “Trieste, Genova, Napoli e Taranto, città nelle quali sono presenti stabilimenti Wärtsilä Italia”: 4000 persone sembrano aver gradito l’Open Day, e il morto è già dimenticato. D’altronde è pur vero che, morto un operaio specializzato, se ne fa un altro; ed è pure un posto di lavoro liberato.

Alla Wärtsilä di Genova, fra l’altro, come in altre ditte del settore metalmeccanico cittadine, nel febbraio di quest’anno la Fiom è risultata essere il primo sindacato. Mi sento solidale coi 45 renitenti. Votare o non votare, ogni volta è un dilemma e mai un gioco. E’ stata però la USB, qualche mese prima, a salvare il posto di lavoro in quel di Trieste (dove predomina invece la Fim Cisl) a Sasha Colautti, dopo 89 giorni di sciopero, che al portafogli non pesan proprio poco.

Torniamo qui su temi più allarmanti, ai piani esuberi che s’alternano ai finanziamenti statali ed ai percorsi conviviali. Nonostante ciò, non vi agitate: le prospettive restano buone, e se mai ci fosse bisogno d’intervenire, contro al padrone ma per finta, al posto dei sindacati potete considerare dalla vostra i camerati neofascisti, ormai delegati semi-ufficiali alla propaganda nazionalistica sui luoghi di lavoro; i quali denunciano a mezzo stampa il rischio-delocalizzazione (mica per via degli interessi padronali, quanto per rivalità di bandiera) e svolantinano all’ingresso della fabbrica come ormai ben pochi a sinistra fanno ancora.

Il futuro del lavoro è nero (in tutti i sensi). Se avete capito ciò che intendo, avrete inteso pure che ci vuol poco per capire quel che del lavoro resti da capire. In altre parole: nessun processo di liberazione passa dal lavoro, ma attraversarne il campo è purtroppo necessario per capir da cosa sia necessario liberarsi.
Nell’attesa che qualcuno s’incammini in questa direzione sciagurata, continuiamo a goderci questo (ir)ragionevole teatrino, che ci piace pensar diretto dal destino, e che racconta di uomini fatti contare come numeri e di numeri che contano assai più degli uomini.

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Continuiamo ad occuparci con disgusto della cronaca inerente il cosiddetto mondo del lavoro: che in questo sistema è una galera ricolma di aguzzini.
Si fa passare, in questo minuscolo caso, uno schiaffetto (presunto, peraltro) come un crimine, o comunque un errore grave, quand’è tutt’al più considerabile come un benvenuto sussulto di dignità da parte della classe lavoratrice dinanzi ad un comportamento, quello sì, da criminali in doppiopetto.

12 ottobre 2017
“All’uscita del tavolo i dirigenti della Froneri, Svevo Valentinis e l’ad Pietro Monaco sono stati aggrediti da alcuni manifestanti. Uno dei due dirigenti avrebbe ricevuto uno schiaffo.”

“l’azienda (…) ha confermato la volontà di chiusura e ha aperto forse solo sul versante degli ammortizzatori sociali. Alcuni lavoratori, che stavano partecipando al presidio (…) hanno contestato, inseguito e cercato di raggiungere i due esponenti dell’azienda. Ci sono stati momenti di tensione con spintoni ed alcuni scontri tra i lavoratori, alcuni Carabinieri e gli agenti della Digos: un agente è rimasto contuso. I due dirigenti sono stati ‘salvati’ dalle forze dell’ordine che, con non poche difficoltà, sono riusciti a farli entrate in un auto e scortarli fuori da piazza Garibaldi. (…)
I sindacati hanno preso posizione contro quanto avvenuto in piazza e hanno espresso solidarietà alle forze dell’ordine: “L’esasperazione nata dalla dichiarazione di chiusura dopo gli impegni di luglio, rischia infatti di sfociare in reazioni che non possiamo in alcun modo giustificare pur comprendendo i drammi da cui traggono origine. A tal proposito esprimiamo il nostro riconoscimento per il lavoro delle forze dell’ordine in una condizione di forte tensione sociale.”

Non so se stiate leggendo le cronache quotidiane della crisi post-crisi, quella che si dice finita, ma tant’è…per chi lavora finita non è.
Il massacro sociale – fra sempre più morti e licenziamenti (a Genova nei prossimi mesi ne sono previsti oltre un migliaio) – si dà per scontato, la lotta di classe alla rovescia pure, e si continua maldestramente a giocare in difesa per poter permettere a chi non fa che attaccare di continuare a vincere.
Ripartiamo invece da questi piccoli strappi alla pace sociale, che infastidiscono non poco lorsignori – qualcuno ricorderà la pesantissima, sproporzionata repressione seguita al ‘linciaggio’ (una giacca strappata) del manager Air France; ma anche il ‘linciaggio’ mediatico all’autrice della bruciatura alla giacchetta di Bonanni – per iniziare un nuovo percorso di lotta che ci faccia ritornare uomini prima di concepirci come lavoratori.

Non vuol esser certo questo un invito alla violenza, quanto piuttosto a ripensare il termine cominciando finalmente ad accorgersi di cosa vada davvero definito come tale. Ribaltare la narrazione padronale è il primo passo essenziale ad una rinnovata comprensione delle cose del mondo; altrimenti anche il lavoro, come l’allenamento, si riduce ad un girare in tondo di criceti, ad un ricevere continuamente schiaffi senza mai la pausa risolutiva d’un momento. Sta di fatto infatti che le costose giacche a lorsignori le permette il nostro sfruttamento.

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Tutti insieme, meno uno. Non è la prima volta che accade, e l’ultima c’è scappato il morto.

01 settembre 2017
“Nuovo blocco al porto di Gioia Tauro. (…) decine di portuali licenziati a luglio scorso e che aspettano da Mct il pagamento dello stipendio o della cassa integrazione del mese di luglio hanno iniziato una protesta al gate. Da quanto si è saputo, gli ex dipendenti di Mct (…) hanno verificato che gli accrediti non sono stati effettuati ed allora si sono piazzati davanti al gate portuale inscenando una protesta con il relativo blocco che ha provocato la paralisi delle attività di transhipment per il fatto che chi doveva iniziare il turno delle ore 13 non è potuto entrare. Non sono mancati momenti di tensione quando un portuale ha cercato di forzare il blocco rischiando di investire alcuni ex colleghi. Ne è nata una piccola lite sedata dalla polizia.”

L’unità dei lavoratori resta ogni giorno di più sotto attacco di padroni, sindacati e…lavoratori. La guerra fra poveri è già in corso, e non certo per colpa dell’immigrazione. Occorre guardare più in alto, ed al contempo riguardarsi allo specchio per verificare certe differenze, non di pelle nè di passaporto.

(foto tratta da ApprodoNews)

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…e chiuse alla Comital.
Una storia operaia di mezza estate, dal Principe Cacca alle non proprio ottimistiche prospettive prospettate.
Un esempio fra tanti: fra licenziamenti a grappolo, sgomberi, cariche e idranti, viaggi senza ritorno ad Amburgo, la Grecia sempre più vicina e sempre più repressione in previsione per tutti quanti.

Dal calcetto in fabbrica agli scontri davanti alla fabbrica.
In questo paese sembra che ad ogni dramma o tragedia debba accompagnarsi sempre anche un aspetto grottesco. Ad esempio, in questo caso, è curioso ricordare come appena due annetti fa i lavoratori della Comital partecipassero felicemente, assieme ai loro familiari, a manifestazioni di compartecipazione agli interessi aziendali, ai presunti “obiettivi comuni”, per la serie “stiamo tutti sulla stessa barca”…finchè qualcuno decide che la barca avanti non deve andare più e ti butta a mare (come certi scafisti). Allora, evitiamo innanzitutto di farci prendere in giro, prima dagli scafisti e poi dai soccorritori! Siamo lavoratori od ometti del calciobalilla?

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Che cosa significa, anche nel nostro piccolo, green economy? E’ presto detto: “la caca en el monte”.

Il supertop climber Dani Andrada, accucciato con paletta, ripone diligentemente nella vaschetta il proprio miglior prodotto. Chi se l’aspetta che uno scalatore da 8 possa esprimersi tanto bene anche in tale frangente!

Tutti a fare i complimenti per la buona idea ed il bell’esempio…e nessuno che s’accorga che si tratta di pubblicità. Pubblicità-progresso forse – eticamente corretta, certo -, ma pur sempre pubblicità.
Dal circuito di produzione e consumo non si esce: viviamo per mangiare, scalare e defecare, per produrre e consumare; senza mai ragionare con la nostra testa, ma obbedienti a ogni dettame: educati a sprecare, a vendere e a comprare.

Eppure, se vuoi vivere verde senza disseminare merde ed insozzare le falesie coi tuoi maledetti fazzoletti, puoi farcela senza spendere una lira, ad esempio recuperando i sacchetti compostabili dal fruttarolo od al supermercato. Potrai così riportare comodamente a casa il tuo, ed assieme la sporcizia altrui, se necessario. Non è difficile nè pensarci nè riuscirci, tant’è resta impegno snob riservato a pochi eletti (o matti), situazione questa che non saranno l’ennesimo prodotto rivoluzionario nè il suo testimonial d’eccezione a far mutare; specialmente valutando che il secondo sport preferito dai climber sembra continuare ad essere il lancio furtivo nel bosco del cerotto appallottolato, e perciò certificando che di rivoluzionario nel marketing nulla c’è mai stato, se non l’intento di fregare.
Coscienza ecologica? Genio imprenditoriale? Di sicuro qui c’è solo l’intenzione di guadagnar due spiccioli dal nostro sforzo, perfino nello spingerci a cagare.

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aquila_passosempioneVi sono migranti di mare e di montagna, e spostamenti lunghi e faticosi come in tempi assai più bellicosi.
Al Sempione e in zona Gondo ho già scalato due o tre volte almeno, e lo scorso weekend scorrazzavamo al fresco fra Premia, Baceno e l’Alpe Devero. Che la Svizzera fosse roba da ricchi mi era chiaro, ma quel che adesso so è che c’è parimenti un’Ossola per chi può permettersela ed un’altra per chi non può.

10 agosto 2016
“(ANSA) – DOMODOSSOLA (VCO), 10 AGO – Hanno cercato di entrare in Svizzera a piedi, passando tra le gole di Gondo, il paese svizzero di confine tra Ossola e Canton Vallese. Undici profughi eritrei e guineani sono stati fermati dalla polizia svizzera di confine e consegnati alla polizia di Domodossola, in provincia di Verbania. Tre di loro avevano tentato di raggiungere la Svizzera, in treno, già il giorno prima, ma erano stati respinti. I profughi sono stati fermati dalla polizia mentre camminavano lungo il Diveria, un torrente che sfocia nel fiume Toce.”

“L’ambiente è stretto e tetro, in basso la Diveria corre giù furiosa trascinando pietre e rami spezzati. In alto, incombono ertissime pareti grige, ben poco rassicuranti. La luce è fioca, dall’aria umida viene un senso di freddo. Le gole di Gondo sono state uno dei più temuti mauvais pas delle Alpi”

Ne è passata di acqua nel Diveria, nel Devero e nel Toce da quando Domodossola fu capitale della locale Repubblica partigiana, dal 10 settembre al 23 ottobre 1944: cacciati dalla Resistenza fascisti e tedeschi, quel territorio si potè dire temporaneamente liberato.
Settant’anni dopo, a nemico meglio nascosto e tollerato, rileggendo mezzo secolo della città suona consolatorio inneggiare alle “tante barriere abbattute” dai tempi delle migrazioni dal Meridione degli anni ’50 e ’60 quando ci si rende conto piuttosto che “tutto è cambiato in peggio”; con l’ulteriore differenza che “Una volta c’era un clima di speranza, oggi regna di più la rassegnazione”.
Così, al tempo in cui le guardie della Fortezza Europa arrestano i profughi in viaggio per queste valli verso il passo del Sempione, quel “non dire mai no a chi bussa alla porta” torna ad essere uno slogan di facile quanto irrealistica enunciazione; e mi domando di cosa stiamo parlando, in cosa consistano i tanto decantati “decenni di profonde trasformazioni”, e infine quale sia il ruolo (a)sociale che spetta ad un alpinismo che dall’alto di quell’altopiano tanto ricercato e filosofeggiato si limita a guardare il fondo, scoprendovi sempre lo stesso mondo chiuso e riservato a pochi, inesplicabile ed assoggettato.

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Pucciarelli-con-burqa-in-consiglio-regionaleDopo la tensione rivoluzionaria avvertita in Comune sotto Natale, porgo un omaggio stavolta a quest’8 marzo scambiato in Regione per Carnevale.

“Saranno nati prima i politici scadenti o lo scadimento della politica nella considerazione comune? Questa domanda metafisica viene in mente quando si leggono le prodezze intellettuali e culturali di alcuni consiglieri regionali, specie in campo leghista.”

I cittadini ed elettori leghisti senz’altro apprezzeranno. Cambiato l’anno non cambiano le regole del gioco che ci vien giocato addosso in realtà un po’ da tutti i giocatori, con cinguettii, hashtag, selfie e flash mob lanciati a più non posso, persino nei luoghi istituzionali, da personaggi quantomeno singolari.
Questi presunti solidali con le donne musulmane intendono in realtà cavalcar la guerra fra religioni e fra culture, fingendo di non sapere che le donne son maltrattate tanto quanto dagli italianissimi mariti, e che la violenza ci accomuna tutti, inclusi preti e poliziotti, al netto della lista delle scuse (sfiniti, drogati od ubriachi marci); quanto al modo in cui il nostro sistema economico e la nostra cultura occidentale considerano la donna, ovvero come oggetto di consumo, non abbiamo certo di che vantarci. E basta guardare agli esempi sopra esposti per capire che non bastano le quote rosa, non cambiano i nostri destini che sia un uomo od una donna a guidare il paese o la città. Bisognerebbe farne una questione non più di genere, bensì di qualità; ma finchè continueremo ad aggrapparci alle false sicurezze spacciate per verità da questi attori male addestrati e accompagnati, difensori dei diritti ad orologeria, che stanno a fianco degli oppressi a modo loro, battendosi come degli ossessi dalla parte della provocazione politica e della crudeltà umana, non potremo mai aspirare ad una società migliore, più vivibile e più sana.

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