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Archive for luglio 2016

stop-loi-travailEsiste certamente un delirium tremens da astinenza dall’arrampicata, che colpisce i soggetti affetti da alpinismo cronico; ma anche un altro causato dall’eccessiva ed ossessiva pratica con scarsi risultati.
Delirio semiserio d’un climber vagamente afflitto, speranzoso in un qualche straordinario effetto.

“Recenti indagini di mercato della Nielsen di Milano rilevano che il numero di circa 8000 persone praticanti l’arrampicata sportiva cresce con un tasso annuo del 10%” (dal sito Montagnalavoro, non più esistente)

L’arrampicata è un continuo problema da risolvere: un vero stress.
Non so perchè l’abbia cercata, trovata e scelta, e come abbia fatto poi a resistere – io a lei, ma anche lei a me. Forse perchè, una volta acquisita un po’ d’abilità, in fin dei conti sbagliavo molto poco. Ma se è sbagliando che s’impara, per quanto tempo non ho progredito? E progredire cosa comporta, da cosa si capisce? Dal grado? Nello stile lavorato, oppure a vista?
Perchè tante domande?, direte voi. Perchè tante differenziazioni e specializzazioni?, risponderei. Perchè quest’affidamento a regole e metodi, questa legge francese del numero (più letterina) alla quale tutti, me compreso, c’inchiniamo? Perchè questo volersi ritrovare, più che in compagnia e in comunità, in un branco di bestiole scalpitanti che null’altro hanno da condividere se non inutili informazioni superficiali? Ebbene sì, la tua via è a destra, mentre la mia è a sinistra: diamine, sento che siamo già troppo vicini. Allontanati tu! Io la mia la sogno dal sabato scorso, tu manco sai dove ti trovi e ancora hai da trovarla, e se non c’ero io adesso stavi a girar sperduto alla base della falesia, pensando d’essere in un’altra.
No, non mi vanto d’essere un local, anzi la cosa un po’ mi nausea e mi disgusta; m’annoia insomma, conto i miei passi sul sentiero e penso alle orme che devo averci lasciato a forza di tornare e ritornare. Neanche avessi qualche cosa da provare; ormai è storia passata, vi lascio fare. Sento gridare: dall’altra parte della valle c’è gente più entusiasta di me che in pieno inverno ha deciso di scalare all’ombra, pur di liberare qualche nuova linea nell’ultimo settore rimasto da esplorare – che non è poi mai l’ultimo davvero, giacchè una fortuna geologica specifica assiste il Finalero. Eppure…eppure qualcosa fra questi boschi oggi mi manca, e ancora non so se non lo riesca più io a trovare o se abbia finito quel qualcosa per svanire: una magia che non s’esprime a suon di fittoni e resina, calati ormai dall’alto in modo standard, ma che risaliva placche, muri, spigoli e strapiombi con tutt’altra energia e generando una diversa emozione; forse guidata proprio da una più profonda intuizione, quella di chi vuol scoprire anzichè sfruttare, creare invece di ripetere, immaginare in luogo di conquistare. E noi gli s’andava appassionatamente dietro, collezionando foglietti con schizzi imprecisi, gradi da confermare, nomi da celebrare, valori da dimostrare; fra aggiornamenti già superati, ferite da sciancabraghe, vicoli da streghe. Quando a Triora la processione religiosa svegliò il nostro campeggio originale, capimmo forse già allora la bellezza d’un’esperienza primordiale: accamparsi vicino a un sogno per accarezzarlo, tenerlo premurosamente in vita, che sia chiodato bene o anche chiodato male.
Per carità, io per primo so di essere un banale, misero, innocuo ed incapace ripetitore d’avventure altrui, ma non credo siano soltanto l’età e la stanchezza a separarmi da quella stagione d’entusiasmi sempreverdi. Le strade erano nostre, le pareti pure. Eppure ci avvicinavamo ad esse col rispetto e la circospezione che si hanno nei confronti di un’opera d’arte, anzichè con lo sguardo inebetito di chi si sforza di gettare la cartaccia nella pattumiera. Non avevamo impegni, in compenso avevamo forze: si arrampicava da mattina fino a sera. Gli alberi erano parte della falesia, nessuno richiedeva parchi giochifalesie Family con basi comode per i passeggini, nessuno si lamentava della marcia troppo lunga o della chiodatura assurda. Tutto era od appariva come era giusto che fosse, persino quand’era sbagliato; forse, semplicemente, per il fatto di non esser meglio organizzato. Era libertà pura, di chiodatori e salitori; con la possibilità di ritagliarsi pure dei dolori o malumori. Non c’erano battaglie con il vicinato, salutavamo pure i cacciatori, mentre oggi resto senza fiato ad ascoltar vaccate e fatico talvolta a salutar quelli di fuori. Peraltro mi rendo ben conto di rischiare di cacciarmi nella stessa situazione non appena mi dovessi ritrovar fuori regione. Sarò cambiato io, non ci son dubbi, o sarà cambiata l’attività, ma i salitori di ieri mi sembran diventati oggi piuttosto…discensori. Quanto in basso s’intenda arrivare è materia d’analisi verticale che lascio approfondire ai prossimi ricercatori.

(foto tratta da neXtQuotidiano)

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