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Archive for novembre 2014

controcorrente_ExilsL’aria a Masouri s’è fatta quasi irrespirabile. Possibile che l’alternativa all’esilio siam davvero noi?

“Ormai il via vai è continuo giù al porto di Pothia. Da ogni angolo del mondo continuano ad arrivare a Kalymnos le barche cariche di climbers”

“This island, along with the rest of Greece, has been faced with an economic crisis. Thanks to climbers, Kalymnos has stayed afloat (so-to-speak). Many locals have been able to avoid unemployment by catering to the needs of tourists – most of whom are climbers.
This island appears tough from the outside, but once you’re living there its amazingly plush in a number of ways. The warmth of the locals with their cozy accommodations, the delicious restaurants, the snuggly cats around every corner…heck – even the climbing grades are soft.”

“Ma fammi capire… State dicendo che un posto con 60mt di 8a fattibili da qualunque scimmia che fa il 6c plastificato, è un paradiso dell’arrampicata?”

Kalymnos è l’esempio di come la bellezza possa confondere e dividere: da chi la osteggia in quanto parco giochi simbolo malefico del grado facile a chi la usa per poi gettarla volentieri sulla scorecard di 8a.nu. Insomma, ci si va o non ci si va pei gradi; andar per gradi in un percorso di conoscenza, invece, è assai più raro. Ma essendo la bellezza dappertutto non puoi rifuggirla, te la ritrovi davanti in ogni angolo: è, chiaramente, l’apparenza, che la più vera e genuina bellezza in realtà ancora nasconde. “Ooooh!” fa in coro il pullman scollinando a Kamari, ma quel che han davvero visto è ancora niente. Ma la voce si diffonde e continua ad arrivare gente.
Così, leggo ogni volta con piacere dell’ennesima vacanza, ma ravviso che a mancare è, come sempre nelle descrizioni comprensibilmente entusiastiche dell’isola (specie al primo approdo), l’aspetto critico. L’occhio che gode e che descrive rimane quello del turista; ma il climber è davvero solo un villeggiante godereccio, spiaggiato e sciabattante come tutti gli altri? Cosa desidera, e da cosa fugge? Perchè a casa propria riesce a giustificare un omicidio a partir dal fatto che “erano in tre sul motorino”, se poi non vede l’ora di correre in tre sul motorino e senza casco lui per primo una volta sbarcato? Sarà la libertà che più temiamo e più inseguiamo e viceversa, fino a condannarla, o almeno quel più vago e fugace senso di libertà che lì si respira.
Ciò che di più bello resta a Kalymnos però è quel che si sta perdendo: il suo carattere selvaggio, quell’atmosfera indimenticabile che non dipende direttamente dal fatto d’essere ormai diventata l’isola dei climbers.
Benchè sia ancora possibile perdersi qua e là per tracce di capre, infatti, l’arrampicatore medio è oggi in grado di smarrirsi coi piedi ancora fermi sull’asfalto, la guida a prova d’idiota in mano e la parete in fronte al naso; e sul sentimento della scoperta avventurosa d’un mondo altro vince il più confortevole senso di appartenenza alla categoria dei turisti verticali: che piacere, anche qui son tutti come me vestiti uguali! E tutti fanno le stesse identiche cose, tutti scalano negli stessi identici posti, persino il bagno lo fanno nella stessa identica spiaggia, come se non ce ne fossero decine d’altre da scoprire, e le stradine di Masouri nell’ottobre festivaliero sono intasate d’auto e motorini e tanto trafficate da dar difficoltà al passaggio dell’autobus. Quando mai fino ad ora s’era visto qualcuno costretto ad alzarsi dal tavolo per andare a spostar la macchina d’intralcio? Va bene l’hype, ma questo mica è calcio!
Se per chi sull’isola vive di turismo è buona cosa ritrovarsi all’improvviso ben quattro negozi di articoli per l’arrampicare (come ad Arco o a Finale), e per cenare nei ristoranti più in voga è diventato necessario prenotare, l’altra faccia della medaglia è un’abitudine miope al consumo ammantata di valori benefici che sa quasi di moderno colonialismo, simboleggiato se si vuole dal solito logo della North Face sparato nottetempo contro la Grande Grotta, o se preferite dal beach party con DJ venuto apposta da Ibiza. Perchè allora, di ritorno a Bergamo, nel confonderti coi passeggeri provenienti da Eivissa cerchi altezzoso di valutar le differenze fra te e quei fricchettoni?
Del resto, si fa presto a smascherar l’ipocrisia: bastano le parole di Mr.8a.nu Jens Larssen, il quale, nel rallegrarsi dei gradi soft e dell’ulteriore calo del costo della vita, ritiene simpatico l’aiuto che diamo a Kalymnos. Ma se davvero volessimo soccorrere un paese moribondo, tanto per cominciare non ci voleremmo con Ryanair…e anzichè rallegrarci di prezzi bassi e sconti, faremmo in modo che il trade fosse più fair. Ecco perchè quest’elemosina è una scusa utile sostanzialmente a giustificar lo status quo: il nostro benessere e la loro agonia.
Anche se tutti battono fidenti su questo stesso tasto (dimenticando le ore di stra-lavoro, le pensioni azzerate, l’assalto dei grandi supermercati, la scelta di certi hotel d’importare il pescato da fuori, ecc.), aiutare un’economia in crisi divertendoci non implica il superamento della crisi: rischia semmai, sotto sotto, di giustificarla, facendola perdurare col vanto beffardo della carità. Il commerciante greco che serve il turista tedesco lo sa e gli sorride, ma lo vorrebbe morto. Il nostro maggior torto è quello di non volerci accorgere che lo spirito dello scalatore non fu mai quello del turismo mordi e fuggi, paga e pretendi; senza sottovalutare il rischio tipico del drogato d’adattarsi sin troppo facilmente ai peggiori caratteri della dipendenza, facendo eco alle voci critiche ma sceme sui gradi “farlocchi” che ci gonfiano l’ego (tanto i gradi quanto le critiche), ma nulla sapendo delle notizie drammatiche in merito alle barche cariche di disperati che vagando in mare in fuga dalla guerra proprio a Kalymnos sbarcano, attendendo la morte prima e l’arresto poi. Ma che ci frega a noi? Noi siamo climbers, siamo altra cosa. Appunto, e che cosa? Siam burattini buoni a ripeterci in gesti ed in commenti, autocostretti al selfie o ad altri esibizionismi imbarazzanti; io stesso nel passeggiar sull’affollato lungomare inizio a sentirmi muovere a scatti, come guidato dall’alto, eterodiretto, scoordinato: che sia la retsina, oppure come tutti gli altri sto per esser trasformato?!
A darci l’addio a Pothia è una zingarella che tende la mano agli ospiti in partenza. E’ per noi solo un arrivederci, almeno sino al giorno in cui la nostra confusionaria presenza renderà necessario inaugurare il primo semaforo dell’isola, magari all’incrocio fra il bar di Fatolitis e gli studios Kokkinidis; laddove qualche local inizia a farti notare che nel venir da Melitsahas sei “wrong way”. L’incanto si potrà dire allora definitivamente spezzato, e non so per evitarlo che farei.

Chiedo scusa per le ferie vergognosamente serie.

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