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Archive for settembre 2012

“Andare e provare per credere. Il miraggio di Kalymnos è forte. Sarà un po’ consumistico, preconfezionato, troppo perfetto, low-cost e in fondo a portata di mano, però diventa come il mal d’Africa. (…)
Speriamo che a forza di bucare l’isola non diventi tutta una grande, enorme spugna tristemente in vendita ai turisti.”

“Il massimo trionfo della scienza sembra consistere nella velocità crescente con cui lo stupido può trasferire la sua stupidità da un luogo a un altro.” (Nicolás Gómez Dávila)

Ho già avuto modo di scrivere dell’isola (qui in inglese), non dell’utopia.
Mi concentravo come al solito sui dati negativi, sul conto delle cartacce, sulla fine della mia pazienza e fors’anche delle mie cartucce. Senza dimenticare il vento incessante che trasporta i sacchetti e la coscienza ambientale pressochè inesistente fra i locali, ma sottolineando le cattive abitudini che rendono il climber ospite deprimente, consumator danzante, turista come tanti e tante.
Quando ti ritrovi in coda per il check-in a Bergamo hai già capito d’essere parte del film: la fila è composta da tuoi simili tutti vestiti eguali a te e fra loro ma distinti, nel portamento e nell’abbigliamento, che dal rasta allo skin ci divide e assieme ci accomuna. Ci vuol fortuna ad agguantare il volo quando vuoi, han deciso di fare affari ad agosto adesso, e nessuno che sia informato sul compleanno fuori stagione del sottoscritto, ricorrenza più ambita della stessa Pasqua ortodossa. Per questo, son sicuro, cantavano odi al cospetto di Zeus mentre salivo a gemiti Pipe Cleaner fino al rantolo finale del tramonto, e ci sarebbe stato quasi da scusarsi per aver turbato quell’atmosfera magica, irreale.
Il primo anno un locale dalle luci blu soffuse mi ricordava ad ogni passaggio serale lo status di Lucky Man cui toccò anzitempo il privilegio di toccare il cielo senz’aver pensato mai di volerlo raggiungere davvero. Telendos era un luogo ancora da esplorare, prendemmo il sole in spiaggia senza neppure pensar d’arrampicare; tornando indietro scarabocchiai memorie per un abbraccio dal sapor di salsedine, spinto dal freddo ed adorato per l’affetto. Anni dopo vivemmo più compiutamente l’esperienza definitiva dell’isola nell’isola, del sogno interno al sogno: non tutti i bagni di luna si somigliano, così come le isole coi gatti e i ristoranti di pesce. Quasi dimenticando le rocce da poco abbandonate, col buio del sentiero anzichè con la luce dell’alba ritorni barcollando alla vita – a tenerci davvero alla vita -, ad una libertà non democratica ma fisiologica che all’unisono vede realizzarsi subito – non oggi nè domani: qui, ora – ogni desiderio, come lo desidera e ne gode un bimbo. Ed il resto del mondo per oggi può aspettare. Il cuoco aspetterà che tu abbia finito di sguazzare, il capitano che tu abbia finito di cenare; i gatti, che tu voglia dar qualcosa pure a loro.

Ma poi non è più stata la prima volta, e neanche la seconda.
Come sempre, prima di scrivere dell’isola (per trovar pace anche quando senz’isola), mi torturavo: parlarne o non parlarne? Promuovere o celare un sogno che non si vorrebbe rovinato, e che si vorrebbe poter continuare a scoprir vero alla mattina, ogni nuova mattina con lo stesso strepitoso panorama perpetuato? Un tempo anche la pace credo facesse parte della “straripante proposta di stile di vita” (Wolfgang Güllich) dell’arrampicata, o quantomeno era questa l’interpretazione del perfetto misantropo; oggi va ricercata fuggendo dalla Grande Grotta come si vorrebbe evitare a Milano la tangenziale. Lo dicevamo a Sakis che l’aereoporto sull’isola non ci sembrava un buon segnale.
Scrivo del passato perchè il futuro è già scritto: qualche altro americano scoprirà i grandi strapiombi esclamando paonazzo “Cool! Steep! Big jugs!”, qualche altra scritta a spray di affiliati al KKE comparirà rossa sui muri, e qualche altra ragione per portar denari (noialtri) e solidarietà (loro) e per unir persone e circostanze ci sarà sempre, ma il punto è che a me quest’angolo di terra di Grecia spuntata dal mare comunque sempre risolverà l’eterna ed incostante crisi emotiva, psicofisica, motivazionale; facendomi ammalar d’un altro male, che per chi vien qui da un po’ oramai è normale. D’altronde Panacea è una figura della mitologia greca, anche se io non son proprio la personificazione della guarigione.

Ma da quest’anno a Kalymnos oltre alle tufas c’è di più: la Federica! Curioso, prima d’ora – annebbiato, immagino, dai fumi della magnesite – non ne avevo mai sentito parlare. Il North Face Kalymnos Climbing Festival s’accoppia infatti con uno sponsor d’eccezione: la Jeep. La quale forse non si rende conto che andare a pubblicizzare i propri prodotti a Kalymnos, dove l’automobile in pratica non serve neppure…è piuttosto ridicolo. E la quale sull’isola trasporta l’uomo di punta Simone Moro, alpinista internazionale e testimonial dell’azienda, accompagnato (beato lui) dalla showgirl romana Federica Nargi, già nota per esser stata protagonista d’un reality televisivo in onda su Rai 2, oltre che velina mora di Striscia la Notizia sulla rete concorrente.
Lo stacco di coscia, per carità, non si discute, e la tetta è rotonda come la ‘O’ di Giotto. Mi domando però, mentre li guardo sorrider compiaciuti e mi prevedo a passeggiare su una solitary beach riflettendo sulle mie disillusioni, che c’azzecchi tutto questo con l’isola ed il sogno, con lo stile di vita e la magia, con la decantata “condivisione degli stessi valori di avventura, passione e libertà” che gambe e motori dovrebbero secondo qualcuno promuovere ed esemplificare dal momento che sulla fiancata del mezzo ci hai fatto scriver “Mountain”.
Va bene Di Bari col trapano a trafugare canne, che ormai l’hanno capito ch’era ladro solo d’emozioni privilegiate da redistribuire; e va bene che siam stati noi italiani a portar sin qui l’arrampicata (oltre all’occupazione militare)…ma dovevamo proprio portarci tutti gli aspetti pseudo-culturali d’un paese ch’era mondo dappertutto fuorchè forse a Massouri, trasformandola, oltre al business ed alla competition, pure in un format neocoloniale all’amatriciana?
Questo sarà ricordato come l’anno delle veline a Kalymnos. Credo che anche i locali a questo punto abbiano visto davvero tutto; ed io in cuor mio, scusate, son distrutto.

Autogiustificazioni, equilibrismi ed ipocrisie da viaggio:
““I Italì itan kalì” ovvero italiani brava gente. Insieme all’espressione “Mia fatza, mia raza” – una faccia una razza – è forse quella che meglio di tanti saggi o trattati riesce ad inquadrare efficacemente il rapporto tra i greci ed il nostro paese.”
“We seek to justify our traveling around the world in our hunt for the most beautiful cliffs and mountains, by doing our best to minimize our negative impact on nature and supporting the local communities and tradesmen.”
“purtroppo l’ambiente non è il problema principale degli abitanti di Kalymnos; spesso infatti si trovano parecchi rifiuti lungo le strade e talvolta anche vicino alle spiagge (ma per fortuna mai nelle falesie!) e questo è un vero peccato visto la bellezza dell’isola.”
“La Commissione è stata forse contattata in merito all’incenerimento di rifiuti domestici sulle colline delle isole greche (in particolare presso Pothia, Kalymnos)? Sta passando al vaglio tali affermazioni? Intende la Commissione avviare un’indagine?”
“Particolare è il “LonglineJeep Contest”, che si svolgerà presso l’area del Village e prevede l’utilizzo di 2 Jeep Wrangler poste all’estremità della corda per la gara di Slacklining. Un evento da seguire anche da casa vostra, comodamente seduti davanti al vostro pc.”

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