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Archive for marzo 2012

Il compagno Francesco se ne è andato. Qui lo saluto per quello che posso.

“E’ da più di trent’anni (…) che milioni di lavoratori vivono in una sorta di realtà virtuale. Come i baccelli di Matrix: proletari dal collo in giù, ma borghesi nella testa.”

Il prete non ti ha riconosciuto.
Tre pugni chiusi a fine cerimonia, di commiato; io a pugni chiusi in tasca al tuo posto ho bestemmiato. Ripensando ai discorsi lasciati a metà per scendere alla mia fermata, ripresi un altro giorno ad un’altra tua salita. Mai completati.
Compagno Frank, l’autobus ogni dì prosegue, di sciopero in sciopero, la sua corsa consueta. Il nostro piccolo pendolarismo comprensivo e solidale resta nell’aria fra gli sguardi assonnati o stravolti, come una speranza inquieta.
Compagno Frank, fra collaborazionisti padronali, comunisti per finta e scaldasedie da camera del lavoro resiste il tuo patrimonio di cultura alternativa, la lotta di classe affumicata dalla pipa, la scheda annullata dopo chissà quanti anni d’impegno umile di retroguardia per rassegnata volontà precisa.
Compagno Frank, oggi son tutti ricchi nella testa, anche se fuori e dentro sono poveracci. Non chiediamo che si vestano di stracci: basterebbe una minima, ma assai giustificata voglia di protesta, che fra i colletti bianchi resta invece assai lontana… Rimangon dunque dei figli di puttana, da sopportare lamentandoci a ogni nuovo lunedì, per una nuova lunga settimana.
Compagno Frank, quasi ogni certezza qui vacilla. Risoluto ti conosco, immobile non ti riesco a immaginare.
Compagno Frank, la vita è una camminata dal centro a S.Martino: avanti e indietro ti porta zoppicando, senza mai arrivare alla meta che hai agognata.
Non vedremo nè tu nè io rivoluzioni per le quali l’Italia è impreparata: un paese di miseri impostori impiegati nel darsi una sbiancata e leccare il culo a tre padroni per due tette in TV e una pallonata.
Io salgo sul mio solito autobus.
Tu sei sceso alla tua fermata.

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“Nel seggio di Piazzale Adriatico, in una delle zone più alluvionate della città, hanno votato solo 63 persone.”

“gli indecisi e chi si astiene sono il primo partito con il 42 per cento.”

Pensateci bene: la successione nel tempo dei voti basati sulla strategia sinistra del meno peggio molto somiglia alla successione nello spazio delle pisciate fuori dal vaso nei cessi pubblici.
Non fate caso all’involontario accostamento del seggio elettorale alla latrina, motivabile peraltro con molteplici ragioni: il nascondimento tipico d’entrambe le situazioni, ad esempio. Badate al sodo.
Mano a mano che i signori la fanno fuori, il prossimo è costretto ad arretrare la propria posizione, elevando così il rischio di farla fuori e proseguendo un ciclo che è un circolo vizioso negativo, dal momento che prima o poi il bagno s’allagherà divenendo impraticabile. Allo stesso modo, ogni rassegnato cedimento alla cosiddetta scelta del meno peggio genera la pericolosa ciclica tolleranza d’un peggioramento continuo nei fatti, per cui ogni meno peggio, sempre meno delimitato e controllato, sarà sempre peggio del precedente…ma la goccia è ormai un lago ed indietro, se non lavando via energicamente tutto quanto, non si può più tornare.
D’altronde, “Come possiamo scegliere quando ci viene tolta la libertà di scelta?” Come potremmo usufruire d’un cesso sporcato dappertutto, puzzolente, insozzato, vomitato?
E’ inevitabile: costretti alla logica del meno peggio, non si può che finir sempre di male in peggio. Finiremo a pisciare dall’esterno del w.c., a porte aperte, a lanciare il voto a caso da distante, senza poter guardare; continuando forse, ostinati, ad indignarci per la più o meno sofferta decisione di chi da tempo si rifiuta d’entrare. Quando avremmo potuto e anzi dovuto per tempo comprenderci ed unirci, assumere una ferma (op)posizione invece di piegarci ad inaccettabili voleri, formare una forza, un blocco, una catena.
O, quantomeno, una catenella.

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“Adesso stacco che sta salendo un rocciatore, devo attrezzarmi per difendermi”

“esemplare è l’immagine di quei poliziotti-scalatori che alla baita di Clarea, armati di corde scalano, implacabili, il traliccio indifferenti al rischio e alle parole di Luca Abbà, finché la tragedia non si compie.”

“un inseguimento assurdo, condotto da un rambo da strapazzo”

“tutti si dovranno rendere conto che la montagna non è una risorsa infinita.”

“C’è qualcosa di peggio dell’avere un’anima perversa: è avere un’anima di tutti i giorni.” (Charles Péguy)

“in me il patto civile con lo Stato sta andando in frantumi (…) Con molta amarezza rifletto dunque se sia utile impegnarsi per la difesa dei beni comuni o se sia meglio spendere la propria esistenza in occupazioni più divertenti.”

“L’importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile può diventare possibile. (…) Non credo che essere riusciti a condurre una azione come la nostra sia una vittoria definitiva. L’importante è un’altra cosa, è sapere ciò che si può fare. E’ quello che ho già detto mille volte: noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo vincere. E’ il potere che vince sempre; noi possiamo al massimo convincere. Nel momento in cui convinciamo, noi vinciamo, cioè determiniamo una situazione di trasformazione difficile da recuperare.” (Franco Basaglia)

Io non sono un rocciatore. Desidero prendere le distanze dalla categoria.
Se arrampicare consistesse nel solo arrampicare, più non arrampicherei.
Io arrampico per muovermi, per stare bene, e intanto per smuovere qualcosa, anche se può far stare male.
A salvar me stesso salgo.
La roccia mi è d’aiuto dopo esser stata a lungo ossessione, l’abitudine facilitazione tecnica e assieme, talvolta, intralcio motivazionale. Ma ogni sforzo o rinuncia, progetto o scelta si fa proprio per difender dagli attacchi interni ed esterni la passione.
Io non arrampico per difendere nessun Potere, nessuna cricca, nessun affare: difendo questa scelta, se ancora mi è permesso. Altrimenti, lo farò lo stesso.
Io non son pagato per arrampicare. Ho la possibilità di scegliere di non farlo.
Se la rinuncia ha un valore pieno di dignità in alpinismo, non vedo perchè non possa godere di questa possibilità la sua figliola prediletta.
Non sarà una giornata di sole, che un tempo appannando il vetro della finestra avrei detto perduta, ad affossarmi tecnica e motivazione; anche se è vero che alle volte, ancora dopo vent’anni, al primo tiro dopo qualche settimana appena di stop ci si riscopre principianti, neppure troppo portati.

C’era un vento di primavera sabato a far danzare le bandiere: diffondeva una rabbia ragionevole, piuttosto che dogmi di Stato o retorica arrangiata.
La valle ci dà confidenza e si fa bella per l’accoglienza, una sfilata di montagne la protegge ed incorona.
C’erano pure in Val di Susa rocciatori aggrappati alla pietra calda: li abbiamo visti sculettare da lontano, nel salire nostro contemporaneo al loro. Per una volta non sono riuscito ad invidiarli; poichè ce n’erano altrettanti, e anche di più, a camminare sul nero asfalto sventolando bandiere bianche di guerra, sfoggiando qualcuno timide magliette ammiccanti all’arte di scivolare verso l’alto. A dire: sono qui, ed anche sono altro. A scegliere di non essere uno scalatore come tanti altri, di non essere un arrampicatore di tutti i giorni, con un’anima e un cervello di tutti i giorni. A preferire al comfort del senso di appartenenza animalesco un’idealistica partigianeria. A rendere il salire un’esperienza più complessa, più completa: una metafora esistenziale che travalichi il puro ludico piacere dello sgambettare per racimolare fama e punteggi od intime soddisfazioni; uno spostamento fisico che si esprima in un passaggio tecnico ardito eppure comprensibile, provocando tutt’assieme uno spostamento d’opinioni.

Mi giunge eppure alle orecchie l’indignato, schifiltoso borbottio dell’omuncolo medio italiota, quello che gli fa orrore il blocco che sia book o black, quello che invece d’alzare i piedi blocca sempre basso: furbo sempre lui, bravo ad obbedire sorridere tollerare; scemo sempre l’altro, chi glielo fa fare? Chi te lo fa fare a te di vivere una vita da pregiudicante nato, sempre puntando in basso, votando ed assolvendo lassù sempre un nuovo pregiudicato? Commenta tronfio a suon di cazzate la notizia in prima od il tuo gossip preferito quando sul trespolo bevi al bar o comodo siedi dal barbiere, stabilendo il bene in base al male che ancora non sei riuscito a (far) fare…ma se il barista o il barbiere sono io, attento alla gola.

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