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Tatuato sul collo

Amori di quest’epoca, senza troppe tenerezze: fra avidità, (auto)inganni, esibizionismi, compensated dating ed altre sconcezze.

Axl Rose

Non ho fretta:
leggerai, un giorno
ti sarà chiaro l’anagramma,
l’avrai tatuato sul collo
dove t’ho amata a morsi
pubblicherà Adelphi
l’instant-book dell’amplesso
ci lasceremo famosi
oppure, fa lo stesso

Certezze/6

Amarsi è un po’ prendersi in giro
ed un po’ rispettarsi reciprocamente.

Amarsi è scoprirsi scimmietta
che sola non parla, non vede e non sente.

Svendite

Mi guardo allo specchio:
i boxer di M,
l’orologio di R,
i jeans di F,
il portafogli di I,
sono un figurino senza A e senza Z.

Quando avrò terminato l’alfabeto amoroso
delle storie vestite, sdrucite e stracciate
verificherò quanto sia stato infine il guadagno
al mercatino dell’usato

Ultima destinazione

Avrei bisogno di un’offerta
in import/export
dal tuo cuore
per sapere eventualmente
dove andare
a cercarmi un nuovo giaciglio
poi di me e di te
e dei nostri ufficiali bisogni
quel che sarà sarà
il biglietto è pagato

Amanti sanguinanti

E’ una grande storia d’amore:
una spira, l’altro muore.

______________

(inserire un nome a scelta)

Fra tutti i miei crucci, tu sei quello
dal nome più bello.

(foto tratta da ArtStack)

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Da domani (ma forse già fin d’ora), tutti leghisti!
Mi ci gioco le scarpette, prima di appenderle al chiodo.
Il pensiero che non mi rincuora è, venendo al sodo: che sia già l’epoca dei giochi di potere anche nella verticale?

“in questi giorni non si parla di Finale come si dovrebbe. Non si parla di calcare. Non si parla delle bellissime vie possibili. Si parla di presunte lotte fra climber e associazioni ambientalistiche. Si parla di giochi di potere. Si parla di tutto tranne che di roccia.”

“anche i climbers sono tanti e votano.”

Ricordate il prode difensore degli arrampicatori (e dei cacciatori) dall’attacco della lobby ambientalista? Il politico verde oggi si riconosce dalla tessera di partito, mica dalla coscienza ecologica. Quanto al climber, il suo miglior difensore spero proprio non debba essere un ottuso regionalista padano; nè evita l’errore il buon Andrea Gallo, nome mitico e nume tutelare del Finalese verticale, nel pensare che lo scalatore d’oggi gli possa in qualche modo somigliare. Son passati i tempi ed oggi solo l’egoismo ha vinto su ogni altro valore. E’ l’egoismo a spingere il leghista imbragato a dar battaglia a negri e ad avvoltoi, per concedere al climber imbranato di potere anch’egli farsi allegramente i fatti suoi, senza trovar nidi con ovetti per cui provar pena, e senza che nessuno gli possa chieder l’elemosina in catena, od all’ingresso serale a Finalborgo, rovinandogli la cena.
Ed è sempre l’egoismo a spingere il praticante medio a lordare il paradiso terrestre di cui può godere, e che dovrebbe difendere a spada tratta se davvero vi tenesse; solo a tenersi in forma invece quello pensa, e tutt’al più ad unirsi in associazione con energumeni simili a lui, al fine di difendere ancora maggiormente il proprio interesse.
Prendo amaramente le distanze dagli uni e dagli altri.
Non credo che la politica debba essere un gioco di ricatti, nè mi basta che si risolva in uno scontro fra piccoli poteri, con piccoli vantaggi dedicati ad i più scaltri o ai meno seri.
Purtroppo anche i climbers votano, temo sia vero, e per fortuna non so come e cosa; procederei pei boschi col falcetto altrimenti, e non per farmi strada fra la vegetazione irta e spinosa.

Mentre a Toirano – zona ancora in fase di espansione – il gruppo di arrampicatori e chiodatori locali scomoda le amministrazioni (leghiste, pure qui, e ben poco green) ad interessarsi allo sblocco dei divieti di chiodatura relativi a certe parti della valle del Vero, nella vecchia Finale succede l’opposto: ovvero, sono le amministrazioni del luogo, assieme al Club Alpino e ad alcuni (supposti) ambientalisti, a denunciare il problema dell’eccesso di chiodi infissi sulle pareti della zona.

Dovrei in teoria inneggiare alla modalità anarcoide con cui chi chioda le falesie si muove liberamente, spesso senza chiedere permessi o consultare enti territoriali; denunciare, come fa Gallo, l’ipocrisia di istituzioni locali ed ufficiali come il CAI, che dando un colpo al cerchio e uno alla botte si muovono subdoli senza far ben capire in quale direzione; e caldeggiare una difesa strenua ad ogni livello del nostro particulare…se non mi preoccupasse invece l’atteggiamento di chi ci patisce, poverino, che gli tocchino il giochino, finendo per attaccarsi al treno veloce delle rivendicazioni politiche più minime e meschine.
A quarant’anni vedo il mio futuro come un insieme di falesie la cui infinità d’itinerari non riuscirò mai a completare; dunque, perchè mai si dovrebbe continuare a chiodare? Per i nuovi arrivati, si dice. Per consentire a tutti d’avere un terreno di gioco. Sembra altruismo, e invece è primariamente profitto, opportunismo: il solito discorso dell’indotto, dello sport-alternativo-ormai-quasi-massificato che ha trasformato un borgo delizioso in un centro commerciale per milanesi annoiati (ma anche per liguri con manie di grandezza), red carpet incluso ed inclusivo di maltolto. Il problema nella sua interezza è inesistente e già risolto: che i climbers e gli ambientalisti si parlino, come è sempre stato fatto, senza necessità che vengano lanciate provocazioni, polemiche e allarmismi a mezzo stampa. Vero è che siamo forse diventati troppi, in un ambiente limitato, a volere usufruire delle stesse bellezze naturali: climbers, bikers e trekkers si contendono il parcheggio a Monte Sordo nel weekend, e nelle feste “sembra di essere all’Ikea” od alla Fiumara.
Si stava meglio quando si stava peggio, quando l’arrampicatore era uno strano, strambo, un poco matto, merce rara. Il chiodatore allora inseguiva un proprio sogno e non le più recenti necessità indotte più o meno a forza dal mercato dell’outdoor. C’era posto per tutti, bestie e cacciatori inclusi, semplicemente perchè s’era in pochi. In merito a questa evoluzione/involuzione ho spesso detto, e non è il caso che ogni volta mi si richiami all’ordine della dittatura democratica per cui si dovrebbe garantire a tutti il diritto alla scalata. Non prendiamoci in giro. Questo sport è stato banalizzato e raccontato come fosse tutt’altra cosa per poter vendere scarpette e imbragature, non ci son diverse spiegazioni o sono tutte fregature. Quando scalavo io, ai tempi della prima palestra d’Italia al liceo King mi guardavano come un cretino ed un marziano, e certo la cosa ha contribuito a farmi crescere adolescente pieno di problemi. Ma bisogna essere scemi per non accorgersi che mode e tendenze son tutte sospinte da un sistema di coercizione sorridente che non ti spiega niente al di là del concetto di divertimento, e del tuo presunto diritto allo stesso. L’arrampicatore idealista e rispettoso che descrive Gallo è ormai quasi estinto, non più riproducibile. L’arrampicatore moderno facilmente sgarra e se ne frega del prossimo suo (alla faccia della comunità) e anche delle regole condivise; per lui esistono solo il grado su cui discettar per ore e la scorecard da aggiornare. Più sento parlare i climbers, ad esempio dei limiti loro ingiustamente imposti, e più divento birdwatcher. Vero è che talvolta, come spesso in questo paese, far rispettare certe regole diventa esercizio grottesco e ingiustificato, come quando volarono le multe nell’albenghese senza che nessuno avesse mai visto volare più d’un uccellino. Ma quando ti cali a fianco ad una via con un bucone, come mi successe a Cucco, e da quel nido fugge spaventato un volatile facendone cascare un ovetto che si sfracella al suolo…capisci d’esser tu nel posto sbagliato, e non loro ad aver occupato un attico vista mare senza rispetto dell’altrui proprietà. Il cadaverino rosa venne lanciato nel bosco senza troppo riguardo, con appena un minimo di commozione, e poco dopo altri climbers rapaci si preparavano ad affrontare il tiro. Il Rockstore tempo addietro mise un avviso alla partenza di Vivere di rabbia al Solarium (o Specchio) di Monte Sordo: la differenza fra le passioni si vede pure da queste piccole attenzioni ed auto-limitazioni. Perseverare nella difesa dei propri esclusivi voleri, trasformandoli in diritti, è atteggiamento tipico di un certo fascioleghismo attuale, che si sta diffondendo a macchia d’olio ed è facile capir perchè. Andare incontro alle esigenze altrui è comportamento ormai inusuale, fuori moda, sconveniente. Meglio difendere la cosiddetta e supposta propria gente, attività questa assai proficua a livello del politicante, che diventa punto di riferimento di un’èlite fra tante. Ebbene, oggi che siamo tanti e pretendiamo di contare, di levare alta la nostra voce, siamo anche noi un’èlite arrogante che conta solo in quanto spende, uomini valutati in base al portafogli che mantiene in piedi un’economia di nicchia, la quale peraltro sopravviveva anche prima ed ora vive solo una rincorsa al soldo, pur non patendo esattamente i problemi di Kalymnos. L’outdoor è puro business, la chiodatura sfruttamento delle risorse naturali, l’arrampicatore automa; e il tutto mantiene degli antichi valori condivisi solo un pallido ricordo. L’autonomia ed il senso di responsabilità dei climbers, tanto decantati, davvero hanno bisogno di un aiutino politico e della minaccia elettorale? Davvero contiamo in quanto votiamo, e nulla più? Davvero abbisogniamo di questi mezzucci, e ne vogliamo approfittare?
Vorrei proprio capire se anche i climbers, come quasi ogni altra categoria sociale che si rispetti – o meglio, che intenda farsi rispettare (esclusi quindi questuanti, zingari, immigrati e poche altre minoranze) – intendano abbassarsi a buttare in politica anch’essi il proprio patetico, frustrato e sfrontato egoismo di categoria: l’ennesima difesa corporativa; oppure se vogliano, almeno loro, evitare questa squallida deriva.
Se dal coraggioso (benchè poi smentito) ‘manifesto dei diciannove’ siamo discesi al livello delle roboanti dichiarazioni di Rixi una o più ragioni storiche ci devono pur essere, e non è difficile risalirvi. Occorre però farlo per evitare che il nostro entusiasmo si suicidi annegandosi nella torbida palude degli interessi privati, dove si raccolgono gli istinti animaleschi e si scontrano le ottusità di uomini ormai allergici al confronto, a meno che non sia battaglia mediatica di facciata, messinscena ipocrita, teatrino demenziale di una politica in picchiata verso un gran finale pessimo: quello in cui la mia passione sarà regolata, carezzata, blandita, incasellata; difesa da figuri con i quali nulla vorrei avere a che fare, che a stento c’entrano qualcosa con (i valori per me ancora insiti nel)l’arrampicare.

(foto tratta da Genova 24)

Infortunio sul lavoro.

gennaio 2011

La ricostruzione fatta degli eventi
da me firmata per presa visione
è assolutamente confusa e tendenziosa.
La cosa è particolarmente grave
vista l’esistenza ad occhi non ignari
di un aggressore e di un aggredito.

Ai presenti sarà parso evidente
che sia stato al proprio posto il sottoscritto
ad essere raggiunto minacciosamente
e lì aggredito nel corpo e nel diritto,
e non certo il contrario, come si parrebbe sostenere;
per giunta l’aggressione ha motivazioni poco vere,
derivanti da un futile scambio di opinioni
con divergenti e polemiche impressioni.

Il collega non è nuovo, è stabilito,
ad assurdi assalti similari
ai compagni di lavoro sulla nave:
ciò dovrebbe bastar da sè a spiegar la cosa
e a portare chi abbia dovere ed intenzione
a prendere adeguati provvedimenti.

(foto tratta dallo Smithsonian American Art Museum)

A Trieste siamo stati, anche ad arrampicare nella bella val Rosandra, la scorsa primavera. Avrei voluto scriverne, forse ci riuscirò.
Ma in questo caso la città serve solo quale esempio per spiegare, attraverso le vicende che riguardano la multinazionale finlandese Wärtsilä, la grottesca situazione del mondo del lavoro attuale.
Cos’hanno in comune 4000 persone, 48 anni, 69 uscite, 87 voti e 89 giorni? Sono soltanto numeri, ma li si può mettere assieme per capirlo. Basta un click, potete farlo pure voi; ma siete fortunati, per voi l’ho fatto io.

“Domenica 24 Settembre, 4.000 persone, nonostante la pioggia battente, hanno partecipato all’Open Day di Wärtsilä Italia, nello stabilimento di San Dorligo della Valle. Le “porte aperte” alla principale fabbrica italiana della multinazionale finlandese – dedicato ai familiari dei dipendenti e ai cittadini in occasione dei vent’anni di Wärtsilä Italia e nell’anniversario dei cent’anni dell’indipendenza della Finlandia – hanno visto un continuo afflusso di pubblico per tutta la giornata.”

Non manca niente in questa storia, ci son tutti gli elementi necessari.
Partiamo dal peggiore: l’incidente mortale è del 5 giugno scorso; quando una pesantissima barra di metallo ebbe la meglio sui 48 anni di un operaio specializzato. Fatalità, ci s’affretterà a dire, se non più maliziosamente imprudenza (errare è umano), trascurando – per mancanza di tempo da dedicarvi – i più recenti dati sulle morti bianche.
Scarseggia il tempo ormai per far qualsiasi cosa: per lavorare in sicurezza, per rifletterci sopra, per valutare, capire, (evitar di) giudicare. La priorità, rendiamocene conto, va alla merce, al profitto, al capitale. Cioè: a quella barra di metallo. Che se casca, però, può fare male.

Speriamo che la notizia non abbia rovinato l’appetito a quanti partecipavano, tre mesi dopo, al ”percorso di convivialità” enogastronomico organizzato a “Trieste, Genova, Napoli e Taranto, città nelle quali sono presenti stabilimenti Wärtsilä Italia”: 4000 persone sembrano aver gradito l’Open Day, e il morto è già dimenticato. D’altronde è pur vero che, morto un operaio specializzato, se ne fa un altro; ed è pure un posto di lavoro liberato.

Alla Wärtsilä di Genova, fra l’altro, come in altre ditte del settore metalmeccanico cittadine, nel febbraio di quest’anno la Fiom è risultata essere il primo sindacato. Mi sento solidale coi 45 renitenti. Votare o non votare, ogni volta è un dilemma e mai un gioco. E’ stata però la USB, qualche mese prima, a salvare il posto di lavoro in quel di Trieste (dove predomina invece la Fim Cisl) a Sasha Colautti, dopo 89 giorni di sciopero, che al portafogli non pesan proprio poco.

Torniamo qui su temi più allarmanti, ai piani esuberi che s’alternano ai finanziamenti statali ed ai percorsi conviviali. Nonostante ciò, non vi agitate: le prospettive restano buone, e se mai ci fosse bisogno d’intervenire, contro al padrone ma per finta, al posto dei sindacati potete considerare dalla vostra i camerati neofascisti, ormai delegati semi-ufficiali alla propaganda nazionalistica sui luoghi di lavoro; i quali denunciano a mezzo stampa il rischio-delocalizzazione (mica per via degli interessi padronali, quanto per rivalità di bandiera) e svolantinano all’ingresso della fabbrica come ormai ben pochi a sinistra fanno ancora.

Il futuro del lavoro è nero (in tutti i sensi). Se avete capito ciò che intendo, avrete inteso pure che ci vuol poco per capire quel che del lavoro resti da capire. In altre parole: nessun processo di liberazione passa dal lavoro, ma attraversarne il campo è purtroppo necessario per capir da cosa sia necessario liberarsi.
Nell’attesa che qualcuno s’incammini in questa direzione sciagurata, continuiamo a goderci questo (ir)ragionevole teatrino, che ci piace pensar diretto dal destino, e che racconta di uomini fatti contare come numeri e di numeri che contano assai più degli uomini.

I risoluti

Mentono sapendo di mentire: chi sono?

“Casapound agisce alla luce del sole”

“i neonazisti e i neofascisti (…) riscuotono un certo consenso che non possiamo ignorare (…). (…) operano sempre più in una zona grigia, non del tutto illegale, e alla luce del sole: le leggi Mancino e Scelba si sono rivelate piuttosto facili da aggirare. È gente che si candida e che è votata, gente dalle idee odiose che però riflettono una tendenza, ahimé, meno minoritaria di quanto non pensiamo: secondo un sondaggio di qualche mese fa il 17 per cento degli italiani vorrebbe una dittatura militare, e le altre democrazie non sono messe meglio.”

“È orribile, è schifoso doversi occupare dei fascisti.”

Dopo aver dichiarato, in vista delle celebrazioni e del corteo del 30 giugno, che quelle in merito all’imminente apertura di una nuova sede in zona Alimonda fossero “voci false e tendenziose”, il presunto responsabile genovese di Casa Pound Christian Corda non si vergogna a mostrarsi, a distanza di qualche mese, fieramente abbracciato al ducetto Iannone di fronte all’ingresso appena aperto del locale in via Montevideo.
Comprereste un’auto usata da quest’uomo? Tantomeno dovreste pensare di affidarvi ad una scelta politica di seconda mano, ed a modalità decisamente losche per presentarla e imporla alla città.
Il nomignolo affibbiato allo spazio inaugurato è curioso: l’han chiamato ‘La Risoluta’, forse in onore d’un personaggio fantasioso ispirato ad una moderna Oriana Fallaci “risoluta giornalista” che qualche matto anonimo ha osato immaginare invischiata in una storia di resistenza simil-partigiana in chiave anti-islamica guidata da “nuove formazioni di patrioti italiani, formate da Anpi e Casapound”…!
Non ridete. Ebbene sì, secondo molti (troppi) oggi “destra e sinistra non hanno più senso” e possono essere allegramente confuse per dar illusoriamente addosso ad un vago, indefinito e misterioso ‘sistema’ che purtroppo invece nella Storia i fascisti han sempre sostenuto; giacché, come ben spiegano i Wu Ming, “il fascismo serve a quello, da sempre, il sistema capitalistico lo ha generato ad hoc”. Pertanto, come altrove è stato scritto, ciò su cui si basa tale confusione “È il conformismo del «non c’è più né destra né sinistra» che in realtà significa non c’è più sinistra.”
Il fatto che, tutt’al più, la cosiddetta ‘invasione’ migratoria – oltre ad avere delle motivazioni serissime che andrebbero approfondite e comprese, anzichè trascurate cianciando senza vergogna di “finti profughi” – possa rientrare a far parte del disegno di sfruttamento del sistema capitalista è argomento tabù, che i fascisti non sfiora neppure, se non per additare obiettivi intangibili quale la “finanza mondiale che vuole abbattere le barriere per abbassare il costo del lavoro”. Da sempre infatti “Il fascismo propaganda una falsa rivoluzione: blatera di «mondialismo», di «poteri forti», di «plutocrazie», di oscuri complotti «là in alto», ma — guardacaso — colpisce sempre in basso.” Nemici sono dunque l’Europa ed il diverso ch’essa lascia entrare; amici invece il solito padronato, il proprio Stato ed i confini cartacei che militarmente occorrerebbe difendere da una guerra che nei fatti…produciamo e conduciamo noi! Siamo purtroppo al Medioevo della ragione ed al continuo grottesco rigirare la frittata a nostro piacimento.
Vatti a fidare!, quindi, del superamento di certi luoghi comuni, soprattutto se a sostener tali raggiri sono i cosiddetti (autonominatisi) “fascisti del terzo millennio”, che qui si mostrerebbero culturalmente legati ad una fantomatica Oriana 2.0, nonchè impegnati in uno sforzo revisionista basato sulla frode, dato che ci vuole del coraggio a proporsi come se si fosse ‘oltre ogni possibile definizione’ politica, accompagnandosi però ai peggiori zombie quale Plinio ed alle solite stanche parole d’ordine razziste e nazionaliste, nell’agevole contesto della nuova marmaglia fascioleghista in carriera, capace a mescolare coi consueti ed appaganti metodi e simboli – calci nel culo, “boia chi molla” e saluti romani – un nuovo operaismo di facciata, come insegna zio Salvini, ammiccando ora alla FIOM, ora più genericamente ai delusi dalla sinistra, offrendo loro la ‘destra sociale’: ossia l’intolleranza più volgare e la predilezione, piuttosto che per l’uomo, per l’animale.
Se destra e sinistra son diventate categorie insensate, ha un senso invece per questi impresentabili energumeni continuare a perseverare nella menzogna con instancabile determinazione, utilizzando sempre gli stessi sotterfugi; proponendo ad esempio agli alberghi innocue presentazioni di libri per farsi accettar prenotazioni che in realtà nascondono l’organizzazione di convegni politici estremisti e provocatori. Allo stesso modo costoro nascondono la passione neonazista dietro una facciata buonista di beneficenza a senso unico, esclusivamente tricolore; laddove la solidarietà umana e politica, di classe, diventa goffamente “solidarismo”, unendo l’interclassismo fascista e cristiano ad una elemosina di facciata con ritorno. Sono espedienti miseri e meschini, ma data l’imbecillità dilagante il gioco può apparire convincente; ed è più facile accettar l’abbaglio d’un comodo capro espiatorio (il venditore di rose, lo zingaro che ti lava i vetri, il vù cumprà) piuttosto che ragionar criticamente sull’origine dei mali di questa società fondata sull’ipocrisia comune, sull’ignoranza consapevole e sulla silenziosa, ma non invisibile violenza padronale.
La soluzione dell’enigma è insomma più vicina a noi di quanto non si possa pensare (“Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi” cantava Frankie Hi-NRG in Quelli che benpensano); e la risposta alla domanda posta in apertura mi risulta semplice, se non banale: poichè i fascisti son capaci sostanzialmente a tendere tranelli, tradendo un dettaglio – la Verità – per ostinato, artificioso e ottuso amor di patria; che è uno dei pochi appigli che rimane a chi si sia abituato con costanza ad arrampicarsi maldestramente sugli specchi.
Furbizia, malizia e astuzia dunque, oppure trappola, truffa, imbroglio e inganno: a voi la scelta, io di questi eventi mistificatori riesco a veder chiaro solo il danno.

(foto tratta da Il Secolo XIX)

Lo schiaffo

Continuiamo ad occuparci con disgusto della cronaca inerente il cosiddetto mondo del lavoro: che in questo sistema è una galera ricolma di aguzzini.
Si fa passare, in questo minuscolo caso, uno schiaffetto (presunto, peraltro) come un crimine, o comunque un errore grave, quand’è tutt’al più considerabile come un benvenuto sussulto di dignità da parte della classe lavoratrice dinanzi ad un comportamento, quello sì, da criminali in doppiopetto.

12 ottobre 2017
“All’uscita del tavolo i dirigenti della Froneri, Svevo Valentinis e l’ad Pietro Monaco sono stati aggrediti da alcuni manifestanti. Uno dei due dirigenti avrebbe ricevuto uno schiaffo.”

“l’azienda (…) ha confermato la volontà di chiusura e ha aperto forse solo sul versante degli ammortizzatori sociali. Alcuni lavoratori, che stavano partecipando al presidio (…) hanno contestato, inseguito e cercato di raggiungere i due esponenti dell’azienda. Ci sono stati momenti di tensione con spintoni ed alcuni scontri tra i lavoratori, alcuni Carabinieri e gli agenti della Digos: un agente è rimasto contuso. I due dirigenti sono stati ‘salvati’ dalle forze dell’ordine che, con non poche difficoltà, sono riusciti a farli entrate in un auto e scortarli fuori da piazza Garibaldi. (…)
I sindacati hanno preso posizione contro quanto avvenuto in piazza e hanno espresso solidarietà alle forze dell’ordine: “L’esasperazione nata dalla dichiarazione di chiusura dopo gli impegni di luglio, rischia infatti di sfociare in reazioni che non possiamo in alcun modo giustificare pur comprendendo i drammi da cui traggono origine. A tal proposito esprimiamo il nostro riconoscimento per il lavoro delle forze dell’ordine in una condizione di forte tensione sociale.”

Non so se stiate leggendo le cronache quotidiane della crisi post-crisi, quella che si dice finita, ma tant’è…per chi lavora finita non è.
Il massacro sociale – fra sempre più morti e licenziamenti (a Genova nei prossimi mesi ne sono previsti oltre un migliaio) – si dà per scontato, la lotta di classe alla rovescia pure, e si continua maldestramente a giocare in difesa per poter permettere a chi non fa che attaccare di continuare a vincere.
Ripartiamo invece da questi piccoli strappi alla pace sociale, che infastidiscono non poco lorsignori – qualcuno ricorderà la pesantissima, sproporzionata repressione seguita al ‘linciaggio’ (una giacca strappata) del manager Air France; ma anche il ‘linciaggio’ mediatico all’autrice della bruciatura alla giacchetta di Bonanni – per iniziare un nuovo percorso di lotta che ci faccia ritornare uomini prima di concepirci come lavoratori.

Non vuol esser certo questo un invito alla violenza, quanto piuttosto a ripensare il termine cominciando finalmente ad accorgersi di cosa vada davvero definito come tale. Ribaltare la narrazione padronale è il primo passo essenziale ad una rinnovata comprensione delle cose del mondo; altrimenti anche il lavoro, come l’allenamento, si riduce ad un girare in tondo di criceti, ad un ricevere continuamente schiaffi senza mai la pausa risolutiva d’un momento. Sta di fatto infatti che le costose giacche a lorsignori le permette il nostro sfruttamento.

Punto e virgola

Metto i puntini sulle i. Ma anche altrove.

Di solito

Scribacchio il titolo prima della stessa poesia:
un punto interrogativo lo segue cauto,
lo rinfranca, lo accudisce, lo rassicura
lo tiene buono sussurrandogli ciò che sarà di lui
e mi lascia libero di pensare
a dove potrà condurmi questa notte
senza pause e che senza di te
si svela anemica, anonima, disarticolata
da reggersi sul ritornello di un rimpianto
mantenuto ad libitum sullo sfondo

Come se per consolazione volessi già decidere
almeno del suo destino
metto davanti a tutto quelle poche parole
consegnando loro la speranza

Senza titolo

Il titolo è buono,
ma la poesia dov’è?

Conto alla rovescia

Cosa resterà (scusate l’incipit)
– me lo domando sempre –
una volta finite tutte le parole,
di tutte le lingue,
e tutte le combinazioni possibili delle parole
in quelle lingue,
e tutte le rime baciate e non baciate e i trucchi lessicali
e le figure preistoriche e la retorica a molle,
della nostra poesia?

Dovrebbe aprirsi una voragine
fra la nostra lingua e il nostro bacio
affinchè il cervello recuperasse il desiderio
reinventandolo parola nuova
e nuovo suono

(.)

Dio è temporaneo:
ora c’è, ora non c’è, ora non ve n’è bisogno
come una virgola
che avrebbe potuto essere più propriamente
punto e virgola, o punto

Ecco Dio
come un mare in tempesta
che d’un tratto si quieta
lasciando uno strano silenzio
il cui significato si spiega da sé

Cosa scrivere ancora

Cosa scrivere ancora
cosa considerare poesia
e come scegliere la posizione dei punti interrogativi
se nemmeno conosco l’origine della domanda
e la direzione che vorrei potesse prendere
la risposta

(immagine tratta da l’Espresso)