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Shit economy

Che cosa significa, anche nel nostro piccolo, green economy? E’ presto detto: “la caca en el monte”.

Il supertop climber Dani Andrada, accucciato con paletta, ripone diligentemente nella vaschetta il proprio miglior prodotto. Chi se l’aspetta che uno scalatore da 8 possa esprimersi tanto bene anche in tale frangente!

Tutti a fare i complimenti per la buona idea ed il bell’esempio…e nessuno che s’accorga che si tratta di pubblicità. Pubblicità-progresso forse – eticamente corretta, certo -, ma pur sempre pubblicità.
Dal circuito di produzione e consumo non si esce: viviamo per mangiare, scalare e defecare, per produrre e consumare; senza mai ragionare con la nostra testa, ma obbedienti a ogni dettame: educati a sprecare, a vendere e a comprare.

Eppure, se vuoi vivere verde senza disseminare merde ed insozzare le falesie coi tuoi maledetti fazzoletti, puoi farcela senza spendere una lira, ad esempio recuperando i sacchetti compostabili dal fruttarolo od al supermercato. Potrai così riportare comodamente a casa il tuo, ed assieme la sporcizia altrui, se necessario. Non è difficile nè pensarci nè riuscirci, tant’è resta impegno snob riservato a pochi eletti (o matti), situazione questa che non saranno l’ennesimo prodotto rivoluzionario nè il suo testimonial d’eccezione a far mutare; specialmente valutando che il secondo sport preferito dai climber sembra continuare ad essere il lancio furtivo nel bosco del cerotto appallottolato, e perciò certificando che di rivoluzionario nel marketing nulla c’è mai stato, se non l’intento di fregare.
Coscienza ecologica? Genio imprenditoriale? Di sicuro qui c’è solo l’intenzione di guadagnar due spiccioli dal nostro sforzo, perfino nello spingerci a cagare.

Downclimbing

esche_gambero_1Se son riusciti ad inventarsi il retrorunning, ci dev’esser posto anche per il downclimbing; e che diventi disciplina olimpica, accidenti!

“Down climbing is an essential skill to have as a climber.”

“Staying balance-neutral (and in control) on the return to Earth”

“Camminare come i gamberi, ossia all’indietro, pare renda di più in termini di fitness che non il camminare in avanti.”

Quello di tornar sui propri passi dev’essere il percorso ginnico intrapreso da un intero paese.
Scrivevo che “i salitori di ieri mi sembran diventati oggi piuttosto…discensori. Quanto in basso s’intenda arrivare è materia d’analisi verticale che lascio approfondire ai prossimi ricercatori”: provocavo sapendo bene di provocare, ma altresì sperando di poter sbagliare. In montagna oggi si corre, anche all’indietro proporrei, e a chi prende il crepaccio od il burrone…100 punti! Ci s’inventano ragioni irragionevoli pur di poter campare sull’ultimo trend che tira, e tutti dietro a far la fila, ad accodarsi come pecore con la pettorina. Io che le pecore pensavo si contassero per addormentarsi gradirei risvegliarmi senza più business, senza più morti od incidenti, senza più autogiustificazioni e gare da portare avanti. Contemporaneamente s’abbassa il livello medio della cultura e della consapevolezza media dei praticanti: salgono perchè, per cosa tutti quanti?
Sostiene Messner che “la cultura urbana si è allargata sulle montagne, si è spinta sempre più in alto, sempre più in profondità”.
Perchè anche la montagna debba seguir la logica della produttività non mi è per niente chiaro. Se in gioventù m’allenavo con un certo entusiasmo, iniziai poi a trattare allenatori ed allenati con sarcasmo. Dal voler vincere su qualcun altro al voler vincere una continua sfida con se stessi c’è un passaggio che prescinde dalla paura del confronto: è proprio il senso della sfida a cambiare, l’obiettivo del corridore. Arrivare prima degli altri non implica per forza il migliorarsi, il conoscersi a fondo. Quanto alle gare di velocità: trattasi di forme evolutive strane, di curiosi ma inutili esperimenti svolti su cavie umane prestatesi alla moderna fretta del mondo. Escludendo le vie lunghe, dove il tempo è una variabile importante, chi scala un monotiro non ha urgenza, a meno che non debba sfuggire all’acciaio o terminar prima del buio il giro buono. Quindi perchè correre, perchè inseguire gratificazioni imposte o suggerite? Già son le nostre vite quotidiane a trattenerci in vincoli sempre più inevitabili, cosicchè il tempo libero residuo finisce per trasformarsi in un momento di riposo – mai in una pausa di riflessione – o in un ulteriore impegno sempre più forzato e assiduo; e alla cosa si dà, per di più, maggior valore: pensa un po’, Tizio lavora giorno e notte…eppure fa l’8b+! E quindi? Forse dovrei prenderlo ad esempio in luogo del ciccione (Caio) che indossa la maglia dello sportivo con accanto il figlio Sempronio, altrettanto panzone, a sventolar la bandierina; ma oggettivamente, quale valore sociale mi dovrebbero dimostrare questo e quell’altro caso umano? Il calcolo dell’energia profusa in senso verticale non mi ha mai interessato, ed è rasserenante sapere che non c’è attività come questa che si possa praticar liberamente, come ti pare e piace; forse la corsa, o il nuoto. Al contempo, però, i media veicolano determinate idee che i più tendono a far proprie, cogliendone come sempre i lati più evidenti e superficiali: la trasmissione del vuoto. Non siamo tutti uguali ed è giusto che sia data degna sepoltura anche al boulderista che per guadagnar pochi centimetri sotto al suo blocco ha scavato la fossa. Ma quel che mi domando è se la nostra sia davvero una scalata volontaria, consapevole, da noi stessi riconosciuta; o se invece a vincere siano sempre e solo l’istinto e la passione, splendidi in sè stessi ma sopraffatti ormai dal business della ricostruzione d’un amore svenduto alla competizione e al gossip, all’illusione dello sport per tutti, all’omologazione.
Io dico che non voglio più ottenere niente o quasi; voglio invece rinunciare a fare ciò che mi vien detto dovrei fare per ottenere cose che non ho mai inteso perseguire: numeri, obiettivi, sponsor, schemi e tabelle, grafici, statistiche, proiezioni. Quanti buffoni ho visto cincischiar sull’8a scendendone a metà, ma gridando alla valle il loro ipotetico potere? Sapranno mai costoro cosa sia il vero godere, sapranno mai abbinare il volere al potere senza per forza sentirsi costretti ad un qualche dovere? Se mai l’arrampicata oggi può ancora essere, per noi comuni mortali non professionisti, stile di vita e non hobby saltuario o semplice piacere del weekend, dev’essere una scelta che vada oltre la scoperta iniziale appassionante e l’equilibrio raggiunto tramite pratica e esperienza; dev’essere la volontà d’abbassarsi a capire anzichè innalzarsi laddove non si può, il coraggio dell’umiltà in luogo dell’ardimento, la capacità d’intravvedere il senso più profondo di un’azione contestualizzandolo. Cosa sto dicendo? In sostanza che arrampicare non è lavorare, ma un gioco impegnativo che se mi rende più che vivo può e deve evitare di finir nel calderone delle scorecard, nell’imbuto del risultato che si spiega ma anche s’annulla da sè nella miriade di sforzi e di passioni tutte diverse eppure tutte uguali; un gioco che può e deve invece verificare il proprio contenuto confrontandosi con la realtà circostante, adattandosi o no ad essa a seconda delle circostanze, della sensibilità e della cultura del singolo e della comunità, agevolando la comprensione di cosa significhi scalare in questo posto, qui ed ora, anzichè altrove.
Sarà l’età, come ho già detto, o che non sogno più un pannello artificiale quando piove.

(immagine tratta da Bit di Pensieri in Libertà)

Colla

ti-ricordi-di-dolly-bell“I feel like I’m missing pieces of sleep / A memory fades to a pale landscape” (Manic Street Preachers – Sleepflower)

“My heart is broke / but I have some glue” (Nirvana – Dumb)

Tutto passa troppo veloce – cose, pensieri, parole, riferimenti. Vivere per il solo vivere, per quanto condizione fortunata, mi pare troppo poco, un cedere alle regole del gioco senz’intendere mai quel che si vuole da se stessi, dall’altro, dalla vita – dal gioco. E anche la vita già trascorsa ritorna con sempre minor vigore a riproporsi; trascurata, è vita che pare ormai perduta, amore che svanisce con il tempo come un mal di testa con le medicine. Eppure sei al mio fianco, addormentata: una presenza fisica immutabile, immutata. Sento che se si sta perdendo qualche pezzo del nostro rapporto non sarà recuperandolo e incollandolo da solo che lo aggiusterò. La colla presto o tardi finisce, e allora restano soltanto più il ricordo per frammenti, il rimpianto per quel che ancora si sarebbe potuto fare, e c’è sempre qualcuno pronto a raschiare il barile nel tentativo di recuperar qualcosa di buono dalla carcassa d’un sentimento, qualcuno tanto ostinato che a quel punto se crepi riesce pure a vederci il lato buono, e cioè: che comunque sotto sotto lui (o lei) qualcosa incassa. Magari, anche nella cattiva sorte, essere tanto importanti ed influenti! No, non è così, e se lo siamo è solo reciprocamente, per poterci scambiare la nostra ostinata presunzione d’insostituibilità. Anzichè dover decidere fra il sognare un’altra vita nottetempo o credere di vivere in un sogno quotidiano, quanto mi piace poter toccare questo sogno direttamente con mano percependone la consistenza. Così, cercando la tua presenza come una conferma ogni tanto mi giro e ti sfioro le cosce, od un piede con il piede. Nessuno ci vede, qui possiamo fare o immaginare tutto quello che vogliamo mentre sogno che il mio sogno termini all’improvviso ad un tuo cenno, ed allora risvegliandomi senza stupore accoglierei il tuo invito: “andiamo”.

Allegria di katsiki

alpicella_caprettaKalymnos 2016: con due banane ed una sesame bar nel climbing stadium son la star.

Siamo di ritorno al lavoro in un mercoledì grigio e nebbioso anche sul mare e nell’umore. L’avventore al mio fianco stamane al bar ha sentenziato, credo parlando proprio del tempo – tematica prevalente in ogni comune discussione fra gente perbene -, che “Bisogna prendere quello che viene”. A questo davvero si riduce l’esistenza? A questa saggia, umida ma tutt’altro che fertile rassegnazione padana? Mi pare strano. Ieri notte, non per caso, la commessa dell’Autogrill di Dorno ci ha confessato infatti di volersi trasferire giù a Loano; per togliersi di torno forse un grigiore sin troppo diffuso, che stona coi racconti di chi come noi sbarca dalle isole greche o da Tenerife. Porto ancora in faccia un segno del sole a forma di occhiale che pare sia stato piuttosto in montagna a sciare. Ma qui il calore si spegne subito con la freddezza d’un clima sociale. Il fascismo è ritornato ad essere anticonformismo alla moda, e non è che l’odierna forma di pseudo-democrazia sia granchè migliore. E’ sufficiente sfiorare con lo sguardo la poderosa Torre dei venti nell’uscir dall’autostrada a Bergamo (niente a che fare quindi con la falesia di Ulassai), e poco dopo l’orologio in bella vista dell’Orio Parking, per accorgersi che questa non è nebbia bensì un fuoco funereo che brucia in silenzio sotto la cenere e fa al tempo stesso ghignare ed allibire con le sue pretese di fatua perfezione e di continuo miglioramento umano, quando attorno vediamo muoversi soltanto bestie, motorizzate o meno.

“Scritto da wildkiss 21 luglio 2015 alle 0:50
visto che qua siete tutti perbenisti e dovete soltanto giudicare fate una bella cosa.andate all orio parking di azzano s. paolo.quello non è un bar ma un parcheggio PUBBLICO dove vede molte più persone che il bar in discussione.ecco li è esposto il busto del DUCE e qualche cosa di più”

“Non bisogna essere bravi, bisogna essere migliori”, dice il duce mentre pago la mia sosta. Bravi rispetto a cosa e migliori di chi, noialtri fricchettoni di riviera nemmanco so se siamo e se potremmo diventare: quel che siamo siamo e molto di quello che vediamo o che sentiamo ci intristisce o ci disgusta, da certe amarezze a certe false sicurezze; e proprio non capiamo perchè dovremmo migliorare noi e non gli altri. Ma l’aeroplano vola ed io stimo un casino il comandante e il capitano, e anche le hostess. Stimo molto meno la compagnia aerea, che fatti i propri conti ha piantato in asso l’isola, mentre noialtri, fatti i nostri, seppur in perdita siamo ritornati: imprenditori fallimentari nati! Quel che abbiamo perso in euro è servito a non perdere la passione, ed è probabilmente stato poi recuperato sotto forma di comunicazione – termine evocato da Nikolas, ex pescatore ed insegnante in pensione, oggi caloroso e pittoresco oste a Palionisos Bay. Ciò che veramente sei alla fine viene fuori, romantico o stronzo su questa terra dura e selvaggia, onesta e pura non fa differenza; e noi che non riusciamo a starne senza torniamo ogni volta a scoprirne pezzetti sempre nuovi, convinti che anche stasera è un altro passo verso la comprensione d’una umanità che non può andar perduta sotto i cingoli d’un commercio più annichilente che costruttivo, che pure volenti o nolenti sosteniamo.

Così, sappiamo bene che, anche se il parcheggio per il Secret Garden è pieno, di coda alla taverna più genuina non ne troveremo: segreto è solo quel segreto che non vien svelato, ma riservato a pochi e soprattutto ricercato con ostinazione. Dave Graham stesso per modestia lo ha ammesso nello spaccio di Antonis: di rock climber è ormai pieno il mondo; di uomini veri, indignati e battaglieri, non ce ne son più poi molti. Ospitare significa tanto, molto più del rilasciare uno scontrino; quanto al viaggiare, implica ben di più dell’andare a zonzo in sella a un motorino. Banalità, senz’altro; ma i numeri dicono piuttosto chiaramente che facciamo tutti le stesse quattro cose in croce, e che a pretender qualcos’altro sono in pochi.
Quest’anno mi son pure preso la strigliata d’una ecologista nordeuropea che m’ha visto gettar lontano una maledettissima buccia di banana: “Ehi, lo sai quanto ci mette quella a decomporsi?”. Peccato ch’io l’avessi trovata in mezzo al sentiero alla base di Arhi, a pochi centimetri da dove ella scalava, e raccolta per recuperarne il meno biodegradabile adesivo, lasciando il resto alle caprette; stavo per l’appunto approfittando dello spostamento da un settore all’altro per pulire quel poco che riesco, e non per ricevere ammonizioni nello stesso senso. Ma la ragazza non aveva torto, aveva solo sbagliato bersaglio. Il problema è semmai che, nell’accanirci ormai su pochi metri quadrati da salvaguardare da altrettanti centimetri cubi di sporcizia, concretamente ci scontriamo con la noncuranza di chi manco mezza domanda s’è mai posto, e ci scordiamo degli effetti ben più devastanti che ha un sistema che dell’ambiente si preoccupa solo se la cosa può avere un ritorno in campo economico – green economy, s’intende. La natura non si offende, ma ogni tanto si ribella, facendo da sè quel che non abbiamo il coraggio di far noi: scrollarci di dosso un peso che dopo tutto ci tiene al caldo. Che esista un fondo dei climbers contro il cancro è ottima cosa, ma di Climbers Against Capitalism non ne ho ancora visti; eppure certe malattie dipendono fin troppo spesso dalle conseguenze di certo industrialismo spinto all’ennesima potenza e mai abbastanza controllato. Ma il climber, ben lo sappiamo, è artefice quanto schiavo d’un delicatissimo giuoco d’equilibri: traballa su una slackline fissata male sopra un vuoto indefinibile, preferendo non guardare; ordina il fritto noncurante degli schermi televisivi che raccontano di chi si perde nel conflitto. E più si convince che la sicurezza sia per lui (o per lei) una garanzia scontata, meno percepisce la serietà del gioco. Qualcuno ogni tanto si pone il problema tipico d’ogni comunità che si voglia intender tale: il partecipare. Si discute di come assicurarci un’attività serena per il prossimo futuro, per il momento il dibattito è aperto e le cassettine per le offerte esposte un po’ in tutti i negozi. Ma fra l’obbligo e la volontà passa un mondo e non intercorre alcun rapporto. Giusto sarebbe, più in generale, preoccuparsi di qualcosa che si vive come se fosse proprio, e che in fondo lo è nel momento in cui lo si fa o frequenta. Ma se vivere oggi è consumare e quel che si vive in fondo semplicemente lo si usa, della sua cura lasceremo che a occuparsi sia il meccanico specializzato; e i sentieri continueranno a distruggersi, le cicche di sigaretta a disperdersi, i gradi di difficoltà a gonfiarsi in modo smisurato, per la gioia d’un sistema di rimbecillimento che trova sempre nuovi adepti e i miscredenti in numero sempre minore.
C’è chi nello scender dall’aereo si mostra confortato dal sentir parlare finalmente nella propria lingua, e chi esodato crede d’essere esondato; noi partiamo da Bergamo senza fierezza alcuna e ritorniamo sempre a malincuore a confonderci fra le luci e le ombre d’un paese già mezzo affondato che altro fare non sa se non colpevolizzare d’ogni cosa i naufraghi. Anche qui è l’acqua a conceder vita e morte, aiuto od abbandono, e strade tortuose portano al mare; e nonostante la rumenta venga smaltita diversamente (là la bruciano, qua la deportiamo), il problema è comunque l’aria che dappertutto sembra aver pei vivi e i morti lo stesso pessimo odore di già visto e già vissuto.

(foto tratta da Gulliver outdoor)

Shitlist

belpaesedimerdaChissà se anche quest’anno farà cagare come il precedente.

“When I get mad and I get pissed / I grab my pen and I write out a list / of all you assholes who won’t be missed: / you’ve made my shitlist” (L7 – Shitlist)

Non credo che vi sia sfuggita, cari lettori, l’attenzione che ripongo al momento più caro a tutti gli arrampicatori: quello dell’evacuazione.
C’è una bella e stimolante differenza tra il farla comodamente a casa, meno comodamente al bar, oppure in mezzo alla natura; ma sui gusti individuali non discuto. Ciò che mai m’è piaciuto è – credo sia ormai noto – la cocciutaggine con cui lo sforzo si va a fare a pochi metri da dove si scala, se non proprio sotto. Me ne fotto se hai l’urgenza: te ne devi andare più lontano, laddove la vista non mi sia sgradita ed il puzzo non pregiudichi l’aria, l’atmosfera, l’aderenza. Ed invece ho sempre più spesso visto sceglier quale cesso il limite estremo della parete, là proprio sotto la partenza della via più facile e meno interessante. Qualche esempio: al Cineplex albenghese ci s’accuccia sotto ai quinti gradi posti all’estrema destra; a La Bruza (Vallée de la Clarée, Briançonnais) qualcuno s’è accovacciato alla base del 5c prima via da sinistra (Mattéo); alla Pietra di Bismantova l’han fatta grossa ben nascosti nel cunicolo da cui partiva il mio 6b (Vampirello). Ma se in quest’ultimo caso si può pensar sia stato un passeggiatore domenicale, negli altri son di certo scalatori che forse quei gradi li han già fatti o non li considerano neppure, e ciò la dice lunga in proposito alla loro intelligenza, cultura, disposizione verso il prossimo e senso etico-morale.
Il climber, al netto delle nostre idealizzazioni, non è in realtà che un animale schiavo delle proprie più basse pulsioni, che tira e spinge mettendoci lo stesso impegno e solo raramente utilizza la facoltà che più lo aiuterebbe nella scelta dell’appiglio da stringere e del cacatoio da utilizzare.

Mi adopererò dunque personalmente per stanare i cacatori seriali più evidenti, quelli da azione fraudolenta, da gogna pubblica, da (e)missione sotto copertura. Stilerò una lista, una scorecard, una shitlist nella quale ben presto vi ritroverete, e rimpiangerete di non aver fatto colazione a casa, vi tornerà in mente il cappuccino maledetto che entrò in rotta di collisione con la spremuta ordinata fuori stagione causandovi il danno e spingendovi in posizione: meglio, fra le prime posizioni.

Sulla pila di pietre posta a copertura del misfatto vorrei spendere ancora qualche parola. Essa si erge imprescindibile nei boschi, appena a lato del sentiero, e come un ometto guida l’esploratore, alla rovescia però: egli non deve seguirne la traccia bensì evitarla, starne alla larga, circumnavigarla. L’ometto di pietre coprimerda è il totem dello scalatore incontinente, un manufatto che in futuro verrà forse studiato per decifrare quale preciso messaggio il climber del 2000 volesse inviare ai posteri suoi simili, ovvero assai probabilmente: sono una merda. Nell’attesa che il ricordo della sua inettitudine verticale si disperda, vogliamo ricordarlo così, con la sepoltura della sua opera migliore. Resta la consapevolezza che dovunque vada l’arrampicatore, là resta innanzitutto il suo fetore.

***

Ulteriori contributi stimola(n)ti:
DOTTOR FIX – CLIMBING JUKE BOX 10 – Storie di M
Calcarea – Se «L’Uomo è ciò che mangia» allora «il Climber….» ?
Liguria Verticale – FINALE – Cengia degli Androidi

Essi vivono

decisionistiContinuiamo a dibatterci fra verità di falsari, governi di miliardari, subdoli quesiti referendari. Siamo inesorabilmente quel che siamo, ma forse non vogliamo ammetterlo, o più neppure lo sappiamo. Chiunque noi siamo. Chiunque essi siano.

“A ciascuno il suo circo” (Jacques Prévert, da Per ridere in società)

Loro hanno il sole

Protesi verso il cielo, rivelano una maestosità ereditata
e discendendo dal trono, pronunciano parole d’oro
distribuendo verità incontestabili e prove d’eccellenza
che ci lasciano inquieti e sempre più soli

Noi scendiamo dai sentieri verso il fiume
lenti e ricurvi sui nostri piedi incerti
sotto al peso delle ingiurie pronunciate di lassù
scivolando sui sassi, incespicando nei rovi

Deposizione

Ho due vite.

Una sta appesa all’albero genealogico delle contraddizioni

L’altra striscia sui muri come ombra,
sparisce negli angoli e si mischia alla polvere,
agonizza nel buio
ed implora pietà

Ci sono

Milioni di storie
e tutte meritano d’essere raccontate

La mia, per esempio

Nato da speranze vane
e sangue misto
Torturato per mesi
nell’intrico di voci di un call-center
Sopravvissuto al circo
delle ipocrisie d’alto bordo
Assaggiati i mille sapori
della vendetta

Eccomi qui,
dinanzi al vostro impietoso giudizio

Duemilaedieci

Ciò che penso vale appena uno sbadiglio
e non si presenta ad acuti vanitosi la voce della rassegnazione

Perciò,
oltre a promettere solennemente
di continuare ad impegnarmi a darvi noia
metterò nero su bianco questa reciproca insofferenza
firmandomi per vezzo con rosso d’odio D.O.C.
e pur d’amore casalingo e grezzo

Quelli come me

Saltano la corda giocando alla catena
rischiano tutto scommettendo sul rosso
s’ingannano con la massima sincerità
speranzosi, vedono nero

Lucidità

Non ho tempo
la decisione ultima sarà avventata
sarà una corsa nella nebbia a perdifiato
lo scatto istintivo prima della collisione
la mossa vincente senza più carte in mano
o l’eterna condanna che già assaporo

Domani e dopo

screen-shot-2010-05-10-at-10-04-30-amDi seguito riproduco il contenuto d’un vecchio opuscolo poetico che non so più dire a quale epoca risalga; credo che qualcosa valga, ma ero giovane, e tanto basti per contenervi nel giudizio.

Domani e dopo

Che fare
quando tutti i rami saranno rimasti
spogli e piegati
sulle nostre lenzuola
soffocandoci di grigio?

Montare delle tende pesanti alle finestre forse
o trasferirsi sulla punta del ramo più lungo
per non accorgersi che mi ami
ormai soltanto a cosce strette
attorno ad un sogno sbagliato

Oh, non so come uscire da questa situazione

Dimentica qualsiasi cosa possa essere stata mia

Sento questo e poco altro

Aspettando che tu tornassi
ho dato le spalle alla porta di ingresso

Sento questo e poco altro, che è ciò che voglio:
il calore delle tue mani quando arrivavi assieme all’autunno

Uno solo

Non ci spegneremo nello stesso momento
così come non ci siamo scopati sovrapposti
ma uno prima o dopo l’altro, o in parallelo

Sporgendomi dalla finestra e carezzando il vento
chiudo lento gli occhi e capisco che
uno solo di noi due resisterà all’amore

Tu
getti nel canale la mezza sigaretta

Ricorrenze

Nel giorno della Festa del Lavoro
ho ripulito i miei desideri, rimboccato i comfort
studiato le tue caviglie, cercato quel braccialetto che tenevi
se non sbaglio al piede destro

Nel giorno della Commemorazione dei Caduti
t’ho attesa per una lunga ora come un avvoltoio
appollaiato sulla fontana
poi ho pensato che fossi morta anche tu, lungo la strada