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L’isola dei poeti

Ricordi, passioni e navigazioni di gioventù.
Pascoli non c’entra, anche se potrebbe (“Io ero giunto dove giunge chi sogna”).

“Bisognerebbe poter rientrare qualche giorno, e poi, dopo una settimana, tornare qui per altre due. Così tutto si rinnoverebbe, e sarebbe come da capo.”

Poeti (Spirito di Kalymnos)

A Dani

Cancella tutto
e anche se manca qualcosa
all’appello
mai mancherà il mio nome:
il vento che forma queste onde
incessante lo ripete
e lo ritrovi ancora
nell’abbraccio che da Telendos ti riporta a riva

(foto tratta da the Kalymnos Experience)

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Sepolti vivi

Anche se potrebbe non sembrare, questi son tempi di guerra.
Gio Evan vs gli haters, Salvini contro tutti, ne(g)ri soprattutto, fotti quel che fotti. Tempi di guerra vera, di menzogne e di cazzate, molto poco edificanti ma tanto ben edificate da restarci sotto seppelliti.
A perdere in tali con(trad)dizioni (a)socializzate – che minano alla base consapevolmente tradizioni che davamo per consolidate – non è soltanto la sinistra, qualunque cosa significhi il termine e comunque venga interpretato il concetto, ma financo la poesia: sia essa l’espressione in musica di uno storico cantautore anarchico, stuprata nel ricordo da aguzzino di un ex-comunista padano nonché leonkavallino, oggi tramutato in leaderino neofascista; o quella in rime di un elettore PaP, prelevata a forza per (definir l’) amore dall’amante in fuga del Potere suddetto.
La domanda, di fronte a tutto ciò, sorge spontanea: resistere e vincere per strada, in Parlamento o a letto? Colpisce il livello di tutto, “l’asticella del discorso” che – tanto quanto “l’asticella di ciò che siamo disposti a ritenere inaccettabile” – tende a calare in tutto il paese assieme ai pantaloni di questi figuri d’ignobiltà palese, penosamente simili nelle loro grandezze vilipese.
Tant’è, sarà mai nudo il re? Nell’attesa, piccola mia, spogliati te.

 

Alzandomi dal letto

Sono vestito di te:
per questo
riesco a camminare nudo
sino alla finestra
ed espormi ad un nuovo godere
senza ansie nè pause, timori nè attese
soltanto affacciandomi al sole

Quando poi ti avvicini
un po’ angelo e un po’ fantasma
non devo chiederti di cingermi la vita
sai tu
dove posare le mani
dove mordere
dove cercare il cuore

Da quelle mani io
ricevo la tua annunciazione,
per quelle mani so chi sei

Elisa e la guerra

15 aprile 2011

“premi il bottone / click click ti amo click click / emozione virtuale” (da Green Terror, di Gary Brackett)

“Venceremos, venceremos / mil cadenas habra que romper” (da Venceremos, di S. Ortega – C. Iturra, 1970)

Entro in quel letto e ne esco disfatto
Tifando rivolta spingo fino ad affondare
fra le tue braccia, nella calca ansimante
faccia a faccia tra cuscini di fumo e di sabbia
Già sapendo che l’indomani mattina
venceremos

Bombs away

29 aprile 2011

Bombardiamo.
Loro bombardano, io amo.

6 maggio 2011

Nota di merito agli anarchici
che ci costrinsero la strada

Proseguendola, sarei con te
ovunque conflitto sia, dovunque vada

(immagine tratta da Tusciaweb)

Evoluzione o involuzione (ancora dobbiamo capirlo), dopo il free-climbing abbiamo inventato l’arrampicata-spazzatura.

“Portatevi a casa la vostra immondizia! Tutta!”

A fine dicembre un climber straniero mi ha fatto i complimenti per la maglietta anti-nazista all’Antro delle Streghe. Son soddisfazioni. Porto con leggerezza un po’ di politica in falesia; sarebbe bello che anche da quest’ultima ne uscisse un pochettino, anzichè produrre only monnezza come pare che sappiamo fare (tanto da smuovere – ottima idea, politica a suo modo, e non soltanto in senso commerciale – un marchio mica male). Nel nuovo anno ne ho raccolto un’ennesima sacchettata sulla cengia superiore delle Ombre Blu, capolavoro finalese: un locus amoenus come pochi altri, immediatamente rovinato dagli omuncoli che lo frequentano per consumarne roccia e gradi, e fare, fare, fare. Fare che? Fare schifo, visti i risultati, in parete e sotto (delle vostre scorecard, onestamente, me ne fotto). Sarebbe opportuno sapeste che la capretta che ivi pascola schifa tanto le vostre bucce di arancia e di banana quanto le odiose cicche, la plastica dei biscotti, il nastro appallottolato.
Resto disgustato, ma di scalare non posso stare senza; valuto solo che, in questi anni di generale crisi e decadenza, in roccia come altrove brillano tanto i fittoni quanto la vostra media intelligenza.

(foto tratta da Mount Live)

Due righe, o poco più, per meglio spiegare il proposito e lo scontento dello scrivere quale alternativa sovversiva consapevolmente fallimentare – come amare a vuoto, come fra mille grida sussurrare – alla fuga isterica e divertita dall’incubo esistenziale.

Seguono alcune robe mie; per l’occhialuto Bill vorrete cortesemente pazientare fino in fondo.

Autonomia poetica

Il riconoscimento
me lo darò da solo

La strada per il successo

Se a giudicarmi fosse il pubblico, non avrò fans.
Se a giudicarmi fossi io, non mi dò chances.

Vana testimonianza

Non aspetterò di morire
per avere il vostro plauso

Qualunque artista non riconosciuto tale
s’inchina comunque rispettoso al proprio pubblico immaginario

Indisposizione volontaria

Il termine artista m’indispone:
voglio un altro cognome.

Sulla poesia al tempo di internet c’è da riflettere. Qualcuno lo ha già fatto, ed assai bene:

“Questa è un’epoca che ha deciso di rinunciare alla poesia per il semplice motivo che la poesia è il più grande nemico del binomio produzione-consumo in cui abbiamo calato ogni esistenza, compresa quella del pianeta. La poesia è un tentativo d’intensità e come tale è un tentativo losco in un momento in cui la vita somiglia sempre più ai farmaci omeopatici: sostanza diluita fino all’inesistenza.” (Franco Arminio, da Il primo amore)

Se la vita è vuota come un farmaco omeopatico e l’arrampicata “uno Xanax”, “una droga che serve per placare il dolore e il disagio della civiltà” (Jolly Lamberti, da Aumentare il rendimento) e quindi della vita stessa, come alternative per una sopravvivenza dignitosa non restano altro che l’amplesso liberatorio – droga naturale e contropotere idealizzata da Orwell in 1984 (“«Quando fai all’amore, spendi energia; e dopo ti senti felice e non te ne frega più di niente. Loro non possono tollerare che ci si senta in questo modo.»”) – e la scappatoia della poesia, orgasmico “tentativo d’intensità” che per di più non passa, ma resta nero su bianco o nella testa.
Al tempo in cui pensavo di partecipare anch’io umilmente a questo “tentativo losco”, non avrei potuto non tenere conto che dalla medesima riflessione scaturissero determinati problemi:

“La circolazione delle poesie in rete o via Mail in realtà è molto pericolosa. Uno ha la sensazione di raggiungere più velocemente gli altri, di emozionarli col proprio dolore e invece non succede niente. Giusto uno sguardo ai tuoi testi e via, perché tutti sono impegnati a mostrare i loro.
La poesia al tempo dell’autismo corale è destinata a circolare senza suscitare domande. (…) L’autismo corale è il colpo di grazia alla poesia.”

Il libero esibizionismo in versi lanciato nella rete ha un’ulteriore controindicazione, ovvero che “nessuno più legge. O, più precisamente, nessuno è più in grado di leggere” (Andrea Cortellessa, da Doppiozero).
Senza considerare che c’è qualcosa di perverso, di sbagliato nel “piacere che si prova a condividere tutto di sé” con moltitudini di sconosciuti. Vengo letto, quindi sono (capito)? “Viviamo in una società-confessionale che ha promosso l’auto esposizione al rango di prova prima e più facilmente disponibile dell’esistenza sociale”, sostiene Bauman. Ma, nell’espormi, oltre a rendermi più facilmente sorvegliabile, almeno agli altri comunico qualcosa? Preferiamo buttarla in gossip ed in caciara sotto l’occhio indiscreto del Potere, o vogliamo riaffermare – con John Fitzgerald Kennedy – che “Quando il potere corrompe, la poesia purifica”?
Avevo dunque timori forti di gettarmi in una sorta di iperdemocratico calderone, sfogatoio informatico per PC (Personali Congetture), mostra frettolosa di residui di WC. Ma è pur vero che senz’apparire, oggi, non si esiste neppure. E che la tela del ragno è splendida dopo la pioggia, addobbata come la si ritrova di graziose goccioline. Così vedo la rete, non perchè ami i temporali (sono anzi meteoropatico), ma per una ormai certificata adorazione per la casualità, anche digitale, che incrocia i destini elevando allo status di fortuna ogni fulminea, formidabile coincidenza.

Poesia alla Poesia

Poesia,
sei un campo elettrico,
magico–come lo spazio
fra le braccia protese di un sonnambulo!

(Bill Knott, tratta da PoemHunter. Traduzione mia)

Ho scoperto diversi anni fa l’americano Bill Knott grazie ad una impolverata raccolta di poesie intitolata Giovani poeti americani (Einaudi, 1973). L’ho fin da subito adorato. Ci ha provato prima di me col web e gli è andata storta; almeno secondo lui. Io ci ho guadagnato invece un modello da seguire, tradurre, diffondere e far apprezzare; già cantato da Richard Hell, celebre idolo punk (Television, Heartbreakers), e poi trasformatosi in pittore, Knott è stato un outsider della poesia, “lirico ma politico, allo stesso tempo tragico e comico”, complicato e tortuoso o ermeticamente suggestivo, adorabile.
Pur essendo di vanità egli stesso reo confesso, ha scritto lapidario questo ribelle in rime purificatrici: “Escludendo me stesso; escludendo me stesso, crescerò.”
Di seguito riporto (con traduzione mia, che credo purtroppo inadeguata) due suoi interventi tra il serio ed il faceto riguardo all’argomento qui considerato.
Se è vero che “Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese”, Knott l’aveva già esplicato, chiarito ed esteso senza mostrar stupore e decretando che “Tutte le società esistono per un solo scopo: uccidere i poeti”.

“Ho aperto il mio blog per la vanità di pubblicare le mie poesie, e per offrire file scaricabili di libri vanitosi, che fino ad ora avevo stampato e distribuito io stesso. Ma sono stanco dei costi da sostenere per farlo.
Niente che abbia a che fare con l’ipocrisia o l’establishment della poesia…
Il mio fallimento come poeta è solo mio, non dò la colpa a nessun altro.”
(da Memorious)

Bill Knott su poesia e fallimento

Masochisti, depressi maniacali, suicidi, tutti i poeti sono nevrotici della pulsione di morte, perdenti e falliti che abbracciano la miseria del loro miserabile lavoro, che sguazzano nella sua aura servile di diminuzione e di squallore – la sua pratica meschina.

Ma fra i poeti, quei tristi pasticcioni sconfitti e codardi abituati a mordere dietro l’angolo attratti da vili Virgilio nell’abisso dei versi, pochi fortunati riescono ad occupare i più alti cieli, i suoi gironi più elevati –

Persino fra i dannati ci sono divisioni…ci sono anche (ed è quasi incredibile che possano esistere) alcuni poeti che vogliono avere successo! Che vogliono che le loro poesie vengano lette! Che provano davvero a scrivere una poesia che sia accessibile e possa raggiungere un pubblico! –

Quali traditori son questi della loro classe – (Cavolo, se non volevano essere dei falliti, perché son diventati poeti?!)

(da HTMLGIANT)

Kalymnicaos

“Nessun uomo è un’isola, intero per se stesso” (John Donne, da Devotions Upon Emergent Occasions, 1624)

Le ultime notizie da Kalymnos ci raccontano di una bambina spagnola di appena 10 anni che avrebbe chiuso un 8a. Buon per lei e complimenti.

Ma quel che dalle nostre succinte e ottuse cronache non esce fuori è che Kalymnos non è soltanto il grande circo dell’arrampicata, come chiunque vi si sia recato privo di paraocchi ha ben potuto riscontrare. Kalymnos vive, anche se di riflesso, le stesse identiche problematiche della Grecia continentale; non mancano dunque bizzarri eccessi d’orgoglio patriottico-nazionalistico, come questa enorme bandiera bianca e azzurra dipinta di recente sulla collina sopra Pothia, in onore di alcuni isolani defunti per un’esplosione avvenuta 38 anni fa proprio nel periodo pasquale (è nota a molti la festaiola e bombarola tradizione locale) – con tutto il rispetto, non esattamente degli eroi o dei rivoluzionari, ecco, se ho ben capito.

Non per niente il presidente Tsipras a gennaio si era recato sull’isola in maniera simbolica nell’ambito delle tensioni geopolitiche esistenti con la Turchia.
Costo dell’ospitalità: 9000 euro, tutto incluso.

Ma a Kalymnos, da cui già moltissimi sono dovuti fuggire, l’orgoglio è forse una delle ultime risorse rimaste e permane un’indigenza neppure troppo nascosta. Da qui il dono pasquale, sotto forma di agnelli, proveniente dall’emigrato in Australia.

Per non parlare di altri effetti della crisi: dopo essere stata una delle isole dei falsi ciechi, quest’estate Kalymnos si è mostrata al mondo come l’isola senza ambulanze.

E poi…e poi ci siamo noi; che non ci siamo più.
Qualcosa nel circuito di produzione e consumo deve non aver funzionato.
Perchè nonostante il battage pubblicitario sui media di settore e non soltanto, ed il recente interesse di Alpitour (“Sono entrate in programmazione Leros e Kalymnos”), Ryanair ci ha chiuso ormai da tempo i portelloni in faccia, e Volotea vola su Kos soltanto da Venezia e Bari, e solo ad agosto.
Conservo un ricordo di Kalydna col piumino al sole d’ottobre che porta con sè un calore tipico proprio di quel posto.
Li abbiam lasciati dunque con le performance altrui, aggrappati al loro misero nazionalismo e ad una diffusa povertà. E’ la legge del mercato, baby: se non rendi, non vendi. Povero (si fa per dire) climber, ohibò, cosa pretendi? Fatti il doppio scalo con visita turistica ad Atene, come un tempo, senza mugugnare, e goditi la fatica che richiedono tipicamente tutte le cose belle, più che da raggiungere, da conquistare. Quel loro nostro mare che oggi è diventato un po’ di tutti, vista la quantità di sangue che vi si è mescolato, attende solo più che vi si rechino gl’impavidi italioti fascioleghisti, memori della dominazione, buoni sostanzialmente al grugno populista, all’ubriachezza molesta ed alla congestione alpino-padana-egea, a fare delle ferie un’occasione per render “prima gli italiani” anche all’Inferno. Quanto a noialtri, che non vogliam sentirci fieri o diventare vittime delle bandiere – siano esse greca, italiana od europea -, cocciuti approderemo a Pothia armati di scarpette anche d’inverno.

Tatuato sul collo

Amori di quest’epoca, senza troppe tenerezze: fra avidità, (auto)inganni, esibizionismi, compensated dating ed altre sconcezze.

Axl Rose

Non ho fretta:
leggerai, un giorno
ti sarà chiaro l’anagramma,
l’avrai tatuato sul collo
dove t’ho amata a morsi
pubblicherà Adelphi
l’instant-book dell’amplesso
ci lasceremo famosi
oppure, fa lo stesso

Certezze/6

Amarsi è un po’ prendersi in giro
ed un po’ rispettarsi reciprocamente.

Amarsi è scoprirsi scimmietta
che sola non parla, non vede e non sente.

Svendite

Mi guardo allo specchio:
i boxer di M,
l’orologio di R,
i jeans di F,
il portafogli di I,
sono un figurino senza A e senza Z.

Quando avrò terminato l’alfabeto amoroso
delle storie vestite, sdrucite e stracciate
verificherò quanto sia stato infine il guadagno
al mercatino dell’usato

Ultima destinazione

Avrei bisogno di un’offerta
in import/export
dal tuo cuore
per sapere eventualmente
dove andare
a cercarmi un nuovo giaciglio
poi di me e di te
e dei nostri ufficiali bisogni
quel che sarà sarà
il biglietto è pagato

Amanti sanguinanti

E’ una grande storia d’amore:
una spira, l’altro muore.

______________

(inserire un nome a scelta)

Fra tutti i miei crucci, tu sei quello
dal nome più bello.

(foto tratta da ArtStack)

Da domani (ma forse già fin d’ora), tutti leghisti!
Mi ci gioco le scarpette, prima di appenderle al chiodo.
Il pensiero che non mi rincuora è, venendo al sodo: che sia già l’epoca dei giochi di potere anche nella verticale?

“in questi giorni non si parla di Finale come si dovrebbe. Non si parla di calcare. Non si parla delle bellissime vie possibili. Si parla di presunte lotte fra climber e associazioni ambientalistiche. Si parla di giochi di potere. Si parla di tutto tranne che di roccia.”

“anche i climbers sono tanti e votano.”

Ricordate il prode difensore degli arrampicatori (e dei cacciatori) dall’attacco della lobby ambientalista? Il politico verde oggi si riconosce dalla tessera di partito, mica dalla coscienza ecologica. Quanto al climber, il suo miglior difensore spero proprio non debba essere un ottuso regionalista padano; nè evita l’errore il buon Andrea Gallo, nome mitico e nume tutelare del Finalese verticale, nel pensare che lo scalatore d’oggi gli possa in qualche modo somigliare. Son passati i tempi ed oggi solo l’egoismo ha vinto su ogni altro valore. E’ l’egoismo a spingere il leghista imbragato a dar battaglia a negri e ad avvoltoi, per concedere al climber imbranato di potere anch’egli farsi allegramente i fatti suoi, senza trovar nidi con ovetti per cui provar pena, e senza che nessuno gli possa chieder l’elemosina in catena, od all’ingresso serale a Finalborgo, rovinandogli la cena.
Ed è sempre l’egoismo a spingere il praticante medio a lordare il paradiso terrestre di cui può godere, e che dovrebbe difendere a spada tratta se davvero vi tenesse; solo a tenersi in forma invece quello pensa, e tutt’al più ad unirsi in associazione con energumeni simili a lui, al fine di difendere ancora maggiormente il proprio interesse.
Prendo amaramente le distanze dagli uni e dagli altri.
Non credo che la politica debba essere un gioco di ricatti, nè mi basta che si risolva in uno scontro fra piccoli poteri, con piccoli vantaggi dedicati ad i più scaltri o ai meno seri.
Purtroppo anche i climbers votano, temo sia vero, e per fortuna non so come e cosa; procederei pei boschi col falcetto altrimenti, e non per farmi strada fra la vegetazione irta e spinosa.

Mentre a Toirano – zona ancora in fase di espansione – il gruppo di arrampicatori e chiodatori locali scomoda le amministrazioni (leghiste, pure qui, e ben poco green) ad interessarsi allo sblocco dei divieti di chiodatura relativi a certe parti della valle del Vero, nella vecchia Finale succede l’opposto: ovvero, sono le amministrazioni del luogo, assieme al Club Alpino e ad alcuni (supposti) ambientalisti, a denunciare il problema dell’eccesso di chiodi infissi sulle pareti della zona.

Dovrei in teoria inneggiare alla modalità anarcoide con cui chi chioda le falesie si muove liberamente, spesso senza chiedere permessi o consultare enti territoriali; denunciare, come fa Gallo, l’ipocrisia di istituzioni locali ed ufficiali come il CAI, che dando un colpo al cerchio e uno alla botte si muovono subdoli senza far ben capire in quale direzione; e caldeggiare una difesa strenua ad ogni livello del nostro particulare…se non mi preoccupasse invece l’atteggiamento di chi ci patisce, poverino, che gli tocchino il giochino, finendo per attaccarsi al treno veloce delle rivendicazioni politiche più minime e meschine.
A quarant’anni vedo il mio futuro come un insieme di falesie la cui infinità d’itinerari non riuscirò mai a completare; dunque, perchè mai si dovrebbe continuare a chiodare? Per i nuovi arrivati, si dice. Per consentire a tutti d’avere un terreno di gioco. Sembra altruismo, e invece è primariamente profitto, opportunismo: il solito discorso dell’indotto, dello sport-alternativo-ormai-quasi-massificato che ha trasformato un borgo delizioso in un centro commerciale per milanesi annoiati (ma anche per liguri con manie di grandezza), red carpet incluso ed inclusivo di maltolto. Il problema nella sua interezza è inesistente e già risolto: che i climbers e gli ambientalisti si parlino, come è sempre stato fatto, senza necessità che vengano lanciate provocazioni, polemiche e allarmismi a mezzo stampa. Vero è che siamo forse diventati troppi, in un ambiente limitato, a volere usufruire delle stesse bellezze naturali: climbers, bikers e trekkers si contendono il parcheggio a Monte Sordo nel weekend, e nelle feste “sembra di essere all’Ikea” od alla Fiumara.
Si stava meglio quando si stava peggio, quando l’arrampicatore era uno strano, strambo, un poco matto, merce rara. Il chiodatore allora inseguiva un proprio sogno e non le più recenti necessità indotte più o meno a forza dal mercato dell’outdoor. C’era posto per tutti, bestie e cacciatori inclusi, semplicemente perchè s’era in pochi. In merito a questa evoluzione/involuzione ho spesso detto, e non è il caso che ogni volta mi si richiami all’ordine della dittatura democratica per cui si dovrebbe garantire a tutti il diritto alla scalata. Non prendiamoci in giro. Questo sport è stato banalizzato e raccontato come fosse tutt’altra cosa per poter vendere scarpette e imbragature, non ci son diverse spiegazioni o sono tutte fregature. Quando scalavo io, ai tempi della prima palestra d’Italia al liceo King mi guardavano come un cretino ed un marziano, e certo la cosa ha contribuito a farmi crescere adolescente pieno di problemi. Ma bisogna essere scemi per non accorgersi che mode e tendenze son tutte sospinte da un sistema di coercizione sorridente che non ti spiega niente al di là del concetto di divertimento, e del tuo presunto diritto allo stesso. L’arrampicatore idealista e rispettoso che descrive Gallo è ormai quasi estinto, non più riproducibile. L’arrampicatore moderno facilmente sgarra e se ne frega del prossimo suo (alla faccia della comunità) e anche delle regole condivise; per lui esistono solo il grado su cui discettar per ore e la scorecard da aggiornare. Più sento parlare i climbers, ad esempio dei limiti loro ingiustamente imposti, e più divento birdwatcher. Vero è che talvolta, come spesso in questo paese, far rispettare certe regole diventa esercizio grottesco e ingiustificato, come quando volarono le multe nell’albenghese senza che nessuno avesse mai visto più d’un uccellino. Ma quando ti cali a fianco ad una via con un bucone, come mi successe a Cucco, e da quel nido fugge spaventato un volatile facendone cascare un ovetto che si sfracella al suolo…capisci d’esser tu nel posto sbagliato, e non loro ad aver occupato un attico vista mare senza rispetto dell’altrui proprietà. Il cadaverino rosa venne lanciato nel bosco senza troppo riguardo, con appena un minimo di commozione, e poco dopo altri climbers rapaci si preparavano ad affrontare il tiro. Il Rockstore tempo addietro mise un avviso alla partenza di Vivere di rabbia al Solarium (o Specchio) di Monte Sordo: la differenza fra le passioni si vede pure da queste piccole attenzioni ed auto-limitazioni. Perseverare nella difesa dei propri esclusivi voleri, trasformandoli in diritti, è atteggiamento tipico di un certo fascioleghismo attuale, che si sta diffondendo a macchia d’olio ed è facile capir perchè. Andare incontro alle esigenze altrui è comportamento ormai inusuale, fuori moda, sconveniente. Meglio difendere la cosiddetta e supposta propria gente, attività questa assai proficua a livello del politicante, che diventa punto di riferimento di un’èlite fra tante. Ebbene, oggi che siamo tanti e pretendiamo di contare, di levare alta la nostra voce, siamo anche noi un’èlite arrogante che conta solo in quanto spende, uomini valutati in base al portafogli che mantiene in piedi un’economia di nicchia, la quale peraltro sopravviveva anche prima ed ora vive solo una rincorsa al soldo, pur non patendo esattamente i problemi di Kalymnos. L’outdoor è puro business, la chiodatura sfruttamento delle risorse naturali, l’arrampicatore automa; e il tutto mantiene degli antichi valori condivisi solo un pallido ricordo. L’autonomia ed il senso di responsabilità dei climbers, tanto decantati, davvero hanno bisogno di un aiutino politico e della minaccia elettorale? Davvero contiamo in quanto votiamo, e nulla più? Davvero abbisogniamo di questi mezzucci, e ne vogliamo approfittare?
Vorrei proprio capire se anche i climbers, come quasi ogni altra categoria sociale che si rispetti – o meglio, che intenda farsi rispettare (esclusi quindi questuanti, zingari, immigrati e poche altre minoranze) – intendano abbassarsi a buttare in politica anch’essi il proprio patetico, frustrato e sfrontato egoismo di categoria: l’ennesima difesa corporativa; oppure se vogliano, almeno loro, evitare questa squallida deriva.
Se dal coraggioso (benchè poi smentito) ‘manifesto dei diciannove’ siamo discesi al livello delle roboanti dichiarazioni di Rixi una o più ragioni storiche ci devono pur essere, e non è difficile risalirvi. Occorre però farlo per evitare che il nostro entusiasmo si suicidi annegandosi nella torbida palude degli interessi privati, dove si raccolgono gli istinti animaleschi e si scontrano le ottusità di uomini ormai allergici al confronto, a meno che non sia battaglia mediatica di facciata, messinscena ipocrita, teatrino demenziale di una politica in picchiata verso un gran finale pessimo: quello in cui la mia passione sarà regolata, carezzata, blandita, incasellata; difesa da figuri con i quali nulla vorrei avere a che fare, che a stento c’entrano qualcosa con (i valori per me ancora insiti nel)l’arrampicare.

(foto tratta da Genova 24)